Per “Vetrine in centro” Gubbio diventa Castellina in Chianti

” Qui, i corsi d’acqua si snodano tra le case e i campi, creando un’atmosfera fiabesca e incantata”.
Una mitragliata di “borgo” nell’articolo che “Vetrine in centro – notizie rapide e affidabili dal mondo -” dedica a Castellina in Chianti, come se ci fosse una vergogna a chiamare un posto per ciò che è: un paese.
Una ridondanza per infarcire di superlativi un articolo appetibile ai consumatori seriali che transumano da un luogo a un altro che dedicano un celere scatto a un monumento o a uno scorcio, ma si muovono più che altro con appetiti famelici da lupi.
Una “padella” non di poco conto quella di descrivere Castellina in Chianti con poetico scrosciare di acqua fra le case, quando ha le sorgenti dell’Arbia non molto distanti, ma che si guardano bene dallo zampillare nel centro abitato.
La foto che correda l’articolo – dopo una non difficile ricerca – risulta essere il paese (non borgo) di Gubbio, in Umbria… Chianti ma non troppo!

“Il borgo di Castellina in Chianti è profondamente legato alle tradizioni toscane, che si riflettono nella vita quotidiana dei suoi abitanti”.
Come a dire che chi arriva trova delle comparse per il trastullo dei gitanti.

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A Colle il calice da vino più grande del mondo

Non può che trovarsi nella capitale italiana ed europea del cristallo un calice da vino più o meno alto due metri e con la forma del tulipano che a occhio nell’invaso può arrivare a contenere una damigiana di vino.

La forma di calice da degustazione preferita da Giulio Gambelli, il Maestro del Sangiovese nato e vissuto a poca distanza da questi stabilimenti che per i suoi assaggi preferiva questi piccoli tulipani disposti in serie da riassaggiarsi nel tempo.

Al Museo del Cristallo di Colle Val d’Elsa, fra tanti esempi di raffinato artigianato e pezzi unici, un altro pezzo unico da ammirare: il calice da vino più grande del mondo.

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I semi per l’orto si trovano in Piazza di Spagna a Roma

Sembra impossibile a crdere, ma ancora oggi, in secchi, bacinelle e vecchie vasche da bagno messe sui tetti e sui balconi, diversa popolazione della capitale continua a fare orti con verdure poste a crescere a qualche decina di metri dalle tavole.
Con quanto costa una zucchina a Roma, c’è da starci una settimana in Umbria – che anche se è un po’ sonnacchiosa – racchiude il dono della pace pur essendo vicina al caos infernale.
In Piazza di Spagna a Roma, fra tonnellate di turisti, c’è un chioschetto che non attira loro l’attenzione, ma per i pinguini in livrea di Senato e Camera e anche parecchie guardie svizzere, è un punto di arrivo fondamentale all’innizio primavera, quando ricominciano le semine per gli orti.

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Scalpellini, opera di Walter Fusi

Walter Fusi nasce ad Udine il 3 agosto 1924 e all’età di quattro anni si trasferisce con la famiglia a Colle Val d’Elsa, luogo di origine dei genitori.

Lì frequenta l’Istituto magistrale poi, incline fin da piccolo alla pittura, si iscrive all’Istituto d’Arte di Siena dove avviene la sua primissima formazione artistica; nel 1943 si diploma e l’anno seguente, nonostante le difficoltà causate dalla guerra, inizia gli studi presso l’Accademia di Belle Arti di Firenze. Come racconta Giuliano Serafini: “per un certo periodo, la spola tra Colle e il capoluogo toscano la fa con il camioncino militare americano che approvvigiona di giornali l’hinterland” (Giuliano Serafini, Walter Fusi la pittura dentro, cat. della mostra, a cura di Giuliano Serafini; Colle di Val d’Elsa, Museo San Pietro, 28 ottobre 2000-7 gennaio 2001; Firenze 2000, p. 11 ). Fonte: Galleria Openart.
Al Museo San Pietro di Colle Val d’Elsa sono esposte numerose opere del valente pittore, fra tutte la più struggente che ricorda un’antica professione o vecchie foto che circolano nei siti delle città come erano (in questo caso Siena).
Accovacciati in terra a scolpire le lastre o a riparare pietre logorate dallo scalpiccio o dal passaggio dei carri, con scarpello e martello, con davanti una protezione di giunchi per proteggere i passanti dai pezzi smossi dai colpi.

Una volta le pietre si riparavano o si rimettevano, i vuoti non venivano riempiti da toppe d’asfalto.

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Berardenga, la discarica di via Porcellotti

Di questa maledetta piaga di svuotare le case di quanto è inutile e di abbandonarlo dove è più comodo -non considerando che la SEI passa gratuitamente a fare il ritiro degli ingombranti a domicilio – non è chiaro se faccia più sgomento una serie di lavatrici e congelatori sul bordo della strada o l’indifferenza quasi totale della moltitudine di persone che passano ogni giorno davanti a questo sconcio.
Il fatto che: “Queste cose sono sempre successe”, non è un buon motivo per continuare a fare finta di niente scrollando le spalle e benedicendo che la discarica non sia toccata in sorte davanti alla propria abitazione… solo allora si pretende solidarietà e celerità di azione!
La SEI passerà a breve a bonificare l’aria, ai cittadini di Castelnuovo Berardenga la bontà di non essere ciechi e immobili di fronte a queste oscenità.

Fonte: Il Cittadino

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A Siena è arrivato Pippo della Lines

La pubblicità è da sempre l’anima del commercio ed è in questa ottica che non poteva mancare un esemplare unico di ippopotamo azzurro che è stato per decenni il talismano dei bambini che riempivano di contenuto i pannolini.
Non morde e dietro la coda non c’è un foro, ma è stato ugualmente circostritto da una cordicella per evitare che uscisse da solo dal cortile del Palazzo delle Papesse in queste uggiose giornate piovose.

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Il Sarrocchi sul sentiero della memoria di Villa a Sesta

Le classi quinte dell’indirizzo Liceo delle Scienze Applicate dell’Istituto “Tito Sarrocchi” sul “Sentiero della Memoria” di Villa a Sesta nel ricordo della famiglia di ebrei fiorentini Anati che nell’inverno del 1943 – 1944 trascorsero i mesi del passaggio del fronte nascosti nel bosco, protetti dal cuore grande degli abitanti della frazione castelnovina.
Una salita dentro un folto di un bosco di lecci dove una famiglia di genitori con tre bambini, trascorsero mesi nel terrore di essere deportati nei campi di stermino per le abominevoli leggi in vigore.
Alessandro (nipote di Archimede Secciani che all’epoca tanto si prodigò per la salvezza della famiglia Anati) ha detto ai ragazzi del “Sarrocchi” futuri maturandi di essere onorato che i suoi antenati abbiano contravvenuto alle leggi disumane del periodo e che si siano schierati dalla parte dove la ragione e i sentimenti contravvenivano a una brutalità che era diventata prassi.
Fabio Mugnaini (antropologo dell’Università di Siena) Domenica Stagno (Assessore alla Cultura del comune di Castelnuovo) Tamar Tal Anati, discendente dei protagonisti della vicenda, che racconta la storia di Bubi (uno dei tre bambini nascosti nel bosco).
Una lenta ridiscesa dal fitto dei lecci di studenti e insegnanti verso Villa a Sesta – nel terreno reso fangoso e quindi molto scivoloso dalla pioggia, scosceso in un ripido dislivello – con la supervisione protettiva del Gruppo Escursionisti della Berardenga.
Il pranzo nei locali del Circolo ARCI, dove i volontari hanno dato prova di una cucina che va ben oltre le stelle, con il saluto del sindaco Fabrizio Nepi.
La ripresa delle attività didattiche con il collegamento con Emmanuel Anati un giovane archeologo ultra novantenne (bambino nel 1944) che ha ripercorso la sua storia familiare e quanto tutto quello che ha fatto nella sua vita sia dovuto al grande senso di umanità che avevano avuto (a loro rischio e pericolo) gli abitanti di Villa a Sesta.
Riccardo Bardotti (ricercatore e responsabile per la didattica presso l’Istituto Storico della Resistenza Senese e dell’Età Contemporanea) ha contestualizzato quanto nelle nostre zone avveniva in quel maledetto inverno e come tutto quel marciume si era maturato.
L’anticiclone di Villa a Sesta che protegge qualsiasi inziativa dal maltempo e un pensiero particolare al professor Giovanni Bianchi che nella veste di docente di fisica del “Sarrocchi”, membro del “Gruppo Escursionisti Berardenga”, del Circolo di Villa a Sesta, cittadino della Contea di Casaloni, si prodiga e investe tempo e passione nel mettere a dimora tanti semi di speranza e conoscenza. Fonte: Il Cittadino.

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L’olivo descritto alla maniera di Stefania Auci

“Per gli egizi era un dono della dea Iside. Per gli ebrei era un simbolo di rinascita. Per i greci era sacro ad Atena, la dea della saggezza. Per i romani era l’albero sotto il quale erano nati Romolo e Remo.

L’olivo è un albero dal tronco nodoso, con foglie di un verde argentato che rilucono nel sole un odore pungente.

Il suo legnodorato e caldo è resistente ai parassiti ed è adatto a essere intarsiato o scolpito: il legno dei mobili destinati a durare nel tempo, a tramandare arredi e ricordi.

Ma non solo. Provate a dar fuoco a un olivo o a tagliarne il tronco. Ci vorrà molto tempo – anche anni – ma prima o poi spunterà dalla terra un virgulto tenace, arrabbiato, che riporterà in vita l’albero ferito.

Per distruggere un olivo bisogna sradicarlo. Eliminarne le radici, scavando la terra finchè non ne rimanga traccia. Ecco perchè l’olivo è anche un simbolo di immortalità”.
Questo l’olivo delicatamente descritto nel tronco e nella storia della grande scrittirice siciliana Stefania Auci nel libro “L’inverno dei leoni”, il secondo – appassionante – volume sulla saga della famiglia Florio.

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Alex Jeffrey Pretti, infermiere americano di rianimazione

Chi inizia a lavorare in un Pronto Soccorso, in poche ore percepisce un fatto incontrovertibile quando i pazienti arrivano per essere rammendati: provenienze diverse, paesi lontani, storie differenti, ma il sangue è sempre identico nel colore.
Vivendo ogni giorno nel male e nel dolore e scegliendo una professione così altruista, non sarà difficile esser cresciuti sentendo sulla propria pelle ogni forma di ingiustizia o di violenza.

Questo non avviene in un ufficio ovale dove di candido ci sono solo le pareti e gli infissi, dove – lì dentro – un piccolo uomo gioca lanciando per aria un mappamondo come in una scena già vista.
John Belushi nel mitico film “Blues Brothers” aveva già – nel 1980 – le idee chiare: “Io li odio i nazisti dell’Illinois”.

Per attualizzare basta cambiare lo Stato a seconda dei fatti o delle vittime.

Non lasciare che finisca il giorno senza essere cresciuto un po’,
senza essere stato felice, senza aver incrementato i tuoi sogni.
Non lasciarti vincere dallo sconforto.
Non permettere che nessuno ti tolga il diritto di esprimerti,
che è quasi un dovere.
Non abbandonare l’idea di poter fare della tua vita qualcosa di straordinario.
Non smettere di credere che le parole e le poesie possono cambiare il mondo.

Walt Whitman

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Orchestra Giovanile della Toscana a Rapolano Terme

Amaro pensare che questi grandi professionisti se fossero a Parigi, Londra, Vienna, Praga, Berlino, ecc. farebbero parte delle Orchestre più prestigiose e ammirate.
Tutta una passione e una grande preparazione professionale maturata nei conservatori italiani, che senso avrebbe se non potesse esprimersi nei nostri teatri, chiese, festival, piazze, perchè opprimersi con quel senso di esilio per lasciare sempre e soltanto l’Italia in mano ai banditi?

“L’Ellenismo in musica” curato dal nostro direttore artistico Gabriele Bracci con musiche di Rossini, Schubert e Mozart di scena al Teatro del Popolo di Rapolano Terme.

Per la prima volta l’orchestra è guidata dalla sontuosa violinista Alice Palese in veste di violino concertatore, esperienza rara e preziosa che ha dato un grande respiro cameristico alle meravigliose pagine eseguite.

Musicisti eccellenti in un teatro stracolmo che ha avvolto i membri della Orchestra Giovanile della Toscana in un applauso fragoroso con una nota di commozione legata a un fatto della vita che ha riguardato recentemente il direttore artistico (e viola da gamba) Gabriele Bracci.

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