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Collaboro dal 1993 con la rivista "Segnocinema". Amo l'appennino pistoiese, l'Aglianico del Vulture, i miei amici. Tengo per il Toro, e sono un lettore pressoché onnivoro. Ho scritto due romanzi, 'Ho una storia per te' e 'L'odore della polvere da sparo', entrambi pubblicati da Edizioni Spartaco.

venerdì 14 aprile 2023

La sera di un sabato al Café Gijón



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Immagine dal web
Da qualche parte bisogna pur cominciare per cercare di raccontare l’abbraccio che è capace di dare il Café Gijón. E non è per niente cosa semplice.  dove si comincia a raccontare il mondo? E il mondo visto con l’anima di uno scrittore.

Dall’atmosfera che circola tra quei tavoli e solo tra quelli? Oppure seguendo la traccia di una fama quasi leggendaria che spinge un giovane provinciale a varcare quell’ingresso col progetto di conquistare Madrid (e forse il mondo) con la sua prosa elegante e col dono del racconto che per la sua anima spagnola è destino? Già, perché se la sintassi è una facoltà dell’anima - come ricorda in esergo Paul Valery - Umbral ne ha da vendere. Di anima. E di sintassi che affabula.

Uno spirito mediterraneo comincerebbe dai mille volti che sono storie di mille vite che in quel Caffè cercano di ricostruire una propria leggibile mappa su qualche passione o illusione. Forse. È difficile decidere.


Allora si fa una cosa. Ci si lascia prendere sottobraccio da Francisco Umbral e si entra. Per la prima volta si entra al Café Gijón. E magari è proprio un sabato sera.

E dopo aver gettato uno sguardo intorno e aver familiarizzato col fumo, con le sagome delle persone riunite in tertulias , con quell’idea guascona che nel Gijón s’invola senza concedere replica ad alcuno (qui ci si trova nel centro delle lettere di Madrid Madrid è il centro della Spagna la Spagna è il centro di tutto) si prende una decisione. 

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Immagine dal web

La letteratura. La letteratura su ogni cosa. Poche righe e si diventa amici di Miguel Mihura. Se non altro perché, anche senza aver letto niente di suo, si sente una irresistibile forza di attrazione nella sua economia di vita che, abbiamo capito, consisteva nel ridurre tutto al minimo. Capirete: leggeva solamente un genere, quello poliziesco (e non può mancare Simenon); e la sua semplicità ascetica è fatta per metà di timidezza e per metà di pigrizia.

Se poi ci si va a sedere un po’ più in là magari si fa in tempo a scambiare quattro chiacchiere con Ramón de Garciasol, ridondante e barocco, ma con sulle labbra continuamente Miguel de Unamuno e Antonio Machado e Manuel Azaña e Gerardo Diego con il mare di Santander che gli attraversa gli occhi. E lui che commette l’errore di sbattere le palpebre e quel mare gli vola via. E tutti i pomeriggi, sempre, con lui c’erano al Café il grande scomparso e il grande assente: Federico García Lorca e Rafael Alberti. E poi quell’altro, di cui adesso mi sfugge il nome, che crede in ogni cosa e ogni cosa lo inganna.


Perché il Gijón è davvero un porto di mare.
 E ognuno si porta appresso i propri destini. Che siano leggere Schopenhauer o Nietzsche o cercare il romanzo della vita. È così, al Gijón si naviga. E in questo navigare si incontrano poeti, scrittori, artisti, pittori trasversali oppure pietre miliari. Ma non i grandi mostri. Perché quelli bisogna andare a cercarli nelle proprie tane. Ramón Menéndez Pidal, per esempio. Poi Dámaso Alonso. O Vicente Alexaindre.

Ma poi si ritorna sempre al Gijón dove si ritrovano i vecchi repubblicani e i contumaci della resistenza. E là fuori c’è sempre il franchismo che aveva raggiunto il punto in cui il mondo lo tollerava per noia e ci si aspettava che cadesse da solo. E che non aveva solo messo in fuga o ammazzato gli scrittori, ma aveva anche regolamentato la cultura, forse senza proporselo esplicitamente, e ormai era impossibile far correre l’immaginazione a briglia sciolta. Proprio questo scrive Francisco.

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Allora si capisce bene il valore assoluto del Café. Il suo essere un universo forse separato ma nel quale tutto trova spazio. Perché qui dentro c’è voglia d’arte e c’è voglia di vita. E c’è la passione di un momento o l’amore di una vita. Al Café Gijón ci sono le donne del Café Gijón. E come si fa a raccontarle? E di chi ci si innamora? Di Nazareth dal profilo misterioso, perfetto e delicato? O di María Jesus, l’efebica che beve vino e fuma tabacco scuro, dagli occhi neri e dalla bocca grande, infantile e spiritosa?

Forse di Lola, molto malata di cuore. Lei che qualsiasi cosa la emoziona e qualsiasi cosa la mette in pericolo. Lola a cui, ci racconta Francisco, di tanto in tanto per qualche decimo di secondo si ferma il cuore. E che vive queste morti ridotte, istantanee, in cui chissà dove se ne andava, ma poi tornava, magari senza che il suo interlocutore si fosse accorto di nulla. E questi ultimi due periodi sono l’anima e la sintassi di Francisco Umbral.

E tanto, ma tanto c’è da scoprire di Madrid centro della Spagna e della Spagna centro di tutto. E del Café Gijón dove, insieme a Francisco Umbral, siamo entrati per la prima volta una sera. Forse era un sabato. Ma che importa. Se siamo ancora seduti qui a parlare di libri e di quadri e di poeti e di scrittori e di donne e di amori.

(Francisco Umbral, La notte che arrivai al Café Gijón, traduzione di Giuliana Calabrese, Edizioni Settecolori)




giovedì 20 giugno 2019

Vi invito a visitare l'altro mio blog. Grazie a tutti e a ognuno






domenica 10 settembre 2017

Sera di Tramutola

ImageIn un post di cinque anni fa scrivevo della particolare estraneità che avevo - e che ancora ho  - con Ernest Hemingway. Questo nonostante il fatto che la generazione di lettori precedente alla mia debba a lui molto della propria formazione e del proprio amore per la letteratura. Americana, ma non solo.

In tutto questo tempo che, sia detto con il dovuto rispetto per la retorica d'occasione, scivola via lento io mi sono abituato alla pazienza con la quale lo spirito di Ernest aleggia nelle mie giornate di lettore attratto da altro.

E da quando ho ascoltato Corrente del golfo, la bella canzone di Luciano Ceri (https://youtu.be/SNGIcXSCVQw), mi sono convinto ancora di più che Hemingway mi aspetta con la calma di chi sa cosa dire e come dirlo. Per questo aleggia. Saggio. Sornione. Tanto dalla sua ha l'eternità. Dunque un giorno scoprirò quello che le sue pagine mi stanno riservando e avrò anche io l'occasione di chiedergli questo e quello.

Parlo con una serena mestizia di Hemingway per cercare di portare il discorso su un versante che è personalissimo e che non so quanto (e neppure a chi) di questa tempi possa interessare. Ma è un rischio da correre.

Devo dunque raccontare un'altra cosa, e poi cercare in qualche modo  di portare tutto a unità.

Poco più di un mese fa ho avuto la bella opportunità, visto che ero a Potenza, di visitare un paio di paesi della mia Basilicata. In particolare Brienza (che è proprio bella) e Tramutola dove con massimo piacere ho rivisto Antonello Saiz, della libreria "Diari di bordo" di Parma, e dove oltre ad Annamaria Grieco ho conosciuto un nutrito gruppo di persone appassionate di libri e di lettura.

Galeotto è stato il libro e chi lo ha scritto. Voglio dire che quella sera a Tramutola Antonello Saiz ha voluto farmi l'onore grande di leggere con commovente passione pagine di L'odore della polvere da sparo, e tutte le altre persone presenti si sono impegnate al massimo per stimolare una discussione intorno a quelle pagine.

Ma per me, ancora una volta, è stata l'occasione d'oro per parlare di altre pagine.

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Vi ricordate il libro VIII dell'Odissea, quello nel quale Demodoco canta dinanzi ai Feaci e al loro ospite straniero la storia di Odisseo e dell'inganno del cavallo e a udire quella storia che lui stesso ha chiesto fosse cantata, "Odisseo si struggeva, le lacrime gli bagnavano le guance sotto le palpebre"?

Ma non ci pensate mai? Odisseo, il polytropos, l'uomo dai molti percorsi e dal multiforme ingegno, l'eroe dalle mille astuzie e dalle innumerevoli risorse, colui che "di molti uomini vide le città" piange come una monaca che ascolti il racconto delle piaghe di nostro Signore.


ImageE chissà quante volte vi sarete posti la domanda di come questo sia possibile. Guardate che una risposta c'è ed è affascinante. A volerla cercare - e ne vale la pena - è nello splendido libro di Adriana Cavarero Tu che mi guardi, tu che mi racconti.

Bene. Odisseo piange perché in quella storia riconosce sé stesso. E a me non sembra per niente cosa da poco perché alzi la mano chi non ha mai pensato (non detto, ché queste sono cose privatissime, ma pensato) leggendo un romanzo: questa è come se fosse la mia storia. Il che è come dire: questa è la mia storia.

ImageE quanti, per fare un salto acrobatico in avanti, leggendo l'Antologia di Spoon River non sono rimasti commossi o interdetti nel cogliere in una di quelle vite raccontate dalla prospettiva dell'eternità la propria vita attuale?

Così, quella lunga  e piacevole serata di Tramutola è trascorsa a parlare di libri, soprattutto di altri libri. Come piace a me. E non solo perché ho incorniciato e tengo in bella vista quella imprescindibile ammissione di Jorge Luis Borges ("Che altri si vantino delle pagine che hanno scritto, io sono orgoglioso delle pagine che ho letto"), ma perché mi pare di capire che oggi affidarsi alla grande letteratura sia una forma di Resistenza. Forse l'unica che abbiamo.

Vorrei non essere apocalittico. Vorrei. Ma intanto non trovo altra via da seguire, per sentirmi libero dalla connessione perenne, dall'oceano di sgrammaticate e confuse parole in libertà (segno di sgrammaticato e confuso pensiero), dall'insulso anteporre il proprio sapere, per quanto dilettantesco, a qualunque altro Sapere, se non quella di rifugiarmi nella letteratura che per me è vera e grande. Bestemmio se dico che ho bisogno di Omero, Virgilio, Dante, Cervantes, Montaigne, Shakespeare e Dickens e Dostoevskij e Kafka e Sciascia e Thomas Mann e Joyce e Proust e Simenon e Claudio Magris e George Steiner? Bestemmierò pure, di questi tempi, ma questo è il mio modo di resistere. E ovviamente, un grazie di cuore ad Antonello Saiz, ad Annamaria Grieco e a tutti quelli che in una tranquilla sera d'estate, in un piccolo paese della Lucania, mi hanno detto che sì, anche questo oggi significa resistere. 


Dimenticavo: nel frattempo mi è venuta in mente una lunga lista di domande per Hemingway.  Eh sì, ho proprio tante cose da chiedergli.