Lo sguardo dei bambini: «Il villaggio senza madri» di Ingrid Beatrice Coman e «Tutt’altro che tipico» di Nora Raleigh Baskin.

 

«Dieci. Dieci bambini che avevano qualcosa da dire. Dieci storie che chiedevano di essere raccontate. Io non ho fatto molto. Mi sono soltanto messa in ascolto […] Ho pensato: se la voce di questi bambini mi è arrivata al cuore, sul filo sottile che ci lega tutti insieme, non posso lasciarla svanire nel nulla».

In Romania sono circa trecentocinquantamila gli «orfani bianchi»: minori che vivono con i nonni, con gli zii o in istituti perché i genitori sono emigrati all’estero per lavorare. Nella raccolta bilingue «Il villaggio senza madri» (Rediviva Edizioni), che inaugura la collana “Ti racconto il mondo”, la scrittrice romena Ingrid Coman dà voce alla sofferenza di alcuni di quei bambini in dieci, intensi racconti.

Le madri partono per ragioni non sempre chiare agli occhi dei figli: «Avevo colto, qua e là, masticati in sordina agli angoli della casa, discorsi su sacrifici e bisogni e una vita migliore e soldi» («Pegno per mamme»); partono per andare a lavorare in un altro paese: «Sapeva del lavoro faticoso che la madre era costretta a svolgere, pulire le case della gente e sollevare vecchi infermi…» («Un giocattolo per gente sola»). Viaggiano con i pullman che fanno la spola tra la Romania e l’Italia, con i treni «Era passato tanto di quel tempo da quando sua madre era salita su quel treno buio e ostile […] A lungo aveva giurato odio a quel treno nemico e più di una volta era sgattaiolata sul retro della casa per lanciargli contro di nascosto le pietre, chiedendogli conto di tutte le creature che avevano messo piede sulla sua scaletta di metallo senza mai tornare» («Non toccarmi»).

I bambini mantengono vivo il ricordo delle loro madri attraverso un particolare, come la voce: «Non sapeva raccontare storie, mamma Alina, ma aveva una voce che gli trafiggeva il costato inchiodandolo come una farfalla in un insettario e confondendo i suoi pensieri come un vento d’autunno mescola le foglie» («Se il latte finisce»); attraverso un odore «Avevi addosso un profumo di arance, te l’aveva regalato la nonna due giorni prima, e la sua scia è rimasta nell’aria per molto tempo. Ho allargato le narici per respirarlo meglio e imprimerlo nella memoria; ho pensato che forse un giorno sarei venuto a cercarti e allora avrei potuto seguire le tracce di quella fragranza amara, come le briciole di Pollicino» («Pegno per mamme»). «Il vento aveva spazzato via le tracce dei suoi passi nel cortile e il suono del suo nome sulle labbra dei famigliari, persino le cose della sua stanza. A pochi giorni dalla sua partenza quel vuoto profumato, che sapeva ancora di lavanda e vestiti di mamma, era stato riempito da una donna massiccia e burbera a cui avevano affittato la stanza» («La matita rossa»).

I bambini aspettano il ritorno delle madri, e la sofferenza dell’attesa è scandita da gesti che diventano una consuetudine: «Quanto tempo era passato da allora. Quanti giorni erano scivolati sulle strade fangose del villaggio. Molti più di quanti ne potesse contare lei, pensò, ricordando quella fila di segni tracciati con il carbone sul muro dietro la casa, una linea per ogni giorno, finché il carbone le si era consumato tra le dita e aveva perso il conto» («La matita rossa»). In «Un lumino, due lumini» Luminita, stanca di barrare con la matita i giorni del calendario, comincia a contare i Natali, che per lei sono come «pietre bianche di fiume seminate sul sentiero della memoria, per non farle dimenticare la strada, e ogni pietra era una speranza in più».

Il legame che i bambini cercano di mantenere con le madri assenti è espresso spesso attraverso elementi simbolici. Quando il barbiere taglia i riccioli biondi di Catalin («Se il latte finisce») è come se gli strappasse qualcosa dal petto perché «quei capelli conservavano ancora le carezze di sua madre». Florin, il piccolo protagonista de «L’alfabeto sdentato», si rifiuta di scrivere la lettera “m” a scuola perché la mamma gli ha fatto promettere di conservarla per lei, così quando fosse tornata l’avrebbero scritta insieme «sul quaderno, sulle pareti, sull’asfalto, persino sulla Bibbia della nonna!». Da quando la madre è partita Irina («Non toccarmi») rifiuta qualunque gesto d’affetto perché «nella sua testolina, una carezza era come una promessa che non puoi mantenere, come un dazio pagato con la forza da qualcuno pronto ad assestarti un colpo al cuore».

Ne «Il villaggio senza madri» Ingrid Coman esplora ancora una volta, con sguardo commosso e partecipe, la dura realtà delle cose. Eppure la raccolta si chiude su una nota di speranza. In «Un mondo perfetto» Lisa si rende conto che anche le formiche, nel cui regno minuscolo sembra più facile mettere tutte le cose al loro posto, non sono perfette. Che dove c’è amore ci sarà sempre un filo invisibile a unire i cuori e che i suoi genitori non l’hanno abbandonata ma si sono solo «allontanati per un po’». E su un foglio strappato dal quaderno di romeno scrive: «Finalmente ho capito da dove passa la strada che porta a voi: da qui, in mezzo alle costole. Devo ricordarmi di dirlo anche agli altri bambini…»

Per la casa editrice Rediviva Ingrid Coman dirige la collana «Quaderni romeni»: opere di scrittori romeni celebri ma anche di autori meno noti. Tra i volumi già pubblicati «In assenza del padre» di Stelian Turlea e «Lisoanca a undici anni» di Doina Rusti, entrambi tradotti in italiano da Ingrid.

Ingrid Beatrice Coman, «Il villaggio senza madri», Rediviva Edizioni, 159 pagine, 10 euro

 

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Jason Blake ha dodici anni. Non ama guardare le persone negli occhi perché le loro facce lo distraggono e per lui è più difficile ascoltarli. Parla poco e quando è emozionato sfarfalla le mani sopra la testa. Esistono delle lettere, delle sigle per “definire” i bambini come lui: DSA (Disturbo dello Spettro Autistico, ma anche Disturbo Specifico dell’Apprendimento), forse anche ADHD (Sindrome da Deficit di attenzione e iperattività), che secondo Jason sua madre avrebbe preferito. Persino lui si è inventato una sigla, RSPF, Ritenta Sarai Più Fortunato.

Jason ha una passione: scrive racconti che poi posta sul sito di Storyboard. E proprio su questo portale nasce la sua amicizia con PhoenixBird, «che è sicuramente una ragazza» e anche la sua prima, vera amica. Così, quando i genitori lo iscrivono al Sesto Convegno Annuale di Scrittura Storyboard a Dallas, Jason capisce che lui e PhoenixBird potrebbero incontrarsi. E se lei vedesse solo un ragazzo autistico e non il vero Jason?

«Tutt’altro che tipico», vincitore del prestigioso Schneider Family Book Award, edito da Uovonero nella traduzione di Sante Bandirali, è il primo romanzo dell’americana Nora Raleigh Baskin pubblicato in Italia. L’autrice adotta il punto di vista del protagonista, ed è forse questo l’aspetto più interessante del libro. Jason, che sa molto bene che alle persone piace ascoltare le cose nel modo «a cui sono abituati», quello nel quale «possono più facilmente identificarsi», racconta la propria storia alla maniera dei «neurotipici», i cosiddetti “normali”. Ma la sua percezione del mondo è differente. Lo sguardo di Jason svela le stranezze e le fragilità dei neurotipici, che spesso mentono, dicono cose che non pensano davvero fino in fondo. Attraverso i suoi occhi vediamo anche i suoi familiari. La madre ha un viso molto bello, «come colline di dolcezza, e preziose arcate di capelli finissimi, e le labbra in movimento, denti bianchi», e lo vuole aiutare, desidera che sia felice e vorrebbe che fosse più simile a lei «anche se lei non sembra poi tanto felice per la maggior parte del tempo». Il padre è «il tizio che mette le parole sulla televisione quando guardi una partita di baseball, o una partita di football, o una partita di calcio. Inserisce il punteggio, i nomi, le statistiche…». Quando il papà lo abbraccia, Jason si sente bene, come se fossero «connessi». E poi c’è Jeremy, il fratellino, che ha come pregio quello di non aspettarsi che Jason gli risponda tutte le volte. «E non devo sempre guardarlo in faccia. Non vorrebbe nemmeno che lo facessi. Gli piace parlare con me quando guarda la tv o quando legge uno dei suoi fumetti, o quando si mangia le unghie» Jeremy capisce il fratello maggiore ed è solidale con lui.

Jason è consapevole di non essere come gli altri, di suscitare disagio e imbarazzo in molti neurotipici, ma come il nano Bennu, protagonista di molti dei suoi racconti, finirà con accettare sé stesso perché «Questo è quello che sono. Questo sono io».

«Tutt’altro che tipico» è anche un piccolo manuale di scrittura creativa. Jason è affascinato dalle lettere dell’alfabeto; ogni mattina si alza con una parola nuova in mente e punteggia la sua storia con riflessioni sulla narrazione, il punto di vista, la “suspance” (che lascia il lettore «con la voglia di altro»), la costruzione della trama e dei personaggi. Per Jason esiste un solo tipo di trama: «Le cose accadono. Tutto qua». Quando scrive utilizza spesso la prima persona «in modo che il lettore possa farsi veramente un’idea di quello che succede nella testa del mio personaggio. Può sentire la storia da quella voce, e così anch’io riesco a penetrare nella vita del mio personaggio. E posso sentire quello che sente lui». È quello che fa Nora Raleigh Baskin in questo romanzo delicato e divertente, che affronta il tema dell’autismo senza retorica né pietismi. Un’altra piccola gemma che si aggiunge al catalogo della casa editrice Uovonero.

Nora Raleigh Baskin, «Tutt’altro che tipico», Uovonero, 177 pagine, 14 euro

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Due libri per l’estate: «Fuoricorso» di Matteo Pelli e «Il Seggio vacante» di J.K.Rowling

«Si erano dati da fare come meglio avevano potuto, curando ogni minimo dettaglio. L’occasione andava sottolineata, e nulla sarebbe stato lasciato al caso.
“Sarà una grande festa.”
Ma ora piove. E piove di brutto. Sull’erba fuori sembra passato un tornado. Bicchieri, cuscini sporchi di terra, piatti disseminati qua e là. Con loro qualche coraggioso amico tenta di salvare il salvabile, ma il cielo non vuole sentirne di aiutarli. Lampi, fulmini, tuoni. E per finire la grandine a picchiettare sui vetri, scandendo il ritmo del brutto tempo. La casa è un caos, uno stagno di sguardi inzuppati […] La festa può ricominciare seriamente, nonostante la pioggia incessante».
Tobia sta festeggiando con gli amici e la fidanzata la sospirata laurea, ottenuta dopo molti anni fuori corso. È ora di guardarsi indietro, di tornare con la memoria ai momenti più significativi della sua vita; quelli che «ti vengono in mente e che racconteresti a qualcuno, che rifaresti domani, che fotograferesti per il tuo album dei ricordi» suggerisce a Tobia un amico presente alla festa.
Momenti come la scoperta del graffitaro Keith Haring e il primo maldestro tentativo di emularlo; o come il ricordo dell’«oca nuda», dipinta per un esame all’Accademia milanese di Brera e poi dimenticata in un congelatore; e gli inizi del lavoro in televisione; la passione per una vecchia fabbrica da ristrutturare; il labrador Jimmy che mangia gli hamburger di Mac Donald’s e ha un’adorazione per il pupazzo Ronald. E poi ci sono gli indimenticati, amatissimi nonni.
«Sembra di vederli quei tre, così perfettamente insieme, magri e lunghi come sculture filiformi di Giacometti. Avevano il ritmo di chi si conosce a fondo, tre musicisti di vita in una jam-session completamente improvvisata. La loro musica fatta di parole mai gridate passava di bocca in bocca senza bisogno di un direttore d’orchestra. In tre avevano tutto. Lo stesso passo e lo stesso modo di pensare. Tobia portava quell’immagine nel suo cuore ogni giorno, guardando il cielo e le stelle. Lo scricchiolio della ghiaia sotto le sneakers del rapper slacciate, la fatica della nonna con i tacchi (non li avrebbe tolti per nulla al mondo), il sorriso complice e forse già un po’ farmacologico del nonno. Un passo, due passi, tre passi. Tobia e i suoi sparring partner».
A raccontare con leggerezza gli avvenimenti più importanti della vita del protagonista è l’amico che alla festa lo invita a ricordarli: narratore quasi invisibile, alter ego di Tobia o forse dell’autore. A questi episodi si alternano momenti più intimisti, di riflessione «allo specchio»; quando Tobia si ritrova solo con se stesso e si guarda dentro. Solo allora può confessarsi il rimpianto per quegli anni fuori corso, per la laurea mancata.
«Poi però poco importa che sia più o meno realizzato, cordiale o ben educato, a pesare è quello che non ha fatto: finire la scuola. Proprio quand’era al traguardo ha deciso di smettere pensando che tanto “prima o poi lo farò”. L’errore peggiore, il “prima o poi” diventa “non lo farò mai più” nel giro di pochissimi mesi. Ci ha pensato migliaia di volte. È forse una delle prime volte che davanti ai suoi occhi è passata la parola fallimento, una parola che gli toglie il sonno. È rotonda e si insinua nei pensieri, ritorna con una certa frequenza».
È di ispirazione autobiografica «Fuoricorso», quinto romanzo di Matteo Pelli (anche lui laureatosi da poco all’Accademia di Brera), volto noto della televisione svizzera, che ora ha lasciato per dirigere la prima radio privata elvetica.
Con questo libro Matteo Pelli si riconferma narratore piacevolissimo e brillante. La sua cifra stilistica è quella dell’ironia, eppure la scrittura raggiunge i risultati migliori nei brani più introspettivi, più personali. Come nel bel capitolo «Primo appuntamento», o quando descrive il viale che porta al luogo dove suo nonno è ricoverato: «C’è un viale con una ghiaia fine, finissima, di colore rosso. Non un rosso vivo, un rosso di passaggio. I sassi sono quelli che fanno sussultare i pneumatici dell’automobile. Non fanno rumore […] è una marcia di accompagnamento alla casa».
Matteo Pelli, «Fuoricorso», Tea, 185 pagine, 12 euro

Tra le colline della provincia inglese, dominata dallo «scuro scheletro» di un’abbazia in rovina, c’è la cittadina di Pagford. La morte improvvisa di Barry Fairbrother, consigliere locale stroncato a poco più di quarant’anni da un’aneurisma, scuote l’apparente tranquillità del paese e dei suoi abitanti.
Comincia così «Il Seggio vacante» di J.K. Rowling, celebre autrice della fortunata saga di Harry Potter, qui al suo primo romanzo per adulti (la traduzione è di Silvia Piraccini).
La lotta per occupare il posto di Barry all’interno del consiglio mette a nudo rivalità, conflitti e rancori. Al centro dello scontro politico c’è il quartiere periferico dei Fields, un complesso di case popolari «di cemento colato in armature d’accaio» che i benpensanti come Howard Mollison (capo consigliere e proprietario della salumeria Mollison and Lowe) vorrebbero riassegnare alla cittadina di Yarvil. L’immagine dei Fields è per Howard quella di «finestre sbarrate con le assi imbrattate di oscenità; adolescenti che ciondolavano con la sigaretta in bocca sotto le pensiline degli autobus perennemente deturpate», sporcizia per le strade, contrapposta all’immagine idilliaca di Pagford, con le sue solide case vittoriane e i giardini curati. Una battaglia politica, dunque, ma anche uno scontro tra classi sociali. E nello sconquasso provocato dalla scomparsa di Barry – che viveva a Pagford ma era nato nei Fields – si inaspriscono anche i conflitti coniugali, si accentuano i difficili rapporti tra genitori e figli, cambiano le relazioni.
J.K. Rowling crea una galleria di personaggi molto ben caratterizzati: figure mai del tutto positive o negative, con sentimenti e contraddizioni che l’autrice analizza in profondità. C’è l’ipocrisia: «Shirley ovviamente sapeva che Howard traboccava di gioia quanto lei; ma esprimere quei sentimenti ad alta voce, quando la notizia della morte era ancora fresca nell’aria, sarebbe equivalso a ballare nudi e urlare oscenità, e Howard e Shirley erano vestiti, sempre, di un invisibile strato di decoro che non si toglievano mai». C’è il disprezzo dei figli adolescenti verso i padri: «Andrew sprizzava feroce piacere. Aveva notato che negli ultimi tempi suo padre aveva preso l’abitudine di opporre ai termini medici utilizzati da sua madre delle parole rozze, ignoranti. “Emorragia cerebrale”. “Tappargliela”. Sua madre non si accorse di niente. Non si accorgeva mai di cosa faceva suo padre. Andrew mangiava i suoi Weetabix e bruciava di odio». «Per Ciccio ogni pretesto era buono per mettersi a camminare avanti e indietro imitando la rigida falcata di Cubicolo [Colin Wall, vicepreside della scuola secondaria Winterdown e padre di Ciccio] con le braccia diritte che oscillavano su e giù».
L’autrice sembra conoscere bene l’animo degli adolescenti, le loro fragilità e contraddizioni. Ci sono Ciccio e Andrew e la loro amicizia; c’è Krystal Weedon, che abita ai Fields ma frequenta la stessa scuola dei pagfordiani, ha una difficile situazione familiare e un carattere ribelle; e c’è Sukhvinder, presa in giro dai compagni perché sgraziata, che disprezza sé stessa.
C’è poi una figura, tra gli adulti, che domina il romanzo, seppure con la sua assenza: Barry Fairbrother. L’uomo vive attraverso lo sguardo degli altri personaggi, soprattutto di quelli che lo hanno amato.
«“Lo dico a Fairbrother”. I singhiozzi si fecero più forti. A lui avrebbe potuto dirlo. Lui sapeva com’era la vita vera. Fairbrother si occupava dei problemi, li risolveva. Una voce lucida e limpida nella testa di Krystal stava parlando con Fairbrother, l’unico adulto che le avesse mai parlato nel modo giusto».
«Sono dei poveri illusi, pensò Tessa, guardando gli altri tre chini su un grafico […] Nessuno di loro era Barry. Lui era solo l’incarnazione vivente di ciò che per loro era solo teoria: grazie all’istruzione era passato dalla povertà al benessere, dall’impotenza e dalla sottomissione alla capacità di fornire un valido contributo alla società. Non si rendevano conto che, al suo confronto, loro erano avvocati delle cause perse?»
«Era facile evocarlo quella mattina, quando tutto era immobile e silenzioso. Un uomo basso, con la barba rossa; lei lo superava di mezza testa. Non aveva mai sentito la minima attrazione fisica per lui. “Cos’è l’amore, in fondo?” pensò Parminder. Se qualcuno riempiva in te un vuoto e quando non c’era più il vuoto si riapriva, era amore?»
Con «Il Seggio vacante» J.K.Rowling dimostra di essere un’eccellente scrittrice, anche in un genere letterario molto diverso da quello che le ha dato il successo. J.K.Rowling, «Il Seggio vacante», Salani, 553 pagine, 22 euro

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Antonio Spinaci, «Comodo, silenzioso, vicinanze metrò», Betelgeuse, 207 pagine, 14 euro

 

Federico Plomb lavora come correttore di bozze in un’agenzia editoriale. Il suo compito principale è la revisione degli annunci di un giornale milanese di inserzioni immobiliari, il Metroquadro. Ed è a causa di una disattenzione di Federico che la rivista pubblica un bizzarro annuncio: una contessa decaduta mette in vendita un «confortevole e spazioso loculo in cappella di famiglia all’interno del Cimitero Monumentale di Milano». Per l’anziana donna l’acquirente ideale è il pendolare stanco di viaggi snervanti su treni sovraffollati. Naturalmente il loculo «andrà restituito alla proprietaria al momento della sua morte affinché vi sia tumulata».

La comparsa del surreale annuncio ha conseguenze imprevedibili. Dopo le prime reazioni indignate, si moltiplicano le offerte di vendita di loculi privati e molti pendolari approfittano dell’occasione: è un vero e proprio boom di un nuovo, singolarissimo mercato immobiliare. Persino Federico, anche lui pendolare, si convince ad acquistare un loculo al Cimitero Monumentale.

«Federico spostava lo sguardo dagli spazi verdi affollati di lapidi e tombe alle edicole funerarie, che sembravano vere e proprie casette, solo senza finestre. Epoche e stili diversi gli sfilavano davanti agli occhi nelle architetture e nelle sculture posate una dopo l’altra […] Addentrandosi sempre più nel cimitero, cominciarono a mostrarsi tracce di vita: completi gessati appesi all’ala di un angelo in marmo o tailleur mantenuti stirati dalla mano tesa di una resurrezione di Lazzaro in bronzo, scarpe messe fuori a prendere aria, sacchi a pelo aperti e appoggiati a cancelletti in ferro battuto».

Federico si abitua in fretta alla sua nuova vita. Ma gli imprevisti sono dietro l’angolo. È questa la trama di «Comodo, silenzioso, vicinanze metrò» di Antonio Spinaci, appena pubblicato dall’editore di Verona Betelgeuse. Laureatosi al DAMS con una tesi sulle opere di Giacomo Puccini, Spinaci ha esordito nel 2007 con «Voice Center» (Cairo Editore), romanzo scritto a sei mani con Chiara Beretta Mazzotta e Pepa Cerutti. Per il suo primo libro «solo», di ispirazione autobiografica (l’autore ha lavorato come correttore di bozze di annunci immobiliari ed è stato a lungo pendolare), Antonio Spinaci sviluppa in modo convincente un’idea assai originale. Se da un lato il mondo da lui dipinto può sembrare grottesco agli occhi del lettore, dall’altro non è poi così inverosimile ipotizzare che in un futuro non troppo lontano possa davvero nascere una «comunità cimiteriale»: pendolari che cenano nei bar dell’Happy Hour, utilizzano le lavanderie a gettoni e dormono avvolti in coperte termiche nei loro loculi. Così come non sono poi tanto lontane dalla realtà – sebbene esasperate – le scene di guerriglia urbana o le violente lotte all’ultimo spintone tra i passeggeri dei treni regionali descritte nel romanzo.

«Non ci poteva entrare più nessuno, là dentro, pensava Federico. Se avessero aperto le porte qualcuno sarebbe stato catapultato di sotto. Le porte si aprirono. Nessuno cadde fuori, tutti si erano assicurati a una presa salda. Cinque o sei persone tra quelle che stavano sulla banchina si spinsero verso il vagone. Uno di loro riuscì a infilare un braccio tra la folla di passeggeri e ad arpionarsi al corrimano d’alluminio appena oltre l’entrata […] Il macchinista azionò il comando di chiusura delle porte. Ma con quell’uomo metà dentro e metà fuori, il sistema di sicurezza del treno riaprì gli sportelli. Tra i passeggeri qualcuno cominciò a prendere a ginocchiate le falangi del tizio allacciate al corrimano, qualcun altro  cercò di staccare dalla presa un dito alla volta. Tutto inutile, l’uomo aveva una forza di volontà incrollabile. “La reggo” disse Federico al tizio tarchiato che si trovava tra lui e l’uomo che bloccava le porte. “Le tengo il braccio. Se si allunga può raggiungere quel tizio con dei calci”. “D’accordo” disse il tarchiato “Ma lei mi tenga stretto”, gli raccomandò, e gli offrì l’avambraccio. Federico lo afferrò. “Lo sbatta giù in fretta”, gli disse. “Abbiamo già quaranta minuti di ritardo”».

«Comodo, silenzioso, vicinanze metrò» offre spunti di riflessione sulla società attuale, ma è soprattutto un libro divertente. Lo sguardo di Antonio Spinaci è ironico e acuto, la scrittura piacevole e scorrevolissima.

Restano nella memoria del lettore, accanto alla figura del protagonista Federico Plomb, anche alcuni personaggi secondari; come il direttore dell’agenzia Zambon e il suo pesce rosso, con il quale l’uomo finirà in qualche modo con l’identificarsi; come Sant’Angelo, collega grafico di Federico, sempre ben curato e seduttivo, eppure vittima di un’infatuazione «fuori dagli schemi». O come la signora Pesenti, una portinaia impicciona che sembra uscita da un film di Pedro Almodóvar.

 

 

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Bettina Obrecht, «Castelli di fiammiferi», Uovonero, 123 pagine, 12,50 euro

Jan, che frequenta ancora la scuola elementare, è convinto che tutti siano in grado di parlare con gli oggetti. Le persone, pensa, non possono vivere in un mondo dove tutto è silenzio. Lui infatti parla con il frigorifero, con la sua automobilina giocattolo (un’auto dei pompieri), con un super eroe di plastica e con Erbavoglio, il suo orsacchiotto di peluche. E soprattutto Jan è il solo che riesca a capire quello che dice Malcom, il pappagallo di famiglia. Sua sorella Lisa invece, anche se ha due anni più di lui, non parla con nessuno. «Anche i suoi pensieri sono così silenziosi che nemmeno Jan può sentirli. Lisa tiene tutto per sé, come se qualcuno potesse portarle via qualcosa. A volte succede che Lisa capisca ciò che dice Jan. Ma raramente. E Jan scambierebbe volentieri tutte le voci che sente nella sua stanza con la voce di Lisa, se fosse possibile».
Lisa ha un grosso portachiavi e se qualcuno cerca di portarglielo via grida forte, fortissimo. Mangia solo i ravioli ripieni di ricotta e spinaci, gioca sempre con le stesse cose e vuole che nella sua stanza tutto sia in ordine e gli oggetti occupino un posto preciso. Molti credono che Lisa non sappia fare nulla. Invece Jan sa che la sorella riesce a dire «sì» e «no» e che, come il nonno, è capace di costruire bellissime torri con i fiammiferi. Jan sa anche che Lisa vorrebbe un cane, ma un animale è un impegno e la mamma è già stanca e a volte dice che non ce la fa più…
Bettina Obrecht, nata in Germania nel 1964, ha pubblicato in patria diversi romanzi per bambini e per ragazzi. Edito da Uovonero nell’ottima traduzione di Barbara De Carli, esce ora in Italia il suo ultimo libro, «Castelli di fiammiferi», una delicata storia di autismo vista attraverso gli occhi di un bambino.
Nel suo candore Jan comprende molte cose, anche quello che gli adulti non dicono con chiarezza. Che accudire Lisa non è sempre facile; che gli equilibri familiari potrebbero essere differenti; che il fatto che Lisa non possa andare in vacanza dai nonni con lui in fondo gli fa piacere «Così i nonni possono viziare e coccolare solo lui, come se fosse l’unico nipote». Ma Jan sa che deve proteggerla.
La vicenda è narrata senza retorica, il lettore si affeziona ai personaggi e spesso si commuove. «Castelli di fiammiferi», per citare il romanzo stesso, è come il suono delle chiavi che tintinnano contro il portachiavi di Lisa: «delicato e piacevole come un raggio di sole sull’acqua».
Un’altra scelta editoriale felice per Uovonero, attenta alle problematiche legate all’autismo, alla dislessia e alle diverse forme di disturbi dell’apprendimento, ma anche alla buona letteratura. Prossimo titolo in uscita per la casa editrice di Crema è «Hanz Zipfer e le cascate del Niagara», primo volume di una fortunata serie americana che ha come protagonista un ragazzino dislessico, scritta da Henry Winkler (il celebre Fonzie di «Happy Days») insieme a Lin Oliver.

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Alice Laplante, «Non ricordo se ho ucciso», Fazi Editore, 299 pagine, 17 euro

Jennifer White ha sessantacinque anni, è in pensione ma per molto tempo è stata un brillante chirurgo ortopedico. Abita in una bella casa, è vedova e ha due figli ormai adulti, Mark e Fiona. Jennifer White è anche affetta dal morbo di Alzheimer e con lei vive la badante Magdalena.
Quando Amanda O’Toole, la migliore amica e vicina di casa di Jennifer, viene trovata uccisa con quattro dita di una mano amputate con precisione chirurgica, la polizia interroga la dottoressa, sulla quale si concentrano anche i primi sospetti. La donna è coinvolta nell’omicidio? Oppure ha visto o sentito qualcosa che non riesce a ricordare?
Jennifer White ha un diario nel quale si sforza di annotare pensieri e avvenimenti. «Sta sempre sul tavolo della cucina: grande e quadrato, con la copertina di cuoio goffrato e spessa carta color crema. Il diario è il mio modo di comunicare con me stessa e con gli altri. Di riempire i vuoti». Anche i figli, Magdalena, la stessa Amanda scrivono sul quaderno di Jennifer, cercando un dialogo con lei a dispetto della malattia. Dal buio della memoria della dottoressa emergono talvolta ricordi nitidi ed episodi della sua vita passata. Ed è attraverso questa narrazione frammentaria, che oscilla tra passato e presente, tra delirio e realtà, che poco a poco la verità sull’omicidio viene a galla.
«Non ricordo se ho ucciso» (titolo originale «Turn of Mind»), pubblicato da Fazi, è il romanzo d’esordio dell’americana Alice Laplante, insegnante di scrittura creativa e autrice di libri di non fiction. Thriller inconsueto e avvincente, «Non ricordo se ho ucciso» ipnotizza il lettore sin dalle prime pagine. La scelta di adottare il punto di vista di Jennifer White – in parte distorto dalla malattia ma spesso, proprio in virtù di questa, anche disperatamente lucido – permette all’autrice di svelare gradualmente il carattere dei personaggi e le loro relazioni, spesso conflittuali e non prive di ambiguità.
Forse nessuno potrà mai entrare davvero nella mente di una persona affetta da Alzheimer e riprodurne i meccanismi eppure, grazie alla padronanza e alla qualità della scrittura, Alice Laplante sembra esserci riuscita perfettamente.

Sante Bandirali, «EAN 13 e altri disastri», Edizioni Uroboros, 149 pagine, 11 euro

«EAN 13 e altri disastri» è il titolo della raccolta di racconti che segna l’esordio narrativo di Sante Bandirali. Persona dai molteplici interessi e talenti, Bandirali è musicista – a Crema, sua città natale, dirige la scuola di musica Consorzio Concorde – ed è anche editore. Nel 2010 ha fondato con Enza Crivelli e Lorenza Pozzi la casa editrice «uovonero», per la quale ha tradotto dall’inglese «Il mistero del London Eye» e «La bambina dimenticata dal tempo», romanzi della scrittrice di origine irlandese Siobhan Dowd (scomparsa nel 2007).
Sante coltiva da anni la sua passione per la scrittura. Tre dei quindici racconti di EAN 13 erano già apparsi in alcune antologie, gli altri sono inediti. Cuori spezzati, storie ormai finite, sogni infranti, amari bilanci di vita: l’autore narra i piccoli e i grandi disastri dell’esistenza di ognuno di noi, e lo fa attraverso il filtro dell’ironia.
Nel racconto che dà il titolo alla raccolta il protagonista, innamorato della bella cassiera Serena, escogita una singolare forma di seduzione: «Visto che la comunicazione verbale non è il mio forte, sarà la mia spesa a parlare per me. Gli oggetti racconteranno la mia vita, la mia personalità, saranno i miei biografi, come nelle tombe antiche. Ho raccolto nel carrello una collezione simbolica di brandelli d’anima, le tessere di un puzzle di personalità destinate a costituire i frammenti di un discorso amoroso». È con un codice a barre tatuato sul braccio che il ragazzo vuole dichiararsi a Serena.
In «The blow job» c’è una bonaria presa in giro di certa arte contemporanea e del linguaggio di alcuni critici. L’involontario danneggiamento di un’installazione moderna in un museo di Londra anziché compromettere l’esito di un’esposizione, decreta il successo dell’opera e del suo autore.
L’ironia sfocia nel grottesco in «L’Astice» – costruito come un testo teatrale – dove una lite familiare degenera nel sangue (ma niente paura, non muore nessuno); diventa divertito cinismo in «Via Cricius», racconto del triste calvario di un povero criceto.
Il protagonista de «Il concerto», invece, viene fagocitato dall’ego di un pianista, fino ad annullarsi, materialmente e persino tipograficamente. In «Stira e ammira» una psicoterapeuta poco ortodossa associa terapia… e lavori domestici.
«Miss Belvedere» ha quasi il respiro di un romanzo: una storia di speranze disattese, affetti traditi, illusioni che svaniscono nella ruggine in una cittadina dell’Oklahoma, negli Stati Uniti, tra passato (la fine degli anni ’50) e presente (il 2007).
C’è poi il futuribile di «Something new, something better», ambientato in una città dove speculatori privi di scrupoli acquistano appartamenti di persone anziane a un prezzo inferiore al loro valore, per entrarne in possesso alla morte dei proprietari, ristrutturarli e rivenderli. La protagonista è una vecchia ex bidella, Elsa. «Quando usciva a fare la spesa trascinandosi dietro il trolley, guardava con orrore a quelle tristi ristrutturazioni tutte uguali, asettiche, immemori del proprio passato. Quelle speculazioni compiute da architetti senza etica né estetica avevano reso irriconoscibile il centro della sua città…». Un senso di spaesamento che si ritrova anche nella costruzione del racconto, diviso in quattro parti il cui ordine – volutamente – non corrisponde allo svolgimento cronologico degli avvenimenti.
L’autore ci sorprende poi con la deliziosa fiaba contemporanea «Rosalba, Side e la crostata di cioccolato». Rosalba è una moderna Cappuccetto Rosso senza il senso dell’orientamento, la nonna una simpatica vecchietta che va a scuola di ballo e a pattinare sul ghiaccio. Quando Rosalba si perde nel bosco non incontra il lupo cattivo, ma una buffa creatura della foresta che l’aiuterà a ritrovare il cammino e a consegnare in tempo una torta.
Ma a tenere insieme i racconti di Sante Bandirali è soprattutto la qualità della scrittura. Una prosa chiara e precisa, capace di evocare atmosfere: «Dietro lo scricchiolio della porta lo aspettava la notte, gelida e immensa. La luna che riverberava la sua luce azzurra sulla spessa coltre di neve lo rincuorò» («Buoni propositi»); una lingua che a tratti è quasi poetica nel descrivere ambienti: «Un dolce a ciambella aspettava sul tavolo di cristallo. Gli sembrava di essere entrato in un mondo fiabesco, dove il tempo si era trasformato in oggetti e si era fermato in quella forma sui mobili e sulle mensole. La vecchina stessa era così piccola, curva e grinzosa da sembrare uno gnomo millenario». («Something new, something better»). Una scrittura che ci trasporta da un racconto all’altro con leggerezza, fino all’ultima pagina.
EAN 13 verrà presentato giovedì 28 febbraio, alle 18.30, alla Libreria Centofiori di piazzale Dateo 5, a Milano. Intervengono, insieme all’autore, Chiara Beretta Mazzotta, curatrice del blog di recensioni letterarie http://www.bookblister.com, e Marco Casa di Radio Marconi.

Ingrid Beatrice Coman, «Dodici più un angelo», Ellin Selae, 187 pagine, 13 euro

«Faceva freddo, molto freddo, nel mondo degli uomini. Emanuel si tirò le maniche del maglione sulle mani e si avvolse alla meglio la sciarpa di cotone leggero attorno al collo. Avere di nuovo un corpo gli risultava faticoso, ingombrante, crudele». «Conservava ancora il pallido ricordo dell’ultima volta che era stato sulla terra. Il tempo sembrava così dilatato allora, così generoso, svincolato da ogni pendolo e da ogni calendario…» «Ma quei tempi erano finiti. Ora i giorni ruotavano veloci come rocchetti e le ore erano nodi di un filo di lana ingarbugliata e fragile che rischiava di rompersi da un momento all’altro».
Emanuel è una creatura ultraterrena, discesa nel mondo degli uomini per mutare le sorti di una città sulla via dell’autodistruzione. Ha solo pochi giorni di tempo per trovare dodici anime buone, dodici giusti che abbiano ancora una fiamma accesa nei loro cuori. «Non gli era sembrato tanto da lassù, come contrappeso da mettere sulla bilancia di una città intera da salvare».
Un angelo sulla terra, una missione da compiere. Potrebbe sembrare una storia banale, già letta, o la trama di tanti film visti al cinema, se non ci trovassimo di fronte all’ultimo romanzo della scrittrice romena Ingrid Beatrice Coman, «Dodici più un angelo», pubblicato da Ellin Selae. Perché tra i dodici giusti scelti da Emanuel ci sono gli emarginati, gli esclusi, come il barbone Pietro e il venditore ambulante Abubakar, o coloro che la società considera «diversi», come il piccolo Luca, bambino autistico tormentato da cupe visioni. Ma anche persone che sanno guardare oltre le apparenze e sono ancora capaci di prodigarsi per gli altri, come Maria o la giovane Olga, che lavorano in un dormitorio per poveri. Durante il suo breve passaggio sulla terra Emanuel vive come un uomo, soffre, ama: «Ma lui poteva avvicinarli solo provando ciò che loro provavano, temendo ciò che loro temevano, soffrendo ciò che loro soffrivano. Che fosse fame, sete, freddo, stanchezza, solitudine, lui le avrebbe passate tutte, e ogni piccolo dolore sarebbe diventato il ponte verso ciascuno di loro» «Come un frutto staccato dall’albero, si sentì perso. Si sentì solo. Si sentì abbandonato. Ecco ciò che si provava a essere uomini. Ebbe compassione per loro. E forse era proprio quella la porta da cui passare». È questo il significato più profondo del romanzo e il nucleo fondamentale della poetica «comaniana»: sapersi calare nei panni degli altri senza pregiudizi, senza giudicare. La stessa empatia che, verso i suoi personaggi, prova questa scrittrice che ormai da tempo ha scelto l’italiano come lingua di scrittura, una lingua che padroneggia sempre meglio a ogni romanzo.
Ingrid Coman vive tra l’Italia e Malta. È autrice della raccolta di racconti «Non spegnete la luce» e di tre romanzi, tra i quali ricordiamo «Per chi crescono le rose», pubblicato nel 2010 da Uroboros. È la direttrice editoriale della neonata Rediviva, casa editrice fondata dal Centro Culturale italo-romeno di Milano. Un progetto che prevede la traduzione in italiano delle opere dei maggiori autori romeni, la promozione di giovani autori nati in Romania ma residenti in Italia, e anche la pubblicazione di scrittori di altre nazionalità. A inaugurare la collana di narrativa di Rediviva è una raccolta bilingue di racconti firmata proprio da Ingrid Coman, «Il villaggio senza madri».

Brevi note per una poetica della letteratura-mondo italiana
By Raffaele Taddeo

Per approfondimenti http://www.el-ghibli.it

La lettura di due testi molto diversi sul piano degli argomenti trattati e i cui autori sono nativi in parti del mondo distantissimi, ma pure distante penso sia la loro cultura di base mi ha fatto riflettere perché c’è una coincidenza sostanziale sulle basi su cui si fonda l’essere. Questo assunto filosofico che in Parmenide e in Aristotele sembra immobile (l’essere è e non può non essere, il non essere non è e non può essere), dinamicizzato da Heidegger, ma pur sempre riferito ad una unità, all’unità dell’io che nell’esserci progetta, in due autori molto distanti l’uno dall’altro diventa totalmente dinamico. Sia Edoard Glissant nel suo “Poetica della relazione” che Vito Mancuso nel suo “L’anima e il suo destino” pongono l’essere come essenzialmente Relazione. Non perché ci siano due unità che si pongano in relazione, ma la relazione è di per sé la struttura dell’essere senza principi costitutivi preliminari alla relazione.

Scrive Glissant: “La relazione, l’abbiamo sottolineato non fa leva su elementi primordiali, separabili o riducibili – in questo caso sarebbe possibile ricondurla ad una meccanica suscettibile di essere smontata o riprodotta. Non precede se stessa nel suo agire, non presume alcun a priori. E’ lo sforzo senza limiti del mondo: che si realizza in totalità, sfuggendo cioè al riposo. Non si entra in relazione come si sarebbe entrati in religione. Non la si concepisce prima, come si è voluto concepire l’essere.”

Per Glissant questa affermazione serve a fondare una nuova poetica che non si basi sull’identità e a demistificarla totalmente per cui non c’è un io e un altro io, ma c’è solo Relazione tra due soggetti che senza relazione sarebbero nulla.

Per Mancuso la Relazione è il fondamento stesso del Cristianesimo. Non si spiegherebbe la Trinità senza la visione dell’essere come pura relazione. Così si esprime: “In principio era il logos – così si esprime il Quarto Vangelo. Il che significa: in principio era la relazione. Il significato principale di Logos è relazione. La traduzione corrente con parola o verbo è secondaria” e poco più oltre afferma: “La parola procede dalla relazione, la quale è il vero principium, la vera arche, di questo nostro mondo.”

Due studiosi che per finalità diverse convergono su un unico punto: la messa in discussione della staticità dell’essere, della inconsistenza di ogni identità perché base della realtà è l’alterità.

La letteratura-mondo e in special modo quella italiana non possono prescindere da una poetica che veda nella relazione il principio cardine del suo farsi, crearsi, costituirsi. Ciò non vorrà dire non assumere anche come argomento l’io, ma proiettarlo nell’alterità con la consapevolezza che senza la relazione l’io sarebbe un vuoto.

Il secondo aspetto connesso ad una poetica della Letteratura-mondo è la deterritorializzazione.

Nel testo di Edoard Glissant richiamato in precedenza il territorio in poetica acquista una dimensione secondaria perché la dimensione di riferimento è il territorio mondo. Ciò non vuol dire non partire dal piccolo territorio, che anzi solo questo può universalizzarsi, ma il piccolo mondo non può essere il riferimento ad quem, ma tuttalpiù, il termine a quo.

L’esaltazione della territorialità si accompagna molto spesso all’esaltazione dell’identità. Ogni poetica-mondo, ogni poetica che vuol avere la caratteristica della leggerezza e la prospettiva del futuro non può che emarginare sia l’identità che il territorio.

L’ACQUA DELLA VITA by Anna Maria Robustelli

Pubblicato: 18 dicembre 2012 da bibliodante in LA NUOVA EUROPA

l’acqua della vita
anna maria robustelli

Per gentile concessione di El-ghibli

Kay Stone1, femminista, studiosa di folklore e storyteller statunitense, ma che vive in Canada, ci parla de L’acqua della vita, una fiaba pubblicata da Andrew Lang seguendo una versione catalana:

“C’era una volta una terra così arida che in certi posti solo le pietre sembravano crescere, e solo gli alberi più resistenti potevano sopravvivere. Una sorella e i suoi fratelli vivevano lì. Avevano poco tra di loro, ma possedevano una cosa molto preziosa, un albero diverso da tutti. Questo albero fioriva solo una volta all’anno, nel periodo più oscuro. Germinava un fiore perfetto sul ramo più alto, e ogni anno questo fiore formava lentamente un unico frutto perfetto. Il primo giorno di ciascun nuovo anno quando il frutto era maturo, i fratelli e la sorella lo staccavano, lo dividevano e lo mangiavano. Il resto dell’anno sarebbe stato pieno di gioia, il che non significava che non avessero problemi, solo che non erano sopraffatti dalle loro pene.”
Ma poi le cose cambiarono. L’albero non produsse più il frutto benefico e i fratelli scoprirono che la causa era il fatto che non avevano diviso il frutto con altre persone. I fratelli maschi partirono alla ricerca dell’acqua della vita che sola poteva far rifiorire l’albero. Incontrarono una volpe che diede loro consigli su come raggiungere il pozzo di questa acqua, ma le risposero bruscamente e non seguirono i suoi consigli. L’animale aveva detto loro di non ascoltare certe pietre su cui avrebbero camminato che li avrebbero insultati, sfidati e adulati e avrebbero anche pianto. Uno dopo l’altro i fratelli replicarono arrabbiati e furono trasformati in pietre. Non vedendoli tornare, anche la sorella andò in cerca dell’acqua. Rispose educatamente alla volpe e seguì i suoi consigli, così giunse al pozzo dell’acqua miracolosa in cima alla montagna, ma il pozzo era guardato da un drago, che le permise di prendere l’acqua solo se lei gli avesse lucidato le scaglie della testa. La ragazza lo fece, ottenne l’acqua e riprese la strada di casa ma, camminando, alcune gocce caddero sulle pietre restituendo la vita a esseri umani e anche ai suoi fratelli. Tutti arrivarono all’albero e versarono l’acqua ai suoi piedi e l’albero cominciò a germogliare foglie, fiori e frutti che vennero divisi fra tutti.

”Tutti quelli che gustavano i frutti scoprivano che l’anno nuovo era pieno di gioia, il che non significava che non avessero problemi, solo che non erano sopraffatti dalle loro pene. Gli alberi ricominciarono a crescere in quella terra petrosa, ma solo un albero portava il frutto della gioia. Così fu e sempre sarà persino ora fino ad oggi.”
K. Stone nota come, con gli anni, abbia variato la storia, introducendo la figura del drago. Si chiede da dove sia spuntato e risponde dicendo che i draghi stanno a guardia dei tesori e quale tesoro è più grande della preziosa acqua? Nella storia la protagonista sembra consegnata all’attività di cura dell’albero, mentre i fratelli in fondo partono in cerca di avventure – un’immagine un po’ tradizionale della donna, ma solo all’inizio della fiaba – poi anche lei andrà in cerca dell’acqua. A differenza dei suoi fratelli ascolta con grande attenzione la volpe e, nonostante abbia paura, pulisce le scaglie del drago. Un’altra cosa importante che fa è non cedere alle parole delle pietre ma mantenere il cammino alla ricerca dell’acqua, perché è importante capire che dalle pietre in sé non può venire la vita, è solo dall’acqua che viene la vita. Questo forse ci può insegnare a non toglierci mai l’acqua che ci fa vivere, a rimanere in contatto con l’acqua che ci disseta e quindi ci dà nutrimento. Può darsi che vogliamo aiutare qualcuno, ma bisogna stare attenti a non diventare pietre noi stessi.

Così l’acqua rifulge in questa fiaba come simbolo di vita da condividere con gli altri, uomini e donne – in armonia con gli animali della terra (la volpe, il drago). K. Stone ci ricorda che le storie continuano a crescere ogni volta che le raccontiamo e a dare significati in tempi disparati, questo finché diamo acqua agli alberi e dividiamo i loro frutti fra tutti.

1″Fire and Water: A Journey into the Heart of a Story” in Fairy Takles and Feminism New Approaches Edited by Donald Haase, Wayne State University Press, Detroit, 2004

L’UOMO CHE VIAGGIA by Sante Bandirali

Pubblicato: 30 agosto 2012 da bibliodante in RACCONTI

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L’UOMO CHE VIAGGIA by Sante Bandirali
di Sante Bandirali è in uscita per Edizioni Uroboros la raccolta di racconti “EAN13 ed altri disastri

Era una capsula argentea nel sorriso irregolare del cortile. Una costante, in quel mutevole, multicolore e spesso sdentato sorriso. Dal mio punto di vista, avrei detto un incisivo superiore destro. Se ne stava laggiù, quattro piani sotto di me, perennemente immobile, estate e inverno, da un paio d’anni. Con quel telo grigio riflettente a ricoprirla, come per nascondere le carie della carrozzeria, per proteggere la dentatura acciaccata del rettangolo di cemento compreso fra il condominio Flora e il condominio Arturo, nella periferia est della città.
Non so dire esattamente da quanto tempo fosse posteggiata lì, quando per la prima volta mi accorsi della sua presenza. Da quando vivo qui, cioè dal matrimonio, cerco sempre di mettere la macchina nella fila opposta di rettangoli, più vicina all’ingresso del condominio Arturo, dove abitiamo, anzi abitavamo. Nel senso che io ci abito ancora. Quando facevo il guardiano notturno era facile. Al mattino, rincasavo quando tutti erano usciti, e di posti ce n’erano in abbondanza. Adesso la concorrenza è dura, a volte spietata. Ma pazienza.
Accanto al cortile c’è un giardinetto che i cani vanno quotidianamente a minare di ordigni biologici, per tenere lontani i bambini e i passanti. Il risultato è una terra di nessuno, governata da due tassi potati a sfera da una mano tanto abile quanto ignota e posti simmetricamente, uno a destra e uno a sinistra dell’unico vialetto che attraversa la ben concimata landa. Dal balcone di casa mia, per un fortuito caso prospettico e con un briciolo d’immaginazione, è possibile vedere nei tassi gli occhi, nel vialetto un naso – curvo in basso verso destra – e nelle due file di posti auto una bocca sorridente. Un po’ rigida, così lineare com’è, ma fatta di denti multiformi e luccicanti, sempre diversi o quasi. E con un po’ di fantasia in più, una riga vezzosa di baffetti bruno-rossicci, costituita dalla ringhiera marrone che lascia intravedere il minio dell’antiruggine in alcune parti scrostate. Sembra la faccia contenta e feroce della terra che sorveglia noi, suoi abitanti e parassiti, per ricordarci che siamo tollerati a condizione di non esagerare. Che altrimenti basta una scrollatina, magnitudo quattro virgola nove, e addio baracca e burattini.

La prima volta che la vidi fu il giorno dopo il licenziamento. Ero stato in giro per sindacati e camere del lavoro, senza grandi risultati. Poi ero andato da Gianluca a bere una cosa, e da cosa nasce cosa. Rientrai storto, quando il sole di fine maggio stava calando e si divertiva a ricopiare le figure di Giacometti con le ombre lunghe, sull’asfalto. Anche grazie al Doblò di Angelucci, l’imbianchino del secondo piano, messo di traverso a occupare due posti, la dentatura inferiore era al completo. Dopo un giro del cortile, infilai la Golf sull’altro lato, in un posto piuttosto stretto ma sufficiente per aprire la portiera e scendere. Per uscire dovetti fare una sequenza di contorsioni che sarebbe stata del tutto normale se avessi frequentato un master con Houdini. Fu dapprima il contatto a dirmi che c’era qualcosa di strano. Non il solito metallo, liscio, rovente e impolverato. Una sensazione fra la seta e la carta vetrata, quasi elastica, che si attaccò ai jeans e mi fece sobbalzare, quasi fosse uno zombie uscito dalla terra che cercava di trascinarmi giù. O la lingua vischiosa di quel faccione del cortile, che finalmente si era deciso a darmi la punizione che mi meritavo per averlo così a lungo deriso dall’alto del quarto piano.
Lui, lo vidi il giorno dopo, mentre ero affacciato alla ringhiera del balcone. Arrivò, strascicando il passo, e fece le cose che poi gli avrei visto fare per anni. Era un uomo corpulento, non grasso ma massiccio, che da giovane doveva essere stato particolarmente muscoloso. Usciva verso le cinque del pomeriggio dal condominio Flora e si dirigeva, lentamente e inesorabilmente, verso la macchina ricoperta dal telo protettivo. Il suo movimento era ritmato dal bastone, che riecheggiava nel vasto vuoto serale in attesa dei pendolari al rientro. Arrivato accanto alla capsula si fermava, la osservava, muoveva qualche passo, arrivava sull’altro lato, la osservava di nuovo. Restava in piedi così anche per una decina di minuti, in silenzio, a guardarla come una compagna addormentata dopo una notte d’amore. Le volte che qualche gatto imprudente osava farsi sorprendere su quello che doveva essere il cofano, lui trasformava il bastone in una lancia e affrettava il passo, o meglio lo rendeva più irregolare e frenetico, ma senza acquistare in velocità. E il gatto, forse più per compassione che per paura, si stiracchiava pigramente e si lasciava scivolare giù dal telo, allontanandosi a coda ritta e senza voltarsi indietro.
Dopo il rituale di avvicinamento scostava impercettibilmente un lembo del telo, lungo il fianco, e un attimo dopo scompariva. Questa era la fase che mi affascinava di più. In quella fase doveva alzare il telo, aprire la portiera quanto bastava per poter salire in macchina e, probabilmente non senza molte difficoltà, sedersi, infilare le gambe sotto il volante, una dopo l’altra, e richiudere la portiera. Eppure, a guardarlo, l’unica cosa che si riusciva a vedere era quel piccolo movimento del telo. Un attimo era lì, in piedi, accanto alla capsula, e l’attimo dopo – puf! – il bastone era appoggiato al fianco dell’involucro ma lui non c’era più. Poi si sentiva un motore accendersi e girare così, a vuoto, per dieci o quindici minuti. Nessuna accelerazione improvvisa, nessun rombo. Alla fine il motore si spegneva, e dopo un paio di minuti lui era già accanto alla macchina, con la stessa minima oscillazione del telo, e col bastone in mano si incamminava verso il portoncino d’alluminio del condominio Flora, diretto a chissà quale dei suoi molteplici appartamenti.
Non capii mai che automobile fosse. L’unica cosa che riuscivo a vedere, di quando in quando, era un bagliore di vernice rossa al momento della salita o della discesa dell’autista, una vernice che poteva far pensare a un’automobile sportiva, ma la sagoma era troppo alta e tozza, il rumore del motore troppo mansueto e rispettoso perché lo fosse. Ho cercato di ricordare se ci fosse un’automobile rossa parcheggiata abitualmente nel cortile, prima. Ma non sono un bravo osservatore.
Soprattutto nei lunghi mesi della disoccupazione, senza doveri professionali e senza risorse per concedermi piaceri d’altro tipo, era diventato un appuntamento fisso. Lo aspettavo sul balcone con un buon anticipo, per non perdermi niente della sacralità di quel rito di avvicinamento, e assistevo all’intera cerimonia con curiosità e partecipazione. Cercavo di non mostrarmi agli altri inquilini: non per vergogna, ma per gelosia. Quell’uomo era uno sconosciuto, ma non volevo condividere con nessuno quella religione, di cui non conoscevo gli dèi ma che mi aveva affascinato con la gestualità druidica dell’unico e supremo sacerdote.
Mi chiedevo quali favolosi viaggi facesse, quali magnifiche avventure vivesse durante quei quarti d’ora liturgici in cui il motore girava nell’intimità del telo argenteo. Qualche volta, di passaggio nel cortile, fui tentato di scostare il telo, di osservare da vicino il suo contenuto misterioso, di toccarlo con mano. Ma non riuscii mai a farlo. Il senso di profanazione che mi prendeva al solo avvicinarmi era insostenibile.

Quando accadde, fu qualche settimana dopo l’inizio del mio lavoro come distributore di volantini pubblicitari porta a porta. Dovevo camminare trascinandomi il carrello per chilometri, infilando nelle cassette delle lettere i pieghevoli di una promozione tre per due che serviva a un supermercato per attrarre clienti che avrebbero pagato gli altri prodotti molto più del dovuto. E quando il carrello si svuotava, dovevo tornare in macchina a riempirlo, cambiare zona, e camminare altri chilometri. E così via. Quel giorno avevo lavorato otto ore, con varie discussioni, di cui almeno tre feroci, con persone che mi avevano fatto notare in malo modo la scritta “no pubblicità” sulla loro casella postale.
Forse perché ero esausto, non me ne accorsi subito. Mi dissero il giorno dopo che li avevano portati via. Che doveva essersi addormentato, seduto al volante. Il telo si era avvolto in modo strano sotto alla marmitta e il gas di scarico, anziché uscire, era rimasto in circolo sotto il telo, entrando nell’abitacolo dai finestrini abbassati.
Erano usciti insieme dal cortile. Lui davanti, coperto da un lenzuolo, sull’ambulanza, e lei dietro, trainata dal carro attrezzi della polizia.
Ora l’espressione del cortile è cambiata. Uno dei due tassi, forse ucciso dall’eccesso di nutrimento, è morto. E nel cortile, proprio dove un tempo c’era la capsula argentea, sono comparsi i cassonetti della raccolta differenziata. A guardarlo sembra un pugile suonato, con un occhio spento e la mascella deforme.
Io ho avuto una discussione con un tizio che aveva un grosso cartello fuori dalla porta, proprio sotto la fessura delle lettere, con scritto “no pubblicità”. Mi è venuto incontro sventolando la brochure di un centro abbronzatura. Ha detto qualcosa come “adesso ti faccio nero io” e mi ha centrato con un cazzotto in piena bocca. Non ho neanche fatto in tempo a dirgli che quelli che stavo distribuendo io erano i cataloghi di una ditta di surgelati, e che la sua porta l’avevo saltata, per via del cartello.
Al posto del dente che mi ha buttato giù mi sono dovuto far mettere una capsula d’acciaio, che era quella che costava meno. È un incisivo superiore. Destro.
Adesso, ogni tanto vado allo specchio. Penso a lui e mi viene da sorridere, un sorriso ampio, con tutti i denti in bella vista. E lui arriva, col suo passo strascicato, il bastone e la sua corporatura enorme. Scosta il telo, mi fa salire e partiamo insieme, per i viaggi più fantastici che ci siano.