Lo sguardo dei bambini: «Il villaggio senza madri» di Ingrid Beatrice Coman e «Tutt’altro che tipico» di Nora Raleigh Baskin.
«Dieci. Dieci bambini che avevano qualcosa da dire. Dieci storie che chiedevano di essere raccontate. Io non ho fatto molto. Mi sono soltanto messa in ascolto […] Ho pensato: se la voce di questi bambini mi è arrivata al cuore, sul filo sottile che ci lega tutti insieme, non posso lasciarla svanire nel nulla».
In Romania sono circa trecentocinquantamila gli «orfani bianchi»: minori che vivono con i nonni, con gli zii o in istituti perché i genitori sono emigrati all’estero per lavorare. Nella raccolta bilingue «Il villaggio senza madri» (Rediviva Edizioni), che inaugura la collana “Ti racconto il mondo”, la scrittrice romena Ingrid Coman dà voce alla sofferenza di alcuni di quei bambini in dieci, intensi racconti.
Le madri partono per ragioni non sempre chiare agli occhi dei figli: «Avevo colto, qua e là, masticati in sordina agli angoli della casa, discorsi su sacrifici e bisogni e una vita migliore e soldi» («Pegno per mamme»); partono per andare a lavorare in un altro paese: «Sapeva del lavoro faticoso che la madre era costretta a svolgere, pulire le case della gente e sollevare vecchi infermi…» («Un giocattolo per gente sola»). Viaggiano con i pullman che fanno la spola tra la Romania e l’Italia, con i treni «Era passato tanto di quel tempo da quando sua madre era salita su quel treno buio e ostile […] A lungo aveva giurato odio a quel treno nemico e più di una volta era sgattaiolata sul retro della casa per lanciargli contro di nascosto le pietre, chiedendogli conto di tutte le creature che avevano messo piede sulla sua scaletta di metallo senza mai tornare» («Non toccarmi»).
I bambini mantengono vivo il ricordo delle loro madri attraverso un particolare, come la voce: «Non sapeva raccontare storie, mamma Alina, ma aveva una voce che gli trafiggeva il costato inchiodandolo come una farfalla in un insettario e confondendo i suoi pensieri come un vento d’autunno mescola le foglie» («Se il latte finisce»); attraverso un odore «Avevi addosso un profumo di arance, te l’aveva regalato la nonna due giorni prima, e la sua scia è rimasta nell’aria per molto tempo. Ho allargato le narici per respirarlo meglio e imprimerlo nella memoria; ho pensato che forse un giorno sarei venuto a cercarti e allora avrei potuto seguire le tracce di quella fragranza amara, come le briciole di Pollicino» («Pegno per mamme»). «Il vento aveva spazzato via le tracce dei suoi passi nel cortile e il suono del suo nome sulle labbra dei famigliari, persino le cose della sua stanza. A pochi giorni dalla sua partenza quel vuoto profumato, che sapeva ancora di lavanda e vestiti di mamma, era stato riempito da una donna massiccia e burbera a cui avevano affittato la stanza» («La matita rossa»).
I bambini aspettano il ritorno delle madri, e la sofferenza dell’attesa è scandita da gesti che diventano una consuetudine: «Quanto tempo era passato da allora. Quanti giorni erano scivolati sulle strade fangose del villaggio. Molti più di quanti ne potesse contare lei, pensò, ricordando quella fila di segni tracciati con il carbone sul muro dietro la casa, una linea per ogni giorno, finché il carbone le si era consumato tra le dita e aveva perso il conto» («La matita rossa»). In «Un lumino, due lumini» Luminita, stanca di barrare con la matita i giorni del calendario, comincia a contare i Natali, che per lei sono come «pietre bianche di fiume seminate sul sentiero della memoria, per non farle dimenticare la strada, e ogni pietra era una speranza in più».
Il legame che i bambini cercano di mantenere con le madri assenti è espresso spesso attraverso elementi simbolici. Quando il barbiere taglia i riccioli biondi di Catalin («Se il latte finisce») è come se gli strappasse qualcosa dal petto perché «quei capelli conservavano ancora le carezze di sua madre». Florin, il piccolo protagonista de «L’alfabeto sdentato», si rifiuta di scrivere la lettera “m” a scuola perché la mamma gli ha fatto promettere di conservarla per lei, così quando fosse tornata l’avrebbero scritta insieme «sul quaderno, sulle pareti, sull’asfalto, persino sulla Bibbia della nonna!». Da quando la madre è partita Irina («Non toccarmi») rifiuta qualunque gesto d’affetto perché «nella sua testolina, una carezza era come una promessa che non puoi mantenere, come un dazio pagato con la forza da qualcuno pronto ad assestarti un colpo al cuore».
Ne «Il villaggio senza madri» Ingrid Coman esplora ancora una volta, con sguardo commosso e partecipe, la dura realtà delle cose. Eppure la raccolta si chiude su una nota di speranza. In «Un mondo perfetto» Lisa si rende conto che anche le formiche, nel cui regno minuscolo sembra più facile mettere tutte le cose al loro posto, non sono perfette. Che dove c’è amore ci sarà sempre un filo invisibile a unire i cuori e che i suoi genitori non l’hanno abbandonata ma si sono solo «allontanati per un po’». E su un foglio strappato dal quaderno di romeno scrive: «Finalmente ho capito da dove passa la strada che porta a voi: da qui, in mezzo alle costole. Devo ricordarmi di dirlo anche agli altri bambini…»
Per la casa editrice Rediviva Ingrid Coman dirige la collana «Quaderni romeni»: opere di scrittori romeni celebri ma anche di autori meno noti. Tra i volumi già pubblicati «In assenza del padre» di Stelian Turlea e «Lisoanca a undici anni» di Doina Rusti, entrambi tradotti in italiano da Ingrid.
Ingrid Beatrice Coman, «Il villaggio senza madri», Rediviva Edizioni, 159 pagine, 10 euro
Jason Blake ha dodici anni. Non ama guardare le persone negli occhi perché le loro facce lo distraggono e per lui è più difficile ascoltarli. Parla poco e quando è emozionato sfarfalla le mani sopra la testa. Esistono delle lettere, delle sigle per “definire” i bambini come lui: DSA (Disturbo dello Spettro Autistico, ma anche Disturbo Specifico dell’Apprendimento), forse anche ADHD (Sindrome da Deficit di attenzione e iperattività), che secondo Jason sua madre avrebbe preferito. Persino lui si è inventato una sigla, RSPF, Ritenta Sarai Più Fortunato.
Jason ha una passione: scrive racconti che poi posta sul sito di Storyboard. E proprio su questo portale nasce la sua amicizia con PhoenixBird, «che è sicuramente una ragazza» e anche la sua prima, vera amica. Così, quando i genitori lo iscrivono al Sesto Convegno Annuale di Scrittura Storyboard a Dallas, Jason capisce che lui e PhoenixBird potrebbero incontrarsi. E se lei vedesse solo un ragazzo autistico e non il vero Jason?
«Tutt’altro che tipico», vincitore del prestigioso Schneider Family Book Award, edito da Uovonero nella traduzione di Sante Bandirali, è il primo romanzo dell’americana Nora Raleigh Baskin pubblicato in Italia. L’autrice adotta il punto di vista del protagonista, ed è forse questo l’aspetto più interessante del libro. Jason, che sa molto bene che alle persone piace ascoltare le cose nel modo «a cui sono abituati», quello nel quale «possono più facilmente identificarsi», racconta la propria storia alla maniera dei «neurotipici», i cosiddetti “normali”. Ma la sua percezione del mondo è differente. Lo sguardo di Jason svela le stranezze e le fragilità dei neurotipici, che spesso mentono, dicono cose che non pensano davvero fino in fondo. Attraverso i suoi occhi vediamo anche i suoi familiari. La madre ha un viso molto bello, «come colline di dolcezza, e preziose arcate di capelli finissimi, e le labbra in movimento, denti bianchi», e lo vuole aiutare, desidera che sia felice e vorrebbe che fosse più simile a lei «anche se lei non sembra poi tanto felice per la maggior parte del tempo». Il padre è «il tizio che mette le parole sulla televisione quando guardi una partita di baseball, o una partita di football, o una partita di calcio. Inserisce il punteggio, i nomi, le statistiche…». Quando il papà lo abbraccia, Jason si sente bene, come se fossero «connessi». E poi c’è Jeremy, il fratellino, che ha come pregio quello di non aspettarsi che Jason gli risponda tutte le volte. «E non devo sempre guardarlo in faccia. Non vorrebbe nemmeno che lo facessi. Gli piace parlare con me quando guarda la tv o quando legge uno dei suoi fumetti, o quando si mangia le unghie» Jeremy capisce il fratello maggiore ed è solidale con lui.
Jason è consapevole di non essere come gli altri, di suscitare disagio e imbarazzo in molti neurotipici, ma come il nano Bennu, protagonista di molti dei suoi racconti, finirà con accettare sé stesso perché «Questo è quello che sono. Questo sono io».
«Tutt’altro che tipico» è anche un piccolo manuale di scrittura creativa. Jason è affascinato dalle lettere dell’alfabeto; ogni mattina si alza con una parola nuova in mente e punteggia la sua storia con riflessioni sulla narrazione, il punto di vista, la “suspance” (che lascia il lettore «con la voglia di altro»), la costruzione della trama e dei personaggi. Per Jason esiste un solo tipo di trama: «Le cose accadono. Tutto qua». Quando scrive utilizza spesso la prima persona «in modo che il lettore possa farsi veramente un’idea di quello che succede nella testa del mio personaggio. Può sentire la storia da quella voce, e così anch’io riesco a penetrare nella vita del mio personaggio. E posso sentire quello che sente lui». È quello che fa Nora Raleigh Baskin in questo romanzo delicato e divertente, che affronta il tema dell’autismo senza retorica né pietismi. Un’altra piccola gemma che si aggiunge al catalogo della casa editrice Uovonero.
Nora Raleigh Baskin, «Tutt’altro che tipico», Uovonero, 177 pagine, 14 euro





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