Nostalgia

You know how the time flies 
Only yesterday was the time of our lives 
We were born and raised in a summer haze 
Bound by the surprise of our glory days 

Il termine italiano nostalgia deriva dall’unione della parola greca nostos, il ritorno, e nello specifico il ritorno a casa degli eroi, e di algia, dolore fisico. La nostalgia è dunque il dolore che si prova nel tornare con la mente in luoghi e, soprattutto, tempi lontani, irraggiungibili. Quei glory days del ricordo diventano nella nostra testa con facilità perfetti, o quantomeno migliori dei presenti e di quelli sconosciuti e spaventosi che devono ancora venire. È proprio questo inevitabile confronto con il momento attuale a differenziare questo sentimento dal rimpianto e dal rimorso: chi soffre di nostalgia non desidera riscrivere nulla del passato, solo poterlo rivivere così com’era. Someone like you (2011) di Adele non è altro che il racconto di una storia d’amore conclusa, definita dalla voce narrante come “il tempo della propria vita”. Pensare che questo fantomatico momento – unico, irripetibile, perduto – sia esistito è forse la forma peggiore di nostalgia, perchè ci lascia non solo con la consapevolezza che il passato non può tornare, ma anche con la convinzione che futuro e presente non valgano la pena di essere vissuti fino in fondo, perchè l’apice della nostra esistenza è già trascorso. 

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Officina di espressioni creative
Sabato 17 gennaio, ore 10
Libreria Passaparola (via della Balduina, 122)
Tema dell’anno: Il tempo
Tema del mese: La nostalgia
Laboratorio di lettura O’Connor
Giovedì 15 gennaio, ore 19 (online)

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Futuro anteriore

Dalla Treccani: Il futuro anteriore (o futuro composto) è un tempo verbale dell’indicativo che esprime fatti proiettati nel futuro ma avvenuti prima di altri.

Il futuro anteriore… sarò stato, avrò fatto, saremo andati, avranno visto… esprime un’azione che ne precede un’altra, quindi colloca nel futuro un’azione già passata, conclusa; potremmo dire di avere il passato “dentro” il futuro… perché questo futuro anteriore è una sorta di lasciapassare grammaticale per viaggi nel tempo, una coniugazione con le gambe lunghe che riesce a saltare e scavalcare le linee della continuità ed arrivare dove vuole e far accadere ciò che serve per frasi come “quando leggerete queste righe, io le avrò già riscritte”.

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Il futuro anteriore è l’Eta Beta dei tempi verbali! Sì proprio lui! Perché se prendiamo la sua versione originale del 1947 in Mickey Mouse and the man of tomorrow (testi di Bill Walsh e disegni di Floyd Gottfredson) Eega Beeva (in originale) notiamo che non è esattamente un personaggio proveniente dal futuro in senso stretto (come riformulato soprattutto nelle storie italiane).

Vediamo meglio la trama: Topolino e Pippo, dopo una gita fuori città sono sorpresi da una tempesta e si rifugiano in una misteriosa caverna da cui nessuno, si dice, sembra aver fatto mai ritorno. Nel giro di poco si smarriscono e finiscono sempre più in basso, nel buio profondo ed è qui che Topolino incontra Eta Beta. A dispetto del suo outfit preistorico (l’intramontabile gonnellino nero) Eta Beta mostra a Topolino il suo orologio con una data apparentemente in avanti di ben 500 anni – 3 Oct 2447! Walsh e Gottfredson, però, non inscenano alcun viaggio temporale, tant’è che Eta Beta aiuta Topolino ad uscire dalla caverna semplicemente indicandogli la strada… per poi andare poi tutti insieme a Topolinia. Eta Beta, dunque, almeno in questa prima versione, è un abitante di un mondo sotterraneo dove il tempo scorre più velocemente, anzi dove il presente è trascorso più velocemente – diventando futuro – ed in cui l’umanità si è (già) evoluta nello strambo modo di cui Eta Beta è fulgido rappresentante, capace sì di straordinarie invenzioni ma anche di stranezze “primitive” e poco logiche. Un presente che diventa futuro, che si avvera e che sembra anche un po’ un passato (preistorico).

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[Report] Officina di dicembre 2025

Nell’ultima Officina del 2025 abbiamo parlato del Futuro.

Cristiano

Cristiano ha notato come generalmente ci rivolgiamo al futuro proiettando quello che sappiamo del presente e come queste previsioni poi si rivelino del tutto insufficienti a prevedere fenomeni o eventi che non immaginiamo o che non riteniamo effettivamente probabili.

Partendo dall’editoriale, ha poi parlato del ruolo degli oracoli nella cultura greca e in particolare nell’Edipo Re.

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Il concetto di futuro richiama immediatamente la fantascienza: è stato proiettato qualche esempio di come la fantascienza abbia anticipato innovazioni tecnologiche che sono state effettivamente realizzate decenni dopo (la videochiamata di 2001 Odissea nello spazio e, sempre da 2001, il tablet che i protagonisti guardano mentre pranzano) mentre altre invenzioni rimangono totalmente irraggiungibili. Il vero potenziale della fantascienza si rivela, però, quando racconta non il futuro ma il presente. Vengono proiettate due scene dall’episodio “Sia questa l’ultima battaglia” (S03E15) della serie originale di Star Trek in cui due esseri per metà bianchi e per metà neri si fronteggiano (uno nel ruolo di oppressore-inseguitore, l’altro di oppresso-fuggiasco). Solo alla fine dell’episodio, l’inseguitore spiega che l’altro appartiene a una razza inferiore (mentre fino a quel momento i due erano sembrati identici) perché è bianco sul lato destro mentre lui è bianco sul lato sinistro. Questa rivelazione fa immediatamente capire allo spettatore che la storia cui ha assistito è una metafora dei conflitti razziali che ha così avuto la possibilità di esperire senza il sostegno o l’impaccio del pregiudizio.

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Futuro

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“Ibis redibis non morieris in bello”: così – secondo la tradizione – rispondeva la Sibilla Cumana a un soldato. Il responso però è scritto su foglie e, racconta Virgilio:

se mai si leva un lieve vento e dalla porta schiusa si getta sulle foglie e le scompiglia, lei non si dà pensiero di acciuffarle mentre volano via per la caverna, né di ordinarle ancora e ricomporre le parole profetiche. Così tutti se ne ritornano delusi, maledicendo l’antro e la Sibilla.

Quindi “andrai in guerra, tornerai e non morirai” oppure “andrai in guerra, non tornerai e morirai”? Il responso è ambiguo e insoddisfacente.

La Sibilla di Cuma prosegue nel mondo romano la tradizione delle profetesse di Apollo iniziata assai prima in Grecia e il cui centro è Delfi, sede di un oracolo particolarmente celebre:

Mi disse Febo ch’era scritto ch’io m’accoppiassi con la madre mia, e che versassi con le mani mie il sangue di mio padre.

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Una zucca a lungo attesa

L’attesa – dal latino ad tèndere – letteralmente significa tendere verso/volgersi a… l’attesa ruota intorno a un oggetto o fine e rappresenta quel lasso di tempo in cui quell’oggetto o fine ancora non si è configurato, positivo o negativo che sia (ma questo ora ci interessa meno).

Cosa avviene, però, in quel lasso di tempo? Siamo partiti da una domanda: l’attesa è un momento che subiamo o che possiamo sfruttare?

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C’è un titolo che non potevamo ignorare: Storie di un’attesa. In questa graphic novel, Sergio Algozzino ci racconta tre storie ambientate nella sua Palermo, distanti negli anni ma che a modo loro si intrecciano e in cui il tempo è assoluto signore. Dei suoi tre personaggi “in attesa” ne scegliamo due. Il primo è un ragazzo di quindici anni che aspetta una sua amica sotto casa. È il loro primo appuntamento, lei è in ritardo e non esistono ancora i cellulari! Il giovane inizia a contare i minuti, il tempo si dilata, ma quando il ritardo si fa evidente si scopre incapace di fare altro se non “attendere”: se si spostasse lei potrebbe non vederlo al suo arrivo, se andasse a sbirciare a quelle bancarelle, così curiose ed invitanti, potrebbero non trovarsi. L’unico espediente per passare il tempo è guardarsi intorno, osservare le persone che passano, i balconi dei palazzi, persino le proprie gambe, senza allontanarsi mai…

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[Report] Officina di novembre 2025

Nell’Officina sull’attesa abbiamo parlato dei modi in cui si attende, di cosa succede nel frattempo, e del perché lo facciamo.

Valerio

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“Attendere” configura certamente un’azione, un disporsi all’arrivo di qualcosa o qualcuno. Ma è un’azione particolare, perché al contempo contempla (richiede?) il compiersi di altre azioni: nell’attesa posso leggere, dormire, fare una telefonata, etc. L’attesa appare così come un tempo da riempire. Ben lo vediamo nel confronto tra il quadro Una donna (L’attesa) di Felice Casorati e Sala d’attesa del reparto maternità di Norman Rockwell. Nel primo caso, seduta a un tavolo vuoto apparecchiato con delle scodelle egualmente vuote, una donna è colta nell’atto dell’attesa, immobile, forse assopita. Nel secondo, i futuri padri sono rappresentati da Rockwell nei comportamenti più eterogenei: chi sfoga la propria ansia, chi legge un libro, chi cammina nervosamente, chi scherza con gli astanti. Ma queste non appaiono come azioni neutre, in quanto tutte in realtà finalizzate a “ingannare l’attesa”, riempendo quel vuoto ben rappresentato da Casorati.

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Attendere o aspettare?

Alcuni dicono che ci sia differenza fra attendere e aspettare.

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Attendere ha un’etimologia “positiva” e dolce che lo configura come un verbo in uso da chi si volge verso qualcosa, tende a qualcosa. Aspettare (da ad + expecto) indica un atteggiamento più “serio”: guardare verso, guardare attentamente.

Nella nostra quotidianità i due termini finiscono per essere dei sinonimi: la sfumatura rimane, certo, e nessuno si potrà impermalosire se diciamo che stiamo aspettando l’autobus o che stiamo attendendo il nostro turno alla posta o in banca. O viceversa.

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