Recensione de La leggenda dello scriba e altri racconti, di S. Y. Agnon
Adelphi, Biblioteca, 2009
Confesso di provare un notevole disagio mentre mi accingo a scrivere queste note. Non riesco infatti ad assumere un atteggiamento neutro ed oggettivo nei confronti di un autore che ha associato così strettamente la sua vita e la sua opera alla nascita dell’entità statale responsabile da quasi sessant’anni dell’illegale occupazione della terra palestinese e del mostruoso tentativo di genocidio in atto. Leggendo della mistica dello shtetl, della saggezza dei vecchi rabbini, della santità delle antiche fonti, dell’anelito della diaspora al ritorno – temi che impregnano la produzione letteraria di Agnon e di cui questo libro presenta un parziale campione – li associavo da un lato alla distruzione di quel mondo operata pochi anni dopo dai nazisti – peraltro validamente assistiti dalle organizzazioni collaborazioniste ucraine, lituane, lettoni ed estoni oggi glorificate in chiave antirussa dalla narrazione unica – ma immediatamente dopo mi sovvenivano le immagini delle distruzioni di Gaza, dell’assassinio di migliaia di bambini, dei soldati che si vantano dei loro crimini, dei brutali raid dei coloni in Cisgiordania, della distruzione delle case con i bulldozer, dello sradicamento degli ulivi, della chiusura dei pozzi e delle sorgenti. Mi domandavo allora e mi domando anche ora: in che misura l’opera di Agnon, indubbio padre della letteratura israeliana, sionista problematico, può essere considerata una delle giustificazioni ideologiche di quanto sta accadendo? La risposta è estremamente complessa, e probabilmente al di là delle mie possibilità analitiche, anche perché per avvicinarvisi sarebbe necessario leggere altri suoi testi e molti contributi critici. Tuttavia questa domanda, che ritengo cruciale nel quadro di una valutazione complessiva dell’autore, accompagnerà come un basso continuo queste note, come ha accompagnato la lettura delle sue novelle.
L’analisi dei testi contenuti in questo libro è peraltro resa difficoltosa dal consueto mutismo che caratterizza i volumi Adelphi, privi in genere di qualsiasi ausilio critico (in questo c’è solo un glossario a margine, tanto indispensabile quanto scarno); si rende quindi preliminarmente necessaria una estesa nota biografica sull’autore, in quanto – ancor più che in altri casi – non è possibile approfondire le tematiche che caratterizzano la sua poetica astraendosi dal contesto in cui visse.
Shmuel Yosef Czaczkes nacque nel 1887 a Buczacz, in Galizia, cittadina allora facente parte dell’impero austroungarico ed oggi situata nell’Ucraina occidentale (Bučač). Il padre era un commerciante di pellicce e rabbino, appartenente al movimento chassidico, mentre la famiglia della madre faceva riferimento ai mitnagdim, fazione tradizionalista di origine lituana che si opponeva storicamente al chassidismo. Shmuel crebbe quindi in un ambiente impregnato di religiosità, anche perché della sua educazione ed istruzione si occuparono direttamente i genitori, che tra l’altro gli insegnarono il tedesco e l’ebraico, lingua al tempo utilizzata solo negli ambienti religiosi; già nel 1904 pubblicò in yiddish la sua prima poesia, cui seguì una intensa attività giornalistica, affiancata dalla pubblicazione di novelle e poesie in yiddish ed in ebraico. Nel 1908, ventunenne, si trasferisce in Palestina durante la seconda Aliyah, l’ondata migratoria ebraica dall’est Europa di cui sarà parte la futura élite dello stato di Israele. Qui pubblica, tra le altre, la novella עגובות – Agunot – termine con il quale nella tradizione ebraica si indicano le donne cui il marito rifiutava il divorzio, e che quindi vivevano in una posizione sospesa tra l’appartenere alla comunità ed esserne escluse. Facendo riferimento a tale stato esistenziale che sente suo lo scrittore adotta lo pseudonimo di Agnon, che nel 1924 diverrà il suo cognome ufficiale.
Nel 1912 lascia la Palestina e si trasferisce in Germania, continuando a pubblicare novelle e romanzi brevi; tiene corsi di ebraico per alleviare le difficoltà finanziarie, sino a quando, nel 1915, il filosofo ed amico Martin Buber lo presenta all’editore Salman Schocken – un sionista progressista, favorevole alla coesistenza in Palestina di arabi ed ebrei, che dagli anni ‘30 sarà proprietario tra l’altro del quotidiano Haaretz – il quale lo sostiene finanziariamente. Nel 1920 sposa Esther Marx, figlia di un banchiere di Monaco, che lo accompagnerà per tutta la vita e dalla quale avrà due figli. Nel 1924 in un incendio della sua casa di Bad Homburg va in fumo la sua preziosa biblioteca, ricca di manoscritti e testi ebraici, ed anche a seguito di ciò la coppia decide di tornare in Palestina, andando a vivere a Gerusalemme, dove nel 1929 perderà per la seconda volta la casa, incendiata durante uno dei frequenti scontri tra arabi ed ebrei. Nel 1931 pubblica in ebraico il romanzo che lo consacra, הכנסת כלה , titolo traducibile in La dote della sposa, peraltro mai pubblicato nel nostro paese. Diviene di fatto il più importante scrittore ebraico vivente e quindi, anche grazie al Nobel per la letteratura nel 1966, una vera e propria gloria nazionale e padre riconosciuto della neonata letteratura israeliana. Muore nel 1970.
Da notare che nel 1948 contribuì, con il Gran Rabbino Isaac Herzog, alla scrittura della Preghiera per il benessere dello Stato di Israele, che recita tra l’altro: “Rafforza i difensori della nostra Terra Santa / concedi loro, o Dio, la salvezza / e incoronali di vittoria / dona alla terra la pace / e la gioia eterna ai suoi abitanti”.
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