La tua città è in serie B
C’era una volta il west avrebbe sussurato nella canna della sua pistola il mai dimenticato e domo Charles Bronson… ma a noi nulla ci frega del giustiziere che non prende sonno. A noi non ci frega nulla di nessuno, il niente che vince, ma bisogna sforzarsi altrimenti il manico di scopa che busserà alle nostre chiappe risulterà difficile da rimuovere una volta entrato. Il noi va in pensione, quella ancora da riformare, al suo posto ecco Timothy, nome classico, il primo che nelle favole per bambini salta per aria mentre nelle favole per adulti fa la parte del kebabbaro egiziano. Timothy non è uno sprovveduto, cerca l’informazione ma quella sta sempre altrove causa rinnovo dei contratti con l’editore. Non da solo. Quando la becchi è sporadica, centellinata, censurata, servile. Anche il giornalismo di cooperativa accetta bonifici caimani tarando l’informazione. Se l’informazione non va al mare Timothy non va in montagna con buona pace dell’informazione. Partendo dai fatti, quelli lì, da giornalismo non svolto sul campo perché non c’è campo Timothy trae le sue riflessioni… ma per riflettere bisogna cominciare da lontano, dal lontano vangelo secondo San Matteo… no! Non da così lontano, cazzo. Subalpia piemontese era la città natale di Timothy, tutto nacque lì, dalle arti alle mode, tutto andò via da lì, dalle arti alle mode. Rimase le Moli… antonelliane. Ci lasciarono la Grigia, fecero solo la compiacenza di accompagnare all’uscita i reali, ma questo fu un favore esteso all’intero paese, simpatizzanti monarchici compresi, non una gentilezza particolare nei riguardi di Subalpia piemontese. Timothy era stato generato in una città che sognava in grande… ma Dio, il caso, il destino (meno responsabilità a chi non si conosce o comprende) l’interesse economico e politico (ecco, così è chiaro) ridussero la città alla pari dell’Ajax di Amsterdam. I lanceri di Amsterdam, Dio che orgasmo, il calcio come l’arte, l’Ajax come Subalpia piemontese, ovvero un glorioso passato, una fucina di talenti e nuove proposte per il presente, un futuro grigio topo speso nella difesa del proprio anonimato, quest’ultimo generato dalla razzia che altri club calcistici europei economicamente potentissimi e politicamente despoti intrapresero ai danni del team olandese. Razzia di talenti ovviamente. Razzia di proposte ovviamente. Razzia di talenti e di proposte nate e cresciute nel vivaio Ajax ovviamente, di conseguenza autentici fuori classe vanto della città dei fiori – legali e non, una scuola straordinaria che insegnò ai giovani un nuovo modo di intendere il calcio, un calcio moderno, totale, svecchiato dalle pregiudiziali del catenaccio italico o del britannico W.M., emigrarono a fare le fortune dei vari team di Barcelona, Madrid, Milano, Monaco, Londra, Manchester, Glasgow e via decantando. Il talentuoso libero dell’Ajax fine anni 80 Danny Blind dinnanzi allo scempio aggiunse.. “Il mio Ajax fu una ventata d’ossigeno dopo gli anni bui che seguirono ai fasti del decennio anni 70, il nostro modo di stare in campo era una novità assoluta nel panorama calcistico di allora, avevamo assimilato e reinterpretato la lezione del maestro Cruyff. Una novità apprezzata e temuta. Ci eravamo fatti degli amici ma numerosi nemici, primi fra tutti quei vecchi senatori del calcio olandese, sanguisughe che non accettavano il tramonto del loro modo di intendere il pallone e di conseguenza il tramonto di loro stessi. La congiura fu interna. Molti ex calciatori non potevano accettare che il mio Ajax, mio e di Van Baasten, di Koemann, dei fratelli De Boer, di Bergkamp, di Jonk ecc. potessimo vincere più di loro, fecero pressioni sui dirigenti e sui media perché fossimo ceduti all’estero in modo che il calcio ad Amsterdam non potesse rinnovarsi e i vecchi maestri potessero ancora vivere di rendita. La verità è che noi riempivamo gli stadi più di quanto fecero loro in passato.” Subalpia piemontese come l’Ajax di Amsterdam, il teatro subalpino equiparato al calcio tulipano, le croste al comando, il vecchio che avanza, l’obsoleto come messaggio, gli intrighi di palazzo, le censure della stampa, gli sprechi di denaro e come sempre chi ci perde è l’arte, prigioniera di direttori artistici amici dei senatori della scena anni 50, pluristipendiati, romani o bauscia, magari che in precedenza si occpavano di compagnie aree o navali e con una vaga somiglianza per quel che concerne la cera con certi ex parlamentari indagati dai giudici nel bello e nel cattivo tempo. Timothy, nome classico da racconto di Dickens, magari dell’Epifania, era conscio che nella sua città c’è più gente che insegna teatro che non nella Londra di vittoriana memoria. Anche chi non è mai stato a teatro, insegna teatro, se non addirittura organizza stagioni teatrali stabili o instabili. Se gironzolando al Testaccio ogni cameriere che ti serve la limonata è in realtà un attore che attende di salire sul treno per la celebrità, a Subalpia ogni cameriere che ti serve la limonata, ogni carrozziere che ti cambia il parabrezza della vettura, ogni africano che ti riempie la dispensa di eroina tagliata male è in realtà un insegnante di teatro. Tutto il teatro possibile. A prezzi di denuncia. Laboratori sull’uso del dito anulare maschile nel culo di una tartaruga centenaria, laboratori sull’uso dei capelli lunghi all’interno di un concerto heavy metal, dizione e interpretazione, laboratori sul taglio del cordone ombelicale ad un neonato settemino. Cose che manco i pazzi! Interventi da codice penale. Compagnie nate da due ore, non hanno ancora terminato di firmare le carte dal notaio ma che già ti mandano email di loro eventuali prossimi laboratori sull’uso dell’abuso sul minore. A Subalpia viene tutelata l’esistenza dei cialtroni a teatro in modo che i grandi vecchi della scena possano sentirsi sicuri che sino all’età di centovent’anni se non anche da morti, soldi e progetti verranno affidati a loro. Tanti soldi. Troppi. Somme ingenti per progetti inutili, megalomani. Le fondazioni stabili e regie si fondono come una banca Intesa o banca San Paolo qualunque parlando un linguaggio che solo loro capiscono, fatto di cifre, soldi, somme, spartizioni e l’arte? Ci pensiamo domani. E il bilancio? In culo il bilancio… e allora forza! Tutti insieme! Romolo Valli, Giorgio De Lullo, Carlo D’Angelo, Tino Buazzelli, Gustavo Modena e altri artisti defunti, scendete anche voi dal cielo o venite su dall’oltretomba e sottoponete ai responsabili della cultura torinese con delega al teatro i vostri progetti, fate lavorare i vostri colleghi, Elsa Albani, Paolo Stoppa, Giacinta Pezzana, Rina Morelli ecc., più sono vecchi i progetti, più sono vecchi gli attori, meglio ancora se morti, meglio è. I progetti nulla hanno a che vedere con le terre natìe di Timothy? Perfetto! Magari ci scappa pure qualche provino fasullo, qualche casting tarocco in modo da ciucciare altri liquidi alla regione, anche se non ce n’è sarebbe bisogno dato che già sappiamo chi schiaffare nelle produzioni. Chi? Ma qualche attore in carrozzella o sul punto di morte che combatte per l’eutanasia come Welby o qualche allievo inamidato di Accademia. E se qualcuno rompe i coglioni…? Facile, lo spediamo ad Alessandria.
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