Saltando di palo in frasca. Anticipando un poco alla storia come un estremo difensore chiuderebbe in fallo laterale la punta di spicco della capolista. Anticipando un poco alla geografia. Quella sera il nostro confabulare di toni e timbri aveva riscontrato la sua giusta dose di biada nella sala consigliare del comune di Gruglione. Periferia di Subalpia. La lectio magistralis verteva sulla legalità, l’oratore d’eccezione era un pezzo da novanta-novantuno, un fuoriclasse. L’ex pm del Pool Mani linde Pier Cavillo Amerigo! Già dal nome ti preme di portarti sull’attenti oltre che di portarti il pranzo al sacco, oltre che di portare te stesso anche se non hai mai svolto il servizio militare. Non hai mai svolto nessun tipo di servizio. Specialmente un servizio di pubblica utilità. Io e Deedee eravamo stati invitati. Deedee e io eravamo sul posto con i nostri leggii determinati alla griglia di partenza, motori accesi, si romba con il nostro show surreale su “Rubopoli”! Triste becchino della prima repubblica, impotente testimone della seconda. Filò tutto liscio come l’olio. Anzi, più liscio. Cera. L’attenzione del pubblico era tutta. Più gli avanzi. Gli anziani rimasero talmente pietrificati dalla nostra performance da dover essere rimossi forzatamente da un carroattrezzi pakistano. I giovani erano con noi. Si può essere con noi o senza di noi. Loro erano sempre stati senza di noi indi tanto valeva provare l’effetto di stare in nostra compagnia. Si godettero il nostro modo di regolare il palcoscenico dimenticandosi che quella sera la nazionale italiana di fighette avrebbe disputato il match decisivo per l’accesso agli euroland. Si qualificò la Scozia. Le fighette staccarono il pass grazie alla classifica avulsa. I transalpini rimasero in cantina a riflettere sui risultati elettorali. Il doc Amerigo elargì dati, fatti, vita consumata in procura, tecnicismi, tatticismi, speranza per il lungo termine. Noi arte. Ambienti surreali, una culla vocale, molta fantasia, battute non recitate, verità al ritmo di Sambodromo, bei momenti, falli in culo ad Alice in Wonderland, e un secco braccino corto per i tifosi dell’ottimismo e della speranza a lungo termine. Ma santa madre, speranza in cosa?! Il grande magistrato esponeva attraverso la logica, giostrava con la pragmatica, il raziocino era il suo pane, il tutto era condito con un pizzico di illuminismo. Ma si trattava pur sempre della visione eccessivamente lineare di un tecnocrate che tiene famiglia. Sarei contento se la ragione fosse dalla sua parte, ma temo l’inverso. Il teatro o per lo meno la mia visione dell’arte scenica mi impone un rompete le righe dando un calcio nel retto alla linearità di pensiero e affini. Il teatro ha un altro compito. Qualunque altro compito. Verità o finzione che sia, Grotowsky o Stanislawski al boffonchio, i fatti sono altri, non possono appartenere allo stesso mondo al quale appartiene la mitica toga e il resto del resto del resto. Ma diamoci due dritte. Meglio tre. Quattro sarebbe l’ideale. La frode alla pubblica amministrazione, anche se venisse debellata di gran carriera, in pussa anni ha trovato il tempo nonché il modo di produrre danni irreparabili. Arginate, disboscate, colate cementifere, spreco di risorsa naturale, menefottismo, imbellenza e altri talenti del genere. Il coppino all’ambiente è il grattacapo più tignoso tra tutti poiché riduce lo spazio. Ma di brutto! Legalità e ambiente sono le due faccie del Gianobifronte. Se consideri che il tempo come concetto è un sottoinsieme dello spazio fai due più due e hai già tratto il dado senza varcare la soglia del casinò. Senza lo spazio, o con uno spazio ristretto, l’animale umano tenterà di infilarti un dito nel naso e una mano nel culo per sottrarti un cucchiao di zuppa e tre dita di acqua. La consapevolezza se mai c’è stata, verrà totalmente rivoluzionata e impostata, concentrata sulle necessità prettamente organiche: crosta di pane, liquido, cacca. L’organicità di bassa lega. Certo non ci sarà bisogno del teatro, certo non ci sarà bisogno della musica, men che meno della pittura e i libri li useremo come stuzzichini per l’aperitivo al posto dei crostini in salsa di jogurt. L’arte in generale verrà messa in cassa integrazione. Ma anche tutto il resto avrà la mobilitazione infinita. Saranno inutili i fruttaroli, i pallonari, i pizzettari, i medicaioli, i preti, gli studenti del Dams, le segretarie d’azienda, i pollitici, e i magistrati. Tutti da gettare al macero. Dicesi l’annullamento dialettico generato dalla mancanza di ossigeno. Guardalo lì, tranquillo come un cucciolo di procione, il macigno appeso al collo di questa atipica generazione di manofattari. Ma rinveniamo. Il teatro è più consapevole! La prima generazione di teatranti che si dovrà occupare oltre che di laboratori, provini, bandi, chiacchiere, distintivo, testi, battute, e mille altre scemenze anche di sopravvivenza del pianeta, cioè dello spazio, siamo qua! Ci dobbiamo occupare del necessario del necessario del necessario altrimenti quello che per un attore è necessario, cioè il palcoscenico, in futuro saranno solo sogni. La frase è sgrammaticata volontariamente. Beati voi, sessantottini, settantasettini e rampanti che come unica preoccupazione avevate il necessario. Ora noi ci sorbiamo il necessario al cubo! Dove cazzo reciterò i miei testi se voi dopo le vostre battaglie avete costruito, edificato, sprecato, e sborrato? Io ho fatto l’avanguardia di inizio 900, bello! Ah sì? Bravo, e poi? E poi tiravo giù assenzio nel bordello! Io ho fatto l’avanguardia nel ’68, capo! Ah sì? Bravo, e poi? E poi andavo in acido facendomi carezzare le palle da una trentina di groupie limitate e fantastiche! Io ho fatto l’avanguardia nel ’77, bamboccio! Ah sì? Bravo, e poi? E poi sprizzavo in vena e prima del collasso lo depositavo in culo alla mia amica che gestiva una radio libera! Vedi, amico, tu che hai 25 anni nel 2007, non puoi capire, sei solo ipodio e telematia. Noi altri combattevamo il sistema (noi e altri evolutamente staccato), il sistema ci cingeva come le mura di una fortezza medioevale, ma noi sapevamo, sottosotto, ma neanche troppo sotto, che anche se fuori eravamo dentro! Anche noi eravamo il sistema. Era bello stare in banda! Cristonare lo stato, la famiglia, la scuola, i soliti valori piccoloborghesi e poi elargire litri di seme sapendo che in fondo lo stato non ci avrebbe dimenticato. C’era sempre un posto prima o poi. Meglio prima che poi, nel sistema, meglio se questo sistema lo ingiuriavi perché la parabola del figliolprodigo di evangelica memoria ci ha insegnato qualcosa. Era il teatro! Noi eravamo una generazione che poteva permettersi di scagliare sanpietrini, tirare giù vino, birra, far godere la femmina, andare in acido, l’importante era rimanere nel limite oltre il quale non c’è ritorno. Prima del limite rientravi nei ranghi. Anche se facevi l’artista. Soprattutto se facevi l’artista!
Va bene, amico, sei stato chiaro, sono contento per te, hai vissuto gli anni migliori, adesso scusami se ti devo lasciare ma devo smistare la plastica dal vetro e gettare via il deodorante spray che tanto mi piace. Non ti offendere se non ho tempo per te, tu ne hai già avuto troppo per me, un intero dopoguerra. Hai ascoltato i grandi gruppi? Le rivoluzioni musicali? Le novità letterarie? Dopodiché cosa hai fatto? Hai fatto una famiglia? Sì? Sono contento per te. Adesso lasciami andare, no, non sto andando alle prove, nessuna prova, nessuna musica, nessuna novità, vado solo a salutare gli amici, gli amici più cari, tra cinque minuti ci pioverà addosso l’insostenibile!
L’insostenibile? Che figo, l’ho letto anch’io Kundera. Kundera? Ma vai a fare in culo, tu e la rivoluzione!