Giovan Bartolo Botta

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Salvator Gotta – chiava altrove!

In racconti o resoconti on luglio 28, 2007 at 3:57 PM

Aaah (sospiro di sollievo) Salvator Gotta, sì, mica Golgotha, no, Gotta, definirlo uno scrittore amico o un amico scrittore è come… non definirlo! Salvator Gotta. Cognome pacioso, come l’orsetto Teddy Raspin. Non identificarlo, non collocarlo nella lunga schiera di saltimbanchi che da qui all’eternità ma già purtroppo o per fortuna nel passato erano dediti ad alleviare le nostre pene con le loro filastrocche al ciliegio. Saporite. Un menestrello fuori dal tempo. Sì, perché Gotta non era un semplice scrittore, ma uno scrittore semplice, non nel senso che avesse poche pretese, al contrario quelle abbondavano come la molteplicazione dei pani e dei pesci fatta da Gesù Cristo alle feste nuziali dei leviti, lui era semplice perché con il suo modo di scrivere asciutto, schietto e sincero, ricordava più un raduno degli alpini che non un salotto letterario. E a lui le scampagnate piacevano, soprattutto quelle con l’amico fraterno di Agliè, Guido Doppiagi Gozzano, quando i due scapestrati avevano vent’anni e tanta voglia di spaccare il mondo. Scampagnate da adulti intinte di fiaschi, birra a fiumi mescolanza e rito masturbatorio. Tante idee letterarie. Salvator Gotta, figura carismatica in quel di Montalto Dora, un talento della penna dotato anche di due ottimi piedi, uno su tutti il mancino, quello di Satana, uno sugli altri, il destro, quello di Andreotti. Un regista alla Mazzola avrebbe spifferato l’immenso Carosio. Quante lotte sui terreni di gioco con il voltagabbana Gozzano a reggere il centrocampo e l’attacco degli eporediesi. I gemelli del gol gli avrebbe ribattezzati la vecchia volpe del Paron Nereo. In confronto Pulice Graziani erano da oratorio. Il momento migliore, l’attimo fuggente, per i due amici Guido e Salvatore era la doccia. Quando insieme lontano dallo sguardo di occhi feteffi potevano scrostarsi il fango dalla schiena e giocare a spadacino. Salvatore finiva sempre per farsi infilzare. Per primo. Poi toccava a Guido. Poi al resto della squadra. Era una squadra affiatata, quella dell’Ivrea. Ma non se ne fece nulla per Guido lo sfigo furono i problemi di salute cagionevole a ricondurlo alle pagine scritte in una pesante atmosfera da refetorio di scuola materna. Per il salvo fu invece Adelina a costringerlo ad apendere le scarpe al chiodo. Adelina, un nome che non lascia scampo ad interpretazioni errate, si tratta proprio di Adelina e non di Nina Moric, la futura moglie del Salvator Gotta, e cosa non si farebbe per amore della propria donna o della donna altrui e allora pronti, partenza, via, addio calcio ciao taverna, addio alle vecchie scampagnate nei paesi tuoi, addio alla schiena di Guido, bando agli amici, addio a tutto, fino al traguardo, più veloce di Senna, fino al matrimonio. Addio anche ai libri. Adelina docet. Se leggi, mi diventi intelligente, capisci il segreto della vita, di quanto è straordinario essere liberi, e quindi mi sfuggi via di casa. Fu allora che Salvator Gotta si incazzò di brutto facendo tremare l’intero Canavese. I libri non me li puoi proibire, strega! Invece sì, tu sei mio, solo mio, unicamente mio, non ci può essere niente oltre a me e a te. Il calcio arrivò delicato sul muso di Adelina, perché era il primo calcio, il primo di una lunga serie, Gotta non ci vide più, era un tornado, un vortice, un lupo manaro, perdeva mocio dal naso, sudava come mai quando correva per i prati, ansimava con allegato di gemiti degni di un cinghiale sodomizzato da un maiale, e intanto continuava a colpire la moglie con il piede sinistro, quello di Satana, ma lei non paga continuava a sbraitare la tiritera, tu sei mio! Mio, unicamente mio! Gotta prese un libro che stava sulla scrivania, uno a caso e cominciò a leggere ad alta voce uno dei suoi passi più famosi, dove il sindaco del paese e anche un po’ il macellaio del paese, il fruttarolo del paese, lo sheriffo del paese, il sacerdote del paese, il tabaccaio del paese, la prostituta del paese, in poche parole il paese dopodiché gettò il libro dalla finestra e si fece il segno della croce chiedendeno perdono al creatore di non essere stato un marito esemplare, confessò ad Adelina la sua omosessualità, ma non così come si confessa alla mamma di aver rubato la marmellata, le descrisse per filo e per segno i suoi rapporti anali con l’intera squadra di calcio dell’Ivrea, nel confessarlo guardando negli occhi la moglie saliva di tono e di volume, di tono e di volume, di tono e di volume, di tono e di volume, fino a provocare dentro di lei un infarto che le fu fatale, ma non nel senso che morì, la vita non è così semplice, fu un infarto gentile che la portò ad una paralisi totale. Lui non l’abbandonò, la tenne in casa, legata ad una sedia, nutrendola, cambiandola, accudendola e via dicendo ma con un particolare in più. Ogni giovedì sera Guido li veniva a trovare a casa e i due consumavano di fronte a lei dandoci dentro come dei forsennati provando gusto di fronte alla sua impotenza. Solo il giovedì però, negli altri giorni era un marito ideale.

Guido Gozzano – o forse no.

In racconti o resoconti on luglio 28, 2007 at 3:24 PM

Rivedere giardini contigui e cofanetti che contengono palme di viali vicine a rozze cancellate arrugginite, bambini che giocano al diluvio universale e uccellini in gabbia bisognosi solo di un bacio. Ascoltare ragazzi pronunziare che a 25 anni è troppo tardi per continuare, ed è stato tutto un errore, abbiamo vissuto il romanzo sbagliato, forse è meglio sparire, scorgere adolescenti intenti già a guardarsi alle spalle, a voltarsi verso il passato, a stimare un resoconto definitivo del proprio operato e ad ingiuriare contro dio e contro il fato. Prendere coscienza di uomini sconfitti già in partenza, prima di una battaglia, prima che tutto avvenga, basta una chioma bionda, bruna o anche castana, una melodia incantevole o una pelle bianca, grandi specchi chiari, maroni, verdi o neri, il presente si ferma, muore, soccombe come il ieri. Esprimere la propria arte perennemente schiavi del giudizio, summa di ideali dai confini già tracciati, tramandati dalla storia da non poter essere cancellati, appellandosi poi a dei presunti amici, i quali dileguandosi come sovrani codardi di fronte a guerre perse ti fanno riscoprire di essere uno stolto dispensatore di fiducie. Famiglie che disertano verso i loro doveri, dolori che si accumulano dentro anime già morte, cuori nati infranti, sepolti da silenzi come se tutto si fermasse come se fossimo finti! Assenza di prospettive mai nate, lunghi corsi di pianti, impotenza nell’agire in determinati campi, forse è tutto uno scherzo, questo è un mondo di santi, sono io che non comprendo, io, io, sono sempre solo io! Fanciulli promettenti, talenti iridati, sin da bimbi condannati ad una spregevole scalogna, bramare l’impossibile, desiderare l’indesiderabile collocati come pedine di scacchi su un tavolo di risiko. No! Non è lo stesso gioco, non è il loro gioco, non sono preparati, si chiudono in se stessi e vanno avanti. Ridere di se stessi mentendosi allo specchio, ironizzando sul contorno, sentirsi diversi, esprimere concetti dai dubbi natali, utilizzare un linguaggio proveniente da altri mondi, continuare a domandarsi di questa strana provenienza, quasi fosse fantasia o semplice dimenticanza. Isolarsi, non pronunciarsi, verbalizzare unicamente su piani diversi, non rispondere a quesiti, quando occorre dileguarsi, vivere solo col pensiero testimone del tuo essere! Rendere conto agli agenti esterni quasi fosse un tuo dovere, puntuale alle richieste di fittizi capitani, appuntare sul taccuino i corrotti avvenimenti di un’epoca sbagliata nell’assegno dei sorteggi, consumare pasti di continui controsensi sperando che non siano interminabili momenti, poi un giorno la scoperta che si può anche intervenire, è solo questione di pianificare, di fare una scelta, il coraggio non ti manca, i motivi li hai dipinti sul volto, il problema sta nel fatto che anche questa soluzione ha sposato la natura ricadendo nel banale di un’ordinaria atmosfera di normalità.

Costantino Nigra – “Lascia qualche passera agli altri”

In racconti o resoconti on luglio 28, 2007 at 2:48 PM

… ouviram do i piranga a margem placidas… Questo era l’inno nazionale brasiliano. Cosa c’entra l’inno nazionale brasiliano con Costantino Nigra? Nulla. Infatti andiamo avanti. Iniziamo seriamente lo spettacolo senza remore, senza mezze soste o fermate di soccorso. Aaah! … che bello l’amore, essere perdutamente innamorati, travolti da una irrefrenabile passione, ma bisogna che codesta passione sia fisica, fisiologica, fisiologicamente in potenza, c’è il bisogno, la necessità, la ricerca della mescolanza dei sudori, delle salivazioni, e delle anime per far sì che una fottuta passione sia appagante… bando alle ciance degli amori platonici, basta con le bubbole degli amori incondizionati, incondizionatamente, a fondo perduto, non ci crede più nessuno, nemmeno gli accerrimi sognatori, i puri di cuore, i senza peccato, gli scagli la prima pietra, i religiosi, i pii, gli stupidi. I can’t believe direbbe Strasberg. Non siamo mica dei pataca direbbe il vino ronco, un sorso di romagna, ai carduma nen diremmo a Candia.
Costantino Nigra sapeva districcarsi benissimo nel campo degli affetti, si smarcava, era un volpone, una lepre. Mia nonna mi diceva sempre che sua nonna che era contemporanea del Nigra diceva sempre “ognuno di noi ha i propri Nigra” che equivale a dire ognuno di noi ha i suoi crucci. Ma si sa che le nonne parlano troppo e a vanvera. Sentite come risuona bene nella cavità orale il sostantivo “Costantino Nigra”, Nigra, come il caffè, come una marca di pannoloni salvapiscio messicana, come un piatto tipico della Valle Maira. Costatino Nigra non era solamente un uomo di cultura, un uomo letterato, un uomo tuttologo, un uomo politologo diplomatico leccapiedi subdolo facinoroso e senza scrupoli un po’ come i socialisti nella prima repubblica. Innanzitutto non era un uomo. Era una bestia. Era soprattutto un rubacuori, un piaccione affabulatore di cervelli femminili, un macellaio del corpo ninfeo. Era furbo e si sa che i furbi fanno strada nella vita, ed è quello che successe a lui, integerrimo patriota nelle cause di forza maggiore.
Camillo Benso, Conte di Cavour, che ne sapeva una più del demonio, affidava a lui senza batter ciglio i più ingarbugliati crucchi o crocicchi diplomatici, perché se è vero che in casa comandano le donne è altrettanto conseguenziale che se volevi convincere un politico a sposare la causa piemontese dovevi prima fare tappa dalla moglie! Niente di più semplice per il depilato Costantino, moda insolita la sua di non portare barba lunga o basettoni improbabili nell’ottocento, in un certo senso il Costa era più avanti, proiettato verso il futuro. Era progressione. Il buon uomo non si curava di nulla, posseduto da un’ambizione irrefrenabile, mai doma, il suo tempo doveva necessariamente trascorrerlo sui libri, sui tomi, non era relativo il suo tempo come diceva quella fighetta di Bergsson, la relatività del tempo la dettava lui a sua immagine e somiglianza, viveva per la sua indipendenza come solo coloro che trascendono la banalità sanno fare, perché lui era il concetto e chiunque non comprenda il concetto, cioè tutti, era meglio lasciare perdere. Hanno versato più fiumi di lacrime per lui le sue donne che non i salici piangenti nei giardini di Semiramide, a partire da sua moglie, colei che lui preferiva definire sorella o amica e quando la persona che ami ti definisce in questo modo c’è solo una cosa da fare, o forse due… ma non dico quali. Ma si sa che la vita ti presenta inevitabilmente un conto da saldare e quello del Nigra fu caro e salato. Soprattutto salato. Una pizza Marinara. Tutto ebbe inizio in quel maledetto viaggio a Parigi. Aah Paris e i suoi viali romantici così simili a quelli torinesi, città nella quale il Nigra gongolava da un letto all’altro e non era quasi mai il suo. Il Piemonte parte in quarta per la riunificazione del paese. Cavour è motivato, Garibaldi fu ferito, fu ferito ad una gamba, Garibaldi che comanda, ma vaffanculo che cazzo scrivo, Nino Bixio è gasato, si muovono sottobanco addirittura alleanze con i Mazziniani ma c’è bisogno di Napoleone III o si soccombe nei meandri di un idioma gretto. Pensaci tu, Costantino, parlaci tu all’imperatore e come da prassi lui obbedisce agli ordini facendo tappa prima dalla moglie del sovrano transalpino… è fuoco vivido, nutrizione ardente, amore mordace come una fiera ebbra che sbrana interiora umane, è l’inizio della fine, il Nigra è spinto in un vortice di passione, un pozzo senza fondo, confida nelle sue capacità seduttive ma… fallisce! Succede, no?! Dai, cosa vuoi che sia, xe la vita, il mondo x’è pieno di donne. Ma per lui no! Lui non è abituato ai rifiuti sentimentali, non ci ha mai fatto il callo verso la negatività affettiva e adesso sono incubi! Si chiama amore non corrisposto, è una delle malattie che da sempre assilla l’umanità, non c’è rimedio. Niente vaccino, non è l’antitetanica. Solo oblìo. E il passo successivo è facile intuirlo, da amante non corrisposto il nostro eroe si abbandona al degrado fisico e mentale. Perde l’interesse verso la poesia, la letteratura, la politica, il sale della vita, la femmina, insomma muore dentro! La sua capacità di eloquenza si estingue in un moto di iattanza, perché è stata una iattanza conoscere quella donna. Il patriota diventa quasi traditore della patria, smarrisce la collocazione delle sue terre, il suo senno va a fare compagnia a quello di Orlando, e a nulla serve sapere che come lui ce ne sono stati tanti e ve ne saranno altri, non prendiamoci in giro a dire che il passato passa, non è vero, il passato rimane lì, vive sotto forma di ricordo e volentieri torna a tormentarci e tu sei costretto a fare i conti con i tuoi fantasmi… ti sei compromesso. Gli amici ti dicono che stai sbagliando, che non ne vale la pena, ma tu lo sai già, non sei uno sprovveduto, ma continui imperterrito sulla strada del tramonto, ti mascheri nel vizio di una apparente felicità, mostri il sorriso al prossimo sempre, ma dentro c’è il broncio. Costantino Nigra hai trovato pane per i tuoi denti, quella persona ti ha messo con le spalle al muro sei indifeso come un verme sotto la colla, spasimi maledettamente, anche un cinico come Dostojevski avrebbe pena di te ma in fondo non sei stato anche tu così? Non hai anche tu fatto disperare una miriade di donne per te? Ecco il punto è avvenuta una specie di rivoluzione copernicana, anzi copernicanica, una nemesi, Costantino Nigra avrebbe trovato la morte psicologica in ciò che per lui sino a poco tempo prima era linfa vitale, sentimenti. Dio! Che destino infingardo. La morte naturale giunse in modo naturale ma che senso ha quando sei già morto in modo innaturale? E allora rimane una cosa ancora da fare Costantino, l’ultima, fatti da parte, con le tue mani, fatti fuori, prima che sia il corso del tempo a porre fine ai tuoi inutili giorni, non guardare in faccia nessuno, tu, che sei stato qualcuno!

All’alba di un giorno qualunque i cittadini di Villa Castelnuovo assistettero a qualcosa di inimmaginabile, il grande letterato Costantino Nigra si presentò di buon ora nella piazza centrale del paese e dopo aver recitato ad alta voce l’atto di dolore cominiciò a colpirsi in testa con un palo di ferro fino a rompersela in milioni di pezzi.

Noi (o forse solo io) – un lamento continuo.

In polverie o poesie on luglio 18, 2007 at 1:29 PM

Niente di nuovo sotto il sole.
Neanche sopra.
Cresco. Maturo. Capisco. Conosco.
Era meglio prima.
Piccolo. Immaturo. Stupido. Ignorante.
Quando l’unica cosa che contava era la figa.
Quando la figa era l’unica cosa che ti contava.
Non conoscevi la noia.
La noia conosceva tutti tranne te.
Dal secondo dopoguerra ad oggi vi siete preoccupati unicamente di accumulo e chiavo in mano.
Montavate e sottraevate. Venivate e guadagnavate. Saltavate e vi arricchivate.
C’era chi crepava, ma quello sempre…
La pacchia è terminata.
Per noi più che per gli antenati.
Per noi più che per i posteri.
Noi abbiamo conosciuto il piacere di essere conosciuti.
Noi comprendiamo l’essenza del consumo.
Noi pagavamo la consumazione con un biglietto da dieci.
Ogni tanto abbiamo pure chiavato. Noi.
Per noi smettere di sognare è più doloroso rispetto a coloro che nasceranno in un futuro senza sogni.
Perché non era male essere conosciuti e pagare con un biglietto da dieci.
Noi si deve pensare a mettere i tamponi ai buchi lasciati da chi è venuto prima.
Noi.
Che non siamo venuti mai.
E non si potrà più limonare nel giardinetto. Con due. Con cinque. Con dieci. Con ventuno. Con ragazze.
Non ci sarà più il giardinetto.
Non ci saranno più le ragazze.
O se ci saranno. Saranno diverse.
Anche noi saremo diversi.
Saremo un esperimento.
Dei potenti.
Ma forse è solo un disagio personale. Se guardo fuori dalla finestra c’è sempre un giardinetto.
Ci sono sempre delle ragazze…
E se voglio comprarmi qualcosa saldo col biglietto da dieci.

Batti un colpo se ci sei 55

In Un attore qualunque on luglio 4, 2007 at 5:19 PM

Deedee impose la nota del neorazionalismo illuminista. La prima delle tre serate sarà arte varia. Si chiamerà ActingPOINT. Non avrai altro dio all’infuori di dio. La seconda verterà sul colasso della prima repubblica, la terza reading musical dada con allegato di presenza aliena transessuale. Pensavamo fosse easy mettere su l’arte varia. Come mettere su due uova al palett. Di artisti ne è pieno il mondo. Ovunque vai trovi artisti. Darwin fece un salto nelle americhe selvaggie per trovare umani allo stato brado e animali in buono stato. Non trovò nulla di tutto ciò. Trovò degli artisti. Di attori siamo all’esubero. Mobilità lunga. Sarà come rubare le caramelle ad un adulto. Vero, dovranno esibirsi gratis ma… il piacere del mestiere, l’entusiasmo di una generazione che non si è ancora piegata all’infausto destino a cui è atteso il globo, il profumo di underground che impregna il muro di certi spazi avrebbero sicuramente fatto da carburante alla moltitudine di giovani di buona volontà ansiosi di calcare la scena. Di mettersi a bottega. Sta funcia! Non fu affatto un letto di rose ma centinaia di spine. Non tanto per i giocolieri o per gli acrobati, quelli ritrovi anche senza chiamarli, quanto per gli attori. Quelli di prosa. Autentici strozzini con la puzza sotto il naso. Dicevi loro che si trattava di esibirsi in uno spazio teatrale alternativo e loro pretendevano Wembley o il Covent Garden. Lo scorcio istituzionale, il palco all’italiana. Spiegavi “ragazzi, non ci sono quibus, lo si fa per creare qualcosa, per noi, tanto lo sapete meglio di me, no, i soldi vanno chiesti a chi ne è carico che deborda” loro ti ribattevano con la cifra dell’ingaggio per il disturbo. Non ponevano nemmeno un articolo determinativo davanti ai numeri. No, direttamente la cifra e cazzi tua. In più molti di loro non sapevano che pezzo recitare. Ma cristo dio, chiedimi pure con che mano vuoi che ti liberi l’ano dalle scorie di merda. C’era chi chiedeva il catering, chi domandava se poi l’organizzazione avesse provveduto a pagare il ristorante, chi voleva la stanza in albergo nonostante avesse casa nella medesima città dove si sarebbe dovuto esibire. Magari proprio di fronte al teatro. Avreste dovuto sentire i prezzi. Pareva di stare dal concessionario. Un ragazzo di 24 anni che teneva laboratori teatrali ai bambini della sua parocchia sparò 200 euri per un monologo su San Giovanni Bosco. E non era neppure cattolico. Una ragazza che faceva fiati al doppiaggio ma che in realtà viveva grazie allo stipendio come insegnante di sostegno per infanti down ci buttò lì 300 euri per leggere un passo del vangelo di San Marco. Cacciai il ragazzo e presi il numero di lei. Non prima di averle dato il consiglio di prenotare un biglietto di sola andata per vaffanculo. Alzai la cornetta e contattai le scuole di recitazione. Avete giovani rampanti desiderosi di masticare la scena? Quindi non ancora attori ma allievi. Per me non esistono allievi attori, spessi gli allievi sono più bravi degli attori, però cristo di un dio, avrà almeno un senso questa distinzione dal punto di vista dell’atteggiamento verso la vita. Soldi! Mi ribatteva il dritto dall’altro capo della cornetta. Mettevo giù. La mia agenda era gremita di numeri di allievi attori. Quelli della Subalpia Spettacoli. Componevo il numero. Rispondevano al gusto di gelato al limone. “Ciaaaooo, che bello sentirtiiii, come vaaa? Come non va? Sei un grandeeee, un mitoooo” e altre leccate di culo. Dopodiché spiegavo loro il progetto indi pretendevo riscontro. “Allora ti interessa la serata?” Tergiversavano, menavano il can per l’aia. Ti gettavano sul coperchio proverbi dal colore grigio, cambiavano discorso, scherzavano, ridevano, se son rose fioriranno, se Maometto non va al mare non va da nessun’altra parte, tanto va la gatta al lardo che ingrassa, hai visto il Toro domenica, che schifo con l’Atalanta e così da copione. Io tornavo a guappo sulla serata di arte varia. “Allora, figlio di un cane, ci stai o non ci stai a fare un pezzo?” “Voglio soldi!” Riattaccavo. Incredibile, scommetto che se chiamo Alessandro Gassman viene gratis, pensai. Non fu così… ma quasi.

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