Giovan Bartolo Botta

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La dama bianca (Il trittico dell’incomprensione III)

In racconti o resoconti on agosto 31, 2007 at 7:50 PM

Lunedì 27 agosto 2007, ore 7.30 del mattutino, dopo un’estate trascorsa a divorare giornaletti di gossip editi dalla Cairo Communication sulla tazza del water, così tanto per elargire il mio modesto contributo alla causa granata eccomi pronto penna alla mano a buttare giù il testo per il laboratorio teatrale con M. D. M. Tema: il bianco. Svolgimento: non mi sovviene in mente nulla. Bagliori nel buio. Nella stanza accanto alla mia, la mia graziosa coinquilina della quale per rispetto non farò nome, Marina, cerca di calmare il fidanzato da poco tornato reduce da uno stressante training Erasmus di otto mesi presso la città di Turkeddu. Norvegia del sud. A giudicare dal cigolìo pesante del loro materassino ad acqua gasata pare che tutto stia andando per il meglio. Come dice il buon politico di Area Centrista: con il dialogo si aggiusta tutto. Ecco, mi balza in mente che il boyfriend della mia coinquilina fa Bianco di cognome, sì, Mirco Bianco Paccellini, detto Varenne dai suoi compagni di basket per evidenti motivi di sovrabbondanza nella zona sud del suo possente corpo, sì, potrei cominciare da loro, dalle loro insulse vite, dai loro piccoli problemi di cuore, mha… glisso all’immediato. Troppo scontata come soluzione, troppo semplice, sarebbe come sparare sulla croce rossa. Quella in Afghanistan però. Santa madre non riesco ad acchiappare la concentrazione, c’è troppo casino in casa, il loro amplesso somiglia più ad un fenomeno Poltergeist che non ad un’ordinaria cavalcata casalinga. Necessita l’uscita. A questo punto qualunque scrittore ti butterebbe lì il fatto di essersi recato a trovare la concentrazione in un bar, magari in qualche tugurio del vecchio borgo San Salvario, a cianciare con vecchie baldracche mattiniere e sbronzo frustrati operatori ecologici. Si chiama ‘sindrome di Bukowski’. Per un mucchio di buone ragioni non sono uno scrittore. Vicino a dove abito c’è la parrocchia del cuore nuovo di Gesù, costruzione sorta a ridosso dei tardi anni ’50 con la speranza di unire sotto il corpo del Cristo obsoleti pedemontani e novelli calabroni di importazione. È lì che mi reco a cercare la concentrazione sperando di non incrociare qualche diacono eccessivamente bramoso di confessarmi. Sotto con le idee. Ecco che l’ispirazione arriva puntuale quanto Briatore in Costa Smeralda. So che a M. D. M. non piacciono metafore, similitudini, comparazioni e sbobba simile, ma siccome la Gobba ha ben figurato in campionato, sono fiducioso sul fatto che chiuderà un occhio. E un orecchio. Sì, potrei raccontare una storia, che parla di una ragazza, oddio, ragazza, ormai neanche troppo, oserei dire di una donna. Una signora di Zenzero sui circa prima decade degli anta. Era caruccia, era viziata, era scontata, voleva fare l’attrice, calcare la scena, ottenere soldi e successo. Aveva sete di diventare la nuova Anna Magnani, la divina Giacinta Pezzana, al massimo se proprio le fosse andata storta, si sarebbe contentata di rivelarsi una discreta Nora Ricci. La conobbi anni or sono in facoltà, ma non dico quale. Vi dirò però che io stavo immatricolato da circa un anno. Lei dal 1997. Entrambi avevamo dato sette esami. Era il 2005. Stavamo per sostenere l’ottavo.

“Conosci quella lì?” mi domandò con tono complice un giovanotto conciato da punkabestia. Era uno studente del DAMS.
“Sì, di vista”, replicai a ritmo. “La chiamano la dama bianca”.
“Perché la dama bianca? Perché si veste sempre con indumenti di colore bianco?”
“No, perché si fa mantenere da un veterinario, chirurgo specializzato, per l’esattezza”.
“Come sarebbe, mantenere da un veterinario?”
“Sì, il suo ragazzo è un veterinario e la mantiene, le paga tutto, ma quando dico tutto, intendo dire proprio tutto, compreso la carta da culo. Così lei può permettersi di prendersela comoda e tentare la carriera nel mondo dello show business”.
“E perché lui le elargisce tutti sti soldi?”
“Perché è innamorato, cotto a puntino.”
“Vabbè ma pure lei ricambierà il suo amore, no?!”
“E come no? Con un bel pozzo di corna, si vende per la scena, solo che le va ugualmente male poiché i registi dopo averla francobollata tra le cosce anziché ringraziarla dandole un ruolo, le danno un calcio nel culo talmente deciso da rimandarla a fare la dama bianca nelle circoscrizioni della peggio cintura cittadina.”
“Le danno un calcio nel retto nel senso che la raccomandano?”
“Macché! Nel senso che dopo averle fatto milioni di promesse preorgasmiche sul suo talento, la rimandano a casa con un biglietto di solo andata”.
“E per dove?”
“Per vaffanculo!”
“Però, che stronzi sti registi.”
“Sei in errore, amico, non sono i direttori di scena ad essere stronzi, è lei che è una trombona mostruosa, una cagnaccia, ma non l’hai mai vista sul palco quella? Valla a vedere e poi mi dirai se tenevo ragione, la prossima settimana ci sarà il saggio della sua scuola di recitazione al teatro Melfilippa di Borghetto San Nicolò, facci un salto!”
“La dama bianca frequenta una scuola di recitazione?”
“Frequenta l a scuola di recitazione, amico, il centro di formazione teatrale Mariani Cialtroni Volpini, la scuola di arti per la scena più cara che esista sulla piazza, otto mila euro al mese di retta per un totale di tre ore di lezione a settimana. E prova a indovinare chi le allunga i soldi?! Il suo fidanzato veterinario!”
“Bravo, compare!”
Inutile dire che non mi fidavo di un punkabestia veneto e per giunta studente DAMS, feci il diavolo a cinque pur di arrivare quella sera a teatro possibilmente con la riduzione in pugno e ce la feci. Biglietto ridotto. 21 euro anziché 23,50. Grossa riduzione. Allungai alla cassiera 25 euri e la pregai di scialaquare il resto in caramelle all’eucaliptolo. Ero pronto per la dama bianca. Luci abbassate, applausi scroscianti, la sala era gremita di parenti, i suoi parenti. In prima fila il suo fidanzato veterinario, il suo bancomat umano. Ero tranquillo come un pascià di Persia, voglio dire che cosa sarebbe mai potuto accadere di così grave… un’attrice, un testo, una regia, della musica, qualche gioco di luce, oggetti di scena sparsi qua e là, insomma il teatro come lo si è sempre concepito, no? Magari non sarebbe stato lo spettacolo del secolo, forse in certi punti si sarebbero verificate le solite cadute che i critici mettono in evidenza pur di riempire i giornali, cadute di ritmo, di stile, di cippa di lippa, ma voglio dire… sono cose che capitano, è nella norma, nella pasta alla Norma, anche la superba Rina Morelli sul palco mica era sempre interessante o sbaglio? ‘Sti cazzi!!! Quello che i miei occhi videro quella maledetta sera mi lasciò interdetto per giorni, in seguito sarei potuto essere testimone di fenomeni satanici, medianici, di corruzione con concussione politica, di violenza urbana, di abuso su minore, di apparizioni mariane, di contatti extraterrestri, ma nulla di così… così… eh appunto, di così così. La dama bianca si presentò in scena coperta con una specie di saio bianco, turbante bianco sulla capoccia e ovviamente quintali di cerone bianco buttato in faccia. Siamo a teatro, vuoi mica non truccarti, anche se il suo più che un trucco di scena pareva un lavoro di una ditta che tratta calcestruzzo. Si chiama vezzo estetico. Gratuitamente estetica era il restante della sua presenza a cominciare dalla recitazione pesantemente ed ingiustificatamente drammatica anche quando doveva pronunziare battute di servizio quali “vado a far dare una controllatina all’automobile”. Notate che il testo era scritto dall’ipermoderno cantautore Carioca Chico Buarque di Holanda, autore tutto samba e fulmicotone. Battute rapide, delle vere cascate del Mato Grosso, protagonisti persone e non personaggi, vita che scorre e non lavoro sul testo con allegato psicologia spicciola da dito nel naso. La dama bianca pronunziava le battute come se avesse in zona sinusite non due dita ma un intero braccio, era come se stesse perennemente per scapparle da cacare. Questo a causa della sua ossessiva ricerca dell’effetto drammatico. Lo ricercava sempre. Non spesso, no, sempre. Anche nelle virgole. Usciva su con certe pause talmente eterne che quando toccava agli altri attori, in scena con lei, i poveri cristi si erano scordati le loro battute. La regia poi era a dir poco soffocante, ma non su tutti gli elementi in scena, solo su di lei. Era la classica attrice che se il regista non le insegna a pisciare dentro il vaso, quella, per mancanza di iniziativa, se ne sta nascosta in camerino. In seguito però sbraita pretendendo di metterci del suo su ogni tipo di scelta quando già tutto è stato deciso. Infatti eccola che sposta gli oggetti come se fossero tutti di cristallo, si accende la sigaretta con quella grazia fasulla da attrice mentecatta e ondeggia sul palco come se stesse eseguendo una fottuta coreografia messa su da qualche Oscar Wilde di turno. Manda in vacche ogni tipo di movimento natural fisiologico per sposare movimenti imbarazzatamente estetici che alcuni suoi insegnanti killer le hanno impartito alla scuola da 8 mila euro al mese. Devi essere bella da vedere quando reciti, cara, devi essere esteticamente convincente altrimenti non risulterai mai espressiva! Questo le avrà detto quell’avanzo di galera del suo insegnante di recitazione infilandole la manina barzotta sotto il maglione. Grosso errore! E lei giù a crederci azzerando ogni barlume comunicativo con se stessa e con il pubblico. Quale pubblico poi, i suoi fottuti parenti. Li scorsi io, quella sera, cercare di tenere a stento gli occhi aperti e la testa sollevata durante il numero della loro cocca. Uno show che sarebbe dovuto durare 45 minuti ma che grazie alle sue pause ottocentesche si allungò di un paio d’ore. In sala ci furono pure dei decessi. Tre per l’esatezza. Una coppia di anziani morì nel sonno. Per lo meno non soffrirono. Dell’altro non si seppe nulla. Tutto terminò con la consueta cortesia di sempre e poi più niente. La dama bianca tentò di cercare lavoro, un ruolo, uno qualunque “ma vi prego salvatemi, non voglio andare ad occupare un ufficio qualsiasi, io sono la grande attrice”, e in cuor suo era convinta di essere l’imperatrice dello star system e come tale si comportava. Si recava dal coiffeur un giorno sì e l’altro pure, i suoi indumenti erano all’ultimo grido, posava il deretano su una fuori serie e impiegava le giornate a curare le pubblic relation. Una volta alla settimana faceva affittare dal suo ragazzo una sala da ballo dentro la quale organizzava party frequentati da attori che parlano unicamente di agenzie per attori. Lì conobbe un direttore di doppiaggio tale Pippo Santamaria, un frociaccio checcoso di mezza età che detestava le donne, i comunisti e Luca Word. La convocò nella sua villa sul viale.
“Così vorresti provare con il doppiaggio, eh?”
“Sì, mi garberebbe tantissimo”
“Bene, hai già avuto esperienze nel settore?”
“Veramente… sino ad oggi ho solo fatto teatro.”
“Male, malissimo. A me stanno sui coglioni gli attori di teatro, siete troppo impostati, voi cazzoni teatranti, mi fate venire il voltastomaco quando vi sento recitare, da correre sul cesso e rivoltare la cena che ho appena ingurgitato”, e le mollò un ceffone che la prese all’occhio sinistro mutandole la fisiognomica. “Ma se fai la gentile, ne possiamo parlare. Avanti, seguimi!”
“Dove andiamo?”
“Non fare domande, stronza!”, e partì un secondo ceffone che le raddrizzò la fisiognomica. “Levati il vestito e indossa quella cintura con sopra cucito quel finto fallo di ebano, poi mi metterò a carponi sulla brandina e tu comincerai a darmi piacere. Vedi di metterci dell’impegno, altrimenti ti mando a fare i fiati. E partì un terzo ceffone che mandò la fisiognomica definitivamente a puttane. Fu una cavalcata degna della migliore amazzone, il giorno successivo a quella prima prova la dama bianca si recò negli studi di registrazione in Via Tal dei Tali dove venne accolta dal Signor Santamaria.
“Oh, tesoro, finalmente sei arrivata, splendido. Adesso fila subito ai fegatelli, cretina!”
E detto ciò scoppiò in una grassa risata addentando con ferocia il panino alla porchetta e fontina che teneva fra le mani. Il boss schiumava bavetta, lasciò l’ufficio in compagnia di un ragazzino sui 14 anni, trattavasi di un novello allievo del corso di doppiaggio. Allievo e maestro sparirono nei bagni e fecero capolino dopo tre ore e mezza. Il maestro teneva un’aria compiaciuta, l’allievo al contrario aveva i lucciconi, ripiegava su uno sguardo abbassato, era paonazzo in viso e pareva zoppicasse. Presentava pure alcune escoriazioni sulle mani e sul viso. Gli anni passarono e la dama bianca riuscì ad arricchire il curriculum con un paio di comparsate neanche in una sitcom televisiva, no, in uno spot di crema antizecche per cani che passava su una rete televisiva privata molisana. Il nostro tesoro era consapevole che con questo ritmo prima o poi il fidanzato avrebbe serrato il rubinetto dei finanziamenti, inoltre il suddetto non pareva più innamorato di lei come ai bei tempi, la piccola aveva la sensazione che lui si vedesse con un’altra. Non sbagliava. Il curafauna aveva da poco intessuto una relazione con una stagista settantenne ricca, conosciuta al circolo “Amici del fiume”, loco nel quale la buona borghesia si trovava due sere la settimana a discutere sul nulla. Presa da sudori freddi la nostra amica non trovò di meglio che farsi mettere piena durante una delle ultime rare volate di passione con lui, blindandolo definitivamente. Fu il classico dei classici.
“Dai, vieni dentro che tanto sono nei giorni della merla.”
“Ma cicci, sei sicura?”
“Sicurissima, credi forse che non conosca il mio circolo, schiuma, su!”
“Ma tesoro, tu sei venuta?”
Povero coglione, preoccupato pure di compiere il suo dovere di maschio, ma si arrese e fu una vagonata di seme. È il perfido gioco della vita. Che cos’è in fondo la vita se non dare vita ad altra vita? E poi dare vita ancora? Dando vita ad una nuova vita, lei avrebbe ottenuto tutte le scuse e le giustificazioni riguardo la sua rinuncia forzata alla scena. Il teatro? Sì, mi sarebbe piaciuto continuare, ma sai, con un figlio piccolo in casa come si fa? Il cinema? Guarda, un regista capitolino mi aveva contattato per una parte, ma sai, con un pargoletto che ti gira per casa che vuoi fare? Il doppiaggio? Mi avevano chiamato a Subalpia per dare la voce ad un grosso personaggio ma ho rinunciato, vuoi mettere la gioia che ti dà essere mamma? E mamma lo divenne sul serio, di due splendidi bastardi. Marcello e Clara in onore di Marcello Mastroianni e Clara Calamai, la diva dei telefoni bianchi. Quanta grazia, Sant’Antonio! Grazie, dio, per avermi fatto scoprire ciò che conta veramente in questa misera esistenza terrena. Successe quella sera durante un’edizione serale del telegiornale della prima rete. I nonni erano già a letto. La dama bianca aveva dovuto cambiare e pulire suo suocero che a causa di gravi problemi alla prostata e allo sfintere non riusciva più a controllare gli organici. Il marito non era a casa, aveva dato un colpo di telefono alla moglie nel pomeriggio, avvertendola che era in corso un codice rosso, un gatto siamese era giunto in barella con forti dolori alla cervicale, e che non sarebbe potuto rincasare prima dell’alba. Balle! In realtà era uscito a bisbocciare con i vecchi marpioni dell’istituto tecnico. Aveva fatto l’istituto tecnico ma era diventato veterinario. Fu Craxi a raccomandarlo. Fu la tessera al partito della balena bianca a salvarlo da Tangentopoli. Da qualche giorno lui aveva cominciato a rinfacciarle di essere un lurido peso morto mantenuto, di essere ingrassata come una foca e che piuttosto di avere un rapporto sessuale con lei avrebbe preferito farsi inculare da un circense senza protezione. L’aveva schiaffeggiata davanti ai bimbi e davanti ai vecchi genitori di lei e di lui che avevano preso le difese di lui, come se non bastasse le aveva confessato di essere un habitué di night club, di frequentare le prostitute nigeriane e di essere innamorato di un’altra ma sopra ogni cosa le aveva gridato che sin dal primo istante in cui la vide salire sul palcoscenico gli venne da infilarsi un dito nel culo e scappare al cinema. Per la nostra affezionatissima fu una specie di cortocircuito che scattò nella sua mente di brava mogliettina e perfetta casalinga. Fissò le sue dolci creature e si mise a giocare con loro alla direttrice d’orchestra, con il mestolo di alluminio in mano cominciò a dirigere il coro e sbraitare un motivetto caro ai suoi padri, e cantava e cantava allegramente mentre i bimbi seduti sul seggiolone di fronte a lei ridevano beati come se si fossero trovati davanti al televisore a guardare un cartone animato stupido per bimbi depressi e viziati. E ridevano e ridevano tutti e tre felici quando ad un tratto il canto della mamma divenne greve e in un nanosecondo il mestolo franò violentemente sul visino di Marcello facendolo precipitare dal seggiolone. Il piccolo per un mucchio di buone ragioni cadde di faccia sul pavimento. La sorellina cominciò a piangere facendo un baccano infernale.
“Sta zitta, stupida, o i nonni si sveglieranno, zitta, piccola, non è successo nulla, Marcello sta bene.” E per dimostraglielo prese il piccolo in braccio e glielo sbatté in fronte.
“Lo vedi che sta bene, piccola sgualdrina?” E detto ciò spalancò le finestre e gettò il piccolo Marcello tra le fauci di Birillo, il bianco Rottweiler di famiglia, il quale non ci pensò troppo a finire il suo padroncino come se si fosse trattato di un qualsiasi gatto randagio. I nonni sentendo frastuono si precipitarono in cucina. ‘Sti vecchi, mai che stiano al loro posto.
“Che succede, cara? I ladri?” Il primo colpo di lupara raggiunse la nonna paterna in pieno volto. La dama bianca si scagliò sul padre del marito, quello che non riusciva più a trattenere gli organici, il miserabile suocero cominciò a farsela addosso dalla paura, piscio e merda insozzarono il pavimento della cucina.
“Cristo, guarda che hai combinato, avevo appena finito di pulire!” e senza contare nemmeno fino a zero infilò la canna nella cavità orale dell’anziano e fece partire una serie di colpi all’impazzata che spedirono il merdaiolo a trovare Cristo prima del tempo. Ricaricò con calma l’arma, con una delle sue pause ottocentesche, questa volta mai così azzeccata, mai così necessaria. Aveva di fronte i suoi genitori, coloro che l’avevano messa al mondo. Erano imbalsamati dallo spavento.
“Tesoro, non vorrai fare del male ai tuoi genitori, spero, non è successo niente, mamma e papà ti vogliono bene, noi ti abbiamo dato la vita, metteremo tutto a posto, diremo che sono stati i ladri extracomunitari.”
“Bella vita di merda mi avete dato, io volevo fare l’attrice, volevo andare a Urbe, a Urbe, cazzo, perché da che mondo è mondo il cinema si fa a Urbe porco dio!”
“Ma tesoro, che modi sono…”
“Zitta, strega di una madre, invece sono dovuta venire qui a Zenzero, in questo mix di buco di culo dove non c’è niente a parte i prati verdi e gli allevamenti industriali di pesce, mi avete costretta a rimanere qui perché dovevo occuparmi di voi che eravate anziani, e mi facevate sentire in colpa se mi fossi trasferita a Urbe, sì, sentire in colpaaaa!”
“Perdonaci, tesoro, noi lo facevamo per il tuo bene, lo sai anche tu che Urbe è una grossa città ed è piena di pericoli.”
Non l’avesse mai detto, vecchia strega di una mamma, ora l’unico vero pericolo era lì, di fronte ai loro occhi. Partì una raffica di colpi a ripetizione che rese le caviglie dei poveri genitori una massa di poltiglia macinata, fu in questo preciso istante che si rivelò il talento della grande attrice. L’attore deve sapere ascoltare e lei ascoltò il suo cuore comprendendo che non era giusto finire i suoi cari con la medesima arma che in passato procurò al suo paparino numerosi premi nei tornei di caccia al cervo. Trascinò quel che rimaneva dei due pesi morti in cantina, i due supplicavano la loro unica figlia di non farlo, ma di non fare cosa? ‘Sti vecchi maledetti pretendono sempre di sapere tutto. La loro amata bambina versò sui corpi inermi numero tre taniche di trielina, si accese una cicca al mentolo ultrafine dotata di bocchino, le sigarette delle superbe dive del cinema muto. Tirò giù un paio di boccate e scagliò il restante sui moribondi ritrovandosi di colpo orfana. Salì di corsa le scale che dalla cantina la riportavano in sala da pranzo, l’infante Clara era ancora stipata sul seggiolone. Pallida. Sembrava avesse incrociato un fantasma. Chiamava papà. La dama bianca la prese in braccio e le fece inghiottire un bicchiere di detersivo per stoviglie prima di portarla nel suo lettuccio e rimboccarle amorevolmente le coperte dandole il consueto bacio della buonanotte. Questa volta al contrario di altre le raccontò la favoletta perché questa volta al contrario di altre aveva ritrovato il suo talento da attrice di teatro narrativo. La sua piccoletta non avrebbe dovuto conoscere i dolori e patimenti provati dalla mamma nel corso di questa strana vita. Questa vita dove paradossalmente le persone a te più vicine, quelle che ti dovrebbero incoraggiare, sono in realtà quelle che bloccano i tuoi talenti. Genitori, fidanzati, prole, amici, parenti tutti, famiglia allargata e non, focolare domestico e tutta questa tiritera. È da loro che ti devi difendere non dagli sconosciuti. Gli sconosciuti sono estranei, loro a te e tu a loro, non pretendono di conoscerti, non vogliono nulla da te. Ma quegli altri, quelli parlano pensando di conoscerti, di capire tutto di te e pretendono… ma non hanno capito nada! Se prestiamo orecchio al giudizio degli altri, alla fine del gioco la nostra esistenza rischia di diventare una specie di enorme cesso bianco, lindo come la neve sul Cervino, dentro al quale scagliare l’enorme massa di merda che ti getta addosso il prossimo.

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