Giovan Bartolo Botta

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Non ci ho dato titolo 7

In Un attore qualunque on Maggio 10, 2009 at 4:41 PM

Allopatico e olistico sono come popolo delle libertine e partito democristo. Ognuno di loro pensa di avere ragione su tutto e di conseguenza una dei due deve tenere per forza torto. Al termine della disputa risulta chiaro che chi se la stonfa sempre in base bassa è il paziente, il quale da malato diviene moribondo senza che le due discipline mediche possano aver trovato un punto d’incontro. Come sulla commissione di vigilanza della tv pubblica italica. Ma tutto doveva ancora succedere come diceva verso la fine degli anni novanta quel gruppo musicale di comunisti napoletani. Un amico di amici mi consigliò rapide sedute con il meditatore, una specie di allievo dell’allievo dell’allievo che con la sola imposizione delle mani avrebbe potuto lavorarsi il mio sistema neurovegetativo al pari di un micino domestico. Contattai il grande saggio, mi convocò nel suo studio prima ancora di rispondere al telefono. Poster di Vishnu appesi alle mura, ovunque foto di lui con gli sherpa sull’Himalaja sorseggiando dal termos. Vi era anche una foto sua, curiosa, mentre faceva lingua in bocca con il Dalai Lama sotto la doccia. Pensai: “Questo qui non perde tempo”. Tappettini in stile Marco Polo sui quali giganteggiava un obesissimo illuminato. Non un illuminato qualunque. Proprio lui. Il grande saggio era piuttosto tappo per essere grande. Un fottuto nano tipo premier. Saggio lo era sicuramente poiché come incipit si fece pagare la seduta prima ancora di iniziare a sedere. Mi allungò una tisana al sapore di virtù e mi fece scalzare all’ingresso. Cazzo, mica mi farà pregare pensai. I suoi gesti erano pacati. Posati. Ambulava scalzo per sentire sotto i piedi le saggezze dei popoli antichi. Comunicava con occhi serrati a modi veggente. Colui che vede e che sa prima ancora di udire. Tra i suoi piedi bonzi un trucciolones antistress tipo quelli che si trovano nei negozi per rincoglionimento cagnolini la faceva da padrone. La targhetta sul citofono scolpiva “Dott. Lavinio Neruda specializzato nel punto di svolta” e per lui la svolta ci fu sicuramente. Le prime quattro sedute mi fracassò gli zebedi con la cialtronata delle meditazioni. Tentai di meditare, di stare fermo ma più meditavo più mi innervosivo. Meglio sarebbe stata una solleticata ai coglioni. Non da lui, ovvio… Alla quinta seduta si scoprirono gli altarini e le sedute dovetti tenerli io a lui. Mi parlò dei suoi crucci, dei suoi guai con la finanza perché al termine delle sedute non rilasciava fatura. Dal 1982. Giocava ancora Tardelli. Ed era magro. Sua moglie se la faceva con un ufficiale gentiluomo mentre la figlia primogenita era incinta di un tunisino senza passato né futuro. Inoltre la sua secondagenita rischiava l’anno a scuola. La sua vita era a pezzi, uno schifo, e solo abbondanti dosi di benzodiazepina lo aiutavano a tenersi su. Di meditazione manco a parlarne. Io gli dissi: “Dottore, adesso mettiamo il disco per la meditazione della montagna, proviamo a rilassarci e vediamo come va…” Dopo due minuti di rilassamento stava già in astinenza da benzodiazepine. Se le ficcava ovunque, ste maledette benzodiazepine, nell’acqua, nel latte, nella tisana, le producessero in supposte, se le sarebbe ficcate pure in culo. Lo consolai con un buffetto. Meglio che niente. Al termine le restanti sedute gli lasciavo 5 euro di mancia. Una volta ricordo gli feci pure la spesa al rionale e si lamentò che alcune mele avevano il bruco. Notare che le avevo pagate con i miei soldi. Non volli nulla da quel mentecatto, nemmeno le ricevute. Dopo mesi mi arrivò all’orecchio la notizia che il coglione aveva dato fuoco al suo studio per ottenere il rimborso dall’assicurazione. Le telecamere da lui stesso installate per pescare eventuali ladri con le dita nella marmellata lo avevano smascherato lavorare di brutto con tanica e accendino. Adesso eventuali persone che desiderassero meditare con lui si devono rivolgere a San Vittore. Cella numero 103.

L’incubazione dell’ipocondriaco

In teatro on Maggio 4, 2009 at 7:33 PM

O internista, dammi la prova, voglio la prova qui, ora, in questo preciso istante che il mio malessere non è malanno da trattarsi anesteticamente con l’ausilio di ferri, garze, gazze, flebo, tamponi e giuro per te sarebbe stato meglio essere nato beccamorto che orchestrale di prognosi. Immaginarsi padroni delle nostre percezioni e poi ritrovarci depersonalizzati, derealizzati, somatizzatori, quanto scherzi della natura o habitué della casa di cura per dio o chi per lui, prentendo il mio mondo, il mio palco, rivoglio la mia cinesfera. Le braccia al loro posto, le articolazioni sane, quello strano vischio che mi corre in gola dal colon deve essere sedato, sparire, le gambe lì ad operare in regola. Non in nero. Sollevando il tronco. Il duende non è nulla senza salute. Il talento non è nulla senza salute. Coraggio, la mandibola torni a farsi mezzo della ritmica.

L’eterno dilemma del somatoforme

In teatro on Maggio 4, 2009 at 7:32 PM

Ossessivo o compulsivo, questo è il dilemma. È forse più saggio accettare una diagnosi sicura e dai più confermata o altersì ostinarsi verso un’interminabile ricerca dell’erreabondo nei panni di un don Quixote qualunque molinando al vento contro i propri fantasmi alla rinfusa di una prognosi che pare non poter esistere o esistere solo nell’inesistente? Ricercare, forse, ricorrere così per far trascorrere i giorni, i mesi, gli anni che ci separano dalla nostra ascensione. Nient’altro, spaventati forse più da un’insicurezza dei propri mezzi artistici che da una reale calamità patologica. Ricercare per recitare. Dunque rimuginare, immaginare, immaginarsi a replicare sulle tavole di un palcoscenico lucido, sano, scattante, infervorato dal sacro fuoco dell’interprete. Ma proprio qui casca il morto. È forse meglio affrontare le scene dispercepito sperando che nello svolgersi dell’azione drammaturgica la somatizzazione fugga spaventata di fronte ad un’inaspettata forza di volontà o attendere come ghiri che la somatoformia scompaia nei meandri del colon lasciando così spazio a talenti inespressi? Perché chi tra voi, che dovreste limitarvi a spalancare le fauci unicamente per far entrare di bolo poiché nemmeno immaginate di ciò che si va a discutere, chi tra voi imbonitori di provata inesperienza sarebbe in grado di calcare la scena sentendo le biglie carambolare nell’ocipite, le parestesie incombere come zecche per segugi sulle articolazioni, le afasie, le odinofagie, il visus malandato, la demenza degli arti periferici, il tunnel carpale, lo smarrimento dello scopo, il tralascio della vita, l’insolvenza sinaptica e lo scherno delle proprie intuzioni tenute a galla unicamente dal liquame amarognolo della boccetta? Chi si adatterebbe a prodigar versi e silurar lazi, scoregge e rutti sotto il peso di una mutata condizione percettiva del proprio soma e della coscienza, se non fosse che il timore di non riuscire nella vinta ci impedisca di ambulare a passo sicuro verso quel treno che mai più passerà. Ma adesso silenzio, giunge l’internista con se i documenti per la dimissione. Il resto è malanno!

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