In un lustro ho cambiato più coinquiline io che Ron Jeremy partner sul set. Nemmeno le ricordavo. Tutte. Mi ci sforzavo. Come quando siedi sul cesso e ti sforzi di abbattere la stipsi che da giorni ti rende l’esistenza una merda. Ricordo la coinquilina carina, la scorbutica, la paranoide, quella pulita, quella sporca, quella di destra e quelle di sinistra. Tutte in me hanno lasciato qualcosa. Io mai in loro. Per esempio una di loro mi ha lasciato in custodia vinili originali dei Dikdik. “Mi raccomando, trattali come se fossero fratelli tuoi.” Chetati! La rassicurai. Il primo pomeriggio già stavo al mercato del ciglio ricavanza decioni. Attualmente le mie coinquiline erano troppe. Per distinguerle assegnavo loro dei numeri. Numero 5 e numero 7 spesso e volentieri si asseragliavano in stanza per rifinitura d’appello universitario. Alle 16 sbaffavano la merenda a quattro ganasce. Uova, latte macchiato, patate al formaggio, due mele e mezzo litro di gasettume. Numero 5 umiliava la grande abbuffata di Ferreri. Numero 7 lavorava meno di mandibola ma studiava medicume. Fu la sua rovina! Le piallavo addosso come un’ombra subissandola di domande sui sintomi delle più svariate malattie. La seguivo financo al cesso e se necessitava le lustravo pure il puss. Purché mi illustrasse l’intera enciclopedia medica questo è chiaro. Il suo genitore era medico. Generico. Sinfonia per il mio udito. “Solleva la cornetta e fammi parlare col babbo!” “Ma a quest’ora sta sicuramente visitando i malati e…” “Basta cazzate, io sono malato ergo componi il numero e passami il babbo se non vuoi che prenda la boccetta di echinacea e te la versi nel naso.” Il babbo era apprensivo, gentile, soffocante quasi nell’illustrarmi l’allopatia. Le prime volte… successivamente si rese desaparecidos. Almeno due o tre volte alla settimana minuscoli futuri internisti cocorsisti della mia coinquilina si presentavano a casa per svolgere i compitini. Indossavano il grembiulino azzurro, la mascherina verde ed erano tutti maschietti tranne una pluribocciata. Sembrava di assistere a quei giochi di poppanti che imparano a diventare adulti. Macchina del gelato, macchina per cucire, macchina stoviglia, forno giocattolo e altre stupidaggini. Le loro madri li riempivano di tupperware contenenti l’insalata di riso per le pause studio. Un bel quadretto da mulino bianco se non fosse che irrompevo io con l’interrogatorio a mo’ di Scottland Yard. Lampade in faccia, guanto di pelle sul palmo destro e schiaffo repentino a chi non collaborava. Non “dov’eri la sera del 15 maggio 1993” ma “quali sono i sintomi dei calcoli biliari?”. I pulcini non lo sapevano. Erano al primo anno. “Fanculo, merdine, cosa vi insegnano a scuola, brutte teste di cuoio, io al primo anno già sapevo ciò che i terzini ignorano!!!” “Ma con tutto rispetto, tu studiavi al DAMS mentre noi…” “Mentre voi siete un grumo di finocchielli perbenisti degni solo di consumare crepes alla banana in una cremeria degli anni 80!” Gli animi si surriscaldavano. Io rivolgevo a loro quesiti di prima elementare, spiegazioni sulla sintomatologia dell’elicobapter pilori e loro nastavano nei calzoni. Io mi incarognivo e i miei acciacchi impennavano sino all’attacco di panico. Le mezze seghe, non sapendo tenere un termometro in mano, chiamavano la guardia medica ed erano tutti cazzi miei. Nel frattempo il mondo andava avanti.