Giovan Bartolo Botta

Archive for ottobre 2012|Monthly archive page

Un attore qualunque 31

In Un attore qualunque on ottobre 31, 2012 at 5:03 PM

La strategia difensiva degli avvocati del Signor Doroteo Gallone era simile a quella della Stingi. Attraverso alcuni documenti venuti fuori dallo scioglimento dell’ex KGB, si voleva dimostrare come la personalità del Gallone negli ultimi dieci anni di storia del pianeta fosse stata sequestrata da civiltà aliene per eventuali esperimenti e che di conseguenza all’interno del corpo del Gallone agiva non il Gallone medesimo ma una personalità sostitutiva. Una sconosciuta entità di riserva. Sarà stato Ishtar Sheraton. Pleiediano. Non era dunque il Gallone a rubare, ma una personalità aliena rifugiata nel suo corpo. Forse lo spirito defunto di un ex segretario di partito con garofano, si fece sfuggire a bassa voce il burlone presidente di giuria. Se questi avvocati si fossero limitati a dimostrare che il Signor Doroteo Gallone non era semplicemente in grado di intendere – di volere lo era sicuramente – durante la sottrazione di capitale, forse si sarebbe potuti arrivare a stabilire un patteggiamento tra l’accusa e la difesa. Con una simile difesa però i pubblici ministeri e il presidente della corte nonché la giuria al completo si sentirono sfidati nella loro intelligenza. In particolare l’accusa durante l’interrogatorio si mise a cuocere l’imputato a fuoco lento e fu una grande costinata anche se non era Pasquetta. Le risposte del Gallone ai giudici decretarono la fine di una delle pagine più commoventi e vergognose della storia del teatro di serie C. Il teatro non ufficiale, non menzionato nemmeno nei testi apocrifi. Vale dunque la pena riportare il sunto di quel dialogo tratto direttamente dai verbali firmati, timbrati e depositati in archivio. La legge è uguale per tutti (i poveri cristi).

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Un attore qualunque 30

In Un attore qualunque on ottobre 30, 2012 at 11:53 am

Il caso potrebbe essere chiuso in pochi giorni con la richiesta di rinvio a giudizio per i tre arrestati e la fugace, causa l’appropriazione indebita di danaro contante. Ma il pubblico ministero della procura di Subalpia che quel dì era di turno in ufficio finge di dimenticare le scadenze procedurali e non firma l’ordinanza di scarcerazione per i custoditi cautelari. Dopo due settimane gli artisti cominciano a dare fiato alle trombe. La responsabile economica del gruppo, dottoressa Chasmira Sonnet riuscirà a convincere i giudici di essere solo una figura firmataria, di completezza della prassi nella richiesta di contante alle banche, neanche una prestanome, ma una pedina di sfruttamento, tant’è che, dirà lei, non era a conoscenza dei piani economici e delle strategie artistiche del gruppo. Verrà creduta e potrà tornare a svolgere il suo lavoro di manipolatrice massoterapica. L’attrice Vezzina Stingi, molto apprezzata come interprete nel suo ambient, riuscirà a dimostrare attraverso una accurata perizia psichiatrica autentificata dal suo medico di fiducia – quello della mutua – di essere sempre stata assente dal suo corpo negli ultimi 15 anni della storia del pianeta. I magistrati però non le crederanno subito, e durante l’udienza, seguita in mondovisione, sottoporranno l’artista ad un interrogatorio massacrante. Attuale portiere della nazionale italiana di calcio? Zenga. Risponderà lei. Attuale capo dello stato italiano? Pertini. Risponderà lei. Attuale presidente degli Stati Uniti di America? Reagan. Risponderà lei. Era evidente che le piacevano gli anni 80. Questo venne fuori in particolare nella risposta al quesito: ultimo singolo di Madonna Ciccone? Like a virgin. Venne creduta. E rilasciata con le scuse della procura e l’obbligo ad iscriversi ad un corso di storia più che contemporanea.

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Un attore qualunque 29

In Un attore qualunque on ottobre 29, 2012 at 4:34 PM

“La direttrice artistica e la responsabile amministrativa della Minuscola Compagnia del Mughetto notificano all’interno del bilancio della compagnia medesima un’ammanco di euro 2000” così recitò il dispaccio ANSA delle 22.16 di un anno qualunque. Il giorno successivo la notizia apparve sulle principali testate giornalistiche nazionali negli spazi riservati alla cronaca viola. Io stesso venni a conoscenza del fatto mentre stavo utilizzando una pagina di giornale per ridare fiato al mio ano, dato che nei bagni del palazzo d’amianto la finanziaria aveva finalmente dato il colpo di grazia partendo dalla confisca dei rotoli di carta da bucio. Telefonai immediatamente in sede per ricevere ulteriori informazioni, parlai direttamente con la capoccia che mi rassicurò sull’entità del debito, non 2000 euro, ma 400 euro sforati dal budget a causa delle spese di fabbisogno per il guru Ariano Dio. Dio fa! E i titoli apparsi sui giornali? Frottole! Invenzioni di una stampa faziosa e squadrista contraria al modo di intendere il teatro della nostra compagnia. Tornai sotto le coperte con il cuore calmo e il cervello spento ma le sorprese non erano ancora cessate. Il giorno dopo, prima ancora che il gallo sbraiti, Zamonna, un’attrice della compagnia, mi chiamò sul cellulare. La finanza aveva fatto irruzione nella sede dell’associazione sequestrando carte compromettenti riguardo la posizione fiscale dell’associazione medesima. Fu come se ci fosse piovuto addosso il Mar rosso. Tutto insieme però. E la capoccia? Sparita. Disciolta nell’atmosfera senza lasciare traccia manco si fosse disciolta nell’acido. La guardia di finanza ha però arrestato gli altri due membri responsabili del direttivo dell’associazione, gli attori Vezzina Stingi e Doroteo Gallone, nonché la responsabile amministrativa Chasmira Sonnet, di padre neozelandese e madre filippina ma con i nonni nativi di Molfetta. Porcaputtana! Secondo le fiamme gialle il debito complessivo dell’associazione culturale Minuscola Compagnia del Mughetto ammontava non a 2000 euro come scritto dai giornali, bensì a 120 mila euro, frutto di prestiti richiesti alle banche e mai saldati. La capoccia era accusata di appropriazione indebita di denaro contante a fondo perduto. Ma si era resa irreperibile. Medesime accuse per Doroteo Gallone e Vezzina Stingi, i quali però erano stati sorpresi nella notte dalle forze dell’ordine rispettivamente sul cesso di casa, nel tentativo di combattere la stitichezza, e dentro il frigorifero, nel tentativo di prepararsi un panino alle salse di strutto. Buon appetito.

Un attore qualunque 28

In Un attore qualunque on ottobre 28, 2012 at 10:14 am

Coraggio, massaggiami i coglioni come piace a me! La città di Subalpia sprigionava euforia in ogni suo palazzo. Specialmente quelli che l’amministrazione comunale stava abbattendo per fare largo ai novelli grattacieli modello oriente evoluto che avrebbero dovuto ospitare le gare di city jumping durante le Olimpiadi autunnali 2006. Quelle della mezza stagione. In giro si soleva mormorare che questo evento sportivo era un dono alla città fatto dall’imperatore delle quattro ruote prima di ascendere al cielo. Le città che in precedenza ospitarono il medesimo evento crollarono indebitate su loro stesse. Nel frattempo però le prime turiste inglesi già elargivano il loro bagaglio tecnico nei bagni dei migliori pub della city. Le ragazze inglesi… puntuali come orologi svizzeri. Guasti però. Mi ero messo insieme ad una ragazza. Oioioi. Quale periodo più sbagliato per fare ciò, ma spesso ci si fa travolgere dagli eventi ed è subito sera. Anzi, notte. Non era una ragazza qualsiasi. Era la sorella gemella della fanciulla per la quale diedi di matto non molto tempo prima. Due secchi d’acqua simili nell’aspetto ma agli antipodi nello spirito e nello spartito. Non fu una storia lunga, la rivoluzione francese durò di più, ma grazie alla relatività del tempo nello spazio fu come se fosse durata all’imperituro. La sensazione di quando si usciva, è complessa da rendere. Cambiavano gli odori. Sembrava di essere in uno di quei romanzi di fantascienza di qualche autore sudamericano tossico e alcolizzato. In realtà cose simili sono sempre esistite. Anche Darwin ne fece un suo oggetto di studio. Ma finché non ne esci, finché non vedi le cose dal di fuori, ti pare di essere senza luce, gas e telefono. Riconosco che è un ragionamento da tossici, ma quello è. Apparenti forme di dipendenza. Io ero con la mia ragazza, la ragazza che mi piaceva era con il suo ragazzo di turno, tutti seduti allo stesso tavolo. Distruttivo ed essenziale allo stesso tempo. Me la cavai con la consueta parlantina. Aneddoti, curiosità, nozioni, attualità, cultura generale. Nelle relazioni umane tutto fa brodo pur di non far capire agli altri chi sei veramente. O per nascondere ciò che provi in un determinato momento. Al termine di una serata ad alto tasso etilico-adrenalinico-blatericio, la mia coinquilina Maescica mi attendeva sveglia per obnubilarmi con le sue originali minacce da canzoniere di Petrarca. Una al giorno più una per l’anno bisestile. Insulti tra gelosia e gentilezza. Ti sei divertito eh stasera?! Sei proprio uno stronzo, faccia di merda! Se avessi un coltello te lo pianterei in pancia!!! Buonanotte Maescica. Divertito poi!!! Divertito sto cazzo. Ma tu guarda a chi cazzo mi tocca rendere conto delle mie azioni, azioni forzate per giunta. Ehi voi come si sta là sotto ad Alcatraz? Qui in zona ospedali si sta come da voi. E intanto le turiste inglesi massaggiavano…

Un attore qualunque 27

In Un attore qualunque on ottobre 27, 2012 at 10:13 am

I sentimenti paiono una specie di circolo vizioso. E fin qui nulla di eclatante. La consueta boria. Tu ami lei, che lei ama l’altro, che l’altro ama se stesso. Tu non capisci lei, che lei non capisce un cazzo, che l’altro ha capito tutto. Tu ti deprimi e vai in malora, lei si depreda ma si salva in zona Cesarini, l’altro diventa un personaggio di spicco in questa società malata. Perdonatemi un flashback. Durante le nebbie degli esordi alla scuola di teatro una mia compagna mi presentò, più per caso che per un mucchio di buone ragioni, un’amica di una cugina di secondo grado di un amico dell’amica della sorella del suo uomo vibro di allora. Daphne. Nome pretenzioso. Aspetto da bava di Forlani. Iniziammo una piacevole conversazione al tavolo di un locale che in seguito verrà chiuso per inadempienza col fisco. Era un locale di Briatore. Parlai solo io. Quando ci alzammo per saldare il conto mi sbattè in viso la sua verginità. Lo farò per la prima volta con l’uomo della mia vita! E la seconda volta con chi lo farai? Figlio di puttana. Uffa, stavo solo scherzando anzi se tu domani conosci un ragazzo e lo ritieni quello della tua vita vuol dire che sei in grado di predire il futuro, sei meglio di Rosemary Altea, sei una preveggente del cazzo, dammi i numeri vincenti del Lotto che ci faccio gli euri. Sei un figlio di puttana. Ma io scherzavo, ho il senso dell’umorismo come l’ex premier, e le misi lo iascic in bocca facendole battere anche un po’ la testolina contro il muro del locale. Dopo di averle cavato anche l’ultimo pezzo di bruschetta dai molari mi eclissai tipo poltergeist. Il dì successivo di buon mattino sul mio fottuto cellulare ci stava lì, con fare soffocante un “ti amo”. Firmato Daphne. “Chi sei?” risposi dopo 17 giorni. Ti ammazzo! Firmato Daphne. Eccolo il circolo vizioso. Cercò veramente di uccidermi aspettandomi davanti a scuola munita di musicassette sulle boyband italiane e un registratore pronto all’uso. Ma io annusando il pericolo le diedi l’indirizzo di un mio amico da poco uscito di galera per strage “Becchiamoci lì!”. Abitava nel quartiere asfalto fiorito, tra i più complicati e bastardi quartieri della città. A confronto il Queens è un quartiere di uffici. Nel rione, incontrò dei tizi strani che la seppellirono di speculazioni sullo scibile, tipo prassi in Gramsci, ma con più pretese artistiche che politiche, furono nell’ordine: il conducente del tram numero 116, alcuni rumeni pronti a dimostrare di essere degni dell’ingresso nell’unione europea, un gruppo di turisti giapponesi da poco derubati, tre teste rasate omofobiche e omosessuali, il sacerdote del quartiere (qui lei già aveva smarrito i sensi ma il prete preferì comunque agire in borghese) e di già che passavano di lì, due sbirri fuori servizio. Chissà se tra questi personaggi si trovava l’uomo della vita di Daphne. Anni dopo venni a conoscenza grazie alla lingua lunga di un ambulante boliviano che la dolce Daphne si era fatta suora di clausura. Dio cresce il suo gregge anche grazie a degli indirizzi sbagliati.

Un attore qualunque 26

In Un attore qualunque on ottobre 26, 2012 at 10:31 am

Avevamo preso possesso proprio in quei giorni del nuovo alloggio. Maescica, Moccia e io eravamo reduci dalla vecchia convivenza. Pum! Scappammo di gran carriera. Fu come una fuga per la libertà ma trattavasi solo di un normale trasloco. Si caricò tutte le cianfrusaglie sulla vecchia Fiat 80 e si partì alla volta ospedali. Un viaggio solo valse per tutti. Ninì, la donna del Moccia, era novella del posto, ci seguì nella casa nuova, venne anche Botolo, il fottuto felino della Maescica con la quale con non poche difficoltà avevo condiviso gli spazi nel vecchio alloggio. Qui avrei avuto una stanza tutta mia. Potevo farmi una sega consapevole, che è diverso dal farsi una sega in pubblico. Il Moccia minacciato dall’intero Maghreb già stava nella lucida dimora da qualche giorno prima di noi. Uscimmo a fare follie per festeggiare il mio pronto lavoro e l’avvento nella di noi stamberga. Avrei offerto io. Ai tempi mi conciavo un po’ alla Jack Nicholson in Qualcuno volò nel nido del culo. Il Moccia pareva Che Guevara. Albino però. Ninì era di tendenza, pronta a fare la stagione in qualche discoteca sintetica, Maescica era… vestita tipo Chuck Norris in Walker Texas Ranger, alla caccia dei criminali. Charles Bronson in confronto era gentile. Al Trucido sfornavano pizze immense, i casermoni di Mirafiori sono miniature a confronto. La porzione per una persona sfama un intero campionato di calcio. Le donne, testarde, ordinarono il frittume oltre alla pizza. Guardate che poi non le finite. Fatti i cazzi tuoi, abbiamo fame. Non finirono nulla di ciò che ordinarono anche se sbafarono a quattro ganasce. Le reduci del Vietnam! Sembrava sorto il sole ma il gallo doveva ancora cantare. Il portafoglio poi…

Un attore qualunque 25

In Un attore qualunque on ottobre 25, 2012 at 11:42 am

Per il terzo flusso consecutivo il Palazzo di amianto uccellò la finanziaria di governo riuscendo ad organizzare un laboratorio spettacolo per attori, anzi attttttori, grazie ai capitali trovati negli scavi di un sito archeologico. Il laboratorio verteva sulla lagna greca, nella fattispecie Segugio a Colonia di Kashmiro Odoacre Sofocle. Tenuto dal regista Gaborale Vixis. Bisognava portare un pezzo a memoria, non un pezzo di pizza o di torta ma un brano. Ovviamente i più, essendo a conoscenza del fatto che la patonza greca sarebbe stato l’argomento del lavoro, si presentarono con a memoria interi capitoli della Medea piuttosto che dei Sette contro Tebe. Beeee! Io tenevo in testa un martoriato di Pedro Guiterez, un rifacimento di un noto successo del duo Gigliola Cinquetti/Tom Jobim e qualche barzelletta di Bramieri. Il regista e il suo collaboratore Norberto Veloso ci fecero mettere in cerchio attorno ad un grande tavolo sito nel maneggio. I cavalieri della tavola rotonda. Alcune ragazze si misero in testa di essere Ginevra (maledetto metodo Strasberg) e spararono curriculum decisamente improbabili. I don’t believe you. Giustiziate sul posto. E senza un regolare processo. Un tizio iniziò a sciorinare le sue esperienze con questo e quell’altro, nomi mai sentiti, i cognomi poi… Notai il Veloso in difficoltà nel cercare di rimanere con gli occhi aperti. Un’altra tizia, nostalgica da brivido fece due coglioni inspessiti ai presenti narrandoci la sua vita. Evidentemente sapeva che Gaborale Vixis fu un antesignano del teatro di narrazione. Pareva una cazzo di seduta psichiatrica. Giunse il mio turno. Curriculum? Ho lavorato con Romolo Valli e Giorgio De Lullo tra il 1965 e il 1972. I presenti mi guardarono allibiti. Specificai di essere venuto al mondo nel 1981 ma vi giuro che molti ci credettero e dopo il provino alcuni di loro mi vennero a domandare com’era lavorare con due mostri sacri come De Lullo e Valli. A parte il fatto che sono schiattati da mò, non ci potevo credere. È possibile giustificare il non sapere unicamente perché si vive o si pensa di vivere nel privilegiato limbo dell’arte? Non credo. È chiaro che del mondo reale ci si capisce sempre meno, vi si trova un linguaggio burocratico, tecnico, peculiare, atto a mettere in difficoltà l’uomo comune col fine di destabilizzarlo e fotterlo. Questo avviene soprattutto per quel che riguarda l’ambito burocratico amministrativo non come disciplina di studio bensì come fattore di scadenze, bolli, tasse, versamenti, pensioni, scaloni, trattamenti di fine rapporto, usufrutti, messe in regola ecc., insomma pubblica amministrazione e documentazione! Cose necessarie per far capire meglio a te stesso e al prossimo nonché alla fottuta istituzione chi sei e cosa fai o chi pensi di essere e cosa pensi di fare. L’uomo comune di fronte a queste sfide va in difficoltà e delega tutto ai moderni aguzzini vale a dire commercialisti e notai. Le zecche del terzo millennio. L’artista poi è messo decisamente peggio ed è costretto a cercare un suo limbo illogico per trovare una sua dimensione ideale che gli permetta di pensare per produrre. Esempio classico di artista romantico e un cicinin marxista. Questo piano illogico però non va giustificato con l’ignoranza dei fatti. Sono un attore, un artista, indi lasciatemi al mio Shakespeare, al mio Pirandello e andate a fare in culo voi e la storia, voi e l’attualità, voi e la realtà. E no, troppo comodo. La dimensione illogica del limbo artistico la si deve sposare attraverso un procedimento logico e razionale, totalmente consapevole. Dicesi lo stare nel mondo per non starci. Il sapere per non sapere che è il contrario di quello che diceva Socrate ovvero il sapere di non sapere. Venni preso al laboratorio e conclusi la serata pagando la cena ai nuovi occupanti del mio medesimo suolo domestico.

Antigone fotti la legge al Sally Brown di Roma (San Lorenzo)

In in scena on ottobre 24, 2012 at 10:44 am

Produzioni Nostrane presenta

Image

Antigone fotti la legge. Spettacolo in salsa punk.

25 ottobre 2012, ore 21.30

Sally Brown Rude Pub
Via degli Etruschi 3, San Lorenzo, Roma.

Antigone fotte la legge per forza di cose, per causa di forza maggiore, per forza di inerzia, per abitudine, per un sacco di buoni motivi, non fosse altro che per non farsi fottere. Da chi? Da chiunque. Emone non fotte. È fottuto. Ismene è fottutamente ottusa. Euridice è una fottuta lussuriosa. Creonte se ne fotte. È tutto un fottersi a vicenda nella Tebe dei diritti e dei doveri. Ma in verità cos’è Antigone per un attore? Una scusa. Una scusa per esibirsi. Certo, si poteva utilizzare una Locandiera, ed esibirsi con quella. Lo si farà prossimamente se i Maya vorranno. Se non ci sarà la fine del mondo. Intanto per gli attori di teatro ogni giorno è un po’ la fine del mondo. Ergo si va in scena senza tanti fronzoli. Perché domani chissà…

adattamento e regia di Botta Giovan Bartolo

con
Giovan Bartolo Botta
Krzysztof Bulzacki Bogucki
Isabella Carle
Luigia Pigliacelli

Un attore qualunque 24

In Un attore qualunque on ottobre 24, 2012 at 10:41 am

Lo spettacolo per la regia del guru replicò per cinque al teatrino del paesino. Candele, rinfreschi, comunicazione volantinara, tamtam, ma il pubblico quelle sere preferì recarsi alla sagra del paese confinante. Una sera le attrici si dovettero pure esibire per una delegazione bielorussa di anziani ciechi e sordomuti. Fu l’unica sera che lo spettacolo piacque al pubblico per evidenti motivi. Le poverette dovettero recitare per volere registico reggendosi sulle mani anziché sui piedi. Di molte di loro nessuno ha più saputo nulla, nemmeno i loro cari. La compagnia cominciava a perdere i pezzi per strada proprio come una vecchia Ford del 59. Tra i primi a lasciare ci fu Cavo, il bello del gruppo. Venne sfiduciato in assemblea con i voti favorevoli delle ragazze della compagnia. Motivazione: era un bugiardo patologico. Ma dietro a questa posticciata si poteva intuire la verità della mozione di sfiducia nei riguardi dell’Adone. La bellezza di Cavo era anche la sua dannazione, la compagine femminile della compagnia voleva farselo, spremerlo tutto sino all’ultima goccia di sperma. Lui ne accontentava qualcuna ma certo essendo un essere umano e non un robot, non avrebbe potuto farsele proprio tutte tutte, nemmeno con l’ausilio di pastiglie azzurrine. Erano troppe cazzo, se il poveretto avesse provato a fotterle tutte avrebbe rischiato lo shock anafilattico. Con l’addio di Cavo ci fu di conseguenza l’abbandono di Ariel, l’altro maschione della compagnia. Ariel e Cavo erano amici per la pelle. Culo e camicia, anche se volevano fare tutti e due la camicia. Ariel si scopava gli avanzi di Cavo quando quest’ultimo faceva un break e spezzava con Kitkat. Da quando Cavo diede le dimissioni i motivi per allontanare personale durante il consiglio di compagnia divennero i più assurdi. Motivazioni surreali. Avrebbe dovuto tradurle in un quadro il Goya. Ci fu chi venne sfiduciato con la motivazione di avere l’alito cattivo. Chi perché era tirchio, chi perché vestiva di blu, chi perché indossava scarpe con gli strappi. Roba da fantapolitica, a confronto tangentopoli fu uno scherzo e gli anni di piombo divennero anni di peltro. Rimanemmo io, Prince, Tony Montana e i soliti problemi.

Un attore qualunque 23

In Un attore qualunque on ottobre 23, 2012 at 1:28 PM

Mi sollevai dalla tazza del cesso al sesto piano del palazzo con l’amianto. In quel fottuto posto c’erano i cessi migliori della regione, affari da quattro stelle, anzi, quattro e mezzo. Le finanziarie del governo influivano sulle attività universitarie ma non sui loro cessi. Stavo accovacciato da tre ore circa, è sempre così quando faccio la cacca, sbrigo il merdame in dieci minuti ma poi mi attardo a leggere e fuori si formano code peggio che sulla A5 Treviso-Canicattì. La maggior parte della gente va all’Università per seguire lezioni o dare esami, tutt’al più per effettuare pause di sana coscienza, io ci andavo a fare la cacca, e che cacca poi. Capolavori di scultura minimalista. Natura morta. Neanche tanto poi. Ero come Michelangelo con il David. Facevo uscire il berlone dal mio culo e poi rivolgendomi ad esso e scagliandogli contro un martello gli urlavo: “Perché non parli?!” Decisi di fare un corso di doppiaggio. Avrei potuto optare per il taglio e cucito. Non lo feci. I boss del doppiaggio a Subalpia erano tre. I tre dell’Ave Maria. Ma nessuno di loro era pieno di grazia. Busa, il boss dei boss, proprietario anche di una scuola di recitazione, gioiellerie e ristoranti. Bruti, caduto in disgrazia dopo una tormentata relazione sentimentale con un macellaio serbo. E De Paloma. Scelsi De Paloma, teneva un intensivo, una 24 ore. Faceva al caso mio poiché io avevo una fretta del demonio. Gli telefonai, dall’altra parte della cornetta mi rispose una voce da attore gigione che mi comunicò il numero di conto corrente del Signor De Paloma per il bonifico bancario. L’emozione del primo giorno in sala doppiaggio assomiglia all’emozione della prima comunione. Non c’è emozione. Mi presentai alla sala doppiaggio puntuale alle sette spaccate di un mattino soleggiato. Il corso apriva i battenti alle otto, ero il primo, speravo l’unico. Tenevo il tempo di fare colazione e leggermi il quotidiano. Colazione cuneese, caffè corretto grappa, sambuca con mosca, birretta. Niente cibo ma principale testata giornalistica piemontese in grembo. Tornai alla sala che c’erano già una sessantina di persone di diversa religione, razza, sesso, età, ceto e censo. Pensai: saranno lì per rinnovare il permesso di soggiorno. Il cazzo. Erano lì per l’intensivo di doppiaggio. I più non sbiascicavano una parola di italiano. Molti erano arrivati nel paese del sole da pochi giorni. Alle 11 De Paloma dormiva ancora, intanto la sua segretaria si faceva consegnare i restanti soldi del costo del corso. Ripulì la folla a puntino ma di De Paloma neanche l’ombra. Il maestro sta riposando ci disse la segretaria con aria di scazzo. L’intensivo cominciò finalmente alle 17.30, avrebbe dovuto iniziare alle 8 del mattino, io rivendicai il mio primo posto ma risultavo al numero 79. Ci diedero il bigliettino, proprio come negli uffici postali. Eravamo dei pacchi del cazzo. Ma il pacco ce lo stavano tirando loro. Il maestro dedicava cinque minuti ad ogni allievo e poi fuori dalle palle. Il mio momento arrivò alle ore 22, 15 minuti e 37 secondi. Lasciai perdere i centesimi. Mi fiondai in sala di registrazione più veloce di uno Speedy Gonzales in botta di cocaina. Conobbi il grande doppiatore, gli domandai dove e cosa doppiava nella sua carriera, mi buttò lì grandi nomi di enormi produzioni, lo invidiai, doppiai due minuti di sitcom e poi tolsi il disturbo. Dopo di me passò un vietnamita. Era giunto in Italia la mattina stessa. Due mesi dopo rividi il grande doppiatore sul tram numero 16. Indossava la divisa blu e si assicurava che i passeggeri fossero muniti di biglietto o abbonamento. Faceva il controllore!!! Altro che il doppiatore professionista! Io non avevo né biglietto né abbonamento. Il fuorilegge. Lo fissai dritto negli occhi, mi riconobbe, la vergogna divenne sua parente, arrossì e scese dal mezzo pubblico con la coda fra le gambe senza avermi assegnato la multa…

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