Gli impresari sono come i democristiani. Non mollano mai l’osso. Salvo regalartelo nel momento in cui riescono ad adocchiare la carne. Altro che Lilly e il Vagabondo. Via la pasta per la polpetta. Lui tornò a farsi vivo. Amici… dove vi eravate cacciati? Al diavolo, passa al sodo. E va bene… ho rilevato un antico maniero in Transilvania, la divina provvidenza l’ha allungato a me per un pugno di farina, ho dato colpetti lievi agli interni, per il resto era come novizio. E con ciò? Ho piazzato lì me e le mie creature. Ripeto, e con ciò? Fatemi tre serate e annoterò i vostri compleanni sul calendario! Sparisci. Risposta secca come un colpo al poker. Facciamo 100. Bastò uno sguardo. 200. Movimento di ciglio. 300, ragazzi, di più non posso o sono rovinato. Andata! Era ovvio che mentiva. Palesavamo che attingesse a palate da pozzi occulti ma nulla si poteva fare se non farsi sfruttare per l’ennesima volta. Quando la scena è subordinata alla politica, lo sfruttamento impera. L’impresario decantò pubblicità. E quella fu puntuale come Colombo nelle Americhe. Con il vantaggio di non aver sbagliato rotta. Contattammo una scuola di ballo. Non un ballo qualunque. Danza del kebab. Sì? Salve, non Le dico chi sono perché non ha importanza, ci servono delle danzatrici che muovano spallucce per almeno 40 primi e pochi secondi, che dice? Si può fare? Sì può fare di tutto o quasi! Cos’è quel quasi? È che le mie ragazze danzeranno per 15 minuti esatti, no uno de mas no uno de meno, al saldo di 300 scudi, no uno de mas no uno de meno, claro?! Avevamo fretta, una fretta da masca. Dissi di sì. In altre occasioni avrei detto ni, in altre ancora avrei impugnato l’amica lupara. Oltre a loro un gruppo di prosa munito di corti teatrali e non solo, attrezzature, quinte, tecnici, manager, cantinelle, Bromley Contingent, insomma, portarono tutto e ciò che mi rimase impresso non solo nella testa ma anche nel cuore, è che vennero su a bordo di una Fiat 127. Ma non divaghiamo. Anche loro si esibirono. Si accontentarono di meno, decisamente meno. In cambio però fu versato più sugo di cinghiale sopra i loro tagliolini freschi. Ci fu anche un cantautore acustico, ingaggiato con il beneplacito degli alti vertici vaticani. La seconda e la terza serata fummo Deedee e io a dimenare gli animi con un paio di numeri. Quello del piccione che esce dalla gabbia e poi non fa più ritorno. Quello del coniglio che entra nella gabbia al posto del piccione. Sia il coniglio che il piccione furono presenti la domenica pomeriggio sulle tavole degli invitati. Era un numero con il vuoto a perdere. Tutto andò per il verso giusto, anche perché era l’unico. Quello. Altri non ve n’erano. Stappammo una bottiglia di rosato per festeggiare, palpeggiammo qualche ballerina ma nulla di più. Il giorno successivo Mad il Sovietico ci aspettava in cabina di pilotaggio per doppiare nel suo lungometraggio (Subalpia Scura). Cavai la mia mano dall’internocosce della soubrette per visualizzare le ultime dai campi: la guardia di finanza aveva sgominato un grave caso di corruzione all’interno del sindacato attori teatrali. Olè.
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Il ritorno dell’attore qualunque 59
In Un attore qualunque on novembre 29, 2012 at 1:19 PMImperava la violenza all’interno di Subalpia Spettacoli. Estrema. Per la spartizione dei ruoli, nel ladrume di battute, negli accordi economico-previdenziali, tra i pari per l’elargizione della passione. Del fado. Violenza, violenza, violenza! Il servizio d’ordine riposava beato con il coccolino in mano, la madama batteva la fiacca, le istituzioni alzavano le spalle. Anni di piombo. Anche più pesanti. L’attore si ribella. Provini per lo show “Alcibiade in villa da Emily Dickinson”, cercasi intero cast, era il 15 agosto 2005. Si pensa… saranno tutti a mostrare il petto sulle spiagge di Rimini. Sti’ ua! Presenti negli uffici della Subalpia 5436 attori pervenuti dall’intera penisola. Anche dall’estero. C’era anche un tal Beniamino Succai, anziano clown alcolizzato e ungherese. Venne scartato perché ungherese. Alle ore 14.30 dopo code interminabili degne dei provini per Maria De Filippi, fronte cancelli sotto un sole tropicalista, prende largo la soffiata del “sarebbe stato già tutto deciso”. È il caos. Una compagnia di attori toscolani diplomatasi all’Accademia de Barbi pistoianale fa sortire dagli zaini un numero gradevole di mazze da baseball. Il bilancio è di 36 teste fracassate. Attori senza più memoria. Deceduti due raccomandati. Non sempre avere un cognome importante è la medicina migliore per allontanare i mali che incombono sul sistema Italia. Ennesima edizione de “Colazione a Teatro”, sta andando in scena una replica dello show “Dialoghi col picio”, l’attore Mimmo Marinara è concentrato nell’intento del declamo antico quando dal nulla uno spettatore pagante si alza e spara. Cinque colpi di lupara mandano il grande interprete al creatore. Il pagante spiegherà alla stampa, in un secondo tempo, anzi, terzo, che si stava annoiando a morte. L’opinione pubblica gli darà ragione. Anche il giudice di pace gli darà ragione. Ricordo di aver consigliato al Mimmo Marinara prima di andare in scena di evitare l’interpretazione in senso ottocentesco. Lui evidentemente interpose tra me e le mie parole orecchie da mercante. Di Venezia. Si è sempre tristi quando un grande attore ci lascia. Anche se era una grande testa di cazzo. Settembre 2006, Teatro Novello. I boys dell’ultimo anno di accademia gozzovigliano tra kebab e frittume in una delle tante pause still dal provaggio. Sono i molti. Una trentina circa. Hanno la grazia femminile che pende dalle saccocce dei calzoni. Giungono sul posto una decina di arditi al secondo anno del teatro stabilizzato taurinense. L’istituzionale cittadina. Il vanto dei provetti attori. Lì dettano legge insegnanti paragonabili a capi di stato… qualche nome tanto per cacarci sotto… Manlio Avocado, Mesmero Popoliziano, Fracchia Nuda e Francescano Brancione. Ci siamo capiti? Il livellamento dei cervelli scenici. Gli stabilini rivolgono leccate di culo ai tromboni buttando gli occhi sulla passerina. Volano sputi e insulti come piccioni intorno a briciole di grissino. L’attore stabile Marco Pigi Casati, venerabile figlio di papà, biondo abbaglio, occhio di mare, dimorante nel precollina, infila la lingua in gola alla tosa del Ravva Gigalone, ballerino napoletano di cintura cementifera. Scelta sbagliata. Le lame prendono anima dai cofani delle biomacchine e il Pigi Casati dovrà dire addio alla sua mucosa orale. Al bacio passionale tipo Garcia Lorca. E al teatro di parola. Essendo un figlio di papà senza talento e senza interesse vi lascio immaginare quale sarà la sua triste fine. Diverrà presidente degli Stati Uniti di America. Selfmademan. E vaffancul… Extramattutina de “Il campanaccio dello Spezzino” lirico prosaico di Gaetano Donizzopoli. Raro esperimento di teatro in provetta. Il teatro ormai non è più un’arte. Ma una scienza. Magari una cosmesi. Magari chi finanzia i progetti di teatro è una specie di scienziato pazzo che usa gli attori come alla Nasa usano i topini. Speriamo almeno che ci mandino su Marte. Ma non divaghiamo… Tim Stanescu, orchestrale ottavino di Romania viene trovato priva di vita nel camerino, con una gratticcia infilata in bocca. Furono i tecnici a rinvenirlo. Ogni tanto i tecnici, quando evitano di essere sempre incazzati, possono fare pure delle scoperte interessanti. Pensate che Juri Sommariva, il tecnico del Teatro delle Formine di Perugia, ha scoperto l’America. Ma non divaghiamo… Durante la turnè Tim aveva tentato di violentare una allieva ballerina di otto anni, iscritta al corso propedeutico di salto della cavallina. La piccola si chiamava Kennedy, era senegalese. Ora non è che solo perché uno è senegalese, sia permesso tutto… ma non divaghiamo. Proprio perché piuttosto robusta di costituzione, era stata lei a violentare lui. In seguito l’aveva eliminato per evitare che lui spifferasse tutto alle forze dell’ordine. Spiragli di capodanno: unica grande assente la neve. Niente panico, la produzione di Subalpia Spettacoli vara a maggioranza il pacchetto scenico scandinavo, ovvero una 24ore di Ibsen-Strindberg nonstop. Afterhour. Il tutto si sarebbe svolto in uno spazio alternativo: il Rock City. Info e organizzazione Riccardero Genoano 332.697421. 800 € se acquistato in prevendita. Il biglietto naturalmente. Ma non divaghiamo. In palio 43 giorni di laboratorio teatrale semigratuito con il regista amazzonico-molisano Pinuccio Santuccio Paoluccio Montone. “Montone” era il suo soprannome, lo chiamavano così per via dei suoi criteri nello scegliersi gli attori con i quali far sognare le platee. L’ex compagine di prosa “I cani sul palco, gli attori al guinzaglio” trionfa in zona Cesarini grazie ad una mediocre rivisitazione del testo ibseniano “Il costruttore Solones”. Gli attori del gruppo vengono visti per l’ultima volta al night club Rosa Rosetta Rosina Rosaletta di Via Ottorina Respighi 15, Torino. I corpi dei cinque promettenti artisti verrano rinvenuti per sbaglio, ovviamente privi di soffio vitale, all’interno dei solai del Teatro Valli di Reggio Emilia. I cadaveri presentavano escoriazioni tra le natiche, ferite di arma da taglio di piccola taglia con tagli di sbieco che tagliavano verso sinistra. Impressionante per l’investigatore Gipo Casca, un vero segugio nelle risoluzioni dei misteri nel campo teatrale, il ritrovamento nella cavità orale di ciascuno dei ragazzi di un manuale con le memorie di August Strindberg. Ero sgomento. Ma vivo. Ci fu chi crepò prima di potersi sgomentare. Necessitava lottare. Ma si sa che la lotta, anche se non di classe… è un lusso per pochi. Come il teatro. Ma non divaghiamo.
Il ritorno dell’attore qualunque 58 (il 57 è morto)
In Un attore qualunque on novembre 28, 2012 at 11:58 amEro al masturbo quando il portatile diede di matto. Sì, chi scassa i maron glacé? Sono il regista! C’è da sbrigare per i provini del musical. Esigo tua presenza. Stop. L’uomo blaterava a mo’ di telegramma. Non risposi nulla. Tenni la cornetta sollevata per 50 minuti rimanendo in totale silenzio mentre l’essere dall’altro lato dell’apparecchio mi apostrofava con deliziosi francesismi. I provetti li sbrigò Star Drinkwater, calcante della scena italiana dal nome gallese e dal cognome scozzese, i suoi genitori erano inglesi, i suoi nonni no. Irlandesi. Nord irlandesi. Era lei la Gran Bretagna, mica cazzi. L’esperienza insegna che è meglio glissare sui provini tenuti al prossimo. Ti attiri maledizioni dagli scartati e rischi di stare in bucio ai selezionati. E poi non mi sentivo di giudicare nessuno. Non è finta modestia la mia, ma falsa. Scherzo, ovviamente. Fatto sta che Star era più adatta. Sfido io, era inglese…! Lavorai con lei per la prima volta alla messa in scena dello show “Blatero la mia lingua”, una specie di carrellata sulla evoluzione del dialetto ligure nella Sicilia umbertina. Lo spettacolo replicò a mo’ di produzione industriale. Per esempio sarà nuovamente in scena la prossima settimana nella sezione “Fai merenda a teatro”. La Subalpia Spettacoli era lieta di presentare il musical “Tomini alla fiera di Toma”, la storia di una contesa decennale tra tomini in salsa verde e tomini elettrici. Gli attori impersonavano i tomini. Le attrici pure. Bisognava melodiare, necessitava applicarsi nel passo di danza, inoltre tra i disperati vi era pure chi doveva farfugliare quattro battute in stilema. Una per arto. Io ero me stesso nel ruolo di Ulex, il tomino cervellotico della squadra degli elettrici. Me stesso nel senso che partivo da me stesso e mi ponevo in un’altra situazione. Quando mi fiondo al pub o alla stazione dei treni, sono me stesso. Se converso con il guardiaticket o il pony cocktail, lo faccio con i miei toni e volumi. Ecco. Sulla scena l’umanità ha sete di questo. Partire da se stessi e non sfruculiare eccessivamente nell’interpretazione. Cosa interpreti? Cosa caspita interpreti?! La psicologia del personaggio? Dio bono che presunzione, ma se già si fatica a comprendere la propria di psicologia, la propria tripartizione dell’anima, voglio dire che cacchio uno vuole mettersi lì a capire pure quella di un costrutto di parole schiaffate su un foglio. Spesso gli attori per non parlare dei registi hanno brama di sbattere in cassa integrazione gli strizzacervelli. Si chiama neoliberismo selvaggio. Provoca pippa mentale, sega scenica, sonnolenza nel pubblico, squaraus, trancionetto del comunicativo, imbellenza, seriosità, scarsità ludica, addio al consapevole, errato distacco, ma soprattutto un’irrefrenabile voglia di andare al cinema. Nel cast erano quasi tutti volti nuovi. E giovani. Decisamente giovani, ovetti. Nel rollo di Agamelchiorre no. Quello era sempre il grande U. J. Gradabelli, attore italoamericano formatosi alla scuola di recitazione di Don Vitalino Corleopoli nella sede distaccata di Cispulli. Gli dei in calzamaglia della obsoleta edizione erano stati silurati. In eterno. Al loro posto Sirone Sironi detto il bello putto, ballerino tuttofare e flautista a tempo perso. Bravo anche a giocare a calcio. Accompagnato dalle ugole vipere delle attrici versatili Deretana Suggerimento e Valery Bordeaux. Deretana era nativa di Vallanzasca sul Garda. Era cresciuta alla scuola di Gardaland. Valery era mezza nizzarda, mezza ravennate. Era vissuta a Ravenna per 35 anni, anche se ne aveva solo 23. La sua scuola era quella di Mirabilandia. Una rivalità da parco giochi. Durante le prove mi capitò di accompagnare Deretana al water closet, le scappava, mi confessò nell’orecchio sinistro che il suo sogno da bambina era quello di fare la commercialista. O neo protagonista da banda foi encasellado na figura de Pedro Gringo. Ator-metal. Morava no Mexico. Estava mus elevado. Quando i gemelli siamesi Lo Russo, dell’agenzia fotografica Primule, accorsero a scattare la foto primera da schiaffare sul pieghevole di sala per far contenti gli abbonati, Pedro ci stette solo dall’ombelico in giù. Protestò. Gridò in face al direttore di scena: “Fazia muita prova, dizia muita battuta, preferia uma garota, sabia na memoria o texto, queria trabalhar no hospital e a me cosa resta!!!” La produzione decise di mettere a pane e acqua i ballerini. Loro almeno avevano il catering. In particolare il neo Menelello, l’attore partenopeo Mariolano Accursio, interprete intrigante che negli anni del craxismo aiutò Ferlaino a conquistare il secondo scudetto campano. Lui voleva più catering perché alla fine della sua battuta rimaneva senza voce talmente intenso era il grido al vedersi disarmato da una mezza calzetta come il tominaro Parmenide. Tra gli spostatori di arti nello spazio vi era Giuan Lorrai. Danzatore di Sesto San Giuan, periferico meneghino. Fuori dalla scena un vero amico, sulla scena il capitano della Stasi. Impartiva coreografie attraverso metodologie da gulag staliniano. Leggeva il libretto rosso del ballerino. Predicava l’uguaglianza tra danzatori sia che tu lavorassi con Carla Fracci sia che tu fossi alle dipendenze della compagine di danza “I guitti della Spelonca di Cremona”. Perfetto cristiano, Doroteo senza vizi fatta eccezione per le linguine al dentice sopra i 60 € a portata. Una notte mi sentii mancare, verso l’alba fiondai al pronto per controlli. Lei cos’ha? Ero sudato. Non saprei, dovreste dirmelo voi. Non faccia lo spiritoso, cos’ha? Ribadisco, dovreste dirmelo voi. Il dottore mi mollò un ceffone e mi stese sul brandino. Non era nemmeno il primario. Ci fosse stato lui, il ceffone non sarebbe stato uno, ma cinque. Una sorpresa su cinque. Subito il termometro tra le chiappe. Contarono sino a undici dopodiché lo cavarono per rifilarmelo in bocca. A sto giro contarono solo fino a tre, l’infermiera mi liberò dal peso urlandomi a pochi centimetri dal mio naso la fatidica “lei scoppia di salute”. Il suo alito pareva una distilleria del Kentucky. Mi congedarono tirandomi dietro la cartellina raggico-emostatica. Venni minacciato dagli O.T.A. di non farmi più vedere nei paraggi. Ma se la prossima volta mi sorprende un colpo al cuore? Non ci sarà una prossima volta. Ma sono cose che succedono. Se dovesse succederle, vada al Sant’Anna. Ma quello è per le donne incinte, no? Si faccia mettere incinto allora. Grazie del consiglio. La scienza ha fatto passi da gigante. 36 € di ticket e via alle prove. I miei colleghi tenevano il broncio. Allora que pasa? Pianti e lamenti ma risposte nix. Ainda uma vez! Erano penisolari ma quando parlavo la lingua di Don Pedro Segundu mi capivano con gaudio. Severino Da Milano ha lasciato il cast! Come mai? Si è rotto un unghia giocando a pallavolo, il regista ci ha comunicato che domattina presso gli uffici di sede alle ore nove in diretta tv verrà estratto a sorte il nuovo Ettore, noi questa sera andremo al Santuario della Madonna nera in suffragio del sorteggio. Vieni anche tu? Sorridendo chiesi a uno dei ballerini se sperava che dalle urne venisse fuori il nome di Marco van Basten. Chi è? Mollai una dittata nel suo bulbo oculare. Anche lui dovette essere sostituito. Nulla si seppe del nuovo interprete sino a due ore prima del debutto. Ma in quelle due ore Hugh Vancatar detto l’orologiaio per la sua precisione in scena, il nuovo Ettore, obbligò l’intero parterre a montare i movimenti di palco. I microfoni andarono in tilt poiché i tecnici la sera precedente alla prima avevano fatto bisboccia in un locale di spogliarelliste controllato dalla massoneria svedese. All’uscita del locale, degli spacciatori finlandesi avevano fottuto loro i microfoni ad archetto. Fummo costretti ad usare la microfonatura cinese. Paccottaglia. A metà spettacolo la tecnologia abbandonò gli attori al loro destino. Un paio di americane franarono sui ballerini che furono costretti a trovarsi una nuova passione nella vita. Magari quella di Cristo. L’attore che impersonava Aiace esagerò un tantino con le pause. Anziani in scena morirono nel sonno. Il povero Aiace dette via il culo per pagarsi gli avvocati. Ci furono buchi di memoria nonostante le battute fossero due a testa. L’urlo finale dell’attrice Mincol fece venire giù il pennacchio della Mole Antonelliana. Anche lei dette via… in avvocati. Il regista venne ricoverato d’urgenza per arresto cardiocircolatorio. Era seduto vicino al produttore il quale prese sonno dopo venti secondi di show scambiando gli attori di prosa per dei mimi. Il neo attore Mariano Tendaggio non riuscì a esplicare la sua unica battuta perché un ragno gli si era infilato in gola. Dalla graticcia alla gola. Qualcuno scappò con il ricavato della serata. Era Francescano Vaccone il ladro. Lo fece per incrementare la pensione, non prima di aver dato dei “dilettanti” anche ai topi della stiva. Il giorno successivo i quotidiani teatrali e non riportarono le pagelle. Questi i titoli: La Gazzetta scenica: Siamo nelle mani degli dei.” Tutto Teatro: “Perché al cavallo mancava la testa, forse l’avete lasciata per le Troiane? Ricicloni!” Il Corriere da Palco: “Siamo pronti a restituirvi i biglietti (pausa ottocentesca) intatti.” Insomma… a noi cosa restava?
Batti un colpo se ci sei 56
In Un attore qualunque on novembre 27, 2012 at 4:42 PMEcco il momento tanto atteso. Almeno da chi avrebbe dovuto farne parte. I tre pastorelli attesero di meno la madonna. Deedee e io stavamo all’anti-istituzionale già dalle prime ore del meriggio. Parcheggio in sosta vietata. Un’occhiata ai giornali per attualizzare il repertorio artistico. Anche un titolo può rappresentare l’incipit di una schizofrenia scenica. Bisognava sistemare il palco, che poi risultava essere in definitiva un anti-palco, ornare il tutto e servire in tavola. Sarebbe stata una lunga notte di spasso. E lo fu. Una volta assemblato il puzzle lo fu. Cazzo se lo fu. Il primo artista a giungere sul luogo del diletto fu Albino Cerveza, figurativo con il tarlo del verbo. Era pieno di richieste. Dov’è il cesso? Dov’è il cibo? Dov’è il fumo? Dov’è l’alcol? Dov’è la gnocca? Deedee lo sistemò offrendogli un caffè corretto sonnifero. Ingollò da bravo bohemian. Dormì per l’intera serata e oltre. Non fece il suo pezzo, ronfò alla bersagliera. Rimase lì in qualche spicchio di quinta con una graticcia in culo per il resto dei suoi giorni. Addormentato. Giunse il dj. Idea nostra. Il loco scritturava orchestra dal vivo. Noi sposavamo la modernità. Ragazzo giovane questo dj. Al telefono mi dava del lei, poi del voi, poi ci conoscemmo di persona e non mi diede più. Mise ottima musica per un tozzo di pane. Per il piacere di metterla. Tutto si fa per il piacere di mettere qualcosa, specialmente di metterla in culo a chi ti sta sul culo. Fu allora che pensai agli attori di prosa, alle loro richieste economiche, al fatto che non avevano un pezzo da portare in scena… e conclusi che in Siberia si cercava personale per inscatolare salmoni. Arrivarono le nigeriane. Prostitute. Le avevamo contattate per sostituire i buchi in scaletta procuratici dagli attori di prosa. Le ragazze recitarono un brano sulla diatriba tra Utu e Tutsi. Fu commovente. Recitarono in gaelico, dopodiché sequestrarono un paio di attori di prosa da consegnare ai ribelli del Mend. Fate pure, tanto non avevano niente di pronto a parte le lasagne in forno. In seguito arrivò il regista da ripresa Gaborale Nocchiero a immolare la serata con la sua affezionatissima betacam. Riprese solo il numero delle spogliarelliste asiatiche. Arrivarono i musicisti. 35. Tutti cantautori. Tutti acustici. Tutti che portavano il repertorio di De André. Tutti la medesima canzone. Tutti conciati uguale, Borsalino e riga da una parte. Fumavano tutti trinciato e tracannavano il medesimo whiskey. Ne allontanammo 34. Obbligammo il trentacinquesimo a suonare un pezzo di Cristina D’Avena. Arrivarono maghi, clown e giocolieri con le loro palline, le loro aste, i loro cerchi, i loro birilli, le loro corde, i loro conigli. Uno aveva anche una colomba, arrivava da Lecce, il volatile purtroppo era deceduto durante il lungo viaggio sui convogli di Trenitalia, divorato dalle zecche, il tizio non riuscì a fare il suo numero, un collega gli prestò il coniglio ma non fu la stessa cosa. A dirla tutta, ma anche oltre, si esibì solo uno di loro… ma con le palline degli altri, le aste degli altri, i cerchi degli altri, i birilli degli altri e quant’altro. Il palco era troppo ridotto per farli stare tutti. Gli altri fecero da pubblico, andando ad accrescere il colpo d’occhio sulla folla di voyeur. Uno dei pochi attori di prosa attaccò a recitare D’Annunzio in Antico Stilio filologico, indi passò ad Alfieri, indi al Monti, indi venne cacciato a sprangate sulle ginocchia. Il pubblico era parte integrante dello spettacolo, all’erta nel subire angherie di ogni tipo come nei tendoni da circo antecedenti la caduta dello zar Nicola II o I, boh? Torte in faccia, pizze in bocca, bistecche in gola, dite in culo ecc. Il clown Footit V, parente del più noto Footit I, provò a declamare Dante. Venne raggiunto da una mattonella che gli sfondò l’occipite. Smise di fare il pagliaccio. Un pivello fresco di scuola di recitazione si cimentò con acrobatica e numeri circensi. Alcuni suoi ammiratori gli versarono trielina nei bulbi oculari. Tra questi ammiratori c’erano anche i suoi genitori. Una scuola di danza classica del periferico si presentò con l’intero suo corpo di ballo. 3002 bambine adolescenti più un paio di Billy Elliot con i problemi d’orecchio. Era il lago dei cigni. Non capimmo mai se erano talenti o merde immense. Troppo compressi come sardine sott’olio per poter dar adito ai loro corpi cigni. Al piano superiore il barista piazzava alcol a spronbattuto. A fine serata si lamentò compito che gli affari erano andati male, malissimo, un flop. Lo vedemmo schizzare via da teatro con un paio di 24ore tintinnanti. E non erano le chiavi. L’ennesimo clown, il pagliaccio Baggìg, decisamente conosciuto in circoscrizione come animatore ai funerali ebrei, venne scovato nei bagni mentre attendeva il suo turno in scaletta dandolo in gola alla mamma di un attore di prosa venuta a vedere il figlio recitare un brano tratto dalle confessioni di Sant’Agostino. Muoviti Baggig, tocca a te! Vaffanculo, amico, questa non è una festa di ebrei e tu continua, mammina! Finalmente giunse il tanto desiderato momento del cappello dove i pervenuti possono schiaffare qualche soldino come grato alla serata. Per non copiare il loco, io e Deedee optammo per un contenitore a forma di cesso. Tattica psicologica. Dai, butta via i tuoi soldi, tanto cosa vuoi che sia il denaro. La merda moderna. C’era dell’imbarazzo nel reclamare la questua, dal palco potevamo scorgere il viso bramoso e cattivo dell’impresario intento a ringhiare e a guaire come un mastino della cinefila. Aveva le placche di saliva intorno al muso e la bavetta da affamato contadenari scozzese. Deedee si conquistò il favore del pubblico con una trovata delle sue. Quando terminammo di raccattare l’ultimo centesimo di euro, con un balzo da babbuino introglodito l’impresario si gettò su di noi scaraventandoci a terra e mordendo il contenitore dei soldi come se fosse un quarto di bue con patate novelle. Il tutto in faccia ad un pubblico esterrefatto. Deedee in un secondo tempo, in un terzo meglio ancora, gli fece notare con discrezione la cosa, io tentai di richiamarlo al lume con un calcio al culo ma lui continuava ad emettere versi degni di Godzilla. Stava semplicemente contando l’incasso ma con l’occhietto furbo potei scorgere del bagnato intorno al suo pacco. Probabilmente era pervenuto a una polluzione monetaria. Ringraziammo gli artisti per il contributo. Ci vollero due ore solo per i saluti. Dopodiché congedammo il pubblico. Ci volle un’altra ora per sgomberare lo stabile. I giochi avevano preso il via alle ore dieci, si erano fatte le quattro del mattino, l’impresario con il contante ancora in pugno si avvicinò lagnandosi che la serata era andata malissimo, un crollo della borsa, aveva guadagnato uno scracio, e che era colpa nostra, e che dovevamo darci maggiormente da fare e… subito ci propose di organizzare altre serate come quella che aveva da poco avuto fine. Da parte nostra non venne proferito verbo. Il resto è silenzio. L’impresario si allontanò dal teatro con un paio di valigie che perdevano verdoni. E non erano le chiavi. Avevamo organizzato una degna e piacevole serata di arte varia, ci eravamo sbattuti con la pubblicità qua e là, avevamo fatto girare la notizia avvalendoci dei moderni mezzi di comunicazione, avevamo coinvolto numerosi artisti di ogni risma, un vasto pubblico di ogni età aveva invaso il locale elargendo pecunie, consumando bevande e cibarie, avevamo condotto la serata creando numerosi momenti di adrenalina e come direbbe Achille, il guerriero greco, “a me cosa resta!!!”. Qualcosa l’impresario ci aveva lasciato: gli strofinacci per pulire il pavimento.
Batti un colpo se ci sei 55
In Un attore qualunque on novembre 26, 2012 at 12:22 amDeedee impose la nota del neorazionalismo illuminista. La prima delle tre serate sarà arte varia. Si chiamerà ActingPOINT. Non avrai altro dio all’infuori di dio. La seconda verterà sul collasso della prima repubblica, la terza reading musical dada con allegato di presenza aliena transessuale. Pensavamo fosse easy mettere su l’arte varia. Come mettere su due uova al palett. Di artisti ne è pieno il mondo. Ovunque vai trovi artisti. Darwin fece un salto nelle americhe selvagge per trovare umani allo stato brado e animali in buono stufato. Non trovò nulla di tutto ciò. Trovò degli artisti. Di attori siamo all’esubero. Mobilità lunga. Sarà come rubare le caramelle ad un adulto. Vero, dovranno esibirsi gratis ma… il piacere del mestiere, l’entusiasmo di una generazione che non si è ancora piegata all’infausto destino a cui è atteso il globo, il profumo di underground che impregna il muro di certi spazi avrebbero sicuramente fatto da carburante alla moltitudine di giovani di buona volontà ansiosi di calcare la scena. Di mettersi a bottega. Sta funcia! Non fu affatto un letto di rose ma centinaia di spine. Non tanto per i giocolieri o per gli acrobati, quelli ritrovi anche senza chiamarli, quanto per gli attori. Quelli di prosa. Autentici strozzini con la puzza sotto il naso. Dicevi loro che si trattava di esibirsi in uno spazio teatrale alternativo e loro pretendevano Wembley o il Covent Garden. Lo scorcio istituzionale, il palco all’italiana. Spiegavi “ragazzi, non ci sono quibus, lo si fa per creare qualcosa, per noi, tanto lo sapete meglio di me, no, i soldi vanno chiesti a chi ne è carico che deborda” loro ti replicavano sussurrandoti il personale codice IBAN. Non ponevano nemmeno un articolo determinativo davanti ai numeri. No, direttamente le coordinate e cazzi tua. In più molti di loro non sapevano che pezzo recitare. Ma cristo dio, chiedimi pure con che mano vuoi che ti liberi l’ano dalle scorie di merda. C’era chi chiedeva il catering, chi domandava se poi l’organizzazione avesse provveduto a pagare il ristorante, chi voleva la stanza in albergo nonostante avesse casa nella medesima città dove si sarebbe dovuto esibire. Magari proprio di fronte al teatro. Avreste dovuto sentire i prezzi. Pareva di stare dal concessionario. Un ragazzo di 14 anni che teneva laboratori teatrali ai bambini della sua parrocchia sparò 200 euri per un monologo su San Giovanni Bosco. E non era neppure cattolico. Una ragazza che faceva fiati al doppiaggio ma che in realtà viveva grazie allo stipendio come insegnante di sostegno per infanti down ci buttò lì 300 euri per leggere un passo del vangelo di San Marco. Cacciai il ragazzo e presi il numero di lei. Non prima di averle dato il consiglio di prenotare un biglietto di sola andata per vaffanculo. Alzai la cornetta e contattai le scuole di recitazione. Avete giovani rampanti desiderosi di masticare la scena? Quindi non ancora attori ma allievi. Per me non esistono allievi attori, spesso gli allievi sono più bravi degli attori, però cristo di un dio, avrà almeno un senso questa distinzione dal punto di vista dell’atteggiamento verso la vita. Soldi! Mi ribatteva il dritto dall’altro capo della cornetta. Mettevo giù. La mia agenda era gremita di numeri di allievi attori. Quelli della Subalpia Spettacoli. Componevo il numero. Rispondevano al gusto di gelato al limone. “Ciaaaooo, che bello sentirtiiii, come vaaa? Come non va? Sei un grandeeee, un mitoooo” e altre leccate di culo. Dopodiché spiegavo loro il progetto indi pretendevo riscontro. “Allora ti interessa la serata?” Tergiversavano, menavano il can per l’aia. Ti gettavano sul coperchio proverbi dal colore grigio, cambiavano discorso, scherzavano, ridevano, se son rose fioriranno, se Maometto non va al mare non va da nessun’altra parte, tanto va la gatta al lardo che ingrassa, hai visto il Toro domenica, che schifo con l’Atalanta e così da copione. Io tornavo a guappo sulla serata di arte varia. “Allora, figlio di un cane, ci stai o non ci stai a fare un pezzo?” “Voglio soldi!” Riattaccavo. Incredibile, scommetto che se chiamo Alessandro Gassman viene gratis, pensai. Non fu così… ma quasi.
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In Un attore qualunque on novembre 24, 2012 at 7:56 amVenimmo a sapere dalle consuete malelingue pullulanti come facoceri nel deserto all’interno degli ambienti teatrali che altri artisti sconosciuti persino ai loro cari avrebbero sparato sull’impresario cifre capogiro per una eventuale loro scoreggia in scena. I soliti circoli viziosi nei quali la menzogna corre più veloce dello struzzo dalla Warner Bros. Ci volle un nulla per inquadrare il punto della situazione. L’impresario è un privato, trasuda pecunia in abbondanza, scoppia di salute ambisce alle alte cariche calpestando le basse padane e sfrutta l’arte per imporsi come leader di un movimento che non si muove. Tutti gli ingredienti per poter mettere in piedi serate con i controfiocchi, a basso rischio di perdita, a basso rischio di perdite, comprese le perdite degli artisti che a furia di darsi gratis hanno subito uno shock anafilattico causato dall’abbassamento di pressione per un innalzamento delle “pressioni”. Ma è talmente rancino da mandare i figli a scuola senza la merendina delle ore 11. Il pasto più importante della giornata per un poppante. Dopo la merenda ovviamente. Come tutti gli impresari è un’artista mancato pregno di scimmia verso gli artisti più o meno riusciti o che comunque ancora ci provano, vorrebbe costringerli tutti ai lavori nelle piantagioni di cotone come se si trattasse non di attori o di ciarlatani ma di manodopera importata dalle regioni della negraia. Purtroppo per l’amico, in quanto gestore di locali e non pulitore di elefanti, ha bisogno dei fottuti ciarlatani da palco ed è costretto a tenerseli buoni con grossolane tecniche di tipo manipolativo. Uno scientology di bassa lega. Ron Hubbard si sarebbe sparato nei coglioni. Gli artisti, da buoni zingari del contesto sono spesso alla ricerca di spazi dove poter sperimentare il loro credo in cambio almeno di un simbolico pezzo di pane con galetta. Non è un doppione. Farcisci il pane con il biscotto. In questo preciso istante come un lupus in fabula si fa avanti l’impresario. Ti racconta la favoletta del suo sogno… I have a dream… cercando di imitare Martin Luther King alla bell’ e meglio… sogno avvenuto in una notte di tempesta che lo ha visto rintanarsi nella cuccia del cane cacciando il cane in cortile a calci in testa nonostante fuori si stesse scatenando l’apocalisse. L’impresario al calduccio si ciucciava una tisana allo zenzero di vermiglio, aveva la borsa dell’acqua calda sulla parte sinistra del viso quasi come se volesse dare fuoco a una branchia del parlamento salvando l’altra. Lui avrebbe sempre voluto creare un polo artistico culturale nel suo spazio. Sin da quando non aveva lo spazio. Ora sei arrivato tu, il salvatore della patria, e come il cacio sui maccheroni puoi dare carne al suo limbo onirico. Ovviamente gratis. Vuoi mettere… lui getta sul piatto gli interni. Teniamo sempre all’occhio il fatto che stiamo trattando di un privato, quelli che il gergo tecnocrate da ministero da bilanci presenterebbe con il nome di investitore. Montezemolo direbbe imprenditore. Lui è un investitore che non investe. A parte gli anziani con la macchina. Un imprenditore che non imprende. Ma prende. Come il boss di una nota azienda di telefonia mobile. Il nostro non investitore di contro si trova ad avere pure una parvenza di ragione nell’istante in cui gli si materializzano di fronte degli illustri sconosciuti artisti da due repliche a lustro, sine seguito, che pretendono senza se e senza ma cachet degni di una comparsata del sultano del Brunei. Quando le trattative riguardo alla formulazione di serate show è in un rapporto dialettico tra questi due gusci vuoti il processo è bloccato. La situazione è simile a quella tra governo e sindacato. Io non vi do niente dice il governo. Noi vogliamo tutto dice il sindacato. Io non vi do niente dice l’impresario. Noi vogliamo dieci mazzette da 100 pezzi dice l’attore amatoriale. Un dialogo tra sordi.
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In Un attore qualunque on novembre 23, 2012 at 8:56 amEra dai tempi della bossa nova eseguita nei locali gestiti da Maligno La Volpe che io e Deedee partorivamo spettacoli al fulmicotone. Con il nostro stile. Una volta focalizzata l’idea beebeeb. Il resto lo completava la creatività che ognuno di noi possiede ma che se sottoposta agli effetti di certi figuri rischia l’estinzione modello tigre bianca del mato grosso. Ci si esibiva in ogni dove. Anche dove non ci si sarebbe dovuto esibire. Teatri va bene. Ma anche centri sociali, centri di raccoglimento mistico, centri estetici, centri di tutto. Topless bar, shopville, buso’s country, multiplex, horseriding, disco liscio, gallina vecchia fa buon brodo e chi più ne ha si tenga ciò che ha. Lo facevamo per noi. Per auto-terapia. Chiedevamo soldi solo a chi sapevamo che ne aveva, agli altri ci davamo gratis. Era un darsi grotowskiano, totale, nel senso che se dopo lo show alcune femmine presenti in sala chiedevano udienza noi si rispondeva presente. Come in caserma. Il paradossale era che spesso chi possedeva il capitale non ci faceva vedere un ghello, al contrario i gestori di locali con le pezze al culo si facevano in quattro per infilarci nei calzoni anche solo un unghia di rimborso spese. Il simbolico. È la filosofia del accumulo. Quella che darà l’estrema unzione al pianeta. Nei postriboli il pubblico era maggiormente dedito all’eccitazione. Nei teatri pure, ma con qualche remora. Le remore erano ovviamente avanzate dagli addetti ai lavori. I critici, mestiere inventato per non andare a menare la zappa nel campo. Gli altri attori. Le altre attrici. Ricordo come se fosse un ricordo in quel teatro su per i colli quando dopo esserci esibiti in uno spettacolo di nostro pugno che trattava di scandali nel mondo del pallone per i piedi, un’attrice sugli enta si avvicinò a noi musoneggiante dicendoci che innanzitutto si aspettava un Pirandello o un Goldoni, nemmeno uno Shakespeare, era nazional-conservatrice, e depois cosa mas grave ci urlò indemoniata: brutti pezzi di sterco, voi non recitate, voi siete voi stessi, improvvisate, si capisce benissimo, ma a me non la date a bere. Deedee le diede un buffetto sulla guancia cicciona, io mi limitai alla scientifica pacca sulla spalla, insieme le rifilammo gli indirizzi delle peggiori scuole di recitazione pedemontane, quelle dove il direttore artistico è in realtà un ex istruttore di nuoto per anziani con l’hobby per il metodo hollywoodiano e una profonda passione non corrisposta per Rita Hayworth. Un impresario ci convocò il giorno della festa della mamma. Un tipo simpatico, un pizzico ambiguo dotato di passioni multiple verso ogni tipo di linguaggio artistico. “Ascoltate ragazzi, sono in bolletta, organizzatemi tre serate e vi sarò debitore in eterno”. Sudava secco, l’atmosfera era arida e nel suo studio si potevano scorgere un paio di avvoltoi affamati puntare su di lui. “Non siamo organizzatori del cazzo”. “Vi prego, è questione di vita o di morte, i casi sono due: o faccio queste tre serate o faccio queste tre serate”. Tirò fuori dal cassetto della sua cenciosa scrivania una foto dei suoi otto figli avuti dal primo matrimonio con una ballerina di un circo rumeno che l’aveva piantato lì per scappare a Rio Grande do Sol con un sassofonista del Suriname. Conosciuto in un bagno turco. Fu allora che io e Deedee inquadrammo la situazione. Il buon uomo si mise a piangere sulla mia spalla, nel movimento di piegato gli fuoriuscirono dalla tasca sinistra tre mazzette da cento pezzi. Erano euri di fresco conio. Si affrettò a rimetterli in tasca imbarazzato come uno a cui è scappata una scoreggia in chiesa. “Dovete esibirvi gratis” furono le sue parole di congedo.
Antigone fotti la legge al Sally Brown Rude Pub (registrazione integrale)
In video on novembre 22, 2012 at 7:43 PMBatti un colpo se ci sei 52
In Un attore qualunque on novembre 22, 2012 at 4:53 PMLa grana più brutta è arrendersi. Forse. Anzi. Senza quello. Nei momenti in cui lo stato italiano porta rispetto verso i suoi anniversari e la circolazione della vita attorno a te è chiusa per il lungo weekend ecco che ‘la resa’ spunta verso mezzogiorno come un parente indesiderato a rivendicare il suo posto nel testamento della vita. Ma in cosa consiste poi questa avvilente resa? È un’astrazione? Una bega soggettiva nella materia grigia di un ex brigadiere della finanza in pensione? Una problematica dei paesi del terzo mondo? Il senso di colpa sito nel costato di un sacerdote pedofilo che adora la musica classica? Un mattatore della scena che ha smarrito la sua voce causa birichini noduli in gola? Fottere senza protezione? Evadere il fisco con il sorriso sulle labbra? Cosa? Cosa? Cosa? Nulla di tutto questo. La resa consiste nel sentirti semplicemente fuori posto. Essere dove non dovresti stare. Percepire quella sensazione appesa all’orecchio lercio di stare vivendo la vita che non vorresti vivere. La stai interpretando. La vita. È sempre uno stramaledetto discorso sulla fottuta interpretazione. È tutto un teatro! Allora ne consegue che il teatro è una resa? Uno spazio arrendevole che esprime concetti arrendevoli utilizzando mezzi arrendevoli? Gli attori si sono già arresi da tempo? Forse. Scena a parte o a parte quella, la persona alza le mani nel momento in cui non è più se stessa. Anzi, meno meno. Nel momento in cui non compie più quelle azioni che contribuivano a farlo stare in forma, qualunque siano queste azioni, escluso l’omicidio e l’abuso sul troppo minore nonché l’abuso d’ufficio. Nella maggior parte dei cassi o dei casi sono le relazioni vicine a bloccarci come ingranaggi inceppati nell’orologio di un campanile medioevale. Logico, sono vicine. Vero! Anzi, osservazione puntigliosa e più che elementare. Da asilo nido. Familiari e amici, il calderone promiscuo, spesso con il piede a tavoletta sull’acceleratore della macchina pigliatempo, il tuo tempo, saranno i primi tra i primi dei primi a cercare di spingerti verso le dimissioni. Verso la resa. Non apposta. Ma saranno i primi. Prima di loro ci possono essere solo le relazioni intime con i rispettivi partner, i quali invieranno all’asta le maggiori offerte con l’intento di accaparrarsi un poco del vostro tempo. Loro apposta però. Non prendetemi per misantropo o per un eremita che ama meditare sul guappo della montagna, anzi della vetta, inculandosi le capre del suo gregge. Stare in mezzo alla gente è ok. È samba. È un Pelé che dribbla. È un Salvo Randone che declama, è un politico che non ruba, è una religione che non dogma, è una pizza con la bufala, è, è, è, è, è, è, a, a, a, a, a patto che sia gente che non abbia troppo a che fare con te. Tipo le persone che ti aspettano dopo uno spettacolo. Cazzo, venite a mangiare in pizzeria. Io offro il vino. Venite, venite, si vive una volta sola, e già basta per ringraziare… di non lavorare… nelle miniere del Minasgerais. Stavo balbettando di relazioni tra mortali con uno dei colleghi, giusto un pelo prima di metterci al tavolo a trattare il copione. E blatera e blatera. Lui mi guardava. E guarda e guarda. Non batteva ciglio. Un impassibile blocco di gesso ancora da modellare. Marmo di Carrara. Fidia si sarebbe toccato… Pareva assente. Assente ingiustificato. Mai pervenuto. Spina staccata. Rapimento di alieni. Altra dimensione. Cessai di parlare e subito ripresi cambiando completamente l’argomento della conversazione. Così. Alla cippa di minchia. Nulla di premeditato. Niente di logico. Gli regalai un surrealismo gratuito. L’essenza del non senso. Un attimo di fuga dalla realtà. Anche se non ne aveva bisogno, così a prima occhiata… ma non nel senso positivo. Senza senso. Ma lui non mutò di una virgola il suo atteggiamento. Guardava. Pensai: adesso gli ficco un dito in culo e vediamo se continua a guardare il vuoto con quell’espressione defunta. Lo feci. Ora pro nobis. Poi gli feci una sega. Cioè… non proprio una sega, glielo pizzicai un poco. Niet. Continuava a guardare. Nella direzione precedente per di più. Provai con un deciso calcione nel sedere. Nada. Poi con uno schiaffone, un lopez, un carrigno, una noccata in pancia, le boccacce, le pernacchie, gli insulti alla mamma, gli sputai in un occhio. Niente, continuava a guardare. Forse era già immedesimato nel personaggio. Maledetto Strasberg, guarda come hai ridotto il nostro fottuto pianeta! Il regista ci chiamò a raccolta, prove al vaglio. Lui si mosse verso il tavolino con il mio scracio ancora favillo nel suo bulbo oculare. Dio cristo pensai. Questo sì che è un grande interprete. Con i controcoglioni. Così concentrato, così apparentemente assente perché al servizio del personaggio, così riservato da non ritenermi degno di poter pregustare al mio udito il suo timbro da gigione di ottocentesca memoria, così… così… già così così. Buttai giù il mio liquore al servizio anch’esso della mia voce. La abbassava. Ruttai, feci il segno della croce e domandai alla filippina che stava pulendo i bagni il nome di quell’attore. Ma come? Mi disse sbalordita come se le avessero concesso un aumento di marchetta, non conosce il grande attore LC 15? La stupida mi dava del lei come se fossi un vecchio rincoglionito. LC 15!!! Che roba è?! Mi hai preso per un pirla? Ma no, LC 15 è uno dei modelli storici di questo teatro, riverito da tutti, rispettato e adulato, è l’artista di punta dell’azienda. Ho compreso, madre de dios, ma l’artista di punta avrà bene un cazzo di nome, che ne so… Paolo De Buzzi, Marco Scaluggi, Silvano Domenichese, Gianstelvio Del Passo? Dunque come si chiama? LC 15. La mia mano brancò i suoi capelli prima delle sentinelle all’aurora. La persi. La stronza portava una parrucca. Una parrucca per dio! Mi sentivo doppiamente preso per il culo. Brandii ugualmente la sua testa di merda. Con una suolata ben assestata spalancai la finestrona che dal quinto piano di un edificio postbellum dava sul parcheggio dei taxi. Adesso si vola, puttana filippina! Sotto di noi non c’erano taxisti, tutti nella capitale a orinare sul decreto delle liberalizzazioni. Non volevano liberalizzare un cazzo. L’unica cosa che rimaneva libera era la piazza. Tutta per la filippina. Volò bene. Planò sull’unica siepe. Si rialzò malconcia ma viva. La fortuna aiuta gli audaci. Lentamente raggiunse il centro scagliandomi insulti in idioma filippico. Non capivo nulla. La prima cosa che mi passò per la testa la feci. Le feci vedere l’uccello. Ero sollevato e con me anche la mia coscienza. La morte sarebbe stata una punizione esagerata rispetto alla sua colpa. Ma l’autista di un bus turistico a due piani contenente scolaresche di ciechi e sordomuti giunti dalla fazenda per vedere uno spettacolo mattutino nel teatro della grande città non la pensò così. Non pensò nulla. Si limitò a parcheggiare il mezzo. Sulla filippina. LC 15 pensai… cazzo, al giorno d’oggi non ci si può proprio fidare più di nessuno. Nemmeno di se stessi.
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In Un attore qualunque on novembre 21, 2012 at 8:45 amÈ importante la profondità di pensiero. Il pensiero come la cava di una miniera della Loira dentro la quale non si scorge il fondale. Come nel cinema dinamico dei parchi gioco in riva ai laghi. Un incipit degno dell’Ariosto. Lobotomizzato però. Pronti, via! Prove a tavolino, proprio quelle. Necessarie a porre i puntini sulle i. Noiose e boriose ma fottutamente utili, cassu. A capire che non c’è nulla di complicato, di nascosto, di celato. Bisogna fidarsi delle parole schiaffate dall’autore sulle pagine bianche. Lasciare che i personaggi della pièce parlino e ragionino senza permettersi la spocchia di pensare per loro. Se la battuta numero 5 a pagina 12 dell’atto secondo cacata da Zio Vanja è: “Vado a fare la spesa da Zio Ugo”, sarà sufficiente dirla preoccupandosi di stabilire una reale comunicazione con il buon mestierante che ci sta innanzi. Stop. Alt. Basta. Evitare di masturbarsi il cervello con il solito ipervalutato lavoro sul testo! Come mai fa così? Come mai dice sta roba? Ma qui forse il personaggio…? Ma non è che forse qua lui intendeva…? E i se… e i ma… e i forse…, l’inconscio del damerino, il passato del personaggio in quanto figlio di…, il futuro… il pensiero poiché la sofferenza e forse psicologicamente parlando… BASTA! Basta e ancora basta al cubo. Il palcoscenico si è rotto i coglioni di queste paranoie da debosciati parrocchiali. Tempo prezioso gittato a fossi a guisa di un pirla! In questo caso la profondità di pensiero non torna utile all’attore. Né all’artista. Meno che mai di meno che niente al buon mestierante. Anche se è la prima volta che accarezza il testo teatrale. Altri sono i lidi dove essa necessita. Ad esempio il buon mestierante dovrà fare uso di gran quantità de profondità di pensiero, possibilmente il suo pensiero e non quello di altri, a preoccuparsi di come far maritare la battuta del personaggio con la sua cinesfera attorale in modo tale da renderla il meno fasulla possibile. La battuta può essere detta o prodotta in tutti i modi. Ma ci sono dei modi dove proprio non si può dire, non si deve dire, la legge dovrebbe intervenire con il penale, specialmente se questi modi o metodi da recitazione bugiardesca vengono utilizzati come avviamento di propedeutica alla scena. Analizziamo degli esempi dai e vai! Dovrai dirla, anzi, meglio ancora re-citarla con sentimento! È il colore del teatro! Ma che cazzo vuol dire?! Vuol dire greve, bassa, provata, soave, dentro! Ma che cazzo vuol dire?! Pensateci bene, amici, quando nella vita vi capita una giornata no, voi dite le vostre pene d’amor perdute ai vostri amici con tono greve, basso, provato, soave o peggio dentro?! Spero di no per voi altrimenti la neuro è lì. Sicuro invece cambiate unicamente il ritmo, o abbassate di poco il tono, o realmente giocate con il volume, forse nulla di tutto questo, meglio ancora o più semplicemente delegate tutto in maniera logica, scontata, matematica e naturale al vostro stato fisico (corpo e voce) in modo che l’insieme risulti vero. Credibile. Più giusto. Vitale. Essenziale. Sì, perché come osava dire mia nonna già negli anni dell’assassinio di Aldo Moro, anche nel dramma più nero, nella merda fino al midollo, bisogna comunque essere entità vive, vitali. Sul palco poi vive sino allo strafattismo. Ma il cialtrone è sempre in agguato come una tartaruga Ninja alla riscossa e non si arrende. Devi dirla altisonante, di maniera, nei soliti stili da arte figurativa, devi urlarla! Voglio sentire i monti Appalachi sussultare talmente mi gridi questa battuta! Beh, qui la legge prevede la squalifica a vita da tutti i teatri esistenti sulla faccia del pianeta più tredici anni di reclusione per avere distrutto i sogni di ragazzi giovani e talentuosi, innamorati del teatro. Grazie alle tue bestemmie tradiranno il teatro con il cinema così come Casanova tradiva se stesso. Il regista burattinaio, ancora lui: “Adesso vengo lì e ti infilo le note e le pause su per la battuta così la dici come voglio io, chiaro?”. In questo caso, se l’attore non porge denuncia alla magistratura di un fatto così grave allora vuol dire che il teatro sta con le pezze al culo. Ma non come soldi. Come idee. È come se tu rifornissi di libri i soldati e di fucili gli intellettuali. Meglio ancora. Un regista che dà le intonazioni all’attore come se questo fosse incapace di intendere e di volere è un po’ come se durante l’eucarestia il vescovo impartisse le intonazioni della funzione al prete. Come se durante l’arrivo dell’orgasmo maschile la partner regolasse il gettito dello sperma. Come se il presidente della repubblica italiana, Giorgio Napolitano si facesse dare le intonazioni dei suoi sermoni dall’ex presidente Carlo Azeglio Ciampi. Per dio! Diamoci una regolata! Ma il burattinaio del teatro è duro a morire. Senza pietà. Ti tira fuori la vecchia filastrocca dell’immedesimazione. Qui lo devi sentire, il personaggio, qui devi essere lui, usa il ricordo, sfrutta la rimembranza, soffri con lui ecc. Altre enormi bugie! Siccome tu sei già il personaggio, o come scarabocchiai in una puntata precedente, è lui che deve essere te, tutto deve avvenire con un semplice schiocco di dita. Forse che Falcone e Borsellino dovevano immedesimarsi per affrontare un nuovo processo? Se così fosse stato i mafiosi avrebbero rinunciato al gusto di farli saltare in aria poiché il tempo utilizzato per l’immedesimazione avrebbe reso i due giudici innocui o completamente deficienti. Quanto la si fa complicata sul discorso del bravo attore. Ci si preoccupa delle più svariate baggianate ignorando la prima necessità. Come se un sopravvissuto sull’isola deserta anziché pensare a sfamarsi e a dissetarsi pensasse prima a una bella partitina alla playstation. Condicio sine qua non è l’evitare di far addormentare i gentili signori del pubblico. Artaud snobbava il teatro di parola, blaterava che era poltiglia morta, sega psichica, polenta che mal si adattava alle quattro pareti, pernacchia da manuale. Quel figlio di puttana transalpino teneva ragione. In parte. E sono stati i numerosi tentativi di una certa recitazione recitata vergognosamente riusciti a consegnare al pazzo la coppa dei campioni del teatro. Ma la finale andrebbe rigiocata. Altri casi hanno dimostrato che il teatro di parola è piacevole nonché vivo tanto quanto un antilope strafatta di crack che corre nei prati facendo cacare in mano il leone dalla fifa. È il gioco del tra e tra. Tra il realismo viscontiano e lo straniamento brechtiano esiste il teatro samba. O meglio la recitazione a Sambodromo anche personale contenente ingredienti dil Lui e l altro miscelati in salsa Minasgerais. Tropicalistas. Per altri invece esisterà un’altra cosa altrettanto viva e di parola, dove la parola, si spera, cavalca consapevolezza, fisico, soprattutto ritmo. L’ingrediente che arriva prima alla pancia. In seguito tutto il resto. Ma prima, ritmo. L’amico più fidato per stabilire una reale relazione con chi è in palcoscenico con te e con i gentili paganti che stanno innanzi a te. È un bene che siano al mondo modi personalissimi di intendere la recitazione. Esclusi quelli vietati dal codice penale. Non diventa più così un modo di recitare ma risulta un modo di essere quello che si è già. Sono i politici che recitano. In compagnia dei pessimi medici.