Ero lì a sbeffeggiare, lì, non là, partorendo il mio cerpame di fonemi e grafemi quando a ritmo di pendolino in stazione metropolitana la pompa cardiovascolare comincia a dare segni di cedimento. O meglio. Di eccessivo entusiasmo. Le idee tolgono il disturbo quanto le vecchie zie all’ora della funzione eucaristica, il circondario si fa buio, gli arti di sostentamento fanno la fila per le ferie anticipate, formicolio gratuito con allegato di scossetta si impossessa della mia attenzione quasi quanto un buon quotidiano di carta stampata. Sudo. Anzi niet. Grondo. Se provo ad appoggiare l’arto superiore destro a quello sinistro scivolo dicendo addio all’equilibrio e facendo la brutta fine di un atleta triste. Vagonate di merda infestano i miei calzoni e non solo non è ancora successo niente ma tutto deve ancora succedere. Rasettando il tempo il cordless è già mio. Sbattacchio tasti alla rinfusa. In nome della dea bendata che in realtà ci vede anche troppo bene riesco a mettermi in contatto con quelli di sempre. “Ragazzi, ho la greppia, il mio organismo sta facendo notte”. “Non ci pensare, sarà allergia alle betulle”. Chiamo la fidanzata. Non pervenuta. Chiamo la fidanzata di un altro. Pervenuta solo in parte. Chiamo l’amante. È con il suo amante. A questo punto l’unica via d’uscita è uscire di casa. Non prima di aver chiamato una orientale brancata sul magazin degli affari provinciali. “Buon giolno, massaggi?” “Buongiorno un paio di cazzi! È stato bello cavalcare la muraglia cinese con il risotto alla cantonese su per l’uscio posteriore, spero di rivederti, adesso vo’ a salutare il mondo dei vivi.” “Io non capile.” “Allora vai in mona.” Tra il mio loft e il primo soccorso sono quattro balzi circa. Io sono all’ouverture in due balzi e un quinto. “Affanno, tipo orsetto di peluche obeso e poi la sincopata spiegazione: anf, salve buon uomo, ero lì sul cesso e mi son sentito rabbuiare.” “Dov’è che era?” “Cristo Dio, stavo andando di corpo quando…” “Ah, stava cagando.” Il triagista urlò il verbo ‘cagando’ sottolineandolo con un’urgenza pari solo a quella di Arlecchino servitore di due padroni, l’atrio era colmo di degenti i quali fecero traballare le flebo dal ghigno. “E non urli per la dea Kali!” “Va bene, ricominciamo, Lei si stava pulendo il culo quando ad un certo punto…” “No, ancora non ero giunto al punto del lavaggio orefiziale, il barlone era ancora in rottatoria, origliavo il quotidiano sportivo quando su per giù le mie difese immunitarie subiscono una caporetto e…” “Una caporetto?” “Ma sì, un incaprettamento.” “Ah, lei stava facendo un’orgia con dei boscimani baltici quando ad un certo punto l’intera tribù, animali domestici compresi, le sono entrati in base 5 e lei ha perso conoscenza, is that correct?” “Sì, cazzo, è andata proprio così, tasteggi sul triage, basta che mi diate una controllatina, se è possibile gradirei lastra cervicale.” “Lo decide il curatore quel che veda gradirsi, lei si siliconi la bocca e vada ad occupare il suo posto in sala d’attesa.” Premetti il tacco delle pantofole di una marca al di sotto delle sottomarche e mi recai al loculo. Non avevo niente da leggere. Il cranio aveva assunto il peso di una palla medica, già diversi istanti precedenti all’attacco un muco sinistro faceva le ronde padane tra occipite e castatale. Ma non essendo io abituato per educazione cristiano-occidentale ad ascoltare il mio corpo, avevo aggirato l’ostacolo come le vetture aggirano le buche sull’autostrada. Sarà freddume riflettei tra me e il mio vicino di sdraio. Spesso è meglio non riflettere. Alla consegna del fottuto triage l’infermiera vedendomi retto sulle mie gambe quasi mi apostrofò con il suddetto “a lavorare!” Commisi l’errore di suggerirle la lastrina di cervice. Fu il dito medio la sua risposta. Nei pronti soccorsi per essere preso in esame devi arrivare già morto. Altrimenti non ti visitano. Rubavo ossigeno con affanno e il mio pensiero correva agli amici più cari, ai rari orgasmi e alle innumerevoli sbronze. Dopodiché il tremendismo. Porca loca io voglio rimanere tra i vivi ancora per un po’. Devo sbrigare delle faccende. Pisellare ancora un tanto al, impedire che i poco di buono salgano alla guida del pastrano ma più del resto: voglio, anzi devo fare il teatro. Io, che nel mio nulla, nella mia nullità, nella mia assoluta insignificatezza rappresento un ciccin del teatro della possibilità, la mia possibilità, sentivo il soffio vitale prendere congedo dalla mia carcassa. Le muffe stalattitiche del teatro cimiteriale stavano già stappando le bottiglie e preparando gli striscioni. 1 a 0 per loro. Confesso: pregai. Mi rivolsi a Dio con voce teatrale dopo digiuni e digiuni di riferimenti al supremo, pregai con le orazioni che mia nonna mi obbligò ad apprendere da moccioso a colpi di Paluk di ferro. Vicino a me una famiglia di supporter islamici cominciò ad accompagnarmi nell’iter devozionale. Io con l’atto di dolore. Loro con il dolore nell’atto. Io con il senso di colpa. Loro con la colpa nei sensi. Io in italiano. Loro in codice a barre. Io con le lacrime agli occhi, loro no. Avevamo partorito del teatro di narrazione nel pronto soccorso metropolitano più attrezzato di Subalpia. Roba da Premio Ubu al quadrato. Il fonofono fece il mio cognome. Il nome no, troppo lungo e complesso. L’addetto interfono non aveva difficoltà a pronunciare i nomi di battesimo dei ricoverati magrebini. Nomi impossibili, alcuni dei veri e propri esercizi di solfeggio, ma il mio no, non lo pronunziò, forse perché gli scappava da sbellicarsi. Gio Barattolo, che è un nome da ricovero questo? Con un nome così fili dritto a fare operetta nelle frazioncine di provincia. “Botta Gio ecc. convocato in sala visita 3” “3? È il mio numero, oltre che quello di Cristo, forse stavolta porto a casa la corteccia.” “Lei è il Signor Botta?” “Per l’esattezza.” “Botta Gio Barattolomeo?” “Botta Gio Barattolo.” “Gian Bartolomeo appunto, io che ho detto?” “Sì.” “Dunque lei è nato a Belo Orizzaza, che c’è scritto qui?” “Horizonte, dottore.” “E che posto è?” “Non lo sappiamo dottore.” Questi erano gli infermieri. “Dov’è sto posto giovanotto, in Romania?” “In Brasile, dottore.” “Ah, in Brasile… allora sei messicano?” “No, veramente io sarei…” “Eh, che bello il Messico, ci sono stato anche io, sa? Subito dopo essermi maritato, sono stato a Buenos Aires per la precisione, il viaggio era finanziato dall’ordine dei medici, ah… quanti bei culi, quelle messicane, se ci ripenso mi si riabbarzzotta… il guaio era che c’era mia moglie fra i piedi comunque che ci fa qui? Non vede che siamo occupati con i degenti?” “Ma io sto male.” “Ma se è vivo.” “Sì, ma sono stato male prima.” “Prima quando? Ai tempi del mausoleo della bella rosina hahaha!” Grassa risata del dottore e dei suoi segugi. “Va bene, va bene, si spogli e si sdrai su quel lettino, forza.” “D’accordo, dottore.” “E non mi chiami dottore ogni volta che apre il cesso, guardi che con me la baciata di pile non funge, io sono un ex lupetto e…” “Okay, scusi, è che sono un po’ agitato, temevo di morire.” “Non esageri, adesso facciamo l’elettrocardiogramma, che sintomi ha avuto?” “Sono quasi svenuto.” “E’ svenuto sì o no?” “Ero sul punto, poi ho raccolto le forze e son giunto alle vostre grazie…” “Giovanotto, droga?” “In che senso?” “Su, non faccia il finto tonto! Erba? Crack? Bamba? Scioppa? Quanta e con che frequenza?” “Veramente io non faccio uso delle suddette.” Pausa medica e risata, l’internista e i suoi galoppini risero fino alla lacrimanza, ci fu chi si procurò i crampi addominali dallo sganascio. “Avete sentito, Zaza, Mimì, il bricconcello vuole farsi passare per un angioletto finocchiello, va bene, voglio fingere di crederLe, Lei non si buca e non alza di naso, ora si schiaffi disteso che l’assistente preleverà qualche boccetta di plasma per gli ematologici, avrebbe preferito un paio di sventole scandinave, vero? E invece oronzo di moncalè Le misurerà la pressione”. “A me basta che mi curiate, poi allo scarico seme ghe pensi mi”. “Eh… quanta protervia, stavo solo umoreggiando, che diavolo di mestiere fa Lei? Cos’è? Studente universitario?” “Dottore, sarà il solito studente di scienze politiche garantito dai genitori.” “Allora, che fai ragazzino? Sollevi lo zainetto?” “Lavoro.” Altra pausa medica, altra sgnasciata. Il primario volle approfondire il modo in cui occupavo la giornata, a mezza voce dissi all’intero cast medico che facevo l’attore. A parte il solito gruppo di infermieri che non sapeva che volesse dire attorare, i più cominciarono a cambiare atteggiamento. Il capoccia dal camice bianco ordinò ai suoi sottoposti di lasciar perdere gli altri degenti e di avere un occhio di riguardo, se possibile due, unicamente per me. Un codice rosso attraversò la sala, si trattava di un trauma cranico con escoriazione e molteplici fratture toraciche. Venne affidato alla amorevole cura della donna delle pulizie di turno. Ditta “Cavallo Pulimbene”. Come diceva quel personaggio là in quella piece là “C’è del marcio in ospedale”.
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