Giovan Bartolo Botta

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Edipo Cronaca al Teatro Manhattan di Roma.

In in scena on gennaio 28, 2013 at 9:59 PM

PRODUZIONI NOSTRANE presenta

EDIPO LocandinaMANHATTAN

dal 5 al 9 febbraio 2013 ore 21
domenica 10 febbraio ore 18 e ore 21

Teatro Manhattan
Via del Boschetto 58, Rione Monti, Roma.
costo biglietto € 8 + 2 tessera associativa
per info + prenotazioni
331 14 85 606; 331 14 85 671
http://www.teatromanhattan.it

Edipo Cronaca

adattamento e regia Giovan Bartolo Botta

con Isabella Carle
Krzysztof Bulzacki Bogucki
Giovan Bartolo Botta

Città di Tebe. Edipo amministra la città eletto a furor di popolo dopo aver cacciato la sfinge portatrice di rogna tra i tebani. Il popolo ha bisogno di leader, e che leader… Personaggio poco limpido, faccendiere, consumato dai vizi, ipocondriaco e terribilmente dissociato, Edipo ricorda per certi aspetti il fragile quoziente intellettivo del Ronald Reagan degli anni 80. Incapace di governare viene sorpreso dall’inaspettato corollario di nefaste profezie antiche. La sua reazione? Continuare a leggere i giornali sbagliati consumato dai sospetti verso il prossimo. Sofocle è un evergreen, come tutti i classici che non sanno di essere tali, rappresenta un espediente per la creatività. In questo caso la messa in scena assume aspetti essenziali da teatro post-bellico, si fa a meno di tutto, oggettistica, cianfrusaglie, lavori di falegnameria ecc. Perché nel teatro di prosa conta solo l’attore. Questi sono i fatti. Il resto sono opinioni. Memo Benassi docet.

Edipo Cronaca è una rivisitazione moderna del dramma di Edipo, con venature comico e tragiche insieme. Lo spettacolo è retto unicamente dall’interazione dei tre attori, non esiste testo, ma ascolto, situazione, e improvvisazione. Ergo lo spettacolo è diverso di sera in sera.

www.sulpalco.it a proposito di BERNARDA o il kaos di Bernarda Alba

In rassegna stampa on gennaio 16, 2013 at 9:08 am

http://www.sulpalco.it/BERNARDA.htm

di Valentina Balduzzo

Teatro Duse – Via Crema, 8 – Roma. Dal 10 al 27 gennaio; giov.-ven.-sab. 20.45 – dom. 17.45
. Liberamente tratto da “La casa di Bernarda Alba” di Federico Garcia Lorca. Adattamento e regia Botta Giovan Bartolo.

Senza fronzoli, cruda e diretta così appare questa piéce già dall’ingresso in sala, dove gli attori ti accolgono non dietro un sipario in attesa di svelarsi, ma in scena come a rappresentare un’appendice della realtà corrente.

La verità messa in scena è viva, descritta da Lorca nel 1936 poche settimane prima della sua fucilazione per mano fascista, rielaborata ma potente adesso come allora.

Bernarda è il suo dramma di dover e voler essere perno di una famiglia dove la parte maschile è assente, cercando di imporre una morale contadina ormai degenerata, fatta di doveri profondi, trasfigurata in una ricerca spasmodica del salvare la faccia, rispetto ad una realtà nella quale la presenza maschile ha il suo grosso peso.

L’ambiente in scena è scarno, senza fronzoli, lo spettatore non ha modo di porre lo sguardo se non su i personaggi che raccontano l’essenza della loro verità con una buona dose di passione e brutalità.

Il pathos cresce man mano che il gioco delle parti si manifesta, le sorelle non trovano un modo comune di combattere le costrizioni materne perché interessate in modo differente, a causa delle limitazioni nella loro educazione, all’elemento uomo.

L’ultima parola è comunque sempre di Bernarda che, nonostante la buona volontà di Poncia, la governante, di farle alleggerire la morsa, apre e chiude la vicenda noncurante dei sentimenti di nessuna delle figlie e causando il suicidio della più piccola.

Grande prova drammatica di tutti e cinque gli interpreti, il cipiglio e la presenza scenica di Bernarda (Giovan Bartolo Botta), la profonda convinzione che sostiene il personaggio di Poncia (Giada Di Fonzo), Angustias (Flavia Martino) e la sua alterigia, Martirio (Krzysztof Bulzacki Bogucki) che scarica sulla sorella Adela (Isabella Carle) tutta la sua frustrazione e in fine Adela, con il suo non riuscire a mascherare i propri sentimenti per Pepe il Romano.

Spettacolo consigliato per chi ama l’accoglienza dei piccoli teatri condita con quelle emozioni intime che solo il teatro sa dare.

La Nouvelle Vague Magazine a proposito di BERNARDA o il kaos di Bernarda Alba

In rassegna stampa on gennaio 14, 2013 at 10:14 PM

http://www.lanouvellevague.it/wordpress/archives/il-kaos-di-bernarda-alba/5128/

di Valentina Versino

Al Teatro Duse di Roma è in scena dal 10 al 27 gennaio: Bernarda o il kaos di Bernarda Alba, adattamento e regia di Giovan Bartolo Botta, liberamente tratto dal testo “La casa di Bernarda Alba”, di Federico Garcia Lorca.

Bernarda, interpretata dallo stesso Giovan Bartolo Botta, ama il calcio, dice parolacce, è madre di 5 figlie che tiene a freno con una rigidissima educazione inchiodandole dentro regole insopportabili, azzittendole, soffocandole.

Le figlie invece sono assetate di vita, di voglia di fare esperienze reali, di scoprire il sentimento, d’incontrare la passione. La casa di Bernarda è un covo di conflitti, di rabbia, di grida a denti stretti, una bomba ad orologeria dove tutto è rigidamente trattenuto

Sul palco 5 attori dall’inizio alla fine dello spettacolo. Non ci sono quinte, non ci sono musiche, non c’è una regia luci, solo un piazzato, le luci in sala rimangono accese secondo la concezione brechtiana, il pubblico viene guardato fisso negli occhi; non ci sono personaggi dietro ai quali l’attore si può rilassare.

“Entrando in quest’ottica tutto diventa più urgente. Qualunque cosa tu faccia. Non è più un recitarsi addosso ma tutto diventa più nervo, più carne. Il mio è un teatro pronto ad ogni imprevisto.” afferma il regista.

Bernarda è una rivisitazione in chiave urbana dell’opera di Garcia Lorca. Ironica, cruda, violenta, reale, drammatica.

Lo spazio scenico è riempito da 5 sgabelli e un tavolo solo Bernarda e Poncia, la governante tutto fare, interpretata da Giada Di Fonzo, si possono muovere sul palco, gli altri attori: Flavia Martino, Isabella Carle, Krzysztof Bulzacki Bogucki, che interpretano 3 delle 5 figlie, sono bloccati, inchiodati sugli sgabelli per tutta la durata dello spettacolo, riempiendosi di tutti i conflitti familiari messi in atto; fino all’ultima scena dove la passione e il dramma, rompono lo spazio attraverso le parole di Adela (Isabella Carle), che arrivano dritte allo stomaco, spiazzando il pubblico.

Un teatro di prosa, indipendente, militante, vivo e senza mezzi termini, pervaso dal libero pensiero.

BERNARDA o il kaos di Bernarda Alba al Teatro Duse di Roma

In in scena on gennaio 8, 2013 at 2:19 PM

Bernarda locandina

PRODUZIONI NOSTRANE presenta

dal 10 al 27 gennaio 2013
gio-ven-sab ore 20:45, dom ore 17:45

Teatro Duse, via Crema 8, zona San Giovanni, Roma.

Prenotazioni con lo sconto
(50% tutti i giovedì, 31% negli altri giorni)
su http://www.atrapalo.it/spettacoli/bernarda_e66277/

Bernarda o il kaos di Bernarda Alba

troppo liberamente tratto da Federico Garcia Lorca
adattamento e regia Giovan Bartolo Botta

con
Giovan Bartolo Botta
Krzysztof Bulzacki Bogucki
Isabella Carle
Giada Di Fonzo
Flavia Martino

Sinossi
Bernarda Alba ha un problema. Ha molti problemi. È solo un problema. Le sue figlie sono un problema. Assettate di vita. Vita vissuta. Pretendono il motorino, il piercing, il tatuaggio, la libera uscita senza coprifuoco, il superalcolico, l’esperienza psichedelica e la giusta dose di sentimentalismo compulsivo. I compiti li scopiazzano, l’andamento scolastico è pessimo, ingollano junk food, non fanno attività fisica, disprezzano le generazioni precedenti, non credono in Dio, non credono nel caso, non credono e basta. L’assistente sociale alza bandiera bianca, il terapeuta si suicida, il confessore si inginocchia sui ceci. Tutto pur di non aver a che fare con loro. La loro storia non interessa a nessuno. Piace giusto a noi attori che dobbiamo lavorare per mangiare. E ci tocca farci carico dei problemi dei personaggi come se non ne avessimo già abbastanza noi come persone.

BART E IL TEATRO ULTRAS da postitroma.it – intervista a Giovan Bartolo Botta

In rassegna stampa on gennaio 4, 2013 at 4:56 PM

http://day.postitroma.it/news/bart-e-il-teatro-ultras

di Vito Scalisi

Non si può inventare più nulla, a meno che non ci sarà un cambio dimensionale della terra. Solo in questo caso si potranno modificare contenuto e contenitore, e potrà nascere un teatro nuovo». Il sipario dentro il quale ci catapulta Giovan Bartolo Botta è quello del teatro militante indipendente e autoprodotto. Attore e regista, diplomato all’Accademia “Ribalte di Enzo Garinei”, Bart sfida il suo pubblico sul terreno più difficile per un attore: quello della prosa e del monologo. Il ritmo è serrato. Senza paracadute musicale, in un faccia a faccia, dal quale il pubblico non può sfuggire ed al quale Bart chiede di prendere una posizione. Da che parte stai? La scansione del tempo è al limite della catastrofe, solo gli alieni potranno salvare il teatro di prosa divenuto oramai illegale. Nel frattempo bisognerà organizzarsi. Proprio come gli ultras. Con striscioni e cariche da stadio contro musical e recite d’aperitivo.

Ora che la profezia Maya è stata disattesa quale sarà il futuro del teatro di prosa?

Sarà fatto di governi tecnici. Non ci saranno più politici ma saranno tutti periti industriali che hanno fatto l’Itis. Per prima cosa metteranno fuori legge il teatro di prosa. Si potranno fare solo musical, commedie musicali e il musicarello. Proprio come nelle dittature argentine degli anni ‘70, chi continuerà a fare prosa sarà prelevato dai servizi segreti e portato nelle patrie galere; diventeranno desaparecidos. Sarà una lotta verso la prosa. Ci sarà questa scissione: i vecchi maestri, non quelli morti come i Gassman, i Valli, i Lilla Brignone, gli Scaccia e i Stoppa, ma quelli vivi come i Branciaroli e gli Avogadro, all’inizio prenderanno le parti del teatro di prosa, dopo si faranno comprare e ci sarà il discorso della patta sui pantaloni: “Amici, cittadini, italiani, io ho sempre amato il teatro di prosa”, solo che mentre lo diranno si terranno una mano sulla patta. Poi arriverà un elicottero che, come per Ceausescu, li porterà in un’isola e se l’andranno a godere.
Qual è la colpa del teatro di prosa? E’ l’ultima ruota del carro. Quando ti dicono che il teatro va bene, sono gli incassi del musical perlopiù. Il teatro di prosa fa acqua da tutte le parti.
Quindi tu sarai una sorta di fuggitivo… Si stanno già creando le sacche di resistenza. Ci sarà il GLT (Gruppo Liberazione Teatro) e altri movimenti paralleli. Andremo nei teatri dove vanno in scena i musical e occuperemo la platea con striscioni tipo “ultras teatro” e “fossa della prosa”. Intoneremo cori e tutto sarà riportato su una visione di lotta e di teatro povero. Post Grotowski. Si può fare a meno di tutto, anche del pubblico.
Un clima di battaglia? Recitare in questo clima ti impone una recitazione “a culo stretto”, non da teatro di riposo o da teatro dell’aperitivo. Il mio modo di recitare si basa sulla costatazione che il personaggio a teatro non esiste. Sono parole scritte su un pezzo di carta e l’azione drammaturgica la puoi scandire solo attraverso tono, ritmo e volume. Entrando in quest’ottica tutto diventa più urgente. Qualunque cosa tu faccia. Non è più un recitarsi addosso ma tutto diventa più nervo, più carne. Il mio è un teatro pronto ad ogni imprevisto. Sono convinto che anche i nostri grandi pionieri, da Ruggeri a Zacconi, non erano immedesimati in nulla. Compenetrarsi nel personaggio secondo me complica il lavoro, è più una cosa da cinema. In una “situazione”, allora sì.
Questo è anche lo scenario all’interno del quale andrà in scena a Gennaio “Bernarda” al Teatro Duse. E’ una rivisitazione in chiave urbana dell’opera di Garcia Lorca. Lei è una madre con cinque figlie tenute a stecchetto, hanno una certa età e non hanno ancora vissuto la loro vita. Questo crea in loro un forte dramma. Vorrebbero andare in birreria o a ballare. La stessa Bernarda ha le sue debolezze. Oltre ad essere stata in passato schiava delle passioni vuole andare a vedere il Toro e fa attenzione che le figlie non vedano certe bandiere. Fuori il pericolo del maschio incombe. In più sono della Juve, per colpa del primo marito di Bernarda.
“Questa storia non piace a nessuno eccetto a voi attori” si legge nel testo della presentazione… …perché dobbiamo mangiare.
E’ un commento? Sono già le prime avvisaglie della battaglia.
Vi state organizzando? Ci sono già sacche di opposizione come le occupazioni dei teatri. Anche le compagnie, quelle che sono fuori dal circuito ordinario, combattono quotidianamente la loro battaglia.
A febbraio sarai anche al Teatro Manhattan. Riprendiamo l’Edipo Cronaca.
L’hai portato anche in un pub di San Lorenzo. Al Sally Brown. Lì faccio uno spettacolo al mese.
Il teatro in un pub? Ti mette alla prova. Hai il compito di attrarre l’attenzione del pubblico. Devi tenerli. Se non ci riesci, non è colpa loro, è l’attore che ha perso. Si tratta di pezzi realizzati con questo obiettivo. C’è l’Otello leghista, l’Amleto punk, molti pezzi sono sul calcio: “Vita di merda di Gigi Buffon”, “la Juve si rifà il lifting”. Con una forma teatrale che è quella del monologo, del delirio organizzato.
Nei tuoi spettacoli c’è sempre un tratto ironico. E’ tutto giocato sul filo. Mi piace giocare sullo spiazzo. Passare dall’ironico al tragico è prettamente tecnico. E’ tutto messo in mano agli attori. Non c’è nient’altro che ti viene a dare una mano. Non c’è una musica di Boccherini o di Einaudi che può salvarti il culo.
Il rapporto tra attore e pubblico è problematico? Però può diventare anche piacevole. Non ti sfugge nessuno. Quando Creonte recita: “Oggi ho fatto proclamare un editto riguardo ai figli di Edipo”, non lo dice in aria senza guardare nessuno. Nei miei spettacoli le luci in sala rimangono accese secondo concezione brechtiana. Non c’è una regia, solo un piazzato. Tutta la gente diventa cittadina di Tebe.
Il pubblico allora diventa una sorta di militante del teatro… Sì, si schiera. Deve prendere posizione. Non c’è il buio che ti salva. Mentre l’attore sproloquia non puoi guardare il messaggio sul cellulare o i risultati della partita. E se capita deve essere l’attore pronto ad intervenire, a correggersi nell’imprevisto.
Riprendi spesso la metafora del calcio, del tifo… Siamo dei giocatori. Abbiamo la nostra borsa e i nostri costumi sono magliette.
Cosa pensi delle occupazioni di nuova generazione? Penso che tutte le sacche di obiezione sono benvenute. L’importante è che quando ci incontreremo per l’ultima battaglia saremo uniti. Come in curva quando si va in trasferta.
Il tuo è un teatro politico? C’è una cosa che ti piace: il teatro di prosa. E pensi 24 ore su 24 a questo. Anche quando ciuli o sei in curva a guardare una partita. Questo è già intrinsecamente politica. Perché la proposta non sarà una farloccata.
Sul tuo blog pubblichi una storia a puntate “Un attore qualunque”. Di che si tratta? Di racconti dove immagino che gli extraterrestri sono fuggiti dal loro pianeta approdando sulla terra. Li invitano al Sistina a vedere un musical. Vanno alla serata di gala: c’è la salma di Myke Bongiorno, c’è Pippo Baudo. Tutte le delegazioni aliene sono presenti. Parte la musica. Iniziano a cantare. E’ a questo punto che gli alieni prendono le loro armi e iniziano a sparare come in Mars attacks. Da loro il musical è sempre stato illegale. Amano il teatro di prosa? Sì e anche le curve senza tessera.

Un attore qualunque – saga ipocondriaca 2

In Un attore qualunque on gennaio 3, 2013 at 4:16 PM

“Sa, Signor Trotta” “Botta.” “Eh?” “Botta, io mi chiamo Botta, non c’è nessun Trotta in questa sala degenza.” “Errore, io fo Trotta di cognome.”, disse l’ivoriano in camice bianco. “Sa, Signor Dotta, anche la mia primigenia si diletta di ‘ste ciarlatanate, teatro e simili, io non ci capisco nulla, ma l’ho vista sul palco un par de anni fa.” “Very interesting.” Replicai in lingua con un occhio al monitoraggio cardiaco e una mano sui cuchet. “Già, interessante.” (E intanto sbadigliava come un Eldoleo dell’El Dorado). “Mi pare fosse il saggio di diploma dell’accademia di danza… qualcosa come Il lago dei paperi o delle anatre.” “Magari dei cigni.” “Dio di una madonna, giusto! Dei cigni… Beh, comunque sempre pennuti sono.” “Sì, si nutrono di granaglie.” “Dottore, anche gli struzzi sono pennuti, no?” “Fottiti, Sam e lasciami continuare con il paziente, Le stavo dicendo, Signor Bolla, che mia figlia mi ha confessato di voler entrare alla scuola di arte lì, sul quinto canale, quella presentata da quella donna bionda con l’uccello fra le cosce e il marito piduista, ecco, mi chiedevo essendo Lei dell’ambiente, non potrebbe… ci siamo capiti, no?” E giù a strizzarmi l’occhio. Mi diede pure un buffetto. “Dott. Pascutti, io non faccio televisione, io sono un teatrante.” Ci fu un lungo silenzio. Desolazione eterna. Un’aroma di deserto. Il dottore mi spedì all’RX toracico senza degnarmi più del nulla, il suo sguardo si fece torvo, severo… i suoi movimenti frenetici, sostenuti, come se si fosse sentito preso per il bavero. Al termine della visita lo ringraziai. Di cuore. Non rispose. Tra l’aula degenza e la sala radionica vi era lo spazio di un corridoio infinito e tubolare. Riflettei sulla commedia dell’arte. In fondo io nella vita non sapevo fare altro che il ciarliero. Lazzi, scoregge, rutti, queste le cose a me care. Riuscirò ancora a metterle in pratica? Non ebbi il tempo di soprassedere sui miei che il portatile trillò. “Ciao Bartolo Botta, come va? Sono il regista, senti ci sarebbe bisogno di te per una parte nel…” Riattaccai. Il teatro è tutto nella vita di una persona. Ma per farlo bisogna essere vivi. Giunse la mia compagna di gran carriera. Chiese di me. La mandarono da un altro. Dopo un’oretta circa capì che quel cinquantenne itterico con un occhio di vetro non potevo essere io. In ogni caso l’abbracciai e mi misi a piangere come un infante. Tra un dai e vai il mio pensiero era giunto a prendere seriamente in considerazione l’aldilà. Fottuto pensiero, pensai. Tirare le cuoia prima del mio vecchio poi… tutto ciò non era assolutamente credibile, nemmeno nella più stupida delle situazioni stanislavskiane. Se io fossi deceduto, mio padre si sarebbe auto-deceduto a sua volta dal dispiacere e noi saremmo divenuti una famiglia deceduta essendo rimasti gli ultimi esemplari della “gens Botta”. Tremolavo, mai amai la vita come in quei fottuti istanti e tentai di rimanerci attaccato con i denti quanto un pitbull alla giugula di un rottweiler. La vita, ma prima di tutto la vita sul palco che poi per me era l’unica vita possibile. Sarei stato ancora in grado di eseguire quelle capovolte e quei monologhi da ascensore di palazzo di finanza? Fu l’ultima delle riflessioni dopodiché persi conoscenza mettendomi nelle mani dei miei santi creditori.

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Un attore qualunque – saga ipocondriaca 1

In Un attore qualunque on gennaio 2, 2013 at 3:28 PM

Ero lì a sbeffeggiare, lì, non là, partorendo il mio cerpame di fonemi e grafemi quando a ritmo di pendolino in stazione metropolitana la pompa cardiovascolare comincia a dare segni di cedimento. O meglio. Di eccessivo entusiasmo. Le idee tolgono il disturbo quanto le vecchie zie all’ora della funzione eucaristica, il circondario si fa buio, gli arti di sostentamento fanno la fila per le ferie anticipate, formicolio gratuito con allegato di scossetta si impossessa della mia attenzione quasi quanto un buon quotidiano di carta stampata. Sudo. Anzi niet. Grondo. Se provo ad appoggiare l’arto superiore destro a quello sinistro scivolo dicendo addio all’equilibrio e facendo la brutta fine di un atleta triste. Vagonate di merda infestano i miei calzoni e non solo non è ancora successo niente ma tutto deve ancora succedere. Rasettando il tempo il cordless è già mio. Sbattacchio tasti alla rinfusa. In nome della dea bendata che in realtà ci vede anche troppo bene riesco a mettermi in contatto con quelli di sempre. “Ragazzi, ho la greppia, il mio organismo sta facendo notte”. “Non ci pensare, sarà allergia alle betulle”. Chiamo la fidanzata. Non pervenuta. Chiamo la fidanzata di un altro. Pervenuta solo in parte. Chiamo l’amante. È con il suo amante. A questo punto l’unica via d’uscita è uscire di casa. Non prima di aver chiamato una orientale brancata sul magazin degli affari provinciali. “Buon giolno, massaggi?” “Buongiorno un paio di cazzi! È stato bello cavalcare la muraglia cinese con il risotto alla cantonese su per l’uscio posteriore, spero di rivederti, adesso vo’ a salutare il mondo dei vivi.” “Io non capile.” “Allora vai in mona.” Tra il mio loft e il primo soccorso sono quattro balzi circa. Io sono all’ouverture in due balzi e un quinto. “Affanno, tipo orsetto di peluche obeso e poi la sincopata spiegazione: anf, salve buon uomo, ero lì sul cesso e mi son sentito rabbuiare.” “Dov’è che era?” “Cristo Dio, stavo andando di corpo quando…” “Ah, stava cagando.” Il triagista urlò il verbo ‘cagando’ sottolineandolo con un’urgenza pari solo a quella di Arlecchino servitore di due padroni, l’atrio era colmo di degenti i quali fecero traballare le flebo dal ghigno. “E non urli per la dea Kali!” “Va bene, ricominciamo, Lei si stava pulendo il culo quando ad un certo punto…” “No, ancora non ero giunto al punto del lavaggio orefiziale, il barlone era ancora in rottatoria, origliavo il quotidiano sportivo quando su per giù le mie difese immunitarie subiscono una caporetto e…” “Una caporetto?” “Ma sì, un incaprettamento.” “Ah, lei stava facendo un’orgia con dei boscimani baltici quando ad un certo punto l’intera tribù, animali domestici compresi, le sono entrati in base 5 e lei ha perso conoscenza, is that correct?” “Sì, cazzo, è andata proprio così, tasteggi sul triage, basta che mi diate una controllatina, se è possibile gradirei lastra cervicale.” “Lo decide il curatore quel che veda gradirsi, lei si siliconi la bocca e vada ad occupare il suo posto in sala d’attesa.” Premetti il tacco delle pantofole di una marca al di sotto delle sottomarche e mi recai al loculo. Non avevo niente da leggere. Il cranio aveva assunto il peso di una palla medica, già diversi istanti precedenti all’attacco un muco sinistro faceva le ronde padane tra occipite e castatale. Ma non essendo io abituato per educazione cristiano-occidentale ad ascoltare il mio corpo, avevo aggirato l’ostacolo come le vetture aggirano le buche sull’autostrada. Sarà freddume riflettei tra me e il mio vicino di sdraio. Spesso è meglio non riflettere. Alla consegna del fottuto triage l’infermiera vedendomi retto sulle mie gambe quasi mi apostrofò con il suddetto “a lavorare!” Commisi l’errore di suggerirle la lastrina di cervice. Fu il dito medio la sua risposta. Nei pronti soccorsi per essere preso in esame devi arrivare già morto. Altrimenti non ti visitano. Rubavo ossigeno con affanno e il mio pensiero correva agli amici più cari, ai rari orgasmi e alle innumerevoli sbronze. Dopodiché il tremendismo. Porca loca io voglio rimanere tra i vivi ancora per un po’. Devo sbrigare delle faccende. Pisellare ancora un tanto al, impedire che i poco di buono salgano alla guida del pastrano ma più del resto: voglio, anzi devo fare il teatro. Io, che nel mio nulla, nella mia nullità, nella mia assoluta insignificatezza rappresento un ciccin del teatro della possibilità, la mia possibilità, sentivo il soffio vitale prendere congedo dalla mia carcassa. Le muffe stalattitiche del teatro cimiteriale stavano già stappando le bottiglie e preparando gli striscioni. 1 a 0 per loro. Confesso: pregai. Mi rivolsi a Dio con voce teatrale dopo digiuni e digiuni di riferimenti al supremo, pregai con le orazioni che mia nonna mi obbligò ad apprendere da moccioso a colpi di Paluk di ferro. Vicino a me una famiglia di supporter islamici cominciò ad accompagnarmi nell’iter devozionale. Io con l’atto di dolore. Loro con il dolore nell’atto. Io con il senso di colpa. Loro con la colpa nei sensi. Io in italiano. Loro in codice a barre. Io con le lacrime agli occhi, loro no. Avevamo partorito del teatro di narrazione nel pronto soccorso metropolitano più attrezzato di Subalpia. Roba da Premio Ubu al quadrato. Il fonofono fece il mio cognome. Il nome no, troppo lungo e complesso. L’addetto interfono non aveva difficoltà a pronunciare i nomi di battesimo dei ricoverati magrebini. Nomi impossibili, alcuni dei veri e propri esercizi di solfeggio, ma il mio no, non lo pronunziò, forse perché gli scappava da sbellicarsi. Gio Barattolo, che è un nome da ricovero questo? Con un nome così fili dritto a fare operetta nelle frazioncine di provincia. “Botta Gio ecc. convocato in sala visita 3” “3? È il mio numero, oltre che quello di Cristo, forse stavolta porto a casa la corteccia.” “Lei è il Signor Botta?” “Per l’esattezza.” “Botta Gio Barattolomeo?” “Botta Gio Barattolo.” “Gian Bartolomeo appunto, io che ho detto?” “Sì.” “Dunque lei è nato a Belo Orizzaza, che c’è scritto qui?” “Horizonte, dottore.” “E che posto è?” “Non lo sappiamo dottore.” Questi erano gli infermieri. “Dov’è sto posto giovanotto, in Romania?” “In Brasile, dottore.” “Ah, in Brasile… allora sei messicano?” “No, veramente io sarei…” “Eh, che bello il Messico, ci sono stato anche io, sa? Subito dopo essermi maritato, sono stato a Buenos Aires per la precisione, il viaggio era finanziato dall’ordine dei medici, ah… quanti bei culi, quelle messicane, se ci ripenso mi si riabbarzzotta… il guaio era che c’era mia moglie fra i piedi comunque che ci fa qui? Non vede che siamo occupati con i degenti?” “Ma io sto male.” “Ma se è vivo.” “Sì, ma sono stato male prima.” “Prima quando? Ai tempi del mausoleo della bella rosina hahaha!” Grassa risata del dottore e dei suoi segugi. “Va bene, va bene, si spogli e si sdrai su quel lettino, forza.” “D’accordo, dottore.” “E non mi chiami dottore ogni volta che apre il cesso, guardi che con me la baciata di pile non funge, io sono un ex lupetto e…” “Okay, scusi, è che sono un po’ agitato, temevo di morire.” “Non esageri, adesso facciamo l’elettrocardiogramma, che sintomi ha avuto?” “Sono quasi svenuto.” “E’ svenuto sì o no?” “Ero sul punto, poi ho raccolto le forze e son giunto alle vostre grazie…” “Giovanotto, droga?” “In che senso?” “Su, non faccia il finto tonto! Erba? Crack? Bamba? Scioppa? Quanta e con che frequenza?” “Veramente io non faccio uso delle suddette.” Pausa medica e risata, l’internista e i suoi galoppini risero fino alla lacrimanza, ci fu chi si procurò i crampi addominali dallo sganascio. “Avete sentito, Zaza, Mimì, il bricconcello vuole farsi passare per un angioletto finocchiello, va bene, voglio fingere di crederLe, Lei non si buca e non alza di naso, ora si schiaffi disteso che l’assistente preleverà qualche boccetta di plasma per gli ematologici, avrebbe preferito un paio di sventole scandinave, vero? E invece oronzo di moncalè Le misurerà la pressione”. “A me basta che mi curiate, poi allo scarico seme ghe pensi mi”. “Eh… quanta protervia, stavo solo umoreggiando, che diavolo di mestiere fa Lei? Cos’è? Studente universitario?” “Dottore, sarà il solito studente di scienze politiche garantito dai genitori.” “Allora, che fai ragazzino? Sollevi lo zainetto?” “Lavoro.” Altra pausa medica, altra sgnasciata. Il primario volle approfondire il modo in cui occupavo la giornata, a mezza voce dissi all’intero cast medico che facevo l’attore. A parte il solito gruppo di infermieri che non sapeva che volesse dire attorare, i più cominciarono a cambiare atteggiamento. Il capoccia dal camice bianco ordinò ai suoi sottoposti di lasciar perdere gli altri degenti e di avere un occhio di riguardo, se possibile due, unicamente per me. Un codice rosso attraversò la sala, si trattava di un trauma cranico con escoriazione e molteplici fratture toraciche. Venne affidato alla amorevole cura della donna delle pulizie di turno. Ditta “Cavallo Pulimbene”. Come diceva quel personaggio là in quella piece là “C’è del marcio in ospedale”.

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