Don Bosco Salario vs Atletico San Lorenzo 1:0
Levataccia a tinte zolfiche in questa stagione calcistica sinistra. Il ritiro spirituale contro i salarici nipoti della congregazione di padre Michele Rua prende il do alle cinque del mattutino. Cognizione del tempo distorsiva per chi ammicca ciglio verso il materialismo prassico. Come nelle migliori tradizioni da gita a santuario oropico verso la madonna nera, la società Calcio San Lorenzo prende in affitto un pullman con allegato di conducente spirituale, infermiere obiettore, libretti pro gaudio e in omaggio ai padroni di casa padre Mauro Savastano. Sacerdote. Ma della congregazione sbagliata. Gesuita anziché salesiana. Tutto un altro ordine dottrinale. In settimana squadra e supporter elaborano un piano comune al fine di torcigliare il fanalino di coda in una tagliola degna del fantabosco: comunicare attraverso il medesimo linguaggio dei chierico calcistici. Il dottor Cimmi, nutrizionista ingaggiato tramite l’aumento di capitale, stecchetta gli atleti a pane secco e crosta di formaggio. Non è da meno il fisioterapista Pagoghi, elargente cilicio quanto un monaco albigese di fronte alla Santa inquisizione. Padre Bepi Crinale, natio sanlorenzino ma attuale missionario in Katanga, viene mosso a consulto usaggio tecnologia per un corso accelerato di teologia al cubo sui moti cardine dei savici-mazzarellici. Il sunto è: padre, maestro ed amico. La formula esatta per portare in iuta i 3 punti. Porgere sempre l’altra guancia, spesso entrambe, spalancare le arcate dentarie e accogliere tutto, qualunque cosa sia, ovunque provenga. Anche se è un essere umano. Gli ultras atletici tengono botta quanto la squadra. Mandata a memoria di laude mattutine, rosari al gozzo, sobrietà nei modi e nei metodi, vessilli arcobalenici con colomba ed ulivo anziché stendardi di calcio popolare e dulcis in pagoda, Avvenire et Osservatore Romano perennemente sotto ascella. Pronti all’uso. O proni al disarmo. A seconda dell’ordinanza congregale. Sui social network balza tweet che il gruppo, data anche la pelvica mattiniera, si sarebbe presentato in numero sottostimato tenendo fede al principio teologico che sentenzia: pochi ma santi, anzi beati. Pasquale, detto il Furezza dagli ammiratori degli Elio e le storie tese, rimane ai box causa incomprensione rotulea. È lui a compilare il registro delle presenze. Old style. Canto per Cristo che mi libererà! Sta funcia! Savello Salario sgamba a Casa Auxilium. Impianto sui trenta mila posti a sedere completamente coperto eccetto il settore ospiti. Enormi statue in marmo di Carrara raffiguranti le effige dei teologo-stipiti Padre Bosco, Madre Mazzarello, Maria Ausiliatrice e Franco Di Sales, capeggiando ai bordi del terreno di gioco. Padre Duilio Pirillo, attuale rettore della conga salesiana di Corcovado, fa gli onori di casa imponendo il lascito del venti per mille alla comunità ausilia. Lo stadio trabocca che svasa. Sversa. Deborda di religiosità. La curva sud dell’impianto è occupata da un gruppo che si fa chiamare Ultras chirichetti. A guardia di una fede. Tipologia da tempi andati. Striscione unico e marmaglia dietro. Come coro il silenzio. La nord presenta cani sciolti e molteplicità di stendardi in modalità post legislatura Pisanu. Si intravedono gli Angelo Domini nuziavit Mariae, la temutissima sezione Forlani, il gruppo storico Teresa D’Avila, gli Orti del Getsemani, i rispettati Catari Ovunque, la sezione Compostela, gli irriducibili Fatebenefratelli, gli oriundi SoloSeghe, l’Ordine dei Giubbonari, gli Odio Giuda e i rinomatissimi Discepoli Fedelis, gente che negli anni ’80 ha scritto pagine struggenti di storia ultras. La compagine salesiana è una compagine patriarcale. Ergo in tribuna i.n.r.i. poldano i preti. Le sorelle siedono nei distinti. Al fischio d’inizio viene sollevato il gonfalone con incisi tramite allegoria i quattro precetti cardine della teologia saletica:
L’infante con la mosca ronzante su labbro che rappresenta l’arrangiarsi.
L’infante a carponi che simboleggia i fatti proprii.
L’infante con ventre gonfio che sta a significare la complessità universale.
L’infante col kalashnikov simbolo di prosperità.
L’inno boschico sono sette minuti di silenzio da cantare in piedi a mani giunte. I calciatori boschici calcano il campo in talare, sotto il saio fanno capolino fatisci di grasso ma non è tanto questo a basire quanto il fatto che questi ragazzi giocano sganasciando di bolo. E tante sbertucce ai quinti mondi. Mauro Capitani capisce l’antifona e ordina ai suoi di andarci di fioretto, paga una goleada invero poco catechesica. Gli atletici eseguono lo spartito senza forzare il pattino a rotella. Gli avversari non oppongono resistenza, sorridono e basta. Per settanta volte sette i muro aureliani si trovano di fronte ad un estremo difensore salesiano impegnato a masticare e sorridere anziché parare. Impossibile infierire, optano per la soluzione Raducioiu: sfera in fallo di fondo. L’imbarazzo è totale, il silenzio irrequieto, lo stato d’animo appiattito, parecchie le portate, infinita la pace interiore. È bello compiere ogni tanto una buona azione tant’è che una fetta consistente dell’ultras San Lorenzo preferisce attendere la fine del contenzioso al caffè dello stadio. Bar ove vengono servite unicamente gallette della Oro Saiwa. Poi il patatrac. I pacifici passano. Calcio piazzato alla estro e Sinisa dei tempi Crevenazvedici, battesimo di sortita errato e il santino deflagra. L’impianto esplode in una bestemmia generale! I fan sanlorenzini vengono ingabbiati quanto i giallorossi di Urbe nelle trasferte a Partenope. Cori di scherno da chiusura della curva. L’intera eminenza grigia salesiana solleva dita medie e doppie mandate sui testicoli a mo’ di tresciata anni piombarici. Le figlie filippine di Madre Teresa cercano una prima carica tentando di sfondare il settore ospiti, nell’intanto dai distinti piove di tutto e forse anche qualcosa di più. Gavettoni di vin santo, ostie insanguinate, faraone dalle teste mozzate, zibetti morti, crocefissi all’inverso, gozzi di cerbero e velli di caprone. È il buggero! Gli Yokozuna da sumo levatasi la talare si mostrano realmente per quello che sono. Oliati. Muscolosi. Veloci. Un sunto tra Vileda, Rick Martell e Carl Lewis. Si tremola. Mister Capitani natta il modulo. Avanti alla bersagliera. Su traversone da sinistra Sandrino manca il tapin pareggiante. Giannetto sfiora su Abracadabra palombellico. I nervi evincono. Espletato. Due piazzati da fermo si infrangono sulla barriera corallina. Il calcio popolare trova il pareggio su acrobazia ma il direttore di gara non convalida. Il giorno dopo sarebbe stato ordinato diacono. Il settore ospiti continua a essere sotto assedio quanto la Fort Knox del generale Carter. Si notano chirichetti dotati di tirapugni e sacerdoti di colore col machete. L’arbitro fischia la fine dell’ostilità. Lo stadio è un canzoniere di bestemmie, si alza al cielo il vero inno: Fucking my God di Marilyn Manson, nel mentre chierici e pretici si danno al dionisiaco sollevando calici, setti nasali e usci posteriori. Come avrebbe sentenziato Humphrey Bogart: è la dicotomia della chiesa, bellezza!