La notte è più dura
si vive peggio
per chi fino alle 11
recita con puntiglio
e la città scorre veloce
indifferente
la platea è vuota
ti senti un deficiente
e non esiste pubblico
non c’è casino
la folla non si sbraccia
davanti al botteghino.
Tra attori non famosi
ci si conosce tutti
alcuni son drogati
altri son collusi
gli attori non famosi
ci provano ogni giorno
contattano castisti
ci ruotano intorno.
Gli attori non famosi
bevono di brutto
consultano psicologi
si lamentano di tutto
e non esiste diavolo
che li possa consolare
essere riconosciuti
è una questione essenziale.
Gli attori non famosi
fan lavori differenti
arrancano, faticano
vivono di stenti
baristi, autisti, camerieri, giornalai
gli attori non famosi
sono sempre nei guai.
La famiglia rendiconta
inizia a fartelo pesare
vuol vedere i risultati
oppure smette di pagare
gli attori non famosi
non sanno cosa dire
si sentono inferiori
vorrebbero sparire.
Li vedi nei bar
consumano il rum
rollano il Drum
la loro carriera non fa bum.
Nessuno li saluta
nessuno li caga
tutto ciò è umiliante
quanto una sega a Praga.
Gli attori non famosi
han capito tutto
leccare sempre il culo
accettare di tutto.
Fare il pubblico a Forum
gli amici di Maria
figurazioni nelle fiction
fiati al doppiaggio e via
sperare che un giorno
qualcuno li chiami e gli dica
dai, fratello… tu sei il divo di domani.
Gli attori non famosi chiamano gli amici
venitemi a vedere
veniteci anche in bici
di solito chi viene
è anche un attore
se ti va male in scena
lui gode per ore
seduto su una sedia
ti vuole giudicare
ti gufa pure contro
e non vuole pagare
gli attori non famosi
organizzano feste
affittano locali
si raccontano balle
si ruban conoscenze
si fottono le battute
per una semplice scopata
ingrandiscono le cose
eppure questo è il mondo
questa è la vita
nessuno qui tra noi
ha la coscienza pulita.
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Gente della scena
In polverie o poesie, teatro on giugno 30, 2014 at 4:38 PMCronache Fringeriane 16 Roma Fringe Festival 2014
In Cronache Roma Fringe Festival 2014 on giugno 30, 2014 at 2:02 PMUltima fermata: Chi è di scena? Farmaci salvavita
Per chiunque presto o tardi, meglio se tardi, verso qualunque aspetto della vita, giunge inesorabile quanto una sentenza del giudice lodomondadorico Mesiano, il momento dell’ultima spiaggia. Della scelta cruciale. Del bivio minerario. Del buio oltre la siepe. Per l’attore di teatro questo momento arriva subito. Anzi, prima di subito. Ancora semplice spermatozoo dormiente in sacca scrotale paterna, il teatrante è costretto a fare i conti con l’effimeratezza della propria arte. Meglio ancora del proprio artigianato. E i conti, si sa, come tutti gli individui bluplasmati dotati di titolarità nobiliare… non tornano. Optano per l’inseguimento dei loro patrimoni esteri quanto un industriale subalpino cocainomane opterebbe per il trasferimento legale della sua azienda in terra d’Olanda. Frodando così agenzia delle entrate e fottendo il sottoposto di sottoproletale condizione ribaltandolo sottosopra. L’attore di teatro, per caso o per un mucchio di buone ragioni nonché per sua buona sorte non risulta essere di stirpe reale. Nel corso della storia, al picco più kualalumpurico, può aver rivestito al massimo il ruolo di giullare di corte riuscendo a mettere insieme il pranzo con la cena. La colazione no. Ed è il pasto più importante. Viceversa quando i ricorsi della storia lo hanno rivestito di sganassoni morali il teatrante si è ritrovato ad essere servo dei servi dei servi dei servi di scena, incapace di farsi comprendere financo da se stesso. L’attore di teatro è un individuo solo. Se gli va di Rolls Royce è solo e basta. Altrimenti, quando gli va di sterco, è solo contro tutti. Come gli interpreti della piece “Ultima fermata: Chi è di scena?”. Soli, poiché all’interno del loro immaginifico mondo, sono rimasti gli unici referenti di un’arte estrapolata dal suo contesto. Dal suo originale spazio-tempo. La loro mondicità immaginifica non è un evocare la favola. Stiamo parlando di un immaginario di difesa. Di protezione da tutto ciò che non è teatro. Come ad esempio l’evento bellico. La guerra è l’antiteatro. Dovrebbe essere inserito come articolo nella carta costituzionale dagli scaldatori di poltrona parlamentare: il teatro ripudia la guerra. Sempre. Anche la minuscola battaglia di coloro che fanno le file ai casting. Ma torniamo al merito del Chi è di scena. L’agire degli attori nello spazio è di matrice sancarlinara. Tatorussesca. Ciarliera. Un teatro parlato, naturale, detto, ma non per questo privato della sua giusta razione di ginseng misturato a guaranà. Il blagare attorale cadenzando la calata partenope dona paradossalmente superpoteri alla conflittualità scenica rendendola ulteriormente verticale. Questo perché gli unocarbonici catinellari si sono premuniti di ingerire il farmaco anti-macchietta, agendo costantemente sul filo della tensione. Caffè ristretto, indumenti da notte, pietanza antica e zingarata sono i rimandi eduardici che corollano verbalmente la geometricità kubrickiana della messa in scena, caratterizzata da stiva tamagnona fissa e movenze artospaziali essenziali. Ultima fermata: Chi è di scena. Una triade di Capitan Fracassa nel loro ultimo viaggio verso una fermata d’autobus rigorosamente soppressa. Ragazzi soli in virtù della loro spiacevole condizione: quella di teatranti del terzo millennio operanti nell’epoca del digitale terrestre.
Cronache Fringeriane 15 Roma Fringe Festival 2014
In Cronache Roma Fringe Festival 2014 on giugno 29, 2014 at 2:00 PMCielo Azzurro Fango o la rinascita
E mentre il primo cittadino ligure della Urbe capitolina contatta il prefetto al fine di trasformare il quartiere muro-aurelico nella novella Fort Knox, noi continuiamo la nostra personale resistenza partigiana recandoci a teatro. Palco centrale. Villa Mercedale. Golosità fringeriane presso la Città Eterna. Cielo Azzurro Fango. Uno studio post-avanguardista del gesto. Meglio sarebbe definirlo post-punk. Più Dead Kennedys che New York Dolls. Un motile a tratti beniano. Un intercedere corporale ponderato, stanco, sfinito. L’elemento vocale si presenta registrato su nastro. Caratterizzato da un’andatura tonale vagamente memobenassiale. Il trascinio generale come cifra stilistica. Un trascinarsi afasico della monade umana in un mondo debosciato ancorato ai valori del profitto e dello speculativo finanziario. L’entità in scena fatica (volutamente) nel trascinare le linee di Natzca del suo personale motivo ad esistere. A metà tra un regale gobbo britannico privato di corde vocali e un gagà di vecchio frac agghindato, l’attore rincorre l’ultimo sussulto alla ricerca di eventuali punti di riferimento. Lo fa apparentemente prigioniero di una partitura fisica nella quale gli è concesso, come ad un carcerato con la sua ora d’aria, spizzico parvo di improvvisazione. Questo a causa del crocicchio che il personaggio si porta dentro. La malattia. Nella sua accezione più crudele, meno accettata, più temuta. Il disguido genetico. Quali sono i punti di riferimento di un individuo affetto da discrepanza genetica? Una nuclearità familiare? Un amore, forse? Magari un’amicizia? O una passione sportiva piuttosto che culturale o politica? Non ci è dato saperlo. Nemmeno sospettarlo. Possiamo al massimo tentare disperatamente di intuirlo nel momento in cui l’attore in scena decide di utilizzare la sua forma fisica vagamente ricordante il piccolo Timothy dei canti di Natale dickensiani arricchendola di favellio dal vivo. Qui la provocazione decuplica la sua serietà, la posta in gioco diventa alta, il battagliare duro. Questo individuo al quale, in un dato tempo, in un certo spazio, un luminare dal camice bianco ha posto innanzi il pirandelliano “lei Signore ci ha la morte addosso” tenta uno scambio, un confronto, una confessione. E sono attimi particolari. Perché il desiderio di invettiva è lì dietro l’angolo. Lo sfogarsi facendoci capire che a lui non interessano più il comunismo, il fascismo, il calcio, il sesso, il lavoro, l’affitto, la vivisezione, Dio, la droga, il volley, il teatro, il cinema, la musica e molto altro ancora. Questi crucci da individui sani non sono più roba per lui. Perché? Perché non c’è più funzionalità nel suo sistema neuromuscolare. Cielo Azzurro Fango prova a farci sentire, odorare, assorbire gli attimi in cui la miografia emette la sua spietata sentenza. La soluzione all’esame medico alberga forse in quella luce finale, come se si trattasse di una rinascita, una seconda possibilità. Ma in un altro tempo… in un altro spazio…
Cronache Fringeriane 14 Roma Fringe Festival 2014
In Cronache Roma Fringe Festival 2014 on giugno 28, 2014 at 1:55 PMVelia Lalli incontri ravvicinati del quarto tipo
C’era una volta. Spesso le storie destinate a mutare l’ordine degli addendi nella tiritera della evoluzione umana cominciano con questo incipit degno del mai pacato Giangiorgio Trissino. Dunque c’era una volta, durante il fulmicotonico periodo del governo Spadolini uno spettacolo limpido atto ad intrattenere i focami di adulti e fantolini. Sollevare le pene dall’anziano all’infante. Stiamo parlando del gagliardo Muppet Show. Una sorta di bevanda alla triellina gradevolmente corretta barricato. Poi inaspettatamente, incresciosamente, autunnalmente giunge mancicco il pasticciaccio di Via Merulana. Gonzo, come un Saulo di Tarso annebbiato, viene folgorato sulla via di Damasco. Diverrà sacerdote avventista del settimo giorno. L’umorista Fozzie, massacrato a badilate per aver elargito una barzelletta anti-quadriumvirato ad un campeggio organizzato da Forza Nuova, verrà rinvenuto cadavere alle falde del Kilimangiaro da una strabuzzante Licia Colò. I gemelli Tonty saranno separati chirurgicamente in una clinica specializzata di Cleveland e ceresina su torta, il grande burattinaio dell’apparato scenico, il leggendario anfibio Kermit verrà incriminato nel 1992 dalla magistratura meneghina facente capo all’allora sostituto procuratore Francesco Saverio Borrelli, a causa di un finanziamento illecito versato dall’azienda di sua proprietà, la Rospons s.r.l. a sostegno della gioiosa macchina da guerra Achillo Ochettara. Rimasta sola quanto un giunco sovra letamaio, Miss Piggy, considerata all’epoca la Eleonora Duse dell’intrattenimento leggero, decise di farla finita scagliandosi ripetutamente contro una parete di plexiglas. Un’epoca era tramontata lasciando orde lacrimali negli occhi dei fan. Ma un’alba stava sorgendo e il flusso dell’energia cosmica universale sarebbe tornato a molinare. I palinsesti alla casella risate in tasca segnalano il Velia Lalli Show. Un manorovescio fellonico! Un dribblo degno del miglior Claudio Sala granata! Un viaggio a ritroso in quelle vissute sale meneghine di periodo austro-ungarico, dove i primi scapigliati del Bel Paese umettavano performance progettando in embrione quella che un paio di secoli dopo sarebbe diventata la satira attuale. Solletichiamo il merito. Il performale lallino non disdegna l’elemento didattico servendo in imbando le differenze stilistiche intercorrenti tra l’avanspettacolo ninotarantale, la rivista erminiomacarica, lo slittio petroliniano, la commedia musicale garineiana, il cabaret rampante enzobraschino e la fustigatrice stand-up di matrice anglosassone. Il passaggio dalla storia all’anatomia è una chiosa simile alle manipolazioni chiropratiche. Velia fendenza desideri rettali e magagne anatomiche umane contigue al trascorrere di giornate mai vissute fino in fondo. Titilla temi di sempiterni rimpianti. Nottate rancorali, amori non corrisposti, latenze dell’equilibrio psico-fisico, bramosie di essere altro da se stessi e via discorrendo. Ridendoci sopra. Molto. Ma non di una sghignazzata grossolana. La risata è amara. Al sapore di Petrus. Una risata pregna di retropensiero, sottotesto, rimuginio. Non è l’aggressione del palco la cifra stilistica di questa comedian, bensì il parametro confabulatorio, il colloquio clinico, il termine di paragone. Velia Lalli pare una Dina Galli ma con un tasso molto più elevato di cinismo. Comico ma pur sempre cinismo. Cattiveria, nostalgia e rammarico. Risentimento misto ad affetto verso un tipo di comicità esterofila sbarcato tardi presso il porto di Civitavecchia. E il tempo perduto, almeno su questa terra non te lo restituisce più manco una Vanna Marchi in stato di grazia. Velia Lalli incontri ravvicinati del quarto tipo.
Cronache Fringeriane 13 Roma Fringe Festival 2014
In Cronache Roma Fringe Festival 2014 on giugno 27, 2014 at 2:48 PMAnna Magnani non è Rossella Falk
Se è per questo non è nemmeno Greta Gustafsson in arte Garbo o Marie Magdalene in artemide Marlene Dietrich. Il malessere della mattatrice capitolina, consacrata agli annali della storia grazie alle sue intramontabili doti di aderenzialità interpretativa, ove per interprete non si intende un corpo voce prono a destrutturarsi per chetare le smanie di grandezza di un presunto dirigista della macchina da presa ma una corpovocalità consapevole e ingordigiamente autorale, è la conditio sine qua non senza la quale nessuna trattativa di teatro mercato può essere intavolata. Pena il ricorso al Tar. Indi al Tas. Ergo al Tnar. Infine alla corte d’appello dei diritti dell’uomo con sede a Strasburgo. I vari Raiola e Pasqualin dell’arcipelago catinellare hanno fatto comunella in un qualsivoglia rione suburro provando a ripercorrere il disagio della diva italica post telefonia bianca. Operazione difficile quanto una trasferta a razzo propulsore su suolo uranico. Stiamo rasentando la lesa maestà. Indi questo coraggio paragonabile alla sfrontatezza giovanile degna di un ministro dell’attuale governo progressista va apprezzata. Buffettata su guancia. Carezzata su pelle. Poiché nemmeno il più gradasso degli zamatauri rional-cementiferi sarebbe stato in grado di sfidare Messner in una scalata sull’Everest, uscendone con le ossa in sede. D’altronde ci basta dare un’occhiata alla storia delle arti sceniche prosali occidentali per comprendere l’impervio di certe operazioni a metà tra il Gladio andreottiano e l’Amarcord niccolòcarosico. Il britannico Ben Kingsley risultò opaco nella sua riproposizione del cavallaro Edmund Kean. Il fine Ruggero Ruggeri scivolò su una buccia di banana sbattendo violentemente il calottale inscenando il verso alfieriano in stile gustavomodenale. Sorbettis in bicerinis che dire dello svarione clamoroso dell’immensa Ellen Terry nelle vesti della straordinaria prosatrice settecentesca pedemontana Crispi Mogherini. Il loro crocicchio fu la sciagurata decisione di non soggettivizzare il personaggio, ma di incaponirsi nell’interpretazione tentando di imitarne pause, movenze, afflati, cesure, scoregge e via discorrendo. Elencando. Una sorta di fusione namecciana a labirintiteggiare. Operazione impossibile per le leggi fisiche che governano questo mondo. Questo pianeta. Questo campo vibrazionale luciferino. Questa dimensione semistatica ancorata alle energie carbonfossili. L’individuo carboazotale operante in questa messa in scena nannarellica prova ad aggirare l’ostacolo immedesimativo di affinità elettiva sovietica imboccando la via del tecnicismo narrativo. Non una narrazione diretta la sua, ma una specie di scala a chiocciola. Tortuosa. Sgarruppata. Fuggente. Aerale. Quasi come se stesse recitando in una dimensione parallela impercettibile ai sensi di coloro che dimorano nella porzione di globo terracqueo nutrita dai bisogni primari. A riportare i plateanti dentro un’esistenza quotidiana composta di tasse, scadenze, bolli, affitti, elezioni politiche nonché bruciori di stomaco ci provano un paio di corpi danzanti in stato di libidine giampieroventuriana. Assistiamo ad una versione magnanica di fioretto, tinta di leziosario, caratterizzata dal soffietto, dall’anti-disturbo. Una puntura indolor. Pic indolor. Credo a causa di un errore interpretativo storico. Come successe ai Paolini durante il periodo medievale traducendo le sacre scritture antico-testamentali. Il naturalismo a teatro ha fatto più danni che le forze armate statunitensi nel Laos. Forse perché è stato confuso con arrendevolezza palcale misturata di assenteismo energetico. Tutto questo è paradossale. Un paradosso diderotiano bollente per la custodia cautelare. Poiché l’intero cosmo è in sintesi, ma anche in analisi, energia. Lo dice la fisica quantistica. Lo afferma la storia. Lo urla la gente. Lo sbraita l’osteopatia craniosacrale. Un’energia di cui tutti noi facciamo parte. Anna Magnani compresa. Che ci piaccia o meno.
Cronache Fringeriane 12 Roma Fringe Festival 2014
In Cronache Roma Fringe Festival 2014 on giugno 27, 2014 at 10:39 amDammi la tua fine, e il tuo inizio
Innumerevoli sono stati nella storia variegata della letteratura occidentale gli scribari eccessivamente dipendenti dal sustanziale etilico. Due di loro, sebbene transitati a miglior vita dai tempi della Repubblica di Vichy o quasi, hanno deciso di incarnarsi nel corpo di una paiata attorale tramite induzione di metodo mimico in quel di Villa Mercede al fine di poter tracannare alla garganella per un’ultima volta il leggendario pacco da sei con allegato di quinto mezzo bustale distillato. Necessitava l’aiuto della potentissima medium statunitense Rosemary Altea per completare l’operazione integrando sciamanicamente la metodologia della mimesi. La spiritista non si è fatta attendere e ingurgitando quantità pantagrueliche di bacchidume rosato è riuscita nell’intento dell’incontro dimensionale. La duplice mostro-sacraria pennara recitava tra la folla. Per la folla. Il fusto era deflagrato. La spina esplosa. Il tappo di sughero definitivamente saltato. L’atmosfera fringeriana definitivamente mutata in una specie di periferia degna della città degli angeli. Odore di tabacco, di liquido seminale essiccato, profumo di dopo sbornia, note dolenti pentagrammate dal Ludovico Van. Il gran minestrone era caldo per il servizio in tavola. Gli attori erano presenti a loro stessi? Consapevoli del hic et nunc scenico? Se le scambiavano veramente quelle battute etilicamente sbiascidali riportando la messa in scena ad una condizione di terra? Perché una piece su individui dalla penna biricchina nonché borraccia necessita, universalmente discettando, di segnalazione zodiacale terrena. Terra vera. Viva. Non arata. Intrisa di biodiversità. Più nervo paolostoppiano che calma salvorandonale. È successa una intricatio arterio-stradale peculiare della Los Angeles Poncherello-dipendente. Uno sganassone da delirium tremens amletico. Il sifilidio dell’Osvaldo ibseniano. La pillolata antabusica di George Best. Ma chi erano questi distinti attori? … il vecchio sporcaccione e l’attendista primaverile bandinico.
Cronache Fringeriane 11 Roma Fringe Festival 2014
In Cronache Roma Fringe Festival 2014 on giugno 23, 2014 at 5:47 PMKaleido o il teatro di Giorgio De Lullo
Attimi fuggenti di lizaminelliano cabaret gongolano sulle note circensiste della messa in scena kaleidica. Rimarranno soltanto attimi. Lo spettacolo presenta infatti lampi di teatro empirico giorgiodelullico nonché dicotomici aforismi alla Montaigne. Il musicista suona al risparmio, il mimo parla, la donna cannone spara anziché farsi sparare, l’acrobata soffre le altitudini, il domatore apprezza il bondage, le tigri fanno le fusa, la danzatrice classica smarra di senno come nell’Orlando Furioso per il defunto street rapper AKA Notorious B.I.G. e dulcis in de profundis l’Emecee di turno pare, certificato medico alla mano, soffrire di un fastidioso disturbo bipolare che lo porta a intraprendere comportamenti timidi ed infoiati nel medesimo spazio-tempo. Incipitando circensicamente, ecco a voi, signore e signori, una tipologia di circo particolare, variegata, arzigogolata, assurda nella quale paradossalmente l’elemento circense sembra essere l’unico alunno mancante all’appello. L’ingrediente scartato dalla ricetta del reality show Masterchef. Il tesoro nascosto sotto i pedami tombali della regina Nefertiti. E tanti ringraziamenti a Grock e a quelli di compagnia savella. Non lasciamoci ingannare da qualche accenno di trucco barocco e da un numero insufficiente di nasi rossi e fiori finti. All’interno di questo onirico tendone un reporter da guerra annoterebbe sul suo personale diario lo sterminio dei clown primi, la ritirata degli augusti, il ritorno allo stato brado dei pachidermi e la ribellione sindacale dei trapezisti. Attenzione! Non tutti gli spiazzamenti vengono per nuocere. Anzi. Lo spettacolo è un susseguirsi di confessioni colpevoli, segreti riposti da sempre nello scrigno magico, ritorsioni ed estorsioni di matrice criminale, desideri di rivalsa, lacrime rimaste in teca, sentimentalismi rancorosi e altre coordinate ancora di una battaglia navale da esercitare in questa esistenza mai troppo a fuoco. Il monologo è il principale indiziato allo svolgersi della storia. Una prosa seria la quale, salvo l’intralcio di alcune chicane disseminate sul circuito drammaturgico, giunge direttamente al punto solleticando momenti di onesta pelle d’oca. Ogni afflato di questo breviario prosale mascherato da circo nasconde scheletri nell’armadio. Segreti torbidi paragonabili a quelli che l’ex capo di stato dalla picconata facile coricò con se nella tomba. Una donna cannone sommersa dalle cartelle esattorali, una madame Mirabeau eccessivamente legata alle sventatezze giovanili, una prima attrice vinta da malinconie degne del chapliniano Calvero, un presentatore talmente assuefatto dalla noia da intonare lo struggente motivetto “Profumi e balocchi” al primo bimbo orfano transitante nei dintorni, un equilibrista in bilico tra l’ossessione del sommerso e la compulsione del salvato, eccoli i protagonisti di questa piece omeopaticamente trisnipote della mitica Compagnia dei Giovani. Kaleido. Ti aspetti svisate, girotondi, genoflessi, capriole ed in tutta risposta ottieni Ferruccio De Ceresa.
Cronache Fringeriane 10 Roma Fringe Festival 2014
In Cronache Roma Fringe Festival 2014 on giugno 23, 2014 at 5:09 PMFrancesco Arienzo El Pepita do ghigno!
A questo giro di giostra non c’è stato bisogno di briefing affannoso poiché il meteo si è degnato di rimanere clemente. Ergo il gitto di fiottata stand-uppara ha avuto il suo compimento senza gravidanze indesiderate. L’essere del momento, prelevato direttamente dai bagnasciuga formenterici (i medesimi dove Luttazzi prende la tintarella) è il comico partenopeo Arienzo Francesco, già Francesco Arienzo, al secolo parte attiva del trittico sbellicativo Terzi Incomodi. Un unità carbonica tanto riservata nel rotinatorio quanto sbirulina sulle assi del palscenio. Il suo modus operandi battutale è un surrealismo a sottrarre variegato di sciroppi amarenici e ninotarantate del rione Cemento. Uno shock termo anafilattico all’omeostasi olistica. Un commissario Basettoni con allegato di ispettore Manetta rovistanti nella nullità indiziale sarebbero capaci di tenere a taccuino il bacino satirico dal quale il mai domo Arienzo attinge quanto un idrovora nel suo habitat naturale. Qualunque esso sia. Stiamo parlando della sentenza vocabolare maligna di origine anglosassone pittata di fondamentalismo vesuviano ma con una maggiore quantità di sincope woodyalleniana. A dirla proprio tutta, senza menare troppo il can per l’aia, Francesco Arienzo mette in pratica a modino la prima regola del perfetto alchimista del sorriso: nulla è imbarazzante. Questo detto proviene dalla saggezza comica del maestro teutonico Harald Schmidt di cui Arienzo seguì un laboratorio teatrale nel lontano 1981. Attraverso il capriolame parolaro l’Arienzo debella la finzione scenica quanto la peste nera debellò le popolazioni europee nei secoli bui raccontando assolutamente se stesso. Le sue ghiribizze. Le sue corbellerie. Le sue idiosincrasie. Ma su ogni cosa il suo personale disturbo post-traumatico da stress. Un’ansia garbuglia scongelata dal refrigerio del frigorifero nel momento più opportuno. Il momento del debutto. C’è un cinema multisala che fa soldi a palate. C’è un cinema dotato di un’unica sala che rischia la chiusura. Questione di attimi. Poi… c’è il signor Arienzo. El Pepita del satiraus! Una curiosità di tipo giornalistico: ma quel succo con il quale ridavi vigore alle corde vocali era almeno un ACE?
Cronache Fringeriane 9 Roma Fringe Festival 2014
In Cronache Roma Fringe Festival 2014 on giugno 22, 2014 at 4:19 PMIl segreto di Pulcinella e lo zen (regia di Marianna Galloni)
Pulcinella e i suoi secret windows. La maschera più tachente, infingarda, logorroica, tangentara ma anche veltronianamente discettando e macbethianamente accettando introversa, ingenua, semplice ed onesta facente referenza all’antica tradizione della commedia all’italiana tardo-feudale si applica sul catinale villa-mercedico scatenando la meditazione orientale senza nemmeno degnarsi di attendere il benevolo permesso dalailamico. Ogni elemento di una scena grotowskianamente autarchica appare pulcinellesco ma ponderato. Uno strumento a corda a prova di amor cortese, un’orchestra giacente sul limbo tra l’occitano e la tarantata, un’applicazione tecnologica di provata fedeltà ed il mazzo di carte è servito su pratello sintetico verde. Poi, inaspettatamente il mazzo si smezza, ed ecco la sorpresa pasquale fuoriuscire dal guscio di cioccolato. Ecco il pesce d’aprile extra-stagionale. Ecco il pachiderma alla guida della monoposto. Proprio come avvenne al cavaliere asgariano Mizart nella saga nippo-fumettale Saint-Seya i Pulcinella su botola si elevano al cubo. Vi è un Pulcinella silente, rappresentante l’essere umano contemporaneo con le sue contraddizioni, i suoi difetti, le sue sbadataggini e un Pulcinella chiacchierone rappresentante l’essere umano contemporaneo con le sue contraddizioni, i suoi difetti, le sue sbadataggini, ma ad una velocità di parlantio triplice. Celestiana. Anche in questo caso il terreno dalla sottosuola eclissa imbastendo lo spiazzamento su scontrino. Il Pulcinella coscienza, specchio riflesso del Pulcinella sincopato, si guarda bene dal muovere arto nello spazio secondo il frizzo-lazzesco classico della commedia cinquecentesca. È bene mandare a calotta la figura di Pulcinella. Sarà pure un simpatico ed obsoleto filibustiere ma è pur sempre un impostore. Elemento da consegna al procuratore aggiunto di turno. E infatti eccolo ciurlare il maniglio intrattenendo il settore ospiti attraverso l’utilizzo di tecniche narrative. Un menestrello celato sotto le mentite spoglie della famigerata maschera partenopea. Lo sgomento è molto. Tanto. Serio e serioso allo stesso spazio-tempo. Suscita curiosità. Prima di subito il Pulcinella silenzioso attraverso pause cechoviane e soffiati prodiani indossa panni da terapeuta dell’apparato digerente elargendo maltodestrina quanto un naturopata di antica erboristeria. Ora è meno silente bensì stilema cosciente del Pulcinella caciareggiante. Non sono flutti di marcello-morettiana sgambata quelli a cui i Pulcinellici sottopongono il settore distinti. L’atmosfera è quella proustiana di un tempo smarrito e mai più ritrovato dove tutto appariva più semplice, comprensibile, alla portata di chiunque. Ogni tentativo di partenopeata è soffocato in culla. Ammesso e non concesso che vi si possano scovare stili flegrei sono quelli malinconici troisiani anziché i pappagonismi defilippici. I Pulcianici sfidano a pugni il concetto heideggeriano dell’essere e dell’esserci, convogliando a giustificate nozze con una lettura assolutamente insolita di una delle maschere cardine del post riformismo goldoniano. Una lettura buddhista. Ditelo a Balotelli…
Cronache Fringeriane 8 Roma Fringe Festival 2014
In Cronache Roma Fringe Festival 2014 on giugno 21, 2014 at 2:45 PMIl Grande Cocomero non è un manga
Peanuts. Schultz. Il minnesotano. L’unico. Quello schietto. L’indispensabile. E miriadi di prepensionamenti allo Schultz teutonico eurodeputato, euroconvinto, eurocentrico portatore malsano di moneta unica. Un ritratto sito alla limitrofia del palcoscenico. Potrebbe essere l’effige di Bill Murray, il più alcoldipendente dei Ghostbusters. Non è lui. Trattasi invece del mai dimenticato quadrupede Snoopy, scappato di casa per incomprensioni su alcuni spartiti musicali salieriani. Linus e Charlie Brown hanno sposato credi differenti attraversando incolumi le intemperie del tempo nonché la dittatura nippo-fascista del manga. Sono diventati adulti nella genetica ma rimasti fantolini nel sustanziale animico. Continuano a chetare la sete ingollando analcolici al bergamotto. Forse corretti liquore, ma pur sempre al bergamotto. Sversano rimpianti. Lucy in particolare, divenuta donna in carriera allo sportello commerciale della Goldman Sachs pare vomitare livore quanto un lama sputacchione natio della cordigliera delle Ande. Linus, mentendo ai suoi pari, afferma di essersi liberato della sua famigerata pezzuola pollutativa in seguito ad un pellegrinaggio presso la Santa località di Compostela. Lo ha fatto non senza danni irreversibili. Zero amplessi, zero onanismi, massima percentuale di speculazione teologica. Sally, dipende dall’analgesico paracetamologico della ditta Angelini. Una Franzoni in embrione. Jack? Praticamente un grillino. Un crispa di deputato a cinque punte. Perennemente in internet rappresenta l’icona della democrazia rappresentativa liquida. In questo mare magnum di isterismi 2.0 verso i quali il miglior Breuer avrebbe sollevato pezzuola bianca, ogni pretesto è buono per elargire un giudizio. Fabbricare un battibecco. Intavolare una polemica. E quella che un tempo fu la magia bianca del fatato vivere all’interno del grande cocomero, muta in una divinazione sciamanica a tinte fosche. Il grande cocomero sarà servito con del prosciutto crudo da Eataly. Gli attori in scena, bravi e garbati, a tratti financo cinematografici individuano una condizione recitativa di partenza, lumano un colore, lampano una tipologia umana, muovono un carattere e lo mantengono immutato durante l’intero arco della vicenda evitando di farsi influenzare dai conflitti verticali presenti a Iosa nella drammaturgia di scena. Rimane nascosto dietro allo sterpaglio, scenicamente disquisendo, l’urgenziale anello mancante. Afferma il paninaro che se non ti lecchi le dita godi solo a metà. Solo a metà del guado è giunta l’asticella mercuriale godereccia, verso un lavoro interessante ma sofferente di mancanza di picchi tensivi. Una messa in scena più che gradevole ma che potenzialmente, vista anche l’ottima scrittura, avrebbe potuto far tremolare di emozioni la cupola di San Gaudenzio almeno settanta volte sette di più.