Perché non ci lasciano giocare con la terra Joschka Fischer docet.
Più che un quesito da porsi, questa è una constatazione alla quale attenersi. Sotto molteplici piani sequenza. Possiamo osservare la perdita di volontà da parte delle novelle generazioni di praticare ludicicità all’aperto preferendo l’alienazione tramite social network. Il fenomeno pare essere globale nonché inarrestabile. Viviamo il pericolo, prendendo a calci un pallone sulle spiagge di certe strisce territoriali medio-orientali, di fare ritorno a casa in posizione orizzontale. Siamo circondati di terre contaminate da sversamenti chimici di complessi industriali. Vi è infine questa piece teatrale, la quale evidenzia il problema terreno dal punto di vista della compagnia petrolifera donando al crocicchio tonalità politico-sociali e pittate universali. La terra, prosciugata di carbonfossile e maltrattata su versante molteplice, rischia di diventare inesorabilmente ambiente ostile ed inospitale per la grande varietà di specie viventi che la dimorano. Comprese le forme di vita dotate di campo vibrazionale pluridimensionale. In scena, una triade di attori in stato di Red Bull perenne, veste i panni di tre delle maggiori compagnie petrolifere planetarie. Vale a dire la libica Tamoil, la statunitense Standar-Oil nonché l’anglotulipana Royal Dutch Shell. Trattasi del famigerato cartello consorziale iranico che fagocitò i fatturati di matrice energetica sino alla critica crisi produttiva di metà anni settanta. Il loro glabro di maniera degno di una messa in scena eschilea su rovina partenonica, intrisa di sottolineature recitazionali su articoli determinativi, pronomi possessivi e preposizioni semplici, rende ad uopo il desiderio di azzanno da parte della famiglia petrolica sulle ultime risorse del globo nel nome del dio profitto. Il quarto elemento in scena, sfiderà le potenze petrolaiche perseguendo un desiderio di autonomia energetica alternativa, sovranità nazionale, benessere generale e salvaguardia del territorio. Perderà la vita in seguito ad un incidente aereo, in circostanze misteriose mai chiarite dalle autorità competenti. Prima del tragico incidente proverà a cambiare il corso della storia tenzonando contro il carteggio petrolchimico attraverso un uso del corpo zombico, rituale, messianico, sincopato. Un esodo biblico in fuga dalla territorialità canaanea. I punti oscuri della contrattazione economica, degni della guerra fredda post secondo conflitto bellico mondiale, assumono proporzioni tipiche della tragicità classica. La platea subodora l’immane sforzo fisico da parte dell’Enrico Mattei scenico, nel ricercare l’elemento umano all’interno del bilancio monetario. Elemento umano visto come sostantivo utopico di un quieto vivere. Restare umani soleva sottoscrivere il prode Arrigoni. Perché non ci lasciano giocare con la terra? Goliarda Sapienza? Forse. Sicuramente disastri ambientali raccontati in salsa baccante, suplice, eumenide ed aulide.