Atletico San Lorenzo: ai microfoni Marco Van Basten
Prima uscita ufficiosa dell’Atletico San Lorenzo sul terreno dei Garbatellici in un triangolare che non ha risparmiato i colpi di scena. I ragazzi di Mister Capitani tengono bene il campo pareggiando a reti inviolate contro gli omonimi garbatari, arrendendosi solo nei minuti finali al gol di Gerald Vanenburg nella seconda partita disputata contro le vecchie glorie d’Olanda. Il triangolare è stato organizzato dalla Diadora, sponsor tecnico del neo acquisto muro-aureliano Marco Van Basten, tornato a solcare il rettangolo di gioco per sconfiggere i demoni di un esaurimento nervoso. Mauro Capitani concede una ventina di minuti al fromboliere tulipano, il quale dimostra già una discreta intesa con i compagni del reparto offensivo Vicca e Mulè. Il giornalista sportivo Mimmo Graminacea intervista il bomber olandese per il mensile Occupy Soccer.
G. Marco Van Basten. Il cigno di Utrecht. Sono trascorsi ormai quasi vent’anni da quel lontano 1995 nel quale davanti ad uno stadio Meazza stipato desti l’addio al calcio giocato. Che ricordi hai di quel giorno?
M. Tutto. Sapori. Odori. Rumori. Quel giorno persi la parola per qualche tempo a causa della quantità notevole di emozioni che mi attraversò il costato quanto un dardo scagliato da un giavellottiere del ciclo carolingio. L’emozione è una bastiana categoria dell’esistente. Quando vidi per la prima volta mia moglie Lisbeth nei primi anni ’80, frequentavo ancora l’istituto per geometri nella mia città natale in Olanda. Ricordo che l’emozione fu tale che quando ci congedammo, riuscii a malapena a bofonchiare un buonasera. Roba da matti! Certe emozioni vanno tenute sotto controllo o si rischia di esserne travolti. Sa chi lo diceva?
G. Chi? Oscar Washington Tabarez?
M. No. Luigi Pirandello.
G. Che ricordi ha dello stellare Milan di Sacchi e Capello nel quale lei militò contribuendo con le sue giocate ad aumentare il blasone del club?
M. Erano gli anni ’80. Giravano i soldi. Soldi veri. Aroma da zecca di stato. Tutto era più a fuoco. Bastava unire i puntini, capisci? Si spendeva e spandeva senza preoccuparsi del centesimo. Le mance erano serie. I locali affollati. Molti i sorrisi stampati sulla bocca della gente.
G. Erano i rampanti anni del craxismo…
M. Un grande statista! Le sue ferree posizioni su Sigonella, il suo ostracismo nell’evitare dialoghi infausti con brigatisti nonché la sua politica economica degna della cinta daziaria convinsero le eminenze oscure a toglierlo di mezzo utlizzando la procura meneghina.
G. E il sistema delle tangenti?
M. Quali tangenti?
G. Lasciamo perdere. Che rapporto aveva con il suo allora datore di lavoro, Silvio Berlusconi?
M. Un aneddoto su tutti. Un giorno ci convoca negli studi televisivi di Cologno Monzese per assistere alla registrazione di una puntata dello show umoristico Drive In. Ad un certo punto all’interno del teatro di posa si spengono le luci ed io mi sento tastare la saccoccia dei calzoni. Pensavo fosse Nadia Cassini, la Show Girl, indaffarata a tentare un approccio comunicativo non ortodosso. Mi sbagliavo. Era il comico Enrico Beruschi che tentava di sfilarmi il portafogli. Diceva che in un futuro non lontano Silvio Berlusconi si sarebbe dedicato unicamente alla politica trascurando le sue reti tv. Temeva di perdere il lavoro. Di tornare a fare teatro. Di morire di stenti. Beh, si sbagliava.
G. Veniamo al presente. L’Atletico San Lorenzo. Cosa l’ha convinto a tornare sul campo?
M. Utilizzando una metamorfosi orientale direi che era come se avessi ancora un cerchio da chiudere col passato. Dicesi pulizia del karma. Appena informate le agenzie di stampa della mia decisione, il presidente rossoblu Francesco Panuccio è stato il primo (ed unico) a sollevare la cornetta del telefono fisso elargendo una proposta concreta. Fatti. Non turbe metafisiche. Io mi definisco un giocatore del fare. Non del dire, del baciare, della lettera o del (e qui si tasta la sacca scrotale) testamento.
G. La sua è un’espressione di retaggio berlusconiano, perciò le chiedo, cosa sapeva lei del calcio popolare?
M. Nulla. Da noi nei Paesi Bassi il calcio è strutturato in maniera verticistica, in un sistema piramidale degno della più sopraffina massoneria di stampo scozzese. Tutte le società di pallone appartengono al medesimo proprietario, cioè la Banca ABN Amro. Il risultato viene deciso prima del fischio d’inizio. Vittorie e sconfitte vengono spartite secondo il metodo del mutamento di stagione. Il fine ultimo è quello di non scontentare il bacino elettorale.
G. Conosceva il quartiere San Lorenzo?
M. All’inizio confusi San Lorenzo con il quartiere benedetto dal Mahatma Ghandi (Garbatella ndr), poi, una volta sceso dal tram numero 19, alcuni nativi del luogo mi hanno accolto infilandomi nel marsupiale un bignami con su stampata la storia del quartiere. Fatti, misfatti, date e luoghi strategici.
G. Dove alloggia provvisoriamente?
M. Sto affittando una stanza al civico 126 di Via Tiburtina, all’interno del quartiere. Per riuscire a permettermelo ho dovuto togliere i miei due figli dall’università. Li ho mandati a lavorare… a Dubai. Ma non basta. Temo dovrò impegnare un rene…
G. Com’è il rapporto con l’allenatore e i suoi nuovi compagni di lavoro?
M. Mister Capitani è una persona ragionevole. Adora il calcio del passato. Il periodo romantico del pallone. Pretende che ascoltiamo le partite alla radio. Non è un maniaco degli schemi né del possesso palla fine a se stesso. Il suo è un sistema di gioco ibrido. Dicotomico. Abbina la spensieratezza del calcio giocato in strada alla spietatezza dell’ordigno scagliato al fronte. Con i compagni il rapporto è ottimo. Venerdì, dopo la cena di sostegno, i ragazzi mi hanno portato a ballare in un ambiguo locale del centro storico. Volevano farmi riprovare l’ebbrezza della ‘Milano da bere’.
G. In cosa Capitani assomiglia ad Arrigo Sacchi?
M. Sacchi possedeva più Rolex. Capitani è un patito degli Swatch.
G. Com’è il suo rapporto col quartiere?
M. Da perfezionare. Sabato sera sono uscito per rilassarmi un po’. Sono capitato per caso, o per un mucchio di buone ragioni, in una contrada stipata di giovani. Il rumore era assordante. Un signore di mezza età mi è transitato davanti ed io, per educazione, gli ho proposto di bere uno spritz. Mi ha tirato un cartone sul mento. Era un residente…
G. Parliamo del suo disturbo bipolare.
M. Sono in cura alla Neuropsichiatria Infantile di Via dei Sabelli. Avrebbe dovuto chiudere i battenti, ma quando il comune è venuto a sapere che ci sarebbe stato un ricovero di lusso, ha immediatamente stanziato i fondi per tenere in vita la struttura. Il Campidoglio si è accaparrato i diritti d’immagine. Una equipe di laureandi in disciplina dell’ipnosi erickssoniana sta tentando di stabilizzarmi l’umore attraverso una massiccia somministrazione di farmaci beta-bloccanti aromatizzati al litio. Le case farmaceutiche produttrici e distributrici di codesti farmaci sarebbero intenzionate a rilevare ingenti quote della società sportiva atletica. I miei avvocati saranno presto convocati presso la segreteria del Nuovo Cinema Palazzo al fine di presentare un progetto in formato cartaceo tale da soddisfare entrambe le parti.
G. Che cos’è realmente per il quartiere San Lorenzo l’operazione di mercato che porta il suo nome?
M. L’incipit di una storia particolare che vedrà coinvolti in un futuro non lontano, il Campidoglio, la regione Lazio, la provincia, la città metropolitana e un nugolo di aziende edilizie. C’è l’intenzione di abbattere l’intero quartiere per costruire sulle macerie il circuito automobilistico capitolino di Formula Uno. Il quartiere San Lorenzo verrà spostato più in là… una specie di San Lorenzo 2.0. Un’oasi di cemento a pochi minuti dal centro di Ancona, dotata di ronde padane, catene di junk food, carceri, basi militari, seminari vescovili, caserme, centrali operative delle forze dell’ordine, villette a schiera, parcheggi per SUV, cineplex, postriboli e poligoni di tiro. Il sindaco medico ha già dato il suo ok.
G. Cosa promette ai suoi nuovi tifosi sanlorenzini?
M. In accordo col sindaco? Cemento. Quantità cubitali di cemento.