Giovan Bartolo Botta

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Cronache Atletico San Lorenziadi 48

In Cronache Atletico San Lorenziadi on gennaio 30, 2015 at 10:16 PM

Atletico San Lorenzo femminile vs Borussia Millesimo 10:0

“Siamo la società calcistica che in assoluto ha maggiormente investito pecunia durante la sessione invernale del mercato pallonaro, e posso garantire ai nostri fedeli abbonati che non finisce qui, come avrebbe discettato Corrado alla Corrida di Corrado, la kasbah terminerà definitivamente tra poche settimane e abbiamo ancora qualche asso nella manica da gittare in imbando.” Queste le toccanti parole pronunziate dal dirigente aureliano Andrea detto il Greco, ospite martedì sera all’interno del talk show ‘L’albero azzurro’ condotto dal fantoccio besugo Dodo, idolo dei fantolini oltre che miracolato per essere uscito indenne da uno spaventoso incidente automobilistico che lo vide lasciare sull’asfalto buona parte del cotone pezzuolato che compone le sue fatisce membra. Il supporter sanlorenzino non può certo biasimare l’afflato rilasciato dal colletto dirigenziale. Dopo aver ingaggiato la duplice sberleffa composta dalla coppia Vianello/Mondaini, i capoccia rossoblu si sono visti costretti a rescindere consensualmente il contratto con la cantante ragusana Suor Cristina Scuccia, nuovamente titillata dai misteri della fede e assunta come dama di compagnia dalla ex senatrice democratica Paola Binetti. La voragine d’attacco creata dalla vocalist sicula è stata prontamente colmata dalla verticalità aurelica ingaggiando niente poco di meno che la regina del pop italiano anni ’80: Cristina D’Avena. Genialità gutturale capace di lasciarsi alle spalle nelle classifiche discografiche elementi come i fratelli Righeira, Spandau Ballet, The Smith, Blondie, Sabrina Salerno, per non parlare del Michael Jackson ancora vitiliginoso. Contro la formazione Millesima, mascherata da Borussi del Dortmund, trainer Proietti (parente del famigerato caratterista) preferisce non rischiarla dal primo minuto facendola partire dalla panchina. Il match si apre con un notevole ritardo causato dalla inettitudine del direttore di gara Geppo Pastelloni, convinto di dover arbitrare nel paese di Millesimo situato nella Liguria del Ponente. Contattato sulla telefonia cellulare mobile, afferma di trovarsi nelle vicinanze borgioverezze. Adiacenza Genova. È stato necessario attenderlo oltre quattordici ore sotto una pioggia degna delle sette piaghe bibliche. Il torrenziale acquitrino si è chetato unicamente con l’arrivo sugli spalti del fluidificatore Nicola Gesualdo, presente in veste sostenitrice, capace di far smandibolare i paganti dividendo le acque e transitandoci sulla superficie. Tra le file atletiche desta scalpore il rientro in campo della calciatrice Cecilia detta Strambini, accusata dalla magistratura veronese di aver massacrato il Conte Paride a colpi di palla chiodata durante una festa a Villa Capuleti organizzata dall’onorevole socialista Gianni De Michelis in onore della rivolta forcona. A testimoniare in aula contro l’atleta popolare sono transitati grossi cognomi della Dolcevita cispadana, da Giacomo Casanova a Carlo Goldoni transitando per il Gozzi. Coach Roberta è costretta a fare a meno della regista centrale Belen (visita al gabbio a sostegno dell’ex compagno Fabrizio Corona) e del capitano Pamela Giaccari detta Forleo (impegnata in un comizio a sostegno del candidato quirinalizio Sergio Mattarella). Nel frattempo l’arbitro giunge in loco e il faraone indietreggia con le sue truppe verso il territorio egizio. La gara si rivela essere sin da subito terribilmente tattica. In confronto il risiko non possiede regole. Gravidante sulla soglia dell’incertezza sino all’ultimo secondo disponibile. Ed è proprio nell’ultimo giro d’orologio che la sempiterna Cristina D’Avena cavalca la scena sostituendo la volenterosa Francesca (problemi al muscolo sternocleidomastoideo). L’ingresso sul terreno in erba della D’Avena viene salutato dai presenti con un applauso eterno. I ricordi si sprecano… interi pomeriggi trascorsi davanti allo schermo catodico sorbendosi gli spot promozionali di un giovane (e magro) Paolo Bonolis, distante anni luce dalle tentazioni del setto nasale, della scomparsa Emanuela Blanchard e del simpaticissimo (quanto una cartella esattorale infilata nel bulbo oculare) pupazzo UAN (One alla britannica) Bracchetto rosa pittato caratterizzato da una forte propensione alla bugiarderia patologica. Il babacio, condannato a cinque anni in via definitiva per traffico e prostituzione dei pupazzi di pezza nel mondo dello show business, si è tolto la vita nel 1995 scagliandosi a bordo della sua torpedo blu contro una mandria bisonta nei pascoli della Cranberra, lasciando orfano del buonumore un nugolo spropositato di bimbolame borghese. Il suo sostituto, il pupazzo Bazzi Mondello, una sottospecie di Coccolino perlato rasentabile detersivo, non è certo stato all’altezza del talento del suo predecessore. Una meteora estinta nei meandri della malattia a trasmissione sessuale (la nota sifilide del pupazzo di pezza). Ma torniamo alla partita. Cristina D’Avena pretende ed ottiene la sfera in cuoio. Concupisce le avversarie appellandole con i nomi delle gigantesche eroine femminili che fecero la storia dell’animazione anni ’80 sul canale commerciale. La libertina Giorgie, la indecisa Candy, Miki dai piccoli problemi cardiaci, l’instabile Pari Pampù, la consapevole Lady Oscar, la burlona Mila Azuki, sua cugina la Aiuara e via discorrendo. Elencando. Le avversarie, vinte da cotanta audacia si arrendono all’inesorabile amarcord lasciando praterie sterminate all’attaccante rossoblu. Per una signora capace di dare voce alla sigla della premiata ditta Holly e Benji, è uno scherzo catapultare infernalmente la palla in rete per una decina di volte regalando così all’Atletico San Lorenzo l’ennesima vittoria della stagione. La torcida muro aureliana, commossa intona il ritornello dei moschettieri del re. Nasce spontaneamente tra le atlete un treno Galaxy Express 999. La concorrenza. Il desiderio del ritorno ad uno stadio preadolescenziale è notevole. Le lacrime fiottano armonizzando i contorni dei nostri visi. Il decennio del reflusso gastroesofageo… quando tutto era più semplice, tutto era più chiaro, più a fuoco… bastava unire i puntini e ne veniva fuori la soluzione finale: la tangente (intesa come funzione trigonometrica ovviamente).

Cronache Atletico San Lorenziadi 47

In Cronache Atletico San Lorenziadi on gennaio 28, 2015 at 12:05 am

Trattato di Worms

Sabato meridiano omeopaticamente metropolitano. La compagine femminile dell’Atletico San Lorenzo fa il suo esordio nella Coppa delle Fiere contro un avversario ostile nel nome battesimale quanto nel cognome. Stiamo parlando del temutissimo project Blue Book. Fondata nel 1947 dalla commissione ufologica secretata Majestic Twelve per ordine dell’ex presidente statunitense Henry Truman, questa società calcistica celestemente pittata svolge le proprie mansioni pallonare all’interno del quartiere capitolino denominato toponomasticamente Collina Flemma, rione dalle pressanti simpatie cinabre. Si prospetta, almeno sulla scartoffia, una trasferta insidiosa. Per affrontarla col piglio garbato decidiamo di consumare lautame pastificato in uno degli accoglienti ristorantini presenti all’interno del quartiere aureliano. Una rapida circumvesuviata oculare presenta la chiusura totale degli esercizi ristoratori, eccezion fatta per l’infausto macrobiotico. Storico locale di proprietà del leader scientologico Louis Ron Hubbard. Caratteristica principale del menù è quella di possedere un unico piatto con molteplici varianti. Dianetics in brodo. Dianetics in salmì. Dianetics saltata in sugo mentino. Dianetics grigliata agli odori e via discorrendo. Elencando. Ordiniamo zuppa al Dianetics con allegato quadrucci e lenticchie, saldiamo il conto e lasciamo come mancia le tessere sanitarie. Partiti alla volta della flemma ci rendiamo conto di essere stati defraudati del nostro potenziale umano. Evidentemente alla cassa era di turno Tom Cruise. Siamo un numero esiguo allo sbraito. Sessantuno elementi. Una sola la macchina disponibile. Quella del tifoso Dario detto Di Michele. Una Smart. Montiamo a bordo. La pietanza dianetica si rivelerà essere prima di subito portatrice flatulenzale. Nessuno nel gruppo possiede capsule al carbone vegetale. Tratteniamo il meteorismo sudorando gladioli. Il nostro ingresso tra le contrade del rione ospitante viene salutato festosamente da un nugolo di energumeni in mimetica avviticchiati come salamandre a statue della divinità ellenica Priapesca. Anfibio a punta nonché capa rasata tra i supporter casalinghi. Deretanimiamo tra gli spalti scimmiottando galateo. L’Atletico San Lorenzo è già avanti di ottanta realizzazioni. Nonostante l’assenza della Strambini (squalifica a vita) e della Scipioni (sanzionata causale perenne stato d’ubriachezza) le aureliane divorano gli avversari come se gareggiassero in un urna elettorale ellade. La partita termina con un punteggio fibonaccescamente sequenziale. Per la cronaca, la squadra avversaria possedeva tra i tesserati, un numero imprecisato alieno tipologicamente rettiloide, proveniente dal pianeta Claidon. Prigioniero in base militari terracina dal lontano 1943. totalmente digiuno al gioco del calcio. Tifosi oriundi, gravemente offesi nel punteggio, intraprendono la caccia all’uomo esibendo inno tramite grammofono. Tutti e sessantuno rimontiamo sulla autovettura dariesca elargendo un’unica immane flatulenza macrobioticamente dianetica. Il punto nero è estetisticamente debellato. Come soleva affermare il detective Fox Moulder… la verità è là fuori… da qualche parte.

In principio era il calcio.
E il calcio era presso l’Atletico San Lorenzo.
L’Atletico San Lorenzo possedeva caratteristiche popolari.
Giunse un calcioatore dalla Palestina tornato titolare.
Gesualdo era il suo nome.
Egli elargì testimonianza sotto l’egida marcolinica.
Francesco detto Pannuccio acconsentì.
Il pallone si fece trigesimo.
Il San Lorenzo divenne rivelazione.
Gesualdo radunò presso di se nell’orto dei mercedici, dodici apostoli e un numero imprecisato di discepoli. Dotati vessillarmente.
I nomi degli apostoli erano
Andrea detto il Maceroni
Marco Canizarico
Ruggero detto Michele
Sandrino il Vicca
Daniele chiamato Mulè
Sergio da Lentini
Iaco il fu Cecconi
Paccalino Pasquale
Kaled Lo Zaidan
Ruggero l’Appruzzese
Timone Lucimbene o Michele
Pisellino Lo Ziguateneo
Capitan Biscottino alla macrobiosi cibarica.
Maestro, dissero gli apostoli, domenica mattina presso il terreno Artiglio una tribù guerriera prima classificata giungerà barbaramente elargendo tormento.
Tu lo dici. Rispose Gesualdo col beneplacito della guida tecnica.
Loro sono forti, ribatté il Cecconi.
Calciatore di poca fede rispose seccatamente il Gesualdo rimproverando amorevolmente l’amato apostolo. Andate presso il Nuovo Cinema Palazzo e radunate su di un mogano dodici otri duplicamente maltati. Abbrustolite cacciagione e liberatene le endorfine nell’aere. Dopodiché alzatevi e camminate. Così fecero. E lo svantaggio iniziale si fece pareggio. E il pareggio vittoria. I centurioni villadriani, offesi nell’intimo, catturarono Gesualdo accusandolo di proclamarsi figlio del George Best. Costui sostiene il calcio popolare sottraendo introiti al telecatodico a pagamento. Gesualdo verrà squalificato per tre giornate. Appesi al chiodo i suoi scarpini. Un cartellino rosso squarciò la volta celeste… costui era veramente il figlio di Best. Presidente sempre presente, perché mi hai abbandonato?! Ma dopo tre giornate il Gesualdo resuscitò in campo salendo al soglio del Maracanà. Sinotticismo evangelico del rettangolo in erba. Dal libro sacro del calcio popolare. Atto primo, versetto quarto. Ovviamente apocrifo.

San Lorenzo sotto sigillo

In attualità, San Lorenzo da delegalizzare on gennaio 26, 2015 at 10:22 PM

L’atto finale del presidente partenope Giorgio Napolitano prima di fare ritorno alla sua dimora monticciana, è stato quello di sciogliere i sigilli ai segreti statali rendendo così pubblici gli altarini celati dietro ogni tipologia di mistero italiota e oltre. Roba da far impallidire picconatori Kossighiani e affini. Sorge spontaneo, lubranamente disquisendo, un complottismo tanto sottile quanto sofisticato. Si evince che nel corso della storia planetaria moderna, il quartiere San Lorenzo abbia intinto il proprio zampino in ogni dove. Si parte dal pontefice veneziano Albino Luciani, colui che attribuì all’onniscenza divina un carattere femminile. Pare che il caffè corretto vetriolo responsabile della spedizione anzitempo del papa presso il soglio petrino celeste, sia stato acquistato in un bar del quartiere aureliano. Così come il cappuccino che aiutò il banchiere Michele Sindona a raggiungere il regno degli inferi. Acquistato in un bar del quartiere popolare per poi essere servito al Sindona medesimo nel carcere novarese di ‘Trigella’. A 1500 chilometri di distanza. Difficile che l’intrallazzatore sia riuscito a gustarselo caldo. Dai documenti possiamo constatare che la famigerata banda Cavallero, spargitrice terrorifica nel nordovest borghese, amasse riunirsi nel quartiere aureliano per interminabili partite a briscola e tresette. L’attentatore turco Alì Agca, prima di recarsi in quel del Vaticano causa stesura definitiva del pontefice polacco, si fermò a San Lorenzo con l’intenzione di sbronzarsi al Sally Brown Rude Pub. Era il 1981. Peccato che la birreria aprì i battenti solamente nel 1998. Quasi diciassette anni dopo. Lupami grigi l’avevano informato male. Il fu sparuto fisico Ettore Majorana, luminare della Via Panisperna, pare sia ancora vivo ed in ottima salute. Possiede una pizzeria al taglio. Indovinate dove. Il ladro britannico Ronald Biggs acquistò pomodori secchi al mercato rionale aurelico prima di fuggire alla volta amazzone facendo così piombare nel buio Scotland Yard e i loro bagliori. La pedagoga Maria Montessori prestò la sua puledra all’anarchico romagnolo Sante Caserio per una gita ad Anzio. L’iconoclasta italiacano, in sella all’equina diede il benservito al presidente transalpino Carnot. John Fitzgerald Kennedy solleticava il suo Gulliver in Via degli Enotri. L’essere umano non è mai stato sulla luna. Le immagini dell’allunaggio compiuto dall’equipaggio Apollo 11, furono girate da una troupe cinematografica hollywoodiana, utilizzando come location esterna il campo in terra battuta dell’impianto sportivo Cavalieri Colombarici. A San Lorenzo. L’ultimo concerto, l’intramontabile jazzista Glenn Miller, lo eseguì negli spazi del Nuovo Cinema Palazzo Occupato, allora adibito a Night Club Mocambo. Il giornalista Giorgio Ambrosoli ricevette telefonate minatorie da una cabina telefonica ubicata nella Via Retarda. Non furono alieni tipologamente grigi i responsabili dell’abduzione subita dai coniugi statunitensi Barney and Betty Hill nel lontano 1963 vicino alla loro dimora nello stato del Nevada. Bensì studenti sanlorenzini in Erasmus. Il fisico serbo Nikola Tesla tenne alla Sapienza la sua ultima lectio magistralis prima della scomparsa per mano del servizio secretato yemenita. Un noto primario sanlorenzino compilò per la divina interprete Marilyn Monroe una ricetta medica sentoramente neurolettica. Quella finale… Sanlorenzino fu anche il barbiere decurtatore delle maggiori barbe rivoluzionarie della storia da José Martì a Fidel transitando per Bolivar. Potremmo anche continuare. Chi desiderasse saperne di più può consultare il sito urbanocaudo.pd oppure contattare il numero sovrimpressione: 113. Una Libera Repubblica di San Lorenzo sotto sigillo… parola di Sandro Giacobbo.

San Lorenzo, mon amour

In polverie o poesie on gennaio 22, 2015 at 10:57 am

Tipologia gracile
crivellata al mercurio
prigioniero di voci
udite per sbaglio
riepilogo emotivo
destinato al culto
adorabile siero
iniettato al contrario
perfezione animica
prefazione astrale
madidato sudore
eccessivo riflettere
ordinanza firmata
inasprendo il carattere
espiazione invernale
associata a distinguere
onniscienza impartita
traghettando saliva
bocca cocciuta
filastrocca solluccherata
leporine labbra
annunciato frastuono
nomade sentore
ispezionando il braciere
sussulto e fuga
parafrasando l’umore
tinta unita
paradosso d’amore
elisir d’elmozio
imbottigliato in ombelico di cenere
discreditato assessore
calpestando la venere
usurpato quartiere
da quintali di ciarle
sciagurate politiche
ostentando le burle
seppellite Polinice
mescolando le carte
catatonico volto
del Giano birbante
rantolo fuori scena
con testo a fronte
tiratura limitata
rovistando le scorte
disarmante bellezza
discrezionalmente esposta
ritmo serrato
sollevando la posta
solo San Lorenzo
pregevole sosta
rione capace
di dire basta…

Cronache Atletico San Lorenziadi 46

In Cronache Atletico San Lorenziadi on gennaio 20, 2015 at 11:18 PM

Atletico San Lorenzo: nasi rossi e fiori finti

“Vincere logora chi non vince, pretendiamo il trionfo nel torneo del calcio femminile e pur di giungere al taglio del traguardo proveremo a non lasciare nulla di intentato a partire dal mercato riparatorio invernale.” Cita addirittura il divo Giulio di scudo crociata memoria il dirigente aureliano Marco detto Magara, intervistato dalla conduttrice bacchettona Lorena Bianchetti davanti alle telecamere della trasmissione televisiva ‘Il sinedrio’ in onda tutte le domeniche mattina ad orari improbabili sul canale satellitare ‘Sinodo TV’. L’ospitata non è frutto dell’ateistico caso. Il calendario vede la compagine popolare calcistica femminile sanlorenzina sfidare il team della Ognissanti in un duello all’ultima ostia sconsacrata. Fondata dal beato don Luigi Orione, il santo antisisma, in anni post-bellici, la Ognissanti vanta un invidiabile primato: le fondazioni bancarie occulte. Vincere logora chi non vince. Nel solco del trionfo, la società rossoblu annuncia Urbi et Orbi il profilo del valido rinforzo ingaggiato per migliorare le prestazioni del gruppo allenato da coach Roberta Beta (ex Grande Fratello prima edizione): Suor Cristina Scuccia, trionfatrice del talent catodico ‘The Voice’ sotto la sapiente guida dello zamatauro J-Ax. La religiosa ragusana non ha mai nascosto la sua smisurata passione per il rettangolo in erba: “Noi vicarie del Cristo indossiamo il velo bianconero dalla povertà all’obbedienza transitando per la castità, ergo sono una sostenitrice juventina, adoro Del Piero e il passerotto che gli titilla il padiglione auricolo costringendolo a bere acqua calcarea. Alex parla con in passeri proprio come San Francesco. E non solo con i passeri. Grazie all’uso della sostanza dopante voluta dal dottor Agricola in anni analogici, Alex colloquia con l’intera fauna mondiale. Voglio essere come lui!” Si presenta citando in conferenza stampa questo famigerato passo del Vangelo sinottico secondo Luca ed è subito gaudio! Nella partita contro le novelle appiche, la cantante folgorata sulla via damasca, parte dalla panchina. Rosario alla mano. Nemmeno il tempo di mondare le vesti dal peccato originale, che le avversarie passano in vantaggio festeggiando il gol con una passata di cilicio. L’Atletico San Lorenzo è privo degli estremi difensori. Convocati dalla procura barese in quanto informate sui fatti. Quali fatti non è dato saperlo. La Strambini riveste un ruolo che non è il suo. La regista Angela è indisponibile a causa di alcuni debiti formativi nelle materie umanistiche. Le atletiche fabbricano gioco sbagliando l’impossibile. Se non fosse che le avversarie ammiccano al cattolicesimo, si direbbe che la loro porta sia stregata. Siamo all’ultimo giro d’orologio. La trainer aurelica sostituisce una affaticata Francesca (fastidio all’adduttore) con la religiosa sicula. “Era ora, dio, madonna e tutti gli angeli in colonna!”, commenterà laconicamente nel dopopartita suor Scuccia, facendo così lievitare le polemiche. Sua comunque la firma del pareggio aurelico. Stop tramite destro e fiondata sinistra. Il piede del demonio. Velo a terra e corsa sotto la curva con tanto di bibbia tra l’ascella. Bava alla bocca e lingua sanscrita pronunciata ad alta voce. Innalzamento del corpo nello spazio verso un unico esorcismo alla Emily Rose.

Il basket popolare e popoloso compie terra bruciata attorno alla propria cinesfera. Allunga il distacco in classifica sulle avversarie duplicando la competenza: organizzazione serale. Negli spazi occupati dalla Omnia sunt Communia, una rappresentanza della circensità medrana, contattata dagli atleti in canotta, avrebbe allietato la nottata elargendo saltimbancherie a gitto centrifugatorio. Purtroppo però, del nutrito gruppo di artisti, l’unico a presentarsi all’appuntamento sarà Tobias, il famigerato pachiderma subsahariano, balzato agli onori della cronaca per una tumultuosa relazione sentimentale con Gimona, l’elefantessa che interpretò la genitrice di Dumbo nella gloriosa pellicola disneyana. Dopo anni di manorovesci nel mondo della celluloide, Tobias è ormai costretto da immemorando a ripiegare sull’arte tendonatoria per riuscire a sbarcare il lunario. Durante la kermesse voluta dalla compagine baskica, Tobias appare in condizioni a dir poco precarie. Il suo alito sembra una distilleria scozzese bombardata da droni appartenenti all’esercito israeliano. Molesto il suo atteggiamento nonché inopportuno. Infastidisce i passanti tastando borselli con la proboscide. Pretende il pagamento anticipato del cachet. Al bancone del bar ingolla un numero spropositato di Cuba Libre eclissando il passaggio alla cassa. Al momento della salita sul palco smarrisce l’equilibrio nei meandri del nibbio franando su buona parte dei presenti in platea. Ambedue le zanne appaiono falcidiate dalla piorrea. È il delirio. L’esigente pubblico in sala comincia ad agitarsi come se ci si stesse trovando in un teatro d’epoca elisabettiana. Carcasse di alce svedese vengono scagliate sul palcoscenico andando ad infrangere gli strumenti a tasti. Si opta per l’estrema ratio. I calciatori dell’Atletico San Lorenzo, presenti al gran completo, saranno costretti, pena decurtaggio rimborso spese, ad intrattenere i paganti esibendo contorsionismi fatali. E tanti buffetti su guancia al Cirque du soleil. Il libero Alberto Caci, già provato alle vertebre dalle sciagurate manipolazioni del chiropratico messicano Xicacan, solcherà la mesosfera nelle vesti di uomo cannone. Bob, detto telespalla, abile con gli andamenti tonali, allibirà l’essere umano eseguendo il numero del trapezio. Iaco detto Cecconi, mago della scenotecnica, proverà a mettersi in gioco misurandosi nel tenzone del domatore di fiere. Eccolo mentre cheta tra le gabbie la ferocia delle tigri di Mompracem… ottimo… che tecnica… perfetto… le ha rese degli agnellini… un applaus… ops… eh… vogliamo ricordarlo così… al mixer. Giannetto sviscererà il livello emozionale cantando i successi di Michele Zarrillo. Michele Ruggero, perticamente alto, rivoluzionerà copernicamente la sua attitudine imitando gli sberleffi del nano Baugigi. Dulcis in de profundis le punte Mulè e Vicca, pronte ad esibire nasi rossi e fiori finti vestendo i panni del clown Bianco e del clown Augusto. Il bilancio della serata volge presto al passivo. Economicamente in quanto il pachiderma Tobias si è dato alla macchia portando con se l’incasso. Infermieristico. In quanto l’intera rosa rossoblu viene ricoverata al nosocomio San Filippo Neri in codice carminio per sopraggiunta vampata. La domenica mattina nel delicato scontro con la Pro Settemina, il falcidio solletica la visuale sanlorenzina. Tra i pali Marco Canizares, scampato alla circensità grazie ad una serata bisbocciante in compagnia della Scuccia. Ambedue amano la musica dodecafonica. Davanti il deserto. Nonostante la pesante inferiorità numerica, i Settemini riescono ad andare in rete solamente negli ultimi cinque minuti di gara. Per completezza di cronaca va sottolineata la discesa in campo dell’unico giocatore atletico con al braccio la fascetta del triage da pronto soccorso. Gesto solidale con il tifoso e documentarista Abbissu Artigiano, bloccato ormai da sedici giorni senza acqua né cibo sul convoglio della linea ferroviaria littorina Cosenza-Catanzaro, si mormora… per un guasto tecnico al sapore di acqua Fiuggi. Dolente il commento finale di coach Marcolino: che volete da me?! Prendetevela con Moira Orfei…

Va dove ti porta il Caudo

In polverie o poesie on gennaio 16, 2015 at 7:58 PM

A perdifiato
duplicazioni assessorali
pontificano
il notificatorio
avvalorando mestiziamente
amaniti falloiche
prataiole
servite in imbando
su frontoni
fabbricati
col broncospasmo
negato quesito
plastico laminato
resettata planimetria
mortificato turismo
vetero populismo

vacillano polsi
certificando distastri
penne a sfera
saldamente impugnate
tramortite dal tedio
dell’insalubre fiera
pietra preziosa
diluito pigmento
compilata modulistica
statistica ignorata
somatizzata nausea
tra il plesso
e l’arresto

residenzialità cittadine
abbisognano
emoglobina
urgentemente incastonabile
in pianificazione regolatrice
tracciata bisettrice
succo gastrico esacerbato
sezionato peristilio
nutrice riottosa
desiderio di attaccamento
al qualcuno
al qualcosa

istituzione
turpiloquia
elettore
circuendolo
sul carro
del monatto
concistorio distratto

regolamentati
i quadranti degli orologi
concupiti i magi
scritturati i Frigi
distanziati i randagi
sguinzagliati segugi
sciogliendo gli indugi
smascherando
premurosamente
funestati presagi
coltre nasconde
deleteri progetti
inducendo sospetti

partoriti alveari
assegnata catalessi
rintuzzati dormitori
apparecchi ortodontici
appetiti
languori
deprecabili palinsesti
ascensori dirottati
pesci d’aprile fuori stagione
abbacinato criterio
intabarrata giustificazione…

Cronache Atletico San Lorenziadi 45

In Cronache Atletico San Lorenziadi on gennaio 14, 2015 at 11:07 PM

Atletico San Lorenzo: disastri diplomatici

“Organizzo rinfreschi per l’ambasciata indiana in Italia da quando indossavo ancora i calzoni alla zuava e Pinocchio non raccontava bugiarderie. Ambasciatore e console cingalici sono mie conoscenze personali. Grazie al tissutaggio ottimale del rapporto sono sicuro che riusciremo a concludere in tempi brevi l’operazione di mercato alla quale stiamo lavorando celermente da inizio stagione.” Attraverso questo inequivocabile blaterizio si esprime il dirigente aureliano Andrea detto il Greco, ospite d’eccezione nello show televisivo britannico ‘Cartoon Soccer’ condotto dalla ex stella del Muppet Show Kermit la rana. Abito fabbrica monaco facendo assumere all’amministratore delegato Montesilino la parvenza del dispensatore ricettale medico. Sono le ore nove di mercoledì 7 gennaio 2014 quando Radio Corriere San Lorenzo informa il rione con la lieta novella. L’Atletico San Lorenzo, nella persona del passacarte Remigio Salopa, ha da poco ufficializzato l’acquisto dei giocatori Salvo Gironio e Pio La Torretta, meglio conosciuti al grande pubblico con l’appellativo de: i due marò. D’altronde in settimana il coach aureliano Marcolino aveva parlato a nuora perché suocera intendesse. “Il gioco del calcio non è più quello dei tempi magiari. Ora tutto è più veloce, ritmato, esplosivo, liquido, televisivo. Non è più concesso il tempo della riflessione. Se la potenza è nulla senza il controllo, la sostanza è niente senza l’immagine. Inoltre se Maometto non va al mare, è perché ha terminato i soldi sul conto corrente aperto presso il Monte dei Paschi senesi. È per concludere… tanto va il felino al lardo che ci lascia il promontorio.” La carrellata di saggezza popolare marcolinica ha obbligato la dirigenza aurelica a spalancare i cordoni della borsa. I due marò, alla presenza del ministro della marina mercantile bengalese (territorio neutrale), firmano per la società rossoblu un contratto di sei mesi con diritto d’estradizione. L’accordo viene festeggiato sparando nell’aere un numero imprecisato di colpi baionettistici. Allo sbarco dei militi tra le antiche contrade, avvenuto a bordo del convoglio Galaxy Express 999, l’intera tifoseria aurelica opta scaramanticamente per il tastaggio della sacca scrotale a duplice mandata.

L’impegno della squadra in terra lungamente novella è di quelli ostici. L’ambiente sanlorenzino la vive come un vero e proprio derby da riporto. Lo stadio degli amaranto novalunghezzi è famoso per una singolare caratteristica. L’intero impianto presenta… un unico posto. Per la prima volta nella loro giovane storia gli elementi componenti la tifoseria rossoblu sono costretti a disporsi uno sulle spalle dell’altro utilizzando gli stendardi come paraventi. Viene così a formarsi sugli spalti una sottospecie di torre babelicamente biblica in carne umana. Inoltre il terreno di gioco dello stadio lunghezzino sembra essere composto per il 95% della sua totalità da ghisa misturata a ghiaia. Il restante 5% sono aghi nel pagliaio. Mister Marcolino schiera una formazione sperimentale che vede il libero Alberto Caci calcare il terreno con un chiropratico messicano cucito sulla schiena per cercare così di alleviare una fastidiosa ernia che lo sta infastidendo da quel famoso sequestro del 1978. I due marò partono dalla panchina. Nemmeno il tempo di sincronizzare gli orologi e la nuova lunghezza passa in vantaggio realizzando un gol attraverso un colpo di peto intestinale. La duplice maronata atletica, scambiando il rumore del peto per un attacco navale pirata, impugna prontamente l’arma da fuoco scaricando sull’inerme direttore di gara trecento cartucce di Berretta K91. Il ferro alpestre. L’arbitro, benché esanime, offeso nell’essere stato scambiato per un pescatore del Kerala, estrae dal taschino il cartellino rubizzo espellendo oltre ai due marò altri cinque calciatori atletici scelti attraverso il criterio scientifico del dado. Le autorità giuridiche indiane e italiane, presenti a bordo campo, entrano sul terreno battuto dichiarando chiuso il contenzioso. È venuto meno il numero legale per il prosieguo della gara. Nuova Lunghezza si aggiudica il massimo della posta in palio elargendo il minimo sforzo. Grazie anche all’estrema esuberanza delle regole d’ingaggio stipulate dalle forze navali planetarie. Un disastro diplomatico…

A qualcuno piace Caudo

In attualità, San Lorenzo da delegalizzare on gennaio 13, 2015 at 6:28 PM

Comincia con un ritardo simbolicamente sinistro (e fantozziano) di sette ore l’incontro pubblico avvenuto tra una rappresentativa dell’assessorato all’Urbanistica capitolino e un nutrito gruppo civico dimorante nel quartiere San Lorenzo. Il confronto, vagamente simile ad una resa dei conti, si tiene all’interno di una gradevole sala teatrale ‘all’italiana’ che presto verrà abbattuta per fare posto ad un negozio di sigarette elettroniche. L’incresciosa tardività la si deve alle lungaggini dell’assessore Girolamo Giovanni Caudana III, plasma blu, inchiodato da un precedente appuntamento con l’igienista dentale fiduciario. Si presenterà all’ingresso del teatro a bordo di una carrozza a cavalli trainata da Suv. Accompagnato, come galateo impone, da una manciata paggesca in calzamaglia attillata, continuamente impegnata a massaggiargli i tacchi dello stivale camosciato. Al suo arrivo i residenti si erano ormai dimenticati i quesiti da porglisi… C’è chi si è visionato il kolossal ‘Via col vento’ a duplice mandata. Giovanni Caudana fa il suo ingresso trionfante in sala omaggiato da una standing ovation a base di dita medie sollevate al cielo. Nel mentre i paggi si tramutano in galoppini titillando il riflettore per diapositive. L’assessore, dopo aver deretanato sul seggiolone in arcantara, comincia a masticare cheto un numero imprecisato di lonticchi tostati intinti in misticanza ombelicale. Non proferirà verbo per l’intera durata assembleare. Un semplice schiocco delle dita e i galoppini si tramutano come per magia in esperti dell’arredo urbano indottrinando la cittadinanza sul come fare cosa senza conoscerne il perché. Sullo schermo si susseguono simulazioni telematiche pluridimensionali di come dovrebbe presentarsi il quartiere muro-aureliano al termine della scadenza dei lavori pubblicamente pattuiti prevista per il 29 giugno 3014. Le fasi lavorative sono state calcolate secondo il famigerato calendario azteco ‘Priazuma’, rinvenuto sotto la cripta della chiesa Immacolata durante il restauro voluto dalla giunta rutellina in periodo giubilare. Un restauro elargito col pongo. La vertenza trabagliadora non possiede carattere definitivo. Non ancora. L’istituzione si dichiara aperta al suggerimento esterno da parte del civico contribuente. Purché suddetto suggerimento sia esposto dalla cittadinanza a bassa voce, evitando così di urtare la sensibilità del suscettibile assessore. Cagionevole psicofisicamente poiché esposto da tempo al travaglio dell’unghia incarnita. L’intero complesso appaltale è stato dato in consegna dai vertici capitolini ad un esperto del settore costruzioni: l’editore alessandrino Urbano Cairo. Arrivato ad aggiudicarsi la posta in palio grazie al suo nome di battesimo. Veniamo al merito. Anzi al demerito. Il criterio riqualificatorio proposto dall’incravattatura tende ad essere molto semplice. Si basa sul famigerato motto neocoloniale di matrice transalpina: Demolisci sempre, senza sosta, qualunque cosa. Basta che respiri. L’intero territorio quartierale verrà suddiviso in quadranti secondo il sistema della battaglia navale. B7-C4-F35-H725. Colpito e affondato. Le antiche mura volute dall’alabardato imperatore Marc Aurelio, saranno rase al suolo per fare posto ad un più moderno ed efficace filo spinato elettrificato. La zona est verrà convertita in stabilimento balneare. La sabbia fatta arrivare dal deserto del Gogi. Come mare verrà preso in consegna il Mar Caspio sottoscrivendo un affitto esoso con validità centenaria. Rinnovabile. Ombrelloni e sdraia riciclati dagli stabilimenti balneici della riviera ziguatanea. Esemplari di fauna subtropicale verranno fatti arrivare appositamente dalla foresta del patagonico equatoriale. Anaconda rapsodica. Nibbio del Mato Grosso. Capro siberiano. Zombie papuano. Demone della Tasmania. Dingo silvestrino e dulcis in fundo onanista della Cisgiordania. Nella zona nord è prevista la costruzione di un gigantesco parcheggio per astronavi madre extraterrestri. I famosi Vimana descritti accuratamente nella antica mitologia indù. La zona ovest unirà l’utile al dilettevole comprendendo quello che in futuro sarà considerato il più fottutamente gigantesco poligono di tiro planetario. Nella zona sud, grattacieli sul modello de La Défense parigina, ospiteranno le famigerate stanze dello psicofarmaco, all’interno delle quali ciò che rimarrà del residentato potrà rifugiarsi ingollando amisulperide previa ricetta medica. Il soliloquio galoppinico termina con un rumoroso ruttino che nega alla platea diritto di replica nonché contraddittorio. È permesso esporre domande all’assessore Caudo purché si tratti di quesiti a carattere personale (‘come stai?’, ‘come va?’, ‘andiamo bene di corpo?’ ecc.). Il tedio assembleare viene rotto solamente dal singhiozzo dell’assessore medesimo. Un lonticchio ha preso la cavità giugulare errata. L’operazione tracheotomica di rimozione bolo viene prontamente scongiurata in zona Cesarini dal giullare di corte che salva il politico da soffocamento certo elargendogli un pedatone nel retto. Il lonticchio solleticato dal succo gastrico frana sul proiettore disintegrandolo. L’assessore abbandona indisposto il palco minacciando di ridurre la Libera Repubblica di San Lorenzo alla stregua della riserva indiana. Fugge via il politico… non prima di essersi rubato il mio zaino verde contenente i famigerati cioccolatini cuneesi al rum che tanto deliziarono il palato del Cesare Pavese. Come avrebbe sceneggiato Billy Wilder… nessuno è perfetto. Men che meno questo delirio alla deriva urbanistica!

Possibilità biografiche teatrali 3

In Possibilità biografiche teatrali on gennaio 11, 2015 at 10:53 PM

Lilla Brignone: sciabordìo teatrale a San Lorenzo

Negli ambienti letterari andalusi partoriti dalla salina mente del Federico Garcia Lorca, il nome Adelaide indica spesso un personaggio corollarico pronto ad origliare ‘il peccato originale’ custodito all’interno del qualsivoglia nucleo familiare locale. Per vedere la seconda linea adelaidea trasformarsi da cammeo a protagonista dobbiamo necessariamente fare un salto quantico trasferendoci dalla penisola iberica alla volta dell’Urbe capitolina. Quartiere San Lorenzo. Perché è proprio all’interno delle Mura Aureliane che il 29 agosto dell’anno grazievole 1913 viene alla luce l’incarnazione perfetta di ciò che nel teatro di prosa prende il nome di ‘peso scenico’: l’attrice Adelaide Brignone detta Lilla. Uno strano caso migratorio inversamente proporzionale, il suo. La sua famiglia, originaria del Comacchino, si trasferì a Roma in anni tardo-unitarici per lavorare nella nascente industria dell’edilizia popolare post-umbertina. Ad alcuni esponenti della gens brignona verranno dati in custodia i famigerati orti Zerpelloni, una sottospecie di giardini semiramidei coltivabili sorgenti all’epoca sui terreni dell’attuale Parco Caduti.

La giovane Adelaide, immersa tra le contrade aureliche, osserva la vivacità del frenesico quotidiano perfezionando così il suo spirito mimetico. Quando le unità carbonchio burattinate dal podestà locale porcileranno comodamente nel centro storico costringendo sua bassezza reale Vittorino Emanuele III alla battitura tacchi, Adelaide viaggia verso l’adolescenza. Quantità omeopatiche di camice cinabre proveranno a forzare la mano all’interno del ‘suo’ territorio. Invane. Volevano fare la sfilata. Elaborare la marcia. Indossare la giubba. Si scioglieranno come neve al sole. Ma quella dimostrazione di prepotenza fece scaturire in Lilla una sintomatologia vagamente ostruttiva. Disturbi del sonno e cefalea vasocostrittiva saranno l’incipit di un fastidioso disturbo post-traumatico da stress che la tormenterà fino all’ultimo respiro.

Nei dintorni delle Mura Labicane, la tenia della scena comincia ad attaccarsi alla frattaglia adelaidea. Lilla esce dalla Santa Bibiana per una momentanea trasferta verso la sala quirina. Lì, un anziano Ruggero Ruggeri, ultima gutturalità del periodo mattatorale ottocentesco, la sottopone ad un provino durissimo. Un vero e proprio allenamento verso il torneo tencaici di nipponica memoria. Declamazione del verso alfieriano, esposizione del classico euripideo, canto melodico, mandata a memoria dell’intero manuale della posa scenica scritto dall’indimenticabile Alemanno Morelli. Un tour de force che sarebbe stato fatale financo al ciclista più dopato. Lilla rientrerà dalla porta maggiore con in tasca una scrittura pluriennale in una delle maggiori compagnie capocomicali dell’epoca: la Talli-Ruggeri.

Il quartiere San Lorenzo aveva contribuito a forgiare il processo mimetico della nostra affezionata. Lilla ruba a mastro Ruggeri arcani e controarcani catinellari per poi liberarsene elaborando così uno stile recitativo personalissimo caratterizzato da monolitiasi vocale e spirito d’urgenza. Uno stile sanlorenzino! Da Ruggeri a Cimara, da Benassi alla Volognhi, da De Nicola alla Spazzientini, la Brignone comincia a fagocitare teatro a ritmo fordista. “Lavorare mi aiuta a non pensare”, dichiarerà anni più tardi intervistata da Luciano Salce per la trasmissione televisiva ‘A tu per tu’. Adelaide transita verso il compimento della trentesima primavera quando le forze alleate del secondo conflitto bellico mondiale novecentesco, decidono di scaricare sul rione quantità ingenti di spine senza petali. Nell’animo della Brignone qualcosa si squarcia. Si scissa. Si scinde. Quella punta di spensieratezza che, embrionalmente è parte dell’essere umano, in Lilla si smarrisce nel dimenticatoio. Il post-traumatismo stressologico diviene dissociativo.

Il paese attraversa cambiamenti tipici delle società fondate sul libero mercato. Salita al cielo e discesa agli inferi. Il quartiere aureliano si farà carico di alimentare numerose coscienze collettive in un’epoca caratterizzata da colori pastello e Alfa Sud. Lilla in tutto ciò assume ormai la parvenza di un paradosso diderotiano in carne ed ossa. Lo dimostra la sua proverbiale interpretazione della Nora ibseniana, figura dicotomica, ondeggiante tra la consapevolezza del sé e la totale dipendenza dall’altro da sé. La Brignone sussurra il dialogo finale con l’imbelle marito Helmer, quasi come se questo confronto non la riguardasse. Non si tratta di indifferenza bensì di estrema sensibilità espressa dall’attrice attraverso un alto tasso di sfumature vocali.

Eppure la scrittura del drammaturgo norvegese non lascia spazio a dubbi. Si tratta di una resa dei conti. “Voi non mi avete mai amato, Helmer… vi siete divertito ad essere innamorato di me… ho dei doveri prima di tutto verso me stessa… la religione non so più cosa sia… non sono stata felice… sono stata allegra… ecco tutto… credo di essere prima di tutto una creatura umana… voglio sapere se ho ragione io o la società… non ti amo più, Helmer… non credo più ai prodigi.” Questo il crescendo improperale espresso dalla penna del gigantesco drammaturgo Henrik Ibsen. Il timbro della Brignone se pur greve, lascia spazio all’alleggerimento detonando rancori ed inutili risentimenti. Come se già dal primo atto dell’opera si evincesse nell’animo di Nora un’energia positiva proveniente da una dimensione altra. Una dimensione sbarazzina e briccona.

È il 19 marzo del 1984. A Roma sono attesi milioni di lavoratori appartenenti a molteplici sigle sindacali. Stanno protestando contro la sciagurata decisione abolizionista della scala mobile da parte del governo a matrice socialista. Il Presidente del Consiglio è il meneghino Bettino Craxi. Lilla Brignone, iscritta al sindacato attori, raggiunge Piazza San Giovanni insieme al gruppo dell’A.N.P.I., sezione volscia. Sono le ore 14.30 circa quando sul palco allestito dalla Cigl sale il segretario nazionale Luciano Lama. Lama comincia il suo sermone elargendo queste parole: “Dobbiamo dialogare con il governo, niente barricate, nessun incaponimento, Craxi è una persona raccomandabile e onesta…” Per Adelaide Brignone è il terzo importante shock della sua esistenza. Sarà quello fatale. L’associazione semantica Craxi uguale onestà crea in lei un gravissimo scompenso cardiocircolatorio. Il suo cuore generoso cessa di battere nella sala d’aspetto del nosocomio San Giovanni. Tra un nugolo di infermieri iscritti al sindacato cattolico… un pesce d’aprile fuori stagione! L’attrice sanlorenzina abbandona le Mura Aureliane per fare il suo ingresso nei manuali universitari di storia …del teatro.

Possibilità biografiche teatrali 2

In Possibilità biografiche teatrali on gennaio 9, 2015 at 11:44 PM

Romolo Valli: l’attore totale

Erano i tardi anni 90. Anni sociopsicopedagogici. Scisma da immemorando all’interno dei macilentati Take That. Britney Spears veniva assassinata dalla solitudine. Attiva la bicamerale. Amanite falloica servita nel piatto del consigliere comunale. La città era quella dei sette assedi. Coloro che presentavano un voto di condotta sotto il grado zero della scala Mercalli, erano gentilmente invitati a saldare il debito formativo tramite attività pomeridiana. Pallavolo o teatro. Per caso o per un mucchio di buone ragioni optai per le arti sceniche. Nonostante nella mia città la pallavolo fosse lo sport principale. L’insegnante di teatro (la stessa di educazione fisica) nel tentativo di nutrire le nostre ipofisi ci sottopose alla visione della piéce pirandelliana su schermo. Fu lì che vidi per la prima volta Romolo Valli. Le sensazioni parvero quelle del processo infatuatorio. Sudorazione generale. Battito cardiaco accelerato, polso impazzito, afonia, desiderio di darsela a gambe, respiro affannoso… il sale della vita.

Se in ambito calcistico l’olandese Marco van Basten ha rappresentato la quintessenza del gioco totale, in ambito catinellare l’emiliano-romagnolo Romolo Valli detto Mimmolo, ha incarnato il vertice della totalità attorale. Ove per totale non ha da intendersi il concetto ‘assolutista’ dell’interprete broadwayiano, capace di muovere l’arto nello spazio in ogni tipologia scibilare fuorché quella favellica. Mandando così a ramengo il grado comunicativo ordinario. Di scena. Romolo Valli è stato essenzialmente un attore di prosa. Il suo totalitarismo era insito all’interno della sua dedizione verso il mestiere. Sin dall’età pre-discolare, le sinapsi romoline hanno sposato la causa della scena immergendo l’individuo in un vero e proprio ritiro spirituale a servizio della parola su materiale cartaceo. La sua proverbiale curiosità, non tanto rispetto al rotinatorio, quanto rispetto all’elemento scenico, assumeva quotidianamente la forma di una lettura onnivora, utile ad allargare la consapevolezza della cinesfera teatrale. Il rapporto del Valli con la pagina stampata era un rapporto di natura fisica, consumato ad una velocità centometristica in una quantità fottutamente bulimica. Mimmolo divorava letteralmente il conglomerato scritto, scivolando lentamente ma inesorabilmente in quella che sarà una dipendenza di natura compulsiva. Presso le sue terre natali, le sonnolente basse padane di guareschiana memoria, caratterizzate storicamente da un atteggiamento verso la vita cedronista e sbarazzino, Romolo preferì consumare l’adolescenza riverso sulla scrivania perfezionando così il suo credo scenico.

Fantasio Piccoli, regista del fortunato Carrozzone teatrale, primo a scritturare Valli in una turnè triennale (impensabile per questi tempi), si disse spaventato dalla bramosia tenuta da Romolo durante le sessioni delle prove a tavolino. “Voleva sapere tutto… afferrare ciò che ancora non si conosce”, affermò di lui molti anni più tardi l’attrice Ottorina Feliciani, sua collega durante l’avventura carrozzonica. Possiamo scorgere in questa affermazione il sottotesto di una psicosi in nuce. Il processo tossicologico era iniziato e non sarebbe mai più terminato. Così come l’Osvaldo ibseniano viene rovinato dalle funeste conseguenze del processo sifilitico e consumato dalla dipendenza da acquavite, Romolo Valli decide di esaurirsi verso la ricerca della perfezione intonativa. Perfezione che non appartiene a nessun piano dimensionale dell’universo.

L’ambiente di provincia, pregno di località comune, comincia a stare stretto all’interprete emiliano. L’impresario meneghino Paolo Grassi lo nota e nel giro di un niente lo sottopone alla supervisione del tiranno Giorgio Strehler. Non poteva funzionare tra due individui che in vita non ebbero certo il dono della sintesi. La volontà d’analisi del Valli risultò essere eccessiva anche per un divaricatore di parentesi quale fu il regista triestino. Valli sbatté la porta non prima di aver mandato a memoria l’intera drammaturgia del Giulio Cesare bardino. A qualcuno in compagnia si ingrossarono le gonadi. Una cosa così non si era mai vista. Nemmeno in Via Revello.

L’ambaradan milanese aggrava la dipendenza da studio del mattatore reggiano. Fu in quel periodo che conobbe il suo futuro sodale d’arte e di vita: Giorgio De Lullo. Individuo capace di spezzarti la battuta in molteplici fiati, ma dotato anche di notevole capacità sintetica. Era nata la Compagnia Dei Giovani. Saranno vent’anni di spettacoli che faranno la storia del teatro italiota. L’Eliseo la loro dimora. Roma il luogo dal quale attingere energia positiva… tutta un’altra giunta comunale. Nonostante il successo planetario, la dipendenza da libro del Valli non sembra avere freni. L’Urbe è cosmopolita e l’attore reggiano impara presto nuovi modi di fruire la carta stampata. Macerando il foglio su cucchiaino scaldato per esempio…

Siamo nel decennio bollente. Le giacche in pellame sono strappate. Le magliette sgualcite. Sulle radio libere si cominciano a sentire le solite menate… l’artifex Carmelo Bene, ritenendo Valli un semplice caratterista, pensò bene di invitarlo a prendere posizione… Valli rispose che non aveva tempo. Doveva sfogliare… assimilare la parte. D’altronde l’eccessiva presa di posizione è un elemento tipico del senso di colpa antico-testamentale. Questo non significa che Valli rifiutasse il confronto. Con tanto di contraddittorio. Era infatti, in modo assolutamente personale, anch’esso un animale sociale dotato di discreta capacità interattiva. Ma come disse di lui la divina Elsa Albani… “era il piano interattivo ad essere fuori frequenza”.

La quantità informazionale immagazzinata nella sua amigdala lo aveva condotto ad una esposizione della battuta molto lenta ed eccessivamente sincopata. Era come se stesse perennemente in fase riflessiva, pronto a ponderare ogni scelta interpretativa su palco. Un ragionatore teso a difendere allo stremo delle forze ‘un segreto’ decisamente inaccessibile… Forse il medesimo di Charles Foster Kane… forse. Eppure numerosi sono stati gli slanci di viscerale mordente vocale all’interno della sua recitazione dedita all’assoluto controllo dell’intero comparto emozionale. Lo si può riscontrare nell’esemplare interpretazione del Leone Gala di pirandelliana scarabocchia. Un personaggio guardingo giocato interamente sul filo della misura, ma al quale Valli saprà infondere, quando necessita, quantità allopatiche di debordante passione. In particolar modo pronunziando l’ultimo colloquio chiarificatorio davanti alla silentemente amata moglie Silia. In questo dialogo, il sentimento surclassa il raziocinio, abbattendo l’estremo baluardo difensivo del protagonista. “Credi che non sorgano impeti di sentimenti in me? Ma io non li lascio scatenare, li afferro, li domo, li inchiodo… sono come il domatore nei serragli… ma poi io rido di me… di questa imposizione verso i miei sentimenti… qualche volta mi verrebbe voglia di farmi sbranare da queste belve… e anche da te”, queste le parole scritte dal drammaturgo girgentino. Romolo Valli le recita azzerando le cesure. Come se sgorgassero dal plesso solare anziché dalla materia grigia. I freni inibitori si sono guastati. È il cuore che spiffera, il muscolo striato a farla da padre eterno. Attore e personaggio si fondono dando vita ad un afflato espositivo sensuale ma paradossalmente quasi fanciullesco. Per nulla lascivo. Totalmente disinteressato ma non per questo meno accattivante. Nella medesima versione recitata dal pur bravo Gabriele Ferzetti, le medesime parole assumono un altro significato… vedere per credere. C’è, nel Ferzetti uno spicchio in più di corda civile…

E’ il giorno uno febbraio 1980. Al Teatro Eliseo è da poco terminata la quarta replica de ‘Prima del silenzio’, gigantesco successo drammaturgico del partenopeo Peppino Patroni Griffi. Presente in sala la mente dei Joy Division, Ian Curtis. Romolo Valli domina la scena come è di consuetudine sfoderando una prestazione talmente umana da soffocare l’orpello in culla. Ultimamente pare che alla sua proverbiale sete di controllo avesse provato ad affiancare altro. A ricucire il proprio io. Quella sera decise di sorseggiare un calice per poi mettersi alla guida della autovettura raggiungendo così il nuovo se stesso. Sono le ore 24 circa quando l’auto sotto i suoi comandi si schianta contro un muro sito sull’Appia Antica. Valli viene prontamente soccorso e condotto al nosocomio più vicino. Morirà poco dopo il ricovero. In corpo gli viene rinvenuto un tasso alcolico degno del miglior batterista dei Led Zeppelin. Aveva 55 anni, di cui 56 spesi a pensare al teatro.

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