#DeCamera. La teoria della terra Gaia
La nazione ha ormai assunto le sembianze di un gigantesco centro commerciale. Un capannone enorme, fortissimamente caldeggiato dalla potentatura fortificata si estende dal Frejus a Taormina senza trascurare le regioni a statuto speciale. Il laterizio è forgiato amianto. Il climatizzatore condiziona l’aria. Duole la cervicale. A nulla vale la massoterapizzazione praticata dal craniosacralista su deboli apparati scheletrici. Governi tecnicistici hanno praticato economiche veglie funebri alla governabilità politica. Imperversa una partitocrazia monocromata caratterizzata da pensiero superficiale, ideologia morta, e idea sonnolenta. Il sistema di scambio è quello nominale. Zero stato. Zero mercato. 100% speculazione finanziaria. Il capo dello stato è un personal computer in grado di emettere non più di un monito al giorno. Pena il surriscaldamento della viabilità biliare. L’esecutivo è tecnico. Primo ministro con allegato consiglio ministeriale sono tutti periti tecnici. È il requisito unico. L’unico. La candidatura è soggiogata dal diploma di maturità superiore. La carriera parlamentare esige un titolo di studio conseguito all’istituto tecnico. Privato però. L’emiciclo parlamentare è frequentato da onorevoli e senatori che hanno assunto le sembianze del tablet. Le forze dell’ordine sono robot dotati di tecnovirtuosi smartphone. Niente sfollagente, manette o revolver d’ordinanza. Bensì applicazioni. Il grado emozionale del comune cittadino rasenta la temperatura glaciale. La comunicazione è fugace, sfuggente, minimale. Espressa tramite hashtag o cinguettio. L’interazione tra elementi vividi è una sintesi perennemente retrocessa nel catino degli ostacoli. Non sono permessi periodi scriptici superiori alle 10 battute. Un quarto di cartella. Rigorosamente digitalizzato. Gli amanuensi sono perseguitati a termini di legge. Trattati come degli appestati. Spesso invitati alla condanna in contumacia. Una volta sorpresi dalla polizia segreta d’annullamento della penna, vengono condotti davanti ad un magistrato informatizzato, sommariamente processati e costretti alla conversione verso la rete informatica sociale. Per i più cocciuti è prevista la pena capitale. Folgorazione da scossa elettrica eseguita su pubblica piazza. Il passato è definitivamente rimosso. Il futuro ancora non è iniziato. Esiste unicamente il tempo presente. Ergo l’istituzione scolastica bandisce la materia storica insieme ad altre discipline umanistiche. Considerate ormai obsolete e menagrame quasi come se fossero materie demonologiche. Il solo credo religioso vigente è quello che prevede fedeltà ed obbedienza verso l’onnipotente divinità microchipica. Giovani leve vengono costrette dalla legislazione marziale informatizzata ad inccaponire davanti ad uno schermo liquidato cristallinamente ingurgitando cibo spazzatura e ingollando beverone ipocalorico. I bambini sono allevati da balie avatar e nutriti con porzioni gigantografiche di zucchero filato. Gli anziani, incudini affossanti il sistema pensionistico nazionale, vengono storditi prescrizionando psicofarmaci. Elevati i valori colesterolici. Ingrossati i fegati. Colitici gli intestini. L’amplesso è un link da indicizzarsi su touch screen. Gli unici umettumi da vicendevolarsi sono quelli asciutti. O in alternativa il Sidol. Noto afrodisiaco reperibile visitando il quinto braccio… Lo STATO come un amorevole PADRE disciplina gli orgasmi dei suoi cittadini preservandoli da un precoce esaurimento delle riserve energetiche. Sono permesse massimo tre eiaculazioni l’anno. Mascoline o femminine che siano. Ovviamente solo a fini procreativi. Il coito da diletto è istantanea smarrita nei meandri del ricordo. La prole si partorisce tramite inseminazione artificiale… della meccanica incubatrice. La gestazione avviene presso la camera iperbarica. Il parto eseguito da forcipe digitale. La somministrazione del vaccino per il fantolino, è obbligatoria fino al raggiungersi del naturale decesso per anzianità. Potentami giudiziari, legislativi ed esecutivi appaiono accorpati nelle mani del mouse. Qual è la chiosa comica? Non c’è, poiché in un mondo così non c’è niente da ridere.
In un tale sistema costituzionalmente forgiato sul diritto e dovere alla banda larga, il glorioso teatro di prosa è… soppresso. Coloro che vengono sorpresi a praticare l’arte favellatoria nel qualsivoglia spazio scenico, rischiano ammende pecuniarie, sgradevoli deferimenti, intimidazioni nonché interminabili custodie cautelari. L’istituzione concede la messa in scena unicamente di commedie musicali, musical e musicarelli. Oppure nulla di tutto ciò. Il nulla che disinvoglia. Anche il nulla è bene accetto. Purché non sia turbata la quiete del pensiero posto a riposo. A freno. Il riflettere perennemente in ozio. Figura paterna del vizio. Gli interpreti della prosa tentano un’ultima disperata resistenza astenendosi come monaci tibetani da vocalizzi, drammaturgie, vivande e liquori. Comincia un’estenuante pratica di ricerca verso la sospirata lucidità. Una lucidità di stile. Imparare la parte a memoria richiede una complessa e fastidiosissima lucidità. Il portavoce dei teatranti, leader politico di provato pedigree, tale Gino Picino Paglioni Purulenti, un ex trombone setto-nasalmente devastato, fottutamente ambiguo nonché intrallazzato con la pubblica elargizione pecunica, raccoglie attorno a sé l’adeptatura dicitando l’invettiva finale. Il monologo da resa dei conti. Il sermone pontificatorio. L’invettiva masaniella. L’urlo disperato della rivoluzione culturale contemporanea. Ci troviamo davanti all’ingresso della più prestigiosa sala teatrale cittadina. Schiere di giovani e vecchi attori a spasso insieme a maestranze sull’orlo del suicidio, occupano la piazza antistante pronti a sollevare il copione per sovvertire il sistema. L’arringa ha inizio. Un discorso storico che passerà agli annali come la famosa filippica della mano sulla patta. Ecco il discorso.
Amici, cittadini, attori, sono venuto a seppellire il teatro di prosa, non a tesserne l’elogio. C’è qui tra voi chi afferma che Ibsen era ambizioso. Il ministro della cultura, che è qui tra noi, e che è un uomo d’onore, dice che Ibsen era ambizioso. Bene, se così fu, fu così un grave errore. Per oltre cinquant’anni ho portato sulle tavole del palcoscenico le soporifere opere del drammaturgo norvegese. Per oltre sessant’anni ho succhiato più soldi io al fondo unico per lo spettacolo che una zecca sangue ad un Rottweiler. Per oltre sessant’anni ho sniffato angelica polvere. Ho orinato fuori dal vaso, provinato attori ed attrici utilizzando sistemi filosessisti, ho fatto scenate e rubato premi Ubu. E ora mi preme dire basta! La prosa è nociva. Tumorale. La prosa ti rende dipendente dalle conseguenze della prosa. È necessario darci un taglio. Anzi, i tagli. Basta con questi Goldoni, questi Pirandello, questi Lope de Vega, questi Bardi. Quello è il passato. Un passato scomodo da rottamare senza battere ciglio. Ci attende uno spensierato futuro. Il futuro è aggiungere un posto a tavola, riuscendo a farvi ridere, dicendo bravo grazie, andare con Peter Pan sull’isola che non c’è e siccome non esiste pronunziare per lo stupore Mamma Mia! La prosa è defunta. Deflessa. Spirata. La prosa mi ha ridotto ad essere quello che sono. Un montato con il cognome stampato sulla bocca del pubblico pagante. Amici, cittadini, colleghi, non vi auguro una carriera come la mia. Anzi, vi auguro fame, sete, onanismi e mortificazioni. Questa è la vita. La vita vera. Il restante è solo una messa in scena.
E dopo aver inveito con queste massime pesanti come macigni, il maestro tolse la mano sinistra, quella del biblico maligno, dalla sacca scrotale dei coglioni e senza nessun significato archetipico salì sull’aereo presidenziale intraprendendo un viaggio senza ritorno, destinazione Broadway.
Peripezie boccaccesche giocate sulla staticità, la fermezza degli intenti oltre che l’unzione degli infermi, ci presentano un futuro dell’umanità torbido dominato dalla infausta dittatura del social network. Parafrasando la filosofia induista: il peggiore dei mondi possibili. Ma anche paradossalmente un mondo dove il teatro di prosa resiste rappresentando un ultimo filo di collegamento tra l’essere umano con il suo desiderio inconsapevolmente più recondito. Rimanere tale. Restare umano.
#DeCamera. Omologazione delle emozioni da scongiurarsi finanziando il teatro a fondo perduto.