Quanta eleganza
alberga nascosta
sul lato oscurato
della strettoia consolare
che lambisce la schiena
all’annullato raccordo
quanta insospettabile
indifferente crudele beltà
pagando talleri e talenti
quanta…
solleva titubante
la saracinesca mancina
posta a protezione
del castello di sabbia
prima di sempre
al sorgere del saliente
la seducente gardenia
in abito da sfilata
sbriciola in effigie
ciò che resta del giorno
costringendo Ofelia
a riparare in convento
questa è insolazione
scottatura recidiva
incendio doloso
rogo ecclesiastico
ustione sparsa
su di un bisogno
recepito da sordi
quanta fregola
là tra i residenziali palazzi
dove anche gli uscieri
colgono mazzi di fiori
per ringalluzzire
gli amari amori
dei tempi lontani
quando nemmeno l’arsura
si faceva sentire
e fare la fame
era una benedizione
ora i passi
compiono definitivi traslochi
leggendo la mano
agli amanti delusi
i tarocchi ululano
come lupi cacciati da boschi arsi vivi
e gli oroscopi ridono
alle spalle dei cocciuti
sembra trascorso
un saio
da quando mi confidasti
quel nulla di fatto
sfociato in pareggio
bivio
tra lui e l’altro
bivacco
fottendo il principio
biasimo
la cronaca del kaos
barricato
minuto per minuto
preso nella morsa
di un assordante silenzio
voltando lo sguardo
lontano da chi come te
lontano da tutto
lontano dal resto
il resto è la mancia
di un avaro contorno…
domicilio
esilio
esaltazione
caduta
il tuo alito
analgesico dell’anelito altrui
il tuo giudizio
feretro dell’altrove spartito
fumo fieno
attendendo il convenevole
esuberante silenzio
del sotterfugio taciuto
zittito dal sigillo
della diplomatica chiesa
ogni mio urlo
disturba il riposo
di colui che si professa
guardiano del mio peccato
conto sul sostegno
dell’amichetto invisibile
vincolo obbligatorio
soffocante carnevalata
funzione digestiva
il panno madida
del tuo dissetante sudare
sul banco da gioco
la sorte irride al superstizioso Plantageneto
la vincita è un oncia
del tuo sputo
aromatizzata al discredito
il mio amore
per te
è truffaldinamente sincero
pacificamente violento
castigatamente lascivo
educatamente sgarbato
tu te ne servi
nei ritagli di tempo…
dama d’onore
alla fiera del bove grasso
tutto il blaterare
puzza di scherno
scherzo
adolescenziale desiderio
di un sostare tossico
dove io sono la vena
e tu
la fatale dipartita tagliata
domicilio
esilio
esaltazione
caduta
sperperando il giorno
come inesistente denaro
per la sufficienza
generosa
di un tuo cenno…
Nel mezzo del cammin della contrada Retarda, mi ritrovai per una lastricata bitumosa che la viabilità primordia era deturpata. Ahi quanto a dire dove ero è cosa ardua. Esta strada è cimentificata, gentrificata e commercializzata tal che il pensiero rinnova il desiderio del trasmigero per lo straniero suolo. Già scesi con dubito in fondo al cerchio primaio che lo spauracchio subito si fece motto, quando l’aggeggio satellitare cadde in disgrazia e lo gire ver la costa menò lo corpo mio verso la desolata caserma sesta. Subitamente mi comparve innanzi un edificio smunto, smussato, essenziale intriso di una negatività tale da conferirgli uno aspetto littorio. Ed ecco che ad un simplice comando ululato dal milite con lo braccio destro teso, subitaneamente mi si presentarono in viso tre barbine fiere dalla trascurata cera. Chi fue? Domandai impanicata al trittico corrotto. E loro a me. Io son il Caudo fautore della urbana deturpaggine, egli è il Gaudio turpiloque de lo merito e l’ultimo che vedi intento a placare arsura con l’oleosità ricina è l’Alemagno, vindice sindoco farangista de lo millennio terzo. La triplice ferenza deliberava fandonia titillando ambientale dazione e tale fu lo sconforto che ver in meco giunse, che lo giudice montenerobisaccino mi si appropinque consolando la pena mia con tristo zelo. Non ti curar di loro ma guarda e passa… e tastati la saccoccia a duplice chiavistella. Mentre che io rasentava per altro loco, davanti a li occhi miei mi fu offerto chi esperto parea del loco. Tu se Virgilio, intellighenzia mantovana che in tempo passato decantò le gesta del parode eroe troiano Enea, che illuse cuor di regina pur di fondare basamento della eterna santa civitate? Non asserrir fregnacce, ammoni meco lo strano individuo. Non padano io sono, nè tesserato allo sindacato, Virgilio fue tesserato e or manifesta sdegno scagliando indefesso il sasso verso la prepotenza del suo stesso sesso. Io son Agenore Melchiorriti, retore dello arcaico rione aureliano. Non più omo già che omo fui già, e li parenti miei fueron san lorenzi, migratori delle antiche abbruzzesi genti. Nacqui sub Facta ancor chi fusse tardi e vissi presso la contea capitolinia sotto lo tempo pessimo de lo fascio da combattimento. Poeta fui, e cantai di quello angusto giorno de luglio nel quale caino lo sole si spense sotto la coltre del cinereo pulviscolo. Ma tu chi se? Viva stassi e ancor respirassi, perchè non tornasti agli svaghi proposti tra le dilettose contrade volscia e sabella intristite dal notturno postribolo e dalla avvinazzata locanda? Ed io rispuosi con cipiglio, tu se lo maestro mio. Viva sono e di aureliano aspetto. Il mio nome e Gigliola, professora delle sanlorenzine genti. Umanesimo concessi ad alunne generazioni e molte furon battaglie per li sospirati stipendi. Or più non dicito lezione ma sono umbratile ministra de una Res Publica liberata, partecipativa e antifarangista. Si che a me non convien procurare altro viaggio, accompagna meco nel doloroso oltraggio della fiumana battaglia, si che lo rione ribelle poscià tornare a deliberare in autonomia servo solo del solenne amore imperituro. Lo mio maestro mi prese per la mano e ingiunsemi premura. A lacrimar mi vide rincarando la dose del dolente passo. Ti canterò della terra contraria là dove tutto è abbaglio. Là ove notabili Argan e Petroselli
carenziarono le gesta e cicciobelli Rutelli, pastorelli Veltroni nonché Marini medici subissarono gingilli passando per onesti. Grita e doglie furon dolenti note fuoriuscite dalle vocali corde. Per me si va nel quartiere dolente, per me si va tra il perduto residente, per me si va tra il resistente gruppo. A li occhi miei riconobbi chi nella battaglia mi fu compagno, e caro in vita mi fue. Ma ver nel mondo parallelo di santa nostra cosa capitale, loro più non sono lo che furono, ma sono tempesta e prigionieri della salata bolgia scontano l’etterna pena per contrappasso, contrasto o versimiglianza. Caron dimonio non fue a traghettare le nostre persone oltre lo Stige inesistente. Bensì Mauro Patrasso, autista A.t.a.c, nel pieno assunto e per pietade confermato. Salassato il biglietto nonostante parvenza de trapassato. Eccoli li ministri menare lo canto e gittare la sostanza. Vedrai quando saranno più presso a noi ed io li carezza per quello amor che dal core tuo ti muove, e loro racconteranno, si tosto come il cimelio io li priega venire a meco in amoroso canto. Oh anime affannate, venite a parlare alla Gigliola vostra come se la si fusse in assemblea perenne. Coperchi lo sguardo ver la destra e riconobbi quell’Agostino il Sotgia di ecocompatibile pensiero. Cinereo lo sguardo, e l’amato ragazzo alla guida della lussuosa monoposto. Fossile fuoriuscia dalla malevole marmitta rendendo insalubre financo lo scibile. Perchè tu inquine giovin ministro? Ma in tutta responsitate fu medio lo dito capolinato da lo palmo. Ingiuriommi dal volante come ad un incrocio or quinci or quindi mi avvidi della Miranda l’Appruzzese dispensare sorrisi e privati numeri in quel del San Basilio. A simil pena ella soffre per simil colpa santificando però lo rione sbagliato. E più non feci parola allo duca mio quand’ecco al tornar del rifletter nella mente, vidi colei che molto smilitarizzò tra la valente contrada, travisata da sergente compilare salassanti multe e mai dolore fu più atroce. E più non desiderai che il niente. Sarah detta Gainsforth fu il suo appello da dicasterata e del suo affanno non ne domandai la cagione ma affrettai lo passo rimediando un sonoro multone. Dopo lunga tencione a passo svelto vidi ciò che tutto acceca in quanto guasto. Lei che in terra aurelica impartia il sacro idioma gaelico di bardina natura, lasciare lo verso e sposare lo bilancio giustificando Troika, transalpe e capomastro. Non più Emma detta Catherine sembrava, ma ministra dell’economico dissesto tal che nessun moto referendario movea il suo cuore a pietàde assegnando disumana insufficienza. Lo mio mastro curò che nol si svenne, e angoscia crebbe riconoscendo colei che un tempo curava lo degente col semplice sorriso. Daniela fue lo nome con un cognome al miele ma or che di antibiotico si premura la ricetta io scappai sdegnata dalla allopatica semenza. Un canto inaspettato sturbomi si la mente come in tabernacolo stato. Tu se Lavinia detta Palma e lo testo ancora a memoria non hai inteso? Rispuosemi con Canon avviticchiato, noi cantavamo un giorno per diletto di ser Lancillotto e Ginevra la sublime e di come passione li vinse costringendoli allo sguardo. Soli eravamo senza niun sospetto. Lo canto ci volse e arrossocci lo viso e li capelli ma uno solo fu il passo che ci strinse in amoroso abbraccio. Quando cantammo il disiato desiderio essere travolto dal focoso amante. Canon che da me mai fia considerato, labialità lepore mi tastò cangiante etremeabondo. Galeotto fu lo spartito e chi lo redasse, da quel giorno più corso di popolare canto ebbe corso. Quando intesi dell’alma pena chinai lo giuso ver lo tribunale e riconobbi il Maceroni, guardasigilli di onestà proverbia baciare lo Craxi ver la fronte e più non dimandare ma gabellare lo concorso truscando lo maniglio. Fu un Travaglio… e travagliata fu la fuga verso l’idillio presso la tunisina costa. Lassa nel doloroso passo muovo lo sconforto là dove lo Monte
Marsilio si insala obnubilando la mente dell’Abbissou e della Isa Florio. Genti Luposiline e Catanzarsilane divoransi le cerbera a favor delle reggine. Dispezzano l’orgasmo della unione con lo cosmo e più sa dar lo spasmo vedendo Marco detto Ki telefonar allo Moggi nel novero de li impicci dimentico dei meriti del calcio popolare. Lo Schettino accortosi chi era ancora viva, maravigliando tirò fuori dallo sacco il personale gingillo digitalizzato scattando un fotogrammo si che il Gesualdo smarrì la trebisonda, prendendo la via dell’infingardo Pisapia trabagliando alle principali esposizioni eclissando così affitti si salati tal che il Fred più nulla ripubblicizzò per la veragna si che il ramo Benetton e la galoppa servente. Fatti non foste a viver come abbonati, ma fidelizzati alle catodiche antenne critò lo Pozzo verso la Germana, la quale colse il Flanagan Patrick a bordo del motociclo sine casco e previo desco. E mai coltre fu più acerba. Ahai serva San Lorenzo, entitate dalle mille battaglie, lotte vinte, lotte perse, lotte pareggiate… lotti, furon quelli che vidi edificati con molte discrepanze da li Mordenti, li Kean, li Marchini e li Step e architetture bolgie. E mentre l’un ministro peccava e l’altro contorceva si che pietade venne meco come s’io defungesse, colsi lo Stefano Zafari tendere lo torcio con Gonfalone Albertino cucito ver la giubba… si che caddi come corpo morto cade ma resistetti come partigiana spalancando la strada verso il successivo passo.
Lo ritrattista sanlorenzino de parte ghibellina Dario detto Fatello regalacci lo proverbiale ritratto della umbratile ministra Gigliola detta Lulù in una particolare fu supplenza quando ancora dimenava in graduatoria. Lo menestrello pare fussi Mirko Mirkione Diggei.
Quel che resta
del girotondo
contemplandone
il corpo felino
discrezionalmente
per poi divampare
nel cocciuto ricordo
di un malioso paesaggio
distraente la carne
appoggio la mano
dove soleva riflettere
la casta trema
la Casata scompare
crolla il reietto
cadono i Saraceni
il savio sprofonda
in un sonno disturbato
trascinando nel baratro
addomesticate baraonde
il moto a luogo
gioca alla pesca del patibolo
distante dall’improbabile litorale pernambucano
la motivazione barcolla ubriaca
sulla filanda del trapezista
l’officiante passeggia sul nudo
pasteggia rosicchiandosi l’unghia incarnita
sprigiona sicurezze fasulle
spintona il successivo questuante
consumando il talamo
in compagnia di appartenenze pericolose
oh miagola ancora
stupenda distesa incendiaria
miagola ti supplico
non smettere mai
e ciò che resterà del girotondo
altro non sarà che
la vitalità del capogiro…
Giovan Bartolo Botta. Nato a Belo Horizonte (Brasile), anno di grazia 1981. Cuspide. Diseducazione cuneese. Attore teatrale. Un attore qualunque. Esponente della corrente teatrale ipocondriaca. Ultras teatro a guardia di una fede. Produzioni Nostrane la sezione. Inizio attività di guitto con la compagnia Talli Ruggeri, successivamente lo ritroviamo in piccoli ... Continua a leggere →