Ecco
Il vostro nome
un’ossessione
calpestante
il mio labile
istinto di conservazione
razza estinta
baciata nell’animo
da una abnegazione
oscillante
tra il vizio della vita
e l’impossibilità del vizio
eccolo
preciso l’istante
nel quale i sensi
persero il senno
senza più ritrovarsi
e il personale immaginario
si arricchì di reliquia
solenne apparve l’urgenza
irrequieto si fece lo spauracchio
esteso lo spartito
inappetente lo spirito
eccovi
sfacciatamente perfetti
meraviglosamente mendaci
patologicamente giusti
simpaticamente bugiardi
onnivori d’amore
plausi e imperfezione
così giovani
così eterni
così fragili
e per questo
così dannatamente umani…
eccomi
il vostro nome
un’ossessione
dalla quale
farsi divorare
e sentirne il piacere
affondare gli eccessi
eccitandone i sensi
sbaragliando le carni…
Archive for ottobre 2015|Monthly archive page
Concedimelo dolcemente… (dedicato alla Compagnia dei Giovani)
In polverie o poesie on ottobre 31, 2015 at 7:26 PMAntigone alle prese con gli esami di Stato
In Riflessioni teatrali on ottobre 28, 2015 at 11:23 PMI raccomandamenti
I tragici greci sopravvissuti con le loro opere alla diaspora dello “smarrimento delle fonti” architettato da un nugolo di illuminati appartenenti alla ritualità cristiano-ortodossa neotestamentaria sono essenzialmente tre. Anzi sono solo quei tre. L’eleusita Eschilo, capostipite della drammaturgia ellenica nel suo significato maggiormente arcaico di “forma”, l’ateniese Euripide, ideatore della famigerata “gabola” risolutoria meglio conosciuta con il sostantivo di “deus ex machina” e infine il colonita Sofocle, introduttore di attoralità terze su palcoscenico. Non ci è dato sapere se fossero realmente le penne migliori del loro tempo, certo è che durante i campionati dionisio-eleusiti di scrittura per la scena, fecero man bassa di onorificenze aggiudicandosi menzioni e trofei a gitto fordista. Erano forse raccomandati da qualche pezzo grosso? Può essere. Tutti e tre, prima di intraprendere la carriera di drammaturghi, si distinsero per i particolari servigi offerti alla causa della personale “polis” d’appartenenza. Eschilo, dal sangue blu, si applicò in battaglia contro i Persici. Euripide, parente alla lontana del cicutaro Socrate, redasse versioni “partigiane” della scorbutica battaglia presso Salamina compiacendo così l’oligarchesimo ellenico. Sofocle, intimo dell’ingombrante Pericle, ricoprì addirittura incarichi di responsabilità al dicasterato delle finanze in vestigia amministrative. Possedevano il talento dunque, un acuto spirito d’osservazione, ottime capacità d’indagine, conoscenze storiche ed immaginario variopinto, competenze e curiosità e dulcis in de profundis… le amicizie giuste e giustificate utili a riscrivere la storia. Eppure non erano gli unici scribacchini validi dell’epoca. Altri giovani d’ingegno provarono ad imporre il loro calamaio sulla scena teatrale greca. Senza riuscirci però. Conosciamo un certo Deucalio da Tirso. Anch’egli drammaturgo dalle speranze smeriglie. Rinvenuto esanime presso un lupanare urbano. Si tolse la vita, si mormora, dopo aver contratto ingenti debiti di gioco. Nulla ci è pervenuto dei suoi scritti. Oppure il promettente Ganimetico da Peristocele. Giovanissimo e promettentissimo. Vincitore di numerose edizioni degli antichi Misteri Lusiani, una specie di talent show dell’epoca classica. Anche lui decise di rendere l’anima a Zeus prima del tempo. Atto estremo contro natura eseguito per eludere i patemi del sentimento afrodito impunemente scalfito dal malandrino malessere. Del suo genio artistico non ci sono pervenuti che frammenti sparsi privi della qualsivoglia “consecutio” narrativa. Desideriamo in questa sede ricordare anche la inarrivabile Betsabea da Calonice. Una drammaturga che tramite i suoi sintagmi riuscì ad imporsi in un ambiente, quello scenicamente pericleo, caratterizzato da patrilinearità imposta e masco-secolaresimo gratuito. La sua precoce dipartita è tuttora avvolta nel mistero. Il corpo non venne mai più rinvenuto. Il giorno precedente la sparizione era stata avvistata da ammiratori al tavolo di una taverna in compagnia di sconosciuti. Stavano avendo luogo le famose Dionisiache Carnascialesche, la maggiore competizione scenica del paese rivolta a diamanti grezzi, e Betsabea veniva data come favorita per il finale trionfo. Sulla soglia del palazzo pericleo tutta questa esaltazione per una parvenu donna veniva vista con sospetto. L’età Periclea fu sicuramente un periodo illuminato sotto il profilo giuridico o politico. Ma l’apertura ai misteri dell’universo mondo è un altro paio di maniche. Il modello sociale era comunque gretto. Ogni disciplina artistica serviva in ogni caso a solleticare il mantenimento dell’ordine costituito. E la talentuosa Betsabea rappresentava in sé, con la sua sola energizzante presenza, un ostacolo al mantenimento di tale disdicevole ordine. Si preferì agire con l’arma del soppiatto e l’incresciosa sparizione fu presto realtà buona per il dimenticatoio. Tornando ai nostri tre caballeros scenici potremmo semplificarne le peculiarità attraverso la sintesi. Eschilo era essenzialmente forma. Musicale, soave, scorrevole, melodica, ma pur sempre forma. Euripide era sostanza cruenta. Greve, malinconica, spaventevole, splatter, ma pur sempre sostanza cruenta. Sofocle era… impiccio invadente. Psicologico, profondo, scavato, scafato, ma pur sempre impiccio invadente. Alberga nei dialoghi scenici di suo pugno un quantitativo tale di colpa archetipica che il lettore è costretto alla resa incondizionata. Tutti e tre utilizzano il lirismo come forma di sfogo verso l’insensatezza sensata dell’esistenza umana. Ma lui più dei colleghi riesce a disciplinare lo sfogo dentro una successione degli eventi chiara, lineare, nitida, a tratti quasi statica che non lascia nessuna scorciatoia all’azione. L’azione consapevole è prigioniera della impossibilità d’afferrare una scelta. A meno che quest’ultima non si traduca con lo spirare definitivo del vitale effluvio. Il vertice della sua angoscia narrativa, forse il vertice dell’angoscia narrativa mondiale, è rappresentato dalla tribolata epopea della famiglia Labdacida. Osserviamo meglio questa odissea familiare sottoponendola ad una indagine tramite tomografia assiale computerizzata…
Antigone. Proto-origine del mestizio
Sofocle entra in punta di piedi nella dimora dei Labdi che come primordiali Finzi Contini vivono la loro complicata esistenza sotto la continua minaccia della precarietà friabile. Incomunicabilità e felicitazione frustrata la fanno da padroni conferendo all’ambientazione tinteggiature di soffocamento rinunciatario. Siamo a Tebe. Luogo ameno dove sboccia l’origine del mito. Megalopoli fondata dallo sfortunato viandante Erimeo Cadmo, figlio del regnante fenicio Aceronte, privato della bella figlia Europa dalla lascivia dell’insaziabile sovrano d’Olimpo Zeus. Cadmo visita le sette cattedrali alla disperata ricerca della sorella. Non la troverà mai. Vinto dalla rinuncia, e dalla probabile stanchezza, decide di abbandonare la bisaccia nel nome dello stanziamento. Lui e il suo seguito erigono con erculea fatica le mura tebane dando inizio alle malaugurate danze. La città nasce dunque per volontà della mancanza. Della macilentata rinuncia. Del ratto sgarbato. Del sopruso infingardo e sinistro. Le peripezie continuano a mescere vallate lacrimevoli sino a giungere alle disgrazie di Laio signore di Labdaco. Nipote del frustrato Cadmo e figlio del vizioso Polidoro. Laio passava per essere tremendamente diffidente. Amministrava il potere a scatola chiusa seguendo i consigli della cartomante Derebonia e del vegliardo cieco Tiresia. Era fottutamente superstizioso tanto da perlustrare le contrade cittadine tenendo entrambe le mani perennemente posteggiate sulla sacca dei coglioni. Durante una giornata uggiosa, le mura tebane vengono assediate dalle truppe cammellate del regale Licio il Persiano, avente tra le genti triste fama di logorroico tachente e petulante .Egli soleva pianificare la battaglia senza prendere fiato tra la vocale e la consonante sino a lambire il cianotismo autoindotto. Per questo motivo, una volta arrivati a Tebe, molti suoi soldati, storditi dalla chiacchiera stridente del loro mentore, decisero di saltare la quaglia passando al servizio del nemico. Laio Labdacense se ne accaparrò i meriti senza spostare un dito. Il premio della vittoria consistette in un per nulla desiderato addio al celibato. Sposò la leggiadra Giocasta, figlia illegittima di tale Meneceo, assiduo frequentatore della bisca cittadina. Giocasta aveva il vizio di sollevare eccessivamente il gomito. La vita matrimoniale dei novelli fringuelli somigliava pressoché ad un inferno. Azzerata la consunzione del talamo. Sotto le coperte, la posizione ortostatica della coppia scoppiata, somigliava al logo della “Robe di Kappa”. Noto marchio d’abbigliamento sportivo. Anche perché in materia di gusti sessuali, il Labdacense, alle grazie della consorte, preferiva di gran lunga i fantolini imberbi. In particolare si vocifera che possedette, stuprandolo, il putto Crisippo, figlio undicenne del re Cleanto, il quale saputo l’affronto scagliò sulla famiglia labda una profezia dal sapore angusto. Il primogenito biologico del monarca Laio avrebbe ucciso il padre giacendo con la madre. Così, una volta nato l’unicogenito, frutto più del caso o dello sforzo che del mucchio di buona ragione, Laio lo consegna ad un galoppino incaricandolo di abbandonare il lattante sui pascoli presso il monte Citerone alla mercé della famelica fiera. Il servo, vinto da quella raggrinzita coscienza che rende debole l’umano sospirare, lascia il bambino ad un pastore di greggi che a sua volta lo dona alle attenzioni dei suoi padroni, Polibo il Corinzio e la moglie Merope Galbacea. Gli anziani signori lo allevano come se fosse stato partorito dai loro lombi chiamandolo Edipo. Il bambino cresce bruciando le tappe della consuetudinaria alimentazione. Possiede talento per le arti sceniche. Un giorno rattando ad un collega il ruolo di “spicco”, viene apostrofato dagli invidiosi compagni d’accademia con l’appellativo di “impuro ed indegno bambino adottato”. Il ragazzo fionda dai famigli domandando lumi e ricevendo maldicenze. Desidera vederci chiaro e per farlo fa visita ad una astrologa cretese la quale gli rivela una sorte intrisa di gestualità parricida seguita da un peccaminoso incesto. Il virgulto sbrocca. Scapoccia letteralmente. Conata numeri et improperi. Frettolosamente prepara la valigia bramando una liberatoria fuga. Giunto ad un trivio gli si fa incontro un auto blu nella quale viaggiava Laio tornito dalla personale scorta. Il labdacense era di ritorno da uno dei numerosi paradisi fiscali esteri nei quali era solito depositare i redditi frutto pregiato della sua nullafacenza. Tra i due titani nasce un alterco su chi debba cedere il passo. Edipo agli insulti risponde scaricando sui malcapitati tebani quantità industriali di polvere da sparo. Il maleficio è compiuto. Inconsapevolmente avverato. Scosso dallo sconsiderato gesto omicida, Edipo prosegue il cammino sulla sua personale consolare affogando il dispiacere dentro una botte d’acquavite. Nel mentre, in una Tebe sotto-torchio, comincia a diffondersi la notizia della morte di Laio per mano sconosciuta. L’adottivo corinzio giunge ai bordi delle mura tebane. La metropoli è listata a lutto. Inoltre una fastidiosissima Sfinge, si diverte ad uccidere i residenti annientandoli con barzellette stupide dallo sfondo pornografico. Il Reggente Creonte, fratello della vedova Giocasta, promette onori e oneri a colui che fosse riuscito a liberare la città dalla logorrea sfingica. Nonché sfinterogena. Le migliori menti cittadine si arrovellano il Gulliver senza cavare ragni dai buchi. Lo sconosciuto Edipo sfodera con spavalderia un indovinello alla cagna burlona tentando di condurla allo sbellico delle risa. “Qual è quell’animale che casco blu, divisa azzurra, sembra un playmobil”? L’animale inebetito ribatte utilizzando la vanvera:il Lego Technic! Risposta sbagliata. Quella giusta risponde al nome di Celerino! Basita, la brutale bestia comincia a dare adito allo sganascio defungendo a causa di un sopravvenuto arresto cardio-circolatorio. Edipo è il nuovo re di Tebe. Siede ora la dove solevano settarsi i Padri Fondatori. Le lenzuola del talamo nuziale saranno macchiate dal suo seme sagace. Quello che ne nascerà indosserà la parannanza del disagio…
Antigone. Herpes genitale
Durante la luna di miele in panciolle tra le spiagge nudiste di Mykonos, la regina Giocasta recupera di gran carriera gli anni infausti della insoddisfazione sessuale appagando voracemente l’appetito dei sensi. Tra una giravolta e una carriola trova anche il tempo per disintossicarsi dalla sostanza etilica. Saranno duplici i primi frutti dell’amor sensuale. Eteocle e Polinice. Una perfetta coppia di viziatissimi figli di papà con in testa unicamente la fica. Pusillanimi nonché buoni a nulla, tutto ciò che titillano si trasforma in disastro diplomatico. A stento riescono a conseguire la licenza elementare. Il restante dei titoli accademici sarà accuratamente comprato tramite succulento bonifico. Messi a salvaguardare le pubbliche finanze riescono a trascinare la città sull’orlo della bancarotta nel giro di una lancetta d’orologio. Sbafano a cinquecento palamenti. Battezzano il letargo oltraggiando il meriggio. Poltriscono e loscheggiano donando ai genitori dispiaceri continui. Dopo questo incidente uterino, vengono alla luce le figlie Ismene, detta seborrea, e qualche anno più tardi Antigone, detta la mordace. Tavole in pongo rinvenute da archeologi triestini tra le rovine di Costantinopoli, dipingono Ismene come sorella minore. Ma noi atteniamoci alla filologia tradizionale. Ismene possiede un aspetto butterato. Durante le fasi di plenilunio, dove nervosismo e psicosomatosi praticano l’antico artificio della bestialità a duplice schiena, i foruncoli eruttano spurgo a soluzione continua. Non esiste prescrizione cortisonica che tenga. La causa è persa in partenza. Ismene ama il cugino primo Emone, figlio dello zio Creonte e della libidinosa Euridice. Mamma Euridice ha allevato il figlio circondandolo di bambagia e suggello glandeo. Nonostante il trauma, l’adone Emone cresce savio, innamorato della cugina Antigone .Quando Ismene li sorprende lingua in bocca sotto la doccia la sua prospettiva d’esistenza smarrisce una ventina d’anni nei meandri dell’arrendevolezza. La foruncolosa pretende spiegazioni dalla avvenente sorella. Antigone, mendace, la burla dicendo di non amare realmente Emone, ma di volergli moderatamente bene a causa del suo aspetto cosi simile a quello del fratello Polinice, morto combattendo contro la sua patria natale. Ma che era successo agli scavezzacolli frutto dei primari amplessi? È presto detto. Una crisi economica da revisione degli accordi di Bretton-Woods era scoppiata in città mietendo vittime nell’intero tessuto sociale. Edipo impotente di fronte all’evidenza dei fatti manda il fidato cognato Creonte a domandare lumi alla Sibilla Cumana domiciliata a Delfi. La megera, agghindata da oracolo, chiede che venga fatta luce sull’assassinio di Laio. I colpevoli albergano ancora in città. Sono loro che menano il gramo trascinando la collettività verso lo scompenso. Edipo galvanizzato dalle informazioni promette allettanti ricompense a coloro che scoveranno i balordi assassini mandandoli a consumare la contumacia, salvo poi scoprirsi lui stesso colpevole del delitto fuggendo così a Colono con la vergogna dipinta sul volto, finendo i suoi giorni dentro un ricovero per anziani vinto dalla solitudine e obnubilato da una fastidiosa cataratta. Tocca ad Eteocle e Polinice tenere le redini del potere. Al primo consiglio dei ministri, la coppia ebete, sviscera gaffe imbarazzanti, dimostrando una completa inettitudine al ruolo. Creonte soppesando la tara dell’accaduto pensa bene di assassinare i nipoti liberando la città da un futuro a dir poco torvo. I babbei vengono avvicinati dentro una balera da agenti del servizio segreto deviato. Fatti ubriacare vengono poi messi con la forza al volante delle loro automobili. Il Ritorno a casa sarà orizzontale. L’opinione pubblica, accuratamente manipolata metterà in giro la favola della faida familiare interna sfociata in una duplice terribile uccisione contemporanea. Bubbole utili a ciurlare i gonzi. La sebaceante Ismene vuole vederci chiaro sulla veridicità delle affermazioni proferite da Antigone. Pretende una prova tangibile di codesto presunto affetto fraterno. Pur di tacitarla, la sgargiante Antigone si reca, accompagnata dalla sorella, alla rimessa per automobili dove il cadavere di Polinice è custodito sotto la vigile attenzione di cinque Rottweiler tenuti a digiuno da mesi. I suiru stanno schiacciando un pisolo dopo aver lavorato di ganascia. Antigone si intrufola tra il russare canino, e con il piede sinistro comincia a scagliare sul volto del cadavere fraterno del letame dimostrando lodevoli intenzioni funerarie. Disgrazia vuole che proprio durante la forzata sepoltura i mastini trascurino Morfeo sollevando la palpebra dall’ipotonia. Le sorelle sono state scoperte con il sorcio nel buccinale. Creonte era apparso limpido emettendo l’editto. Nessuna veglia funebre per il fratello scapestro. Paga l’esecuzione della capitale pena. I segugi trascinano a forza le sorelle marachelle alla presenza possente e severa del reggente zio. Ismene, spaventata, nega la sua complicità nell’ordire la ritorsione contro la legislazione di Stato riversando le responsabilità sulla lucida Antigone, la quale solleticata nell’orgoglio, anziché negare l’evidenza, decide di sfidare l’autorità politica rappresentata dal parente barbuto, che fedele al suo ruolo di garante della costituzione, è ora costretto a mandare la nipote al patibolo . Ma perché lo fa? Per quale ragione la privilegiata figlia del sovrano dai piedi gonfi, baciata dalle radiose speranze, sceglie di aggredire il destino consegnandosi al fatale abbraccio dell’Ade? E poi, per quale arcano motivo Creonte spinge la sua ligia condotta sino al parossismo negando la salvezza alla beneamata nipote, unica carta utile a risollevare le sorti della decaduta capitale?
Antigone. Giù le maschere!
La collettività! Che fendente! Quale fiondata! Sentite che sganassone! Udite come suona ovattata questa parola all’interno della cavità palatale. L’atavica importanza della collettività. La necessità assoluta che la storia prosegua indisturbata il suo ambiguo cammino trascinandosi dietro i bisogni volubili della massa informe a discapito del singolo individuo. Della persona in sé, sobillata da paure e desideri ancestrali che da immemorando si annidano nelle profondità dell’animo umano rendendolo un mistero per la scemenza infusa. È l’individuo, tramite le proprie recondite peculiarità, a formare la massa. La presunta collettività. E non viceversa. La magnificenza plurima rappresenta una delle tante possibili particelle componenti il Creato nella sua accezione anti-religiosa del termine. Non certo l’unica. Ma da secoli, forse da sempre, sicuramente dall’epoca dei patrilineari usi e costumi antico-testamentari, il pensiero del potentato si focalizza sulla spersonalizzazione della massa riducendola ad un agglomerato di chincaglieria deturpato della propria molteplice identità. In particolare il pensiero occidentale, cosi pregno di supplice colpa, si è spesso adoperato a disciplinare le potenzialità del singolare riflettere livellando l’unicità umana verso la mansueta e controllabile mandria. Facendo poi di questa pavida impresa un imbarazzante valore costituzionale. Ne consegue che ogni atto invettivo, ogni puntello sovversivo, ogni afflato ribelle, o ambisce ad essere un concentrato dei molti, un moto a luogo comunitario, una unione degli intenti oppure… nisba. La rivoluzione o rivalutazione del sostare umano, o somiglia ad un atto epico oppure non è. Non somiglia. Non sobilla. Non fomenta. Spara a salve!!! Eppure, archetipicamente discettando, quindi discutendone universalmente, abbandonando cioè i canoni mendaci, limitati, infusi ed infausti della epistemologia terrestre, il coraggio di Antigone deborda dagli argini del potere costituito alimentandosi con argomentazioni ed urgenze opposte a quelle tipiche della sovversione massiccia. Antigone, con la sua spudorata temerarietà, rimane essenzialmente un personaggio lirico che si tramuta in epico in quanto il suo lirismo possiede sottotraccia postulabili connotati epici. Non solo il suo, verrebbe da precisare, ma il lirismo di chiunque transiti anche solo per sbaglio sopra le consolari planetarie. L’afflato lirico contiene dentro di se come una Matrioska sovietica ogni tipologia di fabbisogno epico. Epocale. Macro-organico e micro-organico. Particolare dunque universale. L’angolatura epica, al contrario, snobba le pretenziosità liriche relegandole a mera corbelleria superflua. Se il lirismo titilla il nucleo rovistando la voragine, perlustrando il sommerso, carezzando il taciuto, l’epicismo sollazza la superficie, liscia la copertura, ammicca verso l’orizzontale visibilità. Poi, si arresta spaventato, rinunciando ad osservare l’arcano tarocco dallo spioncino. Se la figlia di Edipo si fosse mossa su presupposti diversi da quelli puramente personali, ergo lirici, l’enorme portata dei suoi gesti non sarebbe mai potuta transitare dalle stalle alle stalattiti. Se il dibattersi di questa arrembante adolescente fosse stato frutto di una collettiva coscienza, sarebbe stata sufficiente la semplice minaccia della bua per stopparne l’entusiasmo in nuce. La sua voracità è la voracità della sognatrice altruisticamente egoista disposta a scavare dentro di se senza vergognarsi delle proprie emozioni più intime e personali. Questo perlustrare le proprie zone d’ombra, gli conferisce aspetti titani che mai nessun congiurato della storia potrà nemmeno lontanamente pensare d’accaparrarsi. Ella non ha paura delle proprie azioni fossero pure le ultime. La sua disperata ricerca di giustizia generica, altro non è che una straziante richiesta d’essere amata. Il compimento di tale passione, sfociato nel viscerame sensuale verso Emone, altro non rappresenta se non la chiave reale, energetica, animica, attraverso la quale l’eroina troverà la motivazione principe per sovvertire l’ordine costituito. L’unione dei corpi, l’ amplesso delle menti, la riscoperta delle affinità elettive, sono i mezzi possibili attraverso i quali la ragazza giungerà ad una più elevata consapevolezza del se e dell’altro da se. Del qui e dell’altrove. Un desiderio onirico. L’esplorazione di mondi sintonizzati su frequenze maggiormente limpide rispetto alle quali l’unità carbonio ancora barcamena la pleistocenatura. Questo “ululato” bisogno di rimanere umana bramando masticare gli sgambetti della quotidiana esistenza. Sono tutti ingredienti che contribuiscono a fare di lei una figura complessa rispetto alla quale i vari spadaccini protagonisti delle massonicamente pilotate rivolte impallidiscono per poi darsi definitivamente alla macchia. Pensiamo allo sgradevole Bruto,o al prepotente Dom Pedro, o al frettoloso Danton, o al fanfarone Garibaldi o a caudilli e dittatori vari e variabili. Individui opachi che deambulavano sulla linea sottile del sentito dire. Volevano pensare anche per gli altri, indottrinare il prossimo, insegnare al questuante come si regge l’uccello quando si orina tentando di centrare il vasetto, e in questa prosopopea arida risiede la loro vergognosa vergogna! L’operato opaco di gentaglia presunta ringhiosa è spesso servito a condurre le incolpevoli ed inconsapevoli genti al macello. Nel nome di cosa poi? Valori da buco del culo quali un Dio assente, una Patria svogliata, una Famiglia fasulla, un Onore calpestato, una Bandiera lisa o del rancoroso rimuginio. “La fanteria pensi a crepare che a intavolare il comizio pensiamo noi” blagava quel menzognero del generale Trevor Francis Custer. Basterebbero Giovanne D’Arco trascese o Terese D’Avila infoiate a sminuire codesti sciabolati bertucci. Antigone è differente. Non chiede nulla a nessuno nel nome di chissà quale slogan partitocratico. I suoi atti d’amore obbligano le verticalità di Palazzo ad abbassare la guardia dimostrando anch’esse di possedere sentimenti profondi. Ed è cosi che scopriamo una premurosa Ismene riscopertasi leonessa in zona Cesarini, un Emone molto più maturo a dispetto della sua età anagrafica, entusiasta nel volersi misurare con responsabilità e beghe fagocitate dalla cosa pubblica, una Euridice rinsavita dalla proverbiale lascivia, ma soprattutto un Creonte fragile come il cristallo, incapace di svolgere le frustranti mansioni del tiranno scorbutico ed inflessibile pronto ad immolare le proprie emozioni sull’altare alterato del giudizio divino. Eppure nonostante questa lucidità di pensiero imposta da Antigone ai familiari attraverso una condotta assolutamente lirica, l’inevitabile terrore travolge gli eventi trascinando le amorevoli genti verso il baratro della definitiva dipartita. E non poteva essere diversamente poiché ci vuole serenità a riconoscersi per quello che si è. Antigone sapeva di essere ciò che era. Creonte no. O meglio, non ancora. Non lo saprà mai. O se lo saprà sarà comunque tardi. E purtroppo per tutti, la decisione finale… spetta a lui.
Antigone… ecco, ora la molla è carica sul serio!!!
ANTIGONE FOTTI LA LEGGE al Nuovo Cinema Palazzo, San Lorenzo, Roma.
In in scena on ottobre 27, 2015 at 1:08 PMProduzioni Nostrane presenta
mercoledì 4 e giovedì 5 novembre 2015 ore 21
Nuovo Cinema Palazzo, Piazza dei Sanniti, San Lorenzo, Roma
sottoscrizione consigliata 5 €
www.nuovocinemapalazzo.it
ANTIGONE FOTTI LA LEGGE
**Spettacolo vincitore festival teatrale CONFRONTI CREATIVI Formello 2013**
troppo liberamente tratto da Sofocle
adattamento e regia di Giovan Bartolo Botta
con
Flavia Martino, Lorenzo Marziali, Luisa Rettore Casasanta e Giovan Bartolo Botta
Sinossi
Antigone fotte la legge per forza di cose, per causa di forza maggiore, per forza di inerzia, per abitudine, per un sacco di buoni motivi, non fosse altro che per non farsi fottere. Da chi? Da chiunque. Emone non fotte. È fottuto. Ismene è fottutamente ottusa. Euridice è una fottuta lussuriosa. Creonte se ne fotte. È tutto un fottersi a vicenda nella Tebe dei diritti e dei doveri. Ma in verità cos’è Antigone per un attore? Una scusa. Una scusa per esibirsi. Certo, si poteva utilizzare una Locandiera, ed esibirsi con quella. Lo si farà prossimamente se i Maya vorranno. Se non ci sarà la fine del mondo. Intanto per gli attori di teatro ogni giorno è un po’ la fine del mondo. Ergo si va in scena senza tanti fronzoli. Perché domani chissà…
Nettuno in Sagittario. Così come?
In polverie o poesie on ottobre 22, 2015 at 1:01 PMLingue cieche
scivolano ferendosi
su di un amato ameno
sapore frivolo
da remoti sepolti
desiderano esserti
cortigiane succubi
ed amanti distinte
vorrei esserti ancella
volubile può essere
ma complice ancella
come chi non si sa
e poter cosi mondare
la nuda tua schiena
da capricciose cicatrici
asciugandola forse
e bagnandola ancora
con lacrime docili
figlie di pianti crepuscolari
che se vorrai lenirai
accarezzandoli in bocca
senza poterlo…
sarà piacevole
rubarti un segreto
ed ingoiarlo intero
lasciandosi redarguire
dalla placida irascibilità
con la quale castighi
il sussulto accennato
della appesantita passione
appassita e passiva
scopro ora
che ad oriente del Sole
penetrare in te
significa esistere
scopro ora
che ad occidente del Sole
penetrare in te
significa esitare
tutto è stato già scoperto
nulla è già stato scoperto
non c’è più mistero
a parte te…
San Lorenzo sotto applicazione
In San Lorenzo da delegalizzare on ottobre 21, 2015 at 4:10 PMAtletiche e materassini gonfiabili
Dove sta andando l’Atletico San Lorenzo? Semplice… verso il quartiere Preneste. Dopo aver debuttato con la compagine calcistica maschile tra gli anfratti del proverbiale Forte Prenestino ottenendo uno scialbo pareggio, anche la compagine calcistica femminile decide di battezzare il proprio cammino sportivo in terra Preneste. Il manto erboso appare sin da subito più improbabile che impervio. Ma soprattutto per nulla erboso. Stiamo parlando del famigerato laghetto naturale sorto sotto i capannoni dismessi dell’ex Snia Viscosa. Un paludante paludato acquitrino melmoso abitato da salamandre destabilizzate da metalli pesanti, alligatori sdentati, zanzare allergiche al sangue, cormorani amanti del gioco d’azzardo e dulcis in fundo da un rarissimo esemplare di potamo capitolino dalla pinta facile. La storia di questo specchio salmastro è arcinota. La società immobiliare Pravelloni&Mainaghi, facente capo all’ingegner Cadeo Speroni, speculatore vicino alla sinistra addestrata, pretendeva di edificare sui terreni dismessi una gigantesca lavanderia per capi in cotone rigorosamente griffati. Cominciarono i lavori all’insaputa del cittadino residente. Durante la posa della pietra prima, al termine del colpo di vanga, salta fuori un rigagnolo che con la prosecuzione degli scavi si fa lago. La sovraintendenza blocca il progetto benedicendo madre natura, ma prima di subito il flautare pesante dei poteri forti comincia a farsi sonata. Il cittadino si ribella, come nella famosa pellicola con l’attore Franco Nero, desiderando ottenere dal comune capitolino il permesso di totale balneazione dei terreni scoperti. il comune glissa, ma di nascosto comincia a tessere una tela d’intesa con i costruttori che premono sull’acceleratore in quanto le dazioni ambientali erano già state versate a chi di dovere. Il residente impotente accende un cero a Santa Piccolomina, protettrice del rione Preneste. Tutto sembra perduto, quando inaspettatamente, il nucleo di fauniferi dimorante sul litorale del lago decide di riunirsi in un comitato facendo cosi la voce gradassa presso Palazzo Sanatorio. Vedendosi arrivare contro Zanzare tigri incazzate e Mantidi Religiose bestemmiatrici, sindaco e assessori optano per elargire il benservito ai tangentari salvando definitivamente il lago da sicura dipartita. Il restante è storia contemporanea. Ora intorno all’incavo d’acqua, tutto è balnearizzato come sul litorale romagnolo. Prenotare sdraio e ombrellone costa quanto una gita fuori-porta a Saint Tropez. Sono sorte tre balere sul modello Casadei dove umani e animali si dilettano con il tiro al promiscuo. Nutrie depravate copulano sulla porzione sabbiosa nudista tralasciando il ritegno nella gelida cantina dell’arrendevolezza. E poi… si gioca a pallone! Le ragazze atletiche temono il contatto con l’acqua. Hanno pranzato da poco e ancora non hanno digerito. Onde evitare una congestione i dirigenti si sono raccomandati di aspettare il proverbiale “ruttino” o “sussulto diaframmatico” sintomo inequivocabile di transito del bolo dagli stomaci agli intestini tenui. Quest’anno ai vertici non si lesinano sforzi. Basti pensare che saranno ben tre i mister ingaggiati dal sistema aziendale rossoblu per traghettare le atlete al termine della notte. Ognuno di loro utilizza un sistema d’allenamento differente. La parola d’ordine odierna sarà “confonditi le idee per poi confonderle”, in puro stile labirintitico. La partita comincia sotto gli auspici dell’annaspo. Le atletiche arrancano con l’acqua alla gola. Sembrano non saper nuotare. Si dimenano come ossesse provando disperatamente a rimanere a galla. L’estremo difensore Gaia da Gorizia, con colpi di reni degni della migliore Pro Recco, salva più volte il salvabile. Sulla linea mediana Ceci Strambini pare non riuscire a sfruttare l’esperienza maturata in anni di vasche sulla Riva Gardense. Le senatrici dello spogliatoio faticano nel cambiare il ritmo alla gara. Capitan Giaccari, spostata al centro della linea arretrata, in un ruolo che non è il suo, soffre nel tentare di arginare le bracciate avversarie. La fluidificante Maria Belen Espinosa invoca disperatamente braccioli e salvagenti per se e compagne. Ma la società aurelinda dando un occhiata al bilancio… decide di fare orecchie da mercante. Franceschina si sacrifica facendo il lavoro sporco. Con puntine da disegno prova a sgonfiare i coadiuvi gonfiabili delle avversarie senza riuscirci. L’esterna di destra Alessia Tino è continuamente presa di mira da girini infoiati. Il gol avversario anela nell’aria, l’incontrista Roberta Bozzetto consapevole del pericolo, ordina alle compagne di disporsi a pettine secondo lo “schema parcheggio” provato in allenamento titillando la nausea. È il definitivo segnale di resa. Poi… avviene l’inimmaginabile. Il trittico trainante aurelino azzecca il cambio. Fuori una Lucignani che sembra Di Caprio a mollo in quel che resta del glorioso Titanic e dentro… Federica Pellegrini, la donna con la muta cucita sul ninnolo. La campionessa balza verso il sole umiliando lo “stile nobile” appartenuto al mitologico delfino Flipper. Oramai sushi saporito masticato dal deputato alla bouvette parlamentare. Atletiche: Buona la prima! Il merito va alla battitrice libera Ceci Strambini, amica d’infanzia della nuotatrice veneta. Entrambe sono cresciute a Verona frequentando il medesimo oratorio. La Pellegrini, dopo il conseguimento delle svariate medaglie, cercava nuovi stimoli per allontanare da se i fantasmi della noia. È bastata una telefonata tra le due compare e l’accordo si è reso quisquilia. Patron Panuccio ha giusto dovuto portare le biro, accompagnato dal direttore sportivo Andrea Grecia presentatosi con i contratti nel borsello. Stile “Elio e i tesi racconti”. Una quisquilia che peserà sui disastrati forzieri aureliani quasi quanto una scoreggia profusa nell’orto del Getsemani!!!
Atletici Amletici
Sul versante maschile la domenica è trascorsa in assoluto relax. Cosa insolita da queste parti. Merito forse dello stadio che ha fatto da cornice a questa seconda uscita casalinga della compagine calcistica popolare mascula e mascolina: il leggendario Grand Hotel Preneste. Un albergo a cinquecento stelle provvisto di parcheggio sotterraneo adibito a mezzi di gigantesca cilindrata. Uno spasso. I sostenitori aurelindi sono arrivati alla spicciolata e con calma immensa hanno occupato i prenotati attici. Dopo una abbondante colazione alla transalpina e una mezza pennica utile alla digestione completa del paté d’acacia seguita da una doccia refrigerante, si sono accomodati sui divanetti in pelle di Daino selvatico e sorseggiando un vermouth secco, hanno osservato la partita vinti forse solo dal totale sbadiglio. Le squadre in campo hanno optato per l’allontanamento garbato dell’offesa, e il pareggio si è fatto corpo e sangue di Cristo che già in precedenza s’era fatto uomo. E vissero tutti infelici e scontenti…
L’unico brivido lo ha regalato la guardia di finanza, giunta sul posto cosi, senza motivo, giusto solo per un saluto…
Le notifiche felici arrivano dal pianeta basket. A mister Sergio Partenio, un paio di serate musicali nelle sale elisee dirette dal truffaldino Luca Barbareschi, sono state sufficienti a raccogliere i soldi utili all’iscrizione nel campionato NbA statunitense per compagini popolari. Suggello che premia serietà e senso di Smilla per la neve.
Insomma e proprio il caso di ulularlo ai sette venti… vi vorremmo cosi!!!
Giga byte nella retrovia della bottega
Ma che caspita è successo a San Lorenzo? Nel giro di un sestile lunare e lunatico, il più grande polo universitario europeo è stato privato di senso e scopo. Gli immatricolati, come attrazioni da circo sono stati fatti salire su scassati carri bestiame, cloroformizzati, e abbandonati tra le amorevoli fauci del licantropo marsicano. In poche ore, giganteschi elicotteri fuoriusciti da un lungometraggio del mastro cineasta Francis Ford Coppola, hanno scaricato negli spazi accademici un numero spropositato di padiglioni fieristici. Il rione ribelle è soffocato nella morsa della militarizzazione. Il cittadino residente indipendentemente da ceto, censo, razza e condizione sociale, è stato prima reso inerme da spray urticante e poi rinchiuso in container indi ammassato ,come sardina sotto sale, sulla spianata Dalmata. Sembrava un’esercitazione antiatomica. Invece si trattava dello sbarco in città della imponente “Tecno-bullshit”, la più grossa kermesse mondiale di gingilli tecnologici, capace di richiamare a San Lorenzo mandrie umane provenienti dall’ogni dove. Tra gli innumerevoli stand di questo “presunto evento culturale” era possibile reperire l’irreperibile come nemmeno avviene al mercato Portapotense. Paccottaglia cibernetica capace di irridere il limitato immaginario umano. C’era persino il tatticissimo celerino alimentato a batteria, abile a gareggiare contro il coniglio della Duracell nell’ambito della disciplina campestre. Una bomba di vitalità per i più piccini! I fantoglabri appartenenti alla iper-tecnologizzata generazione indaco!!! Quella che…a detta dei migliori veggenti planetari, dovrebbe salvare l’umano riflettere dal nucleare disastro .Ed in effetti eccoli, i giovani germogli, mettere la muffa davanti al piattume di uno schermo a cristalli liquidi ,accompagnati in questo, da genitori che pur non essendo nativi digitalizzati, sembrano essersi eccitati alla pari dei loro fottuti bambini!!! Nemmeno il suono della campanella per la ricreazione sembra scuoterli del torpore informatico. I corpi si atrofizzano sotto i fendenti menati dal computer. Il quartiere parvenza Gardaland. O peggio Mirabilandia. O peggio ancora una Warner Village senza popcorn. Riunitasi in fretta furesca la Libera Repubblica di San Lorenzo, con i suoi ministri ombra, prova ad imbastire la macilenta risposta cascando però in un inaspettato quanto lusinghiero tranello
Salve, bit. Io amico. Bit bit.
È il pusillanime moderatamente renziano Dario Franceschini a fare gli onori di casa accogliendo gli umbratili in Aula Magna. Vuole esplicare loro le “ragioni” della scortese quanto necessaria invasione fieristica. I distercensi si accomodano settando i diplomatici deretani sopra tecno-ispide sedie “intelligenti”. Tutto tace e gli sguardi appaiono cagneschi, quando ad un certo punto, fanno il loro ingresso in sala i famigerati MS43! Modelli sperimentali di Cyborg dalle sembianze somatiche sputate ai ministri ombra…ma con caratteristiche opposte! Simpatico omaggio voluto dai direttori dell’evento per dilettare le “fantasie fanciulle” degli adulti dicasterici. Cyborg Sotgia è il primo a presentarsi. Raggiunge il suo omologo a bordo di un cingolato nonostante la distanza tra loro sia pressoché nulla. Le presentazioni sono difficili. Cyborg Miranda comunica alla equipollenza in carne ed ossa il suo odio per la grafite. Cyborg Ki abusa della telefonia cellulare mobile imitando gestualità moggiane. Cyborg Miele utilizza la consolidata terapia invasiva del ferro da calza inoltrato nel setto nasale riducendo cosi il paziente a “manichino della scemenza allopatica infusa”! Cyborg Gigliola gestisce i corsi alla Radio Elettra! Succursale scolastica privata oberata dall’insipienza. Mentre Cyborg Catherine ignora appositamente l’idioma moderno/contemporaneo limitandosi all’insegnamento della lingua genuflessa verso il passato. Dall’ittita al Sumero transitando per l’ostico Gennargentita. Un particolare dialetto sardo sconosciuto financo in Sardegna. Ma c’è di più! In caso di comprendonio macchinoso da parte dell’alunno Cyborg Catherine è programmata per sparare!!! Eliminando così alla radice possibili elementi di disagio per i futuri Stato-Azienda proni ad azzerare la questione sociale brindando nel solco dell’avvenirismo. Dicesi “evoluzione” della Montessoriana metodologia. Cyborg Zafari legge unicamente e-book. Solo titoli fuoriusciti dalla penna audace deI Roberto Saviano versione rete terza. IL quadrumvirato Robotico urbanista Kean, Marchini, Mordenti, Step rompe gli indugi guastando i compassi, facendo perciò morire dalla vergogna la contro-ricercatrice Isa Florio, che in zona universitaria è di casa. Ma quello era un momento critico. Nel prosieguo del convenevole viene sfiorato il disastro diplomatico in quanto mancano le versioni cybernetiche replicanti dei ministri Flanagan, Germana, Pizzuti e Parry. Disguidi tecnici, si giustificherà sul tardi la direzione. A Cyborg De Salvia scappa di mano un ampolla contenente materiale radioattivo che Cyborg Abissou provvede prontamente a video-filmare. Per un attimo cala il gelo sul volto dei presenti. Ma per fortuna, il“metallo pesante”viene prontamente ingerito da un bambino indaco che riesce cosi a scongiurare l’ambientale disastro. I robot masticano lonticchi di pane tostato lasciando sbigottiti i ministri. Raggiunto lo zenit dello spalancarsi buccinale, Cyborg Maceroni ruba un portafoglio tentando di darsi alla macchia! La ribellione delle macchine è cominciata!!! Il quartiere sembra diventato un immenso bacile applicazionatorio. Ma il cruccio reale, quello vero, lo scandalo per antonomasia, è altrove…
Scandalo a Filadelfia!
Come nel prezioso capolavoro cinematografico diretto da George Cukor con protagonisti l’intramontabile Katherine Hepburn, il volubile James Stewart e il gessato Cary Grant, anche il rione iconoclasta possiede il suo personale “scandaglio filadelfico”. E nulla centra il formaggio trangugiato dalla nipponica salutista Mitzamuo Kaori negli spot pubblicitari anni novanta. Veniamo agli incresciosi fattacci della contrada nostrana. La ministra internista Sarah detta Gainsforth vola in estate verso la Faglia di Sant’Andrea per “apparenti” missioni diplomatiche. Stringerà alleanze con le repubbliche liberate di città importanti quali Sacramento, Durango, Eureka (la cittadina che diede i natali ad Archimede Pitagorico inventore maniaco della discutibile famiglia Disney) e Pocatello. Planata alla volta di Filadelfia, decide di raggiungere il Pontefice per assistere all’omelia che padre Bergoglio desidera rilasciare ai debosci prima del congedo definitivo dalla trasferta pastorale in terra americana. Il nunzio apostolico monsignor Pietro Parolin, riconoscendola, comincia ad accusare una crisi cardiorespiratoria. Durante l’omelia, la ministra, annoiata, pensa bene di rollarsi una sigaretta. All’impugno del filtro Parolin è già cadavere. Disgraziatamente il trinciato cade a terra inducendo la posata distercense verso il proferimento della malaugurata bestemmia. I fedeli presenti in cattedrale si voltano segnandosi. Sette sorelle appartenenti alla clausura della Maria Ausiliatrice conatano senza riaversi. Trattavasi delle figlie della Bernarda Alba. Per caso o per un mucchio di buone ragioni, il papa Argentino dall’udito sottile, capta l’imprecazione blasfema della dicasterata aurelica dandole dell’imbucata, il tutto sotto lo sguardo esterrefatto del primo cittadino capitolino Ignazio Marino. Arrivato negli Stati Uniti per godersi un mese di sospirate vacanze in compagnia della figlia Emerenziana e della consorte Giustina Flaviano. Come se non bastasse, tra le contrade aurelinde, gira voce che il ministro abbia utilizzato la carta di credito intestata alla “Libera” con eccessiva disinvoltura. Si parla addirittura di soldi spesi per l’invio di cartoline a conoscenti e amici. Marachelle degne degli anni che furono. E ancora, danaro utilizzato per l’acquisto di ortaggi. “Cosa dovevo fare, nutrirmi di solo Hamburger, o portarmi il tegame dall’Italia con dentro pizza rossa e riso in bianco come soleva fare Mastroianni!?, andiamo su, seri si ma non seriosi… è evidente che è in atto un attacco politico nei miei confronti, ma io non ci sto!!!”. Intervistata dal giornalista Corvino Fermagli durante la trasmissione Piazza Immacolata Pulita, la responsabile agli interni arriva a citare l’ex democristiano Oscar Luigi Scalfaro tentando cosi di scagionare le accuse incombenti. Il conduttore televisivo punzecchia sul tasto dolente arrivando a tirare in ballo la trasvolata oceanica dell’olista Daniela Miele, anch’essa avvenuta, si vocifera, a spese del contribuente. Una foto galeotta apparsa in luglio sulle pagine di un noto giornale scandalistico cairota, ritrae le politiche mureline in stato psicofisico alterato davanti all’ingresso del leggendario Studio 54. Discoteca nella quale gli anni ottanta vennero consumati alla velocità della luminescenza. Miele respinge le accuse peculatorie affermando di aver viaggiato “a sue spese”su una linea aerea spartana simile a quelle che ti paracadutano sulla destinazione scelta senza atterrare. Inoltre sembra che la trasferta presso la sala da ballo, sia si avvenuta, ma a scopo puramente scientifico. Accuse durissime dalle quali è arduo districarsi. Al ritorno in territorio aurelico, l’annuncio dimissionario da parte della internista Gainsforth si concretizza infelicemente, nonostante venti minuti presi per ponderare meglio la difficile decisione. Miele al contrario preferisce barricarsi nella difesa d’oltranza, dando ordine ai suoi avvocati Pezzopane e Santoruvo di procedere con l’azione legale. Attualmente il mandato agli interni è stato rimesso nelle mani delicate del presidente Kingsley, il quale ha provveduto a ricoprire l’incarico ad interim. Come da prassi. Ora scatta il diabolico e usurante gioco delle correnti. Il Bibbonato Raffaele Schettino ha predisposto una commissione d’indagine utile a fare chiarezza sulle presunte spese “pazze”della responsabile agli interni in suolo amerindo. La ministra artigianata Lavinia Palma, chiamata a presiederla, ha già fatto sapere che lascerà il posto al suo personale Cyborg acquistato a prezzo di saldo durante la Fiera tecnologica sapienzina. Un robot dall’ugola cristallina e dalla memoria inesauribile. Per ulteriori delucidazioni Palma ha convocato una conferenza stampa durante la ricorrenza Halloweeniana nella succursale del suo laboratorio ubicata al novantanovesimo piano di un grattacielo presso Montecarlo. Gradita la prenotazione telefonando al numero 06-2346789. info sul sito http://www.cantachetipassalapalma.com. Rigorosamente ore pasti.
IL ritrattista libero-repubblicense Dario detto Fatello ci mostra un video che ritrae l’ultimo arrivato in casa umbratile. Si chiama Asimo, è molto tenero ma anche, veltronianamente discettando, molto scaltro e politicamente infingardo. Acquistato dall’intero comparto ministeriale durante i giorni di fiera utilizzando i soldi che sarebbero dovuti essere destinati al saldo delle bollette, è pronto ad immolarsi sul viale Sabello in veste di factotum. Agli interni il seggio è vacante. Asimo è un giocattolino terribilmente ambizioso. La carriera politica alternativa gli solletica il glabro. Bisognerà attendere il calmarsi della buriana e le pedine faranno il loro gioco. Per intanto giova sapere che Sarah detta Gainsforth è stata vista aggirarsi per il quartiere con in mano una scimitarra e dei circuiti microchipici !!!… Saranno quelli del parode robottino Asimo…?
Si annunciano grida strazianti e dolenti qui… a San Lorenzo!!!
Marte in Acquario. Coscienza codarda del pettegolezzo
In polverie o poesie on ottobre 18, 2015 at 11:18 amConturbante pensare
distraente paesaggio
illusorio attenderti
miraggio nefasto
stomaco in subbuglio
visita di cortesia
irrequietezza frenata
esibendo alla frontiera
la contraffazione puerile
dello stupido sguaiato
spudorato sublimarsi in te
e nell’inesistente insostenibile
insistere
volto dalla dipinta paura
sconvolgi e coinvolgi
sino all’assalto
e sino all’assalto
penetreranno gli audaci
in punta di piedi
nella boccata d’ossigeno
da te custodita
dentro l’inaccessibile scrigno
usurato dal dubbio
che senso può avere
lasciar prevalere la paura
se non ad evitare
il lasciarsi distrarre
dalla noia eccitante
provocata da una detestabile
desiderabile derisoria
oltranza bastarda
tu piaci altrove
le alcove dei pusillanimi
lamentano la futilità
del loro incerto destino
fissando il vuoto
solo tu puoi consolarle
offrendo ai nauseati giacigli
quel brivido arcano
con il quale risvegli
gli attoniti sensi
degli amorevoli amabili
amanti ammorbati
all’insaputa dello sperpero
tu piaci ovunque
ed è abbastanza assordante
il silenzio della tua voce…
‘Riccardo Terzo. Il mio regno per un teatro’ riflessioni moderatamente superflue sul monarca volubile
In Riflessioni teatrali on ottobre 17, 2015 at 12:47 PMFasciatemi le fottute ferite
Riccardo terzo assomiglia a una di quelle barzellette sporche che, durante una cena elegante, nessuno ha il coraggio di raccontare per la paura poi di essere obbligato a pagare il salasso del conto. Pena la squalifica a vita. L’interdizione perenne dai pubblici uffici. O peggio l’espulsione del giocatore dal rettangolo in erba. O peggio ancora… il confronto!!! Il fottutissimo confronto è quasi sempre impietoso! Basti pensare che nel corso della lunga e disdicevole storia del teatro planetario, le gutturalità del signore di Gloucester sono state pane e mollica quotidiana per individui dalla personalità complessa quali Edmund Kean, Giovanni Emanuel o Memo Benassi. Droga forte. Ma tollerabile. È possibile per il teatrante odierno affrontare gli squilibrismi del monarca britannico esacerbando quel maledetto senso di colpa che deriva dal necessario confronto con le interpretazioni date dai “mostri sacri del passato mai domo”? A questo interrogativo non c’è una risposta. Non serve una risposta. Bensì… una ricetta medica. La prescrizione di un farmaco che spalanchi l’ipofisi del teatrante odierno permettendogli di raggiungere un grado elevato di soggettività rispetto… al testo shakespeariano. Scoprirà cosi di poter fare con quelle parole quello che pare a lui, poiché appunto Riccardo altro non è se non un insieme di parole assemblate su un foglio ovvero… la benedetta ricetta medica utile a scavallare il confronto relegandolo verso il catino dell’arrendevolezza. E allora possiamo asserire senza cilicio ferire che Riccardo terzo somiglia ad una storia come tante. Una vicenda qualunque. Una qualsivoglia ascesa verso un qualsivoglia scranno elevato dell’emiciclo parlamentare corrotto.O corretto sambuca. Ma con un grado minore di sbornia giudiziaria. Non sono gli avvisi di garanzia a falcidiare la sua ambizione, né le dazioni ambientali, né il magistrato di turno, né le inesistenti opposizioni o le flebili richieste di custodia cautelare. Le omelie del francescano pontefice patagonico gli solleticano giusto il glabro. Nessuno può fermarlo. Può solo auto-sabotarsi. Perché? Perché è un soggetto somatoforme. Un dissociato somatoforme. O meglio ancora un peperino gaudente, resosi diffidente a causa del suo isterismo da conversione. Una patologia dell’animo che lo induce a soffocare le emozioni più intense tramutandole in un sintomo somatico.IL suo personale disagio assume una rappresentazione dall’eziologia oscura. Disturbi dell’attività sensoriale, alterazioni sulla linea mediana, anestesie autoindotte, parestesie psicogene, de-realizzazione, de-personalizzazione, ipotonie muscolari o ipertonie muscolari di natura isterogena con conseguente calo serotoninergico, sino ad arrivare al mistero della sua gobba. Una curvatura orto-statica meglio conosciuta dalla psichiatria transalpina come curva della bella indifferenza. Una posizione di difesa, di chiusura, di sigillo della sfasatura emotiva. Ovviamente… totalmente sottoposta al controllo della sfera inconscia. Della volontà inconsapevole. Del vorrei ma non voglio. Né posso. Né Posseggo. Il difetto fisico che lo affligge non è una patologia dovuta ad un’alterazione del genoma. Insomma Riccardo non è gobbo nel senso ingravescente del termine. Non lo è nemmeno nel senso della fede calcistica. Riccardo è una complessità isterogena. Non è l’involucro ad essere offeso, bensì quella sua porzione imperitura meglio conosciuta col sostantivo forzatamente religioso di… anima. E non esiste rimedio farmacologico, allopatico o omeopatico che sia, utile a scagionarne i demoni invadenti e sedicenti. Il nostro affezionatissimo si muove non tanto per mera ambizione rampantista come uno yuppi decontestualizzato, quanto per disperato bisogno di accettazione. Con la nostra inesistente equipe ci siamo recati al “Museo Nazionale Londinese Di Conservazione Del Mummifico” dove all’interno di una teca sono custodite le presunte spoglie del despota cinquecentesco. Impossibilitati verso l’ipnosi regressiva, in quanto il soggetto è ormai da tempo deceduto, abbiamo deciso di procedere tramite seduta medianica riuscendo cosi a contattare lo spirito di Riccardo al quale abbiamo domandato l’esplicazione, l’origine, le macilente cause della sua afflizione psicologica. Anfratti, squittiti del sorcio, elevate volte, ragnatele,la presenza ingombrante del geniale Martin Feldman, tutto sembrava possedere parvenze molto shakespeariano… quando ad un certo punto, inaspettatamente, lo spirito dell’illustre defunto si è materializzato sproloquiando epiteti irriguardosi verso le figure del fratello Giorgio detto l’Adone e dell’altro suo fratello, Edoardo detto il Saggio. Ma la cartella clinica del sovrano allegata di transizione metafisica, non ha soddisfatto le nostre curiosità di teatranti. Volevamo saperne di più per poter poi soggettivizzarne meglio la figura. La pietra focaia. Eclissando cosi definitivamente il tanto temuto confronto… Siamo cosi andati a spulciare nel tema astrologico natale del regicida regnante scoprendo elementi che hanno contribuito a saldare la nostra tesi di apparente Caligola dalla dicotomica esigenza.
Prendere non è dare
Il reggente monarca britannico, già duca della contea di Gloucester, nasce a Fothernygay, sobborgo londinese, il giorno 2 ottobre dell’anno infausto 1452 ad un ora imprecisa, quando il sole transita nel segno volubile ed armonico della Bilancia. Segno d’aria, cardinale, doppio, elementi di leggerezza, saggezza ma anche ambiguità e influenzabilità. Ora, al netto di ogni ascendente, possiamo osservare adesso la totalità della dicotomia riccardina, illustrataci su di una lavagna d’antimonio. Conoscendone e assaporandone poi la sua proverbiale ambigua condotta, transitata definitivamente agli onori e oneri della storia, ci sembra addirittura semplice definirne il rimanente del quadrante astrale. Possiamo dedurne una affettività relegata a dimore diffidenti quali un Capricorno.O uno Scorpione. Una sessualità più che repressa, oserei dire avara, disordinata forse, promiscua ma contemporaneamente castigata, mortalmente vitale come ogni promiscuità che si rispetti, magari prigioniera di una prima decade transitante tra un segno d’aria e un segno di terra. O una terza decade tra fuoco e terra. O addirittura… una cuspide. Ma anche una capacità d’analisi sopraffina, meticolosa, glaciale, come quella di una Vergine, seguita da una intelligenza lucida, data da probabili aspetti Uraniani, nel proprio segno d’esaltazione se non addirittura di dimora. Ma non finisce qui come avrebbe discettato “Corrado alla Corrida di Corrado”. l’elemento solare di Riccardo, presenta anche aspetti apparentemente lontani dal suo agire. Stiamo parlando della difficile posizione dell’agguerrito pianeta Marte, opacizzato addirittura da un indirizzo d’esilio. Il dominio è in Venere. Da questo tracciato amici traiamone le definitive conclusioni… Gloucester si anima per le impellenze di Afrodite, ama e desidera essere amato, inoltre, con Marte partente, disdegna baruffe chiozzotte e alterchi gradassi, ma baruffe e alterchi saranno le azioni attraverso le quali proverà ad affermare il suo “Io” consapevole davanti ad un circondario ostile. Perché? Perché l’aspetto del Sole, cifra preponderante della personalità astrale, si trova in lui appunto nel segno della Bilancia. Una dimora dove l’astro arranca in posizione di caduta. Riccardo è dunque simbolo di nascita e morte senza eventuale rinascita. Destinato forse ad un limbo superiore dove danaro e possesso valgono meno del nulla che uccide spirito e corpo. È una Bilancia infatti, non uno Scorpione, e non sembrano esserci in lui altri posizionamenti astrali utili a smussare e ponderare questa spiacevole o piacevole ma sicuramente a lui necessaria condizione d’inesistenza! O esistenza sfrenatamente immobile. Ed e proprio per questi crocicchi che il sovrano di York affascina le genti del suo tempo e del nostro, confermandosi, possiamo dirlo senza temere fiele fuoriuscito da basilisco, un irrequieto “uomo in rivolta” intriso di lirismo e giustificabile giustificato… per ogni suo avventato gesto! Fosse pure l’ultimo. Anzi… specialmente l’ultimo. D’altronde quando si discetta sulla casa settima siamo costretti a scomodare penitenti ed impuniti quali Mahatma Ghandi o Margaret Thatcher, Sandro Pertini e Juanito Peron, Oscar Wilde e Silvio Berlusconi… insomma tutto e il suo contrario. E in mezzo a questo casino fa capolino anche lui, Riccardo, duca di Gloucester e di molto altro ancora…
Abbaglio sulla carne disarcionata dall’osso
Eppure, osservandolo attraverso il clinico orbitale dell’appassionato teatrante, il nostro sperimentale soggetto risulta essere la componente sano tra i suoi storditi famigli. L’unico. Il savio. Un effluvio piccante e piccato che nobilita e riabilita quel gruppo di irriverenti personaggi bardini tormentati da letargia encefalica e smisurato senso del dovere. Il solo che abbia compreso la semplice nonché semplicistica equazione della vita riassumibile in una frase dalla sua bocca proferita: ”Ehi! Maledizione per San Paolo, non ho chiesto io di venire al mondo e se pure i cani mi abbaiano contro quando mi avvio zoppicando… come se ne esce?” Beh non certo facendosi candidare dalla partitocrazia ballerina. È meglio fare da soli, fedeli al motto che se desideri una cosa fatta bene pare utile arrangiarsi con le proprie sole limitate forze. Una invettiva stimolo alla sanità mentale. Che poi consiste in malattia accertata. In cronicizzato disagio. Riccardo procede solitario, a passo sbrigativo, sulla sua inerpicata consolare della vita. Morendo. Tutto si consuma in fretta. Furia. Cavallo del West. Prima di subito. Senza avere il tempo di assaporare l’ora, il minuto, il secondo. Altri eroi bardini agiscono diversamente, muovendosi in compagnia, cercando di costruire unioni ed interazioni. Bene. Bravi. Bis. Cosa succede? Crepano pure loro. Crepa il Moro Otello, sobillato dal demone della gelosia malsana. Crepa Desdemona, senza accorgersene, spirando e sospirando in un bacio fatale. Crepa Amleto, principe del nulla, resosi schiavo del soprannaturale. Crepa, malamente, Giocasta, imprigionando l’amore sensuale dentro un angusto convento. Crepano Re Claudio e Gertrude divorati dalla peccaminosa lascivia, Crepa Michele Cassio devastato della sifilide allo stadio ultimo, contratta disgraziatamente frequentando i peggiori bordelli della Costantinopoli cinquecentesca, Crepa Mac Beth illuso dalla superstizione e crepa la sua consorte nel turbinio della medievale credenza, Crepa Banquo dando adito ai valori della infingarda amicizia, Crepano Cesare e i Congiurati confidando nella fasulla politica che è la più ipocrita degli artifici, Crepano Antonio e Cleopatra usurando un talamo dove si sono accomodati in molti ma su tutti… crepano i giovani Romeo Montecchi e Giulietta Capuleti cercando una felicità che non è, o non lo è ancora, di questa terra. Alla fine cosa resta? Nulla. Una pallottola nel cervello. I versi delle poetesse suicide… oppure lui, Riccardo terzo. Una possibilità di redenzione. Ed è per questo, che al netto dello stile essenziale e spartano che caratterizza la nostra compagine teatrale, nella messa in scena della personale figura del nobile decaduto, lo storpio non sarà lui… ma chi con lui divide il palcoscenico.
Marte in Acquario. Coscienza codarda del pettegolezzo
Conturbante pensare
distraente paesaggio
illusorio attenderti
miraggio nefasto
stomaco in subbuglio
visita di cortesia
irrequietezza frenata
esibendo alla frontiera
la contraffazione puerile
dello stupido sguaiato
spudorato sublimarsi in te
e nell’inesistente insostenibile
insistere
volto dalla dipinta paura
sconvolgi e coinvolgi
sino all’assalto
e sino all’assalto
penetreranno gli audaci
in punta di piedi
nella boccata d’ossigeno
da te custodita
dentro l’inaccessibile scrigno
usurato dal dubbio
che senso può avere
lasciar prevalere la paura
se non ad evitare
il lasciarsi distrarre
dalla noia eccitante
provocata da una detestabile
desiderabile derisoria
oltranza bastarda
tu piaci altrove
le alcove dei pusillanimi
lamentano la futilità
del loro incerto destino
fissando il vuoto
solo tu puoi consolarle
offrendo ai nauseati giacigli
quel brivido arcano
con il quale risvegli
gli attoniti sensi
degli amorevoli amabili
amanti ammorbati
all’insaputa dello sperpero
tu piaci ovunque
ed è abbastanza assordante
il silenzio della tua voce…
Marte in Acquario plauso d’armonia e coriandoli per qualcuno o qualcosa o entrambe le cose…
In polverie o poesie on ottobre 10, 2015 at 6:55 PMTrapassami il costato
pugnalandolo con una stele
aprimi le viscere
poggiandoci sopra
la mano tua sinistra
deliziosamente derelitta
taglia la mia testa
di sciovinista parigino
utilizzando l’unghia spergiura
che ungi di smalto
per alleggerire il peso
della giullaresca serata
scivolata in un bisbigliato bacio
sensualmente materno
sparami alla schiena
senza preavviso
fallo senza esitare!
poiché come ladro
assetato d’immagine
mi sono intrufolato furtivamente
tra le ricamate lenzuola
del tuo talamo ambito
per rubarti un ventaglio
di possibilità immaginarie
inghiottite nel nulla
Denunziami, ti supplico
alla spocchiosa
autorità giudiziaria
fallo alla svelta!
ignorando punteggiatura
galateo formalità
prassi ed inutili convenevoli
ho defraudato il tuo spirito guida
infrangendo lo spartito
e per questo pretendo
la massima pena
voglio vedere
le genti sobillatrici
riempire le piazze
con urla composte
e i parenti tuoi prossimi e lontani
aggredire la scorta
desiderando il linciaggio
del consunto sudario
sopravvissuto al tuo propizio
abbraccio negletto
ti guarderò negli occhi celesti
durante l’alterco finale
di questa pellicola muta
usurata dal tempo
e l’attimo prima
che la scure del boia
offenda ancora e per sempre
la rima baciata
ti sussurrerò farse d’amore
e tu risponderai
parodiando la rivoluzione
e avrò compreso
di esser stato per te
filo d’erba silente
reciso all’ora di punta
e tu per me
appetibile ortensia di nebbia
lambita dal girasole…
Luna Nera in Scorpione, libellule, bachi da seta e Labdacidi
In polverie o poesie on ottobre 9, 2015 at 7:00 PMLilith sfiora
il suo sesso ciprigno
pensando alla morte
scesa in Terra
con sembianze di madre
zelante e crudele
La madre assente
dando retta a stalattiti beffarde
assapora i servigi lascivi
del figlio svogliato
rendendolo umano
Il padre interdetto
rende omaggio alle verità celate
del volubile divino
recitando un lamento
dal gradevole inciso
In famiglia
tutto rallenta o si ferma
inseguendo il tuo umore
dentro un vicolo cieco
nel quale addormentarsi
lottando da te che sei
alleata e nemica
di teoremi in frantumi
marionetta narcisa
litania orientale
equazione bugiarda
imperfezione dialettica
talento improntato
ad alimentare una fiamma
soffocandoci sopra
per poi soffiarla…
San Lorenzo: Mani Pulite
In attualità, Cronache Atletico San Lorenziadi, San Lorenzo da delegalizzare on ottobre 8, 2015 at 4:30 PMMani Sporche
Il sole non sorge due volte nella stessa giornata. Salvo complicazioni. Quartiere San Lorenzo. Roma. Giorno primo del mese quinto dell’anno impestato 1992. Piazza del Santo Navigatore è gremita di sigle sindacali pronte ad acclamare il sindacalista salvatore di turno. Fa caldo. Molto caldo. L’arsura scombussola i palati dei presenti. I gruppi musicali chiamati dall’organizzazione ad allietare la kermesse celebrativa del lavoro impongono agli astanti il consuetudinario sermone sugli insindacabili, appunto, diritti alla piena occupazione, salvo poi tagliare la corda arraffando, per il disturbo, un compenso a molteplici cifre. Il fiore all’occhiello della festa sono gli attesissimi Jalisse, freschi vincitori del festival canoro nazionale grazie all’inascoltabile singolo “Ruscelli di parole” continuamente trasmesso dalle principali stazioni radiofoniche del momento. Il mondo appare scosso da nuovi equilibri politico-internazionali. La cortina di ferro che da decenni teneva il globo terraqueo sotto scacco del nucleare conflitto, sembra ora essersi sgretolata insieme alle macerie del berlinese muro. I cittadini della nuova Europa hanno ricevuto in eredità dal novello assetto un’ingente quantità di interrogativi senza risposte. Altri conflitti bellici attendono l’umano riflettere, in sostituzione dei vecchi alterchi armati ormai non più credibili agli occhi della pubblica opinione. Ciò che era freddo adesso sarà scottante attendendo al varco una unione monetaria voluta dai pochi e tenuta insieme dal Vinavil. In mezzo a questa avveniristica Epoca caratterizzata dall’indaco colore, all’interno delle Mura Aureliane sta per succedere il “guazzabuglio” per antonomasia. Paride Feliciani, imprenditore sanlorenzino nel ramo dello sciacquone da cesso, attende di essere ricevuto da Manlio Cattedrale per il solito versamento, in contanti, della dazione ambientale. Manlio Cattedrale è il direttore dell’allora Pio Albergo Gramazio, una struttura sanitaria che ospita individui colpiti dalla “malattia della scommessa sportiva”, una vera e propria psicosi capace di ridurre il senziente allo stato vegetale. Ma non solo. Il Cattedrale è anche un importante esponente politico in quota socialista, cognato del segretario di partito capitolino Bettino Crasi, assalito dall’ambizione di divenire un giorno sindaco della città eterna. Manlio è ambizioso, ma anche molto avido. Vuole tutto e lo vuole subito altrimenti preferirebbe morire. Spesso si vanta con i suoi galoppini di essere stato lui il primo ad inventarsi il “sistema tangente” che da anni soffoca la libertà d’impresa dentro le mura aureliane. Ma in quel soleggiato primo maggio romano sta per accadere qualcosa di diverso. Qualcosa che muterà storia e sorti del combattente rione aurelino. Feliciani vinto dall’impossibilità di fare fede alle spudorate quantità di danaro richieste dal concussore, decide di cautelarsi chiedendo lumi alle forze dell’ordine. Queste ascoltano vagamente assopite i crucci del concusso e dopo un’ attenta valutazione dei fatti, decidono di passare all’azione procedendo ad un mandato di cattura nei confronti del direttore gramazino, colto con il sorcio nella bocca mentre riceveva i contanti avvolti nella carta da parati. Caso vuole che quella mattina abbia preso servizio presso la Procura del quartiere aurelico, un giovane pubblico ministero pugnace e guardingo. Arriva dal Molise, precisamente da Montenecro Bistaccino in provincia di Campobasso, vanta già un’esperienza come ausiliario al traffico nella bassa bergamasca, dove ancora ricordano la sua intransigenza nel compilare multe e sottrarre caramelle regalate a bambini discoli da sconosciuti energumeni. Nato sotto il segno zodiacale della Vergine, come i mostri sacri della scena Carmelo Bene e Vittorio Gassman, ha tra le sue principali caratteristiche una forte capacità di analisi che unita ad una perseveranza mai doma lo condurranno, con le sue indagini, sino al cippo più elevato del potere corrotto. Il suo nome è… Andrea Maceroni. È nata la Tangentopoli sanlorenzina.
Mani screpolate
Colto con le mani nel sacco, Manlio Cattedrale pur di ottenere uno sconto sulla pena comincia a dare fiato alle trombe spifferando questo mondo e quell’altro. Da quell’istante, le principali figure retoriche politico-imprenditoriali che da numerosi lustri facevano del quartiere ribelle una babele balocca, cominciano a cadere sotto i colpi inferti dalle requisitorie giudiziarie. Il Procuratore capo Francesco Severino Bordiga, per ottimizzare i tempi delle indagini, decide di affiancare al Maceroni, un trittico di magistrati con provata esperienza nel campo della “corruzione gentile”. Stiamo parlando dell’intellettuale Gherardo Piccione, del pudibondo Gerbaudo D’Amboretti, e del severo Pier Camacho Davaghi. È venuto alla luce il famigerato “Pool unghie pulite”. E recise. Un gruppo di lavoro che arriverà addirittura a sterminare una intera classe dirigente a furia di fendenti rogatori e richieste di custodia cautelare. La fine del sogno bagordo…
Mani in alto
I giudici aureliani continuano imperterriti a perseverare con la loro opera di bonifica amministrativa. All’interno del consiglio di circoscrizione viene fatta razzia dei soliti noti. Dentro gli uffici pubblici le teste cadono sotto la scure del braccialetto al polso. La mattina nei bar e la notte nei pub non si parla d’altro. Il comune cittadino acquista ogni giorno il quotidiano cartaceo per il solo gusto di consultare i cognomi degli indagati. Ogni arresto indetto dalla magistratura viene festeggiato dal popolo lanciando al cielo un raudo o un fischione o come estrema ratio una crocchetta di Osvaldo. Ovunque si sollevano calici spumantati osannando il lavoro dei magistrati. Andrea Maceroni è il personaggio del momento. Un eroe nazionale. L’uomo giusto al posto giustificato. Il gagliardo volto da copertina. Le donne lo cercano. Gli uomini pure. Oppure lo imitano. Le mamme vorrebbero averlo come figlio. O come giovane amante. I padri lo vedono come un’esempio di morigeratezza e coerenza. I giovani lo idolatrano. Gli anziani affidano la sua persona alle migliori preghiere. Lui, come un caterpillar prosegue sulla sua personale consolare, consapevole del fatto che spesso le lusinghe frenetiche, altro non sono che una pericolosissima arma a doppio taglio. Basta un suo semplice cenno per far crollare “intoccabili serpi” del calibro di Pier Federici Pacini Battigia, protagonista della maxi-tangente Digimon, il tesoriere di circolo Sergipe Cusanini, arraffatore per se stesso e non per altri o il mai rimpianto “compagno Girgenti”, colui che suziava rubli da Mosca nascondendoli al Partito Comunista locale. Ma il picco viene raggiunto posando gli occhi sugli affari del magnate Raoul Garbolini, il sovrano della “chimica” sanlorenzina. Chimica intesa nel senso metaforico del termine. La bava al buccinale inquadrata dalle telecamere della televisione nazionale durante l’interrogatorio del segretario democristiano Arcibaldo Forlanini fa il giro delle sette chiese in settantanove giorni, umiliando il record del verniano PHILEAS FOGG. Quando si arrivò a lambire Bettino Crasi in persona, sembrava che la rivoluzione fosse divenuta una formalità. Le monetine da cinquecento lire, più pesanti rispetto a quelle da cento, cominciarono a piovere da ogni dove. Ci fu chi addirittura arrivò a scagliare addosso agli inamidati politici caduti in disgrazia gettoni ed arance come nemmeno al Carnevale d’Ivrea. Tutto sembrava troppo bello per essere credibile. Ed infatti cominciarono a crederci in pochi. Talmente pochi che un triste giorno, inaspettatamente, l’eroe in ermellino, decise di togliersi la toga abbandonando la magistratura…per sempre. A bout de souffle !!!
Mani Unte
Era cominciato il periodo della Restaurazione. Sotto mentite spoglie, i vecchi apparati politici che avevano ridotto l’antico rione ad un paese da mondo delle ombre, tornavano in ballo pronti a spartirsi nuovamente lo spartibile. I butterati volti della rinvigorita classe dirigente tentarono dapprima di circuirsi l’ex uomo d’ordine lisciandolo con offerte di seggiolini, poltrone e bistecche di puro suino macellato con posate in plastica. Ma al suo irremovibile rifiuto risposero costruendogli intorno un castello d’accuse che andava dall’acquisizione di un falso titolo di studio all’acquisto di una bicicletta pagata consegnando i soldi del Monopoli dentro un sacchetto del pane, transitando per l’abuso del fastidioso nonché proverbiale congiuntivo zoppicante. Il fu giudice si difese con alterigia consegnando le carte e sperando nella scagione imperitura che puntualmente arrivò. IL restante è storia contemporanea. Andrea Maceroni fonda la sua “creatura”, il partito della “San Lorenzo dei Voleri”, con tanto di simbolo raffigurante un gabbiano ubriaco e fumato che frana inavvertitamente sulle mura aureliane riportando un trauma cranico, cronico. Operazione utile ad ottenere alle elezioni comunali una percentuale di consensi da prefisso telefonico che gli aprirà le porte della Libera Repubblica di San Lorenzo con mansioni sigillari allegate a responsabilità legalitarie. Una rinascita macchiata in Zona Cesarini dalla distruttrice televisiva Mileana Gabbati-Ruffianelli, che con la sua gettonatissima trasmissione “Riport”, format per calvi individui, informerà gli elettori sulle smisurate proprietà immobiliari del dicasterato aurelindo. Cinquantacinque Bed&Breakfast… a cinque stelle!!!. Uno più del parode Antonio Di Pietro suo omologo meneghino. E il Giubileo non è nemmeno cominciato…
Mani Giunte
Nella caserma ottava non arriva la luce del sole. Le elevatissime volte sono illuminate da banconote di grosso taglio che prendono fuoco istantaneamente. Come nel forziere del tiranno disneyano Mr Scrooge, deputati della repubblica prima nuotano in un mare di euro raggiungendo quotidiane polluzioni peccaminose. Statisti dalla unta chioma del calibro di Gianni De Michelis, si masturbano sulle quotazioni di borsa raggiungendo l’apice di un discutibile piacere. Spaventato della pantagruelica visione, il dicasterato Andrea Maceroni indossa il liso panno vellutato provando a riportare ordine e disciplina. L’ermellino posato sul suo capo, subodorando tossina, fugge spaventato rasentando l’apoplessia. Andrea tenta il consulto del procedurale codice, ma questo, una volta aperto, si rivela essere un manualino della “giovane marmotta” dallo spiacevole contenuto. Maceroni tituba. Vacilla. Maledice il Creato rinnegando il sacramento. I restanti ministri si chiudono a chiocciola tentando la disperata rogatoria, ma non è pane per i loro incisivi. Nemmeno companatico per i loro denti del giudizio. Un semplice sbadiglio del sigonellatore Bettino Craxi accompagna i distercensi in quel di Hammamet. Esilio forzato. Maceroni è solo adesso. Senza difese. Memore dei suoi trascorsi calcistici nelle file dell’Atletico San Lorenzo prende a pedate un pallone di spugna tentando di offendere il mastodontico fisico del cinghialone socialista. Bettino rutta annoiato. È la fine. O l’inizio della lenta agonia. Dipende dal punto di vista delle parti in causa. Una mazzetta tenuta insieme da una graffetta, si instilla nella fronte Maceronina facendo piombare il guardasigilli in un sonno profondo dal quale scaturisce il tremeabondo incubo. Andrea vaneggia. La temperatura corporea scotta relegandogli la coscienza verso il delirio. La fase r.e.m. è disturbata. Ma non si può imputare la colpa a Michael Stipe. Il ragazzo ansima. Boccheggia. Suda. Si arrabatta a terra in preda alle convulsioni come un qualsivoglia personaggio Marlowiano. Dopodiché rinsavisce verso un sinistro eccesso di lucidità dando voce al ludibrio esposto nella forma dell’inverso sogno.
Il Sogno all’incontrario
-Ho fatto un sogno. Un sogno all’incontrario. Ho sognato che San Lorenzo era Collina Fleming. E viceversa. Una San Lorenzo da bere e da bersi. Li tutto era l’inverso di ciò che ricordavo essere stato. Ho sognato l’eco-composto Agostino il Sotgia giustificare le emissioni di fiele promosse dalle fabbriche d’auto. Ho sognato la tele-grittata Miranda l’Apruzzese illudere il piccolo risparmiatore offrendo fasulli buoni fruttiferi postali agli ingenui passanti. Ho sognato l’esterofila Emma detta Catherine gonfiare i prezzi delle lezioni d’inglese, insegnando francese anziché inglese, abbandonando l’amico Corbyn nelle mani sudate dello spettro di una furibonda Margaret Thatcher. Ho sognato l’olista Daniela Miele contraffare farmaci allopatici in compagnia del fu ministro della sanità pubblica Francesco De Lorenzo. Ho sognato l’artigianata Lavinia Palma evadere il fisco cantando Marco Mengoni. Ho sognato l’istruzionale Gigliola regalare diplomi a somari per meno di trenta denari. Trota compreso. Ho sognato la contro-ricercatrice Isa Florio promuovere il Nucleare volendo volare sui sottostimati neutrini di zia Gelmini. Ho sognato Abissou l’Artigiano allungare la propoli con chetamina distribuendo boccette davanti agli asili nido eludendo i controlli di suore e maestre. Ho sognato lo sport popolarense Marko detto Ki regalare a Moggi carte Sim schermate dagli artigli della polizia postale. Ho sognato il contro-culturale Stefano detto Zafari fare da garante del “marcio foraggio” avvenuto durante la proverbiale “guerra di Segrate” tra la Mondadori e il Gruppo Espresso. Ho sognato la genetista Rosella De Salvia stringere la mano ai coniugi Curie. Ho sognato il quadrumvirato architettonico Kean-Marchini-Mordenti-Step progettare una San Lorenzo del nuovo millennio abitata unicamente da zanzare tigri e cormorani impazziti e razzisti. Pestavano passerotti come squadristi tenendo sollevata l’ala destra mostrando così l’ascella pezzata. Ho sognato Germana apprezzare la Boschi e Patrick Flanagan coprire la fuga dell’impanicato Lama Luciano sopprimendo pianti e lamenti. Ho sognato Fredy ripubblicizzare se stesso su un giornale di Cairo. Ho sognato il bibbonico Raffaele Schettino auto-sospendersi ammiccando al gruppo misto. Ho sognato l’internista Sarah detta Gainsforth imbucarsi per Filadelfia sull’areo papale senza l’invito del Vaticano paese. Auto-professatasi cattolica in tempo di Giubileo Sinodale, fece arrivare dalle Americhe impazienti fedeli che nessun obolo lasciarono nelle disastrate cassa-forti dell’umbratile governo. Poi, inaspettatamente, passeggiando nella contrada Retarda durante l’orario d’apericena, ho sognato Giulio Andreotti… che mi chiedeva SCUSA…!!! Ma fortunatamente per me…era solo un sogno all’incontrario. Nulla di ciò che Morfeo partorì nel deliquio avrebbe potuto essere reale…
Mani in Pasta
Con la coscienza ostaggio della dazione ambientale, l’incorruttibile giudice Andrea Maceroni si trasforma nel lascivo politologo d’area social-democratica Andreatta Macilenti. La preoccupante regressione allo stato larvale di pubertoso appartenente agli edonistici e rampanti anni ottanta è istantanea. Capello impomatato. Ossigenato e Boccoluto. Orecchino a croce. Basetta corta. Piumino fluorescente. Denim posteggiato sul chiappo. Zeppa scomoda. Alimentazione proibitiva. Eloquio colorito ed ingarbugliato. Musicassetta degli Spandau Ballet inserita nell’improbabile magnetofono a cuffie. Inutile e tardivo l’arrivo dei timorati Tonino Di Pietro (arrivato a bordo di un trattore), Bobo Saviano (giunto in groppa ad un Pony sellato da Fabio Fazio) e Antonio Ingroia (arrivato da Aosta con uno slittino da neve) a sostegno del funambolico amico. Il “delirium tremens” pecuniario pronunciato dall’eroico Andrea Maceroni in punto di congedo, somiglia a una di quelle ballate di fine millennio pregne di acerbo sapore ed amari ricordi…
La banda degli onesti. Delirante afflato del giudice eroe.
“Si stava meglio quando si stava peggio.Tutto era più chiaro. Limpido. Bastava unire i puntini e veniva fuori un disegno. Si spendeva e spandeva senza badare al centesimo. I locali erano molti, alla moda, perennemente affollati. L’ottimismo era il profumo della vita. E non solo di essa. I giovani trovavano un impiego coerente con il loro percorso di studi. La quasi totalità dei liberi professionisti evadeva il fisco depositando il sommerso all’estero. Questo permetteva una circolazione di liquidità senza troppi patemi d’animo. Le famiglie erano felici. Pittati i valori. Commerciale la televisione. Vuoti i teatri. Fatta eccezione per i comici del Drive In. Ebbene sì, trent’anni fa eravamo tutti socialisti. Non poteva essere altrimenti. Eri affascinato da figure come Craxi o… Jerry Scotti. Avevano tutto. Successo, potere, carisma, donne. Volevi essere come loro. Io sono fiero di aver fatto parte di quella generazione. Una generazione dove rampantismo voleva dire fiducia. Poi sono arrivati i giudici. La fine di un mondo. Il termine della favola. Avete mai ascoltato le musicassette di Cristina D’Avena? I Negramaro non sono nulla in confronto! Vi volete godere la vita? Fare l’alba nei locali notturni? Fatelo. Non vi lasciate schiacciare dal senso di colpa! Ditemi sinceramente.Vi dà una sincera e onesta soddisfazione scaricare la musica dal computer? IL piacere dell’oggetto, il puzzo analogico, il sapore di stantio, è questo ciò che manca alla vostra generazione. Sì d’accordo, sapete navigare in internet, smanettare sul tablet, chattare con chi sta dalla parte opposta del globo, ma scommetto che il sapore dell’amore non sapete dove sta di casa. Gli anni ottanta sono passati, e cosa ci hanno lasciato in eredità? Rimpianti, sbronze, settimane bianche, la vitiligine di Michael Jackson e L’H.i.V.! Voglio dire… Che cos’è la vita? La vita sono gli anni ottanta! Ambizione, arrivismo, fama, successo, potere, sesso. Gli anni ottanta sono finiti? Sì. C’è modo di farli tornare? Sì. Ora amici, lasciate perdere la cara e vecchia Libera di quartiere. Dimenticatevi di libertà, partecipazione e antifascismo. Quello è un trittico di valori privato dello spirito goliardico degli anni ottanta. Venite con me, datemi la mano e vi accompagnerò in un mondo fatato dove si rimarrà per sempre bambini senza prendersi mai sul serio…”
E pronunziando a falange spalancata questa invettiva colorita, il tribuno aurelindo scomparve nei meandri della cremeria trascinando con se l’ottava caserma, un cornetto Algida, i biscotti Gran-turchese…e l’intera accozzaglia de I Ragazzi della terza C.
Durante la sbornia giudiziaria Aurelinda, il ritrattista libero-repubblicense Dario Fatello lavorava come inviato di cronaca nera per il settimanale scandalistico italiano “la digitale purpurea” fondato e diretto in quel periodo dal decano dei giornalisti romani Eugerio Scafati. Fu proprio Fatello, bruciando sul traguardo i pusillanimi impiastri a libro paga del tg4 Ettore Pamparana e Paolo Brosio, a far arrivare nelle case degli italiani le immagini dei politici sanlorenzini scortati dalle forze dell’ordine al soglio carcerario. Un raro filmato proveniente dal suo personale archivio, e che stiamo per riproporvi, documenta la fase saliente della rogatoria dove un giovane giudice Andrea Maceroni mette alla berlina l’uomo più potente della San Lorenzo corsara. Bettino Crasi. La mela marcia per antonomasia. O forse l’unica mela succosa dell’intero cesto…
San Lorenzo, metti giù quel caffè! Il caffè… è per chi chiude i processi…
