Giovan Bartolo Botta

Archive for febbraio 2016|Monthly archive page

San Lorenzo scopre il sesso

In polverie o poesie, San Lorenzo in poesia on febbraio 27, 2016 at 5:54 PM

San Lorenzo silenzio
ti manca il respiro
ti si sente ansimare distante
poiché disturbare
offende i tuoi profani principi
sacralizzati la notte
da demoni tormentati
dalla provocazione dell’angelo farabutto
eppure ti si sente ansimare
distante
sottovoce
lontano da sguardi spenti
e possibilità mancate
platee di cadaveri
partoriti morti
da madri giustificate
da pigre paternità
desiderano ghermire
i segreti dell’esistenza
sedendosi in disparte
alla mensa languida
che cucinasti bendata
servendo lusinghe
ai cannibali d’anime
difenditi dalla tua ombra!
San Lorenzo silenzio
violata nel tuo
sostare più intimo
là dove cerchi una quiete
che ti è stata uccisa
senza bussare
e ogni dannato sole
che sorge nel buio
il silenzio assordante
si fa pietra tombale
di un’emozione vissuta
imitando i fuggiaschi
nella corsa furente
verso il suicidio gentile
di ciò che nascondi
ululando il silenzio
nel cuore di colei o colui
che ascolta in silenzio
il tuo straziante silenzio
San Lorenzo silenzio
le bocche scavano
purulente ferite
e mura antiche
simili a carni dilaniate
corrono scalze
su sentieri tracciati
maldestramente
da chi si diletta con poco
per un applauso scrosciato
da mani zittite
da un ambiguo silenzio
silenzio San Lorenzo
San Lorenzo silenzio
abbandona le candide vesti
sul lato nascosto del letto
spogliati lentamente
e stenditi nuda
accanto al silenzio
nulla ti sarà negato
niente ti verrà concesso
deliziosa seducente
silenziosa San Lorenzo
nulla niente e molto di più
nemmeno il silenzio
anche il silenzio…

AGENTI & CASTISTI al Nuovo Cinema Palazzo, San Lorenzo, Roma.

In in scena on febbraio 26, 2016 at 4:48 PM

Produzioni Nostrane – Ultras Teatro presenta:

Agenti & Castisti NCP

mercoledì 2 e giovedì 3 marzo, ore 21
Nuovo Cinema Palazzo
Piazza dei Sanniti 9, San Lorenzo, Roma
www.nuovocinemapalazzo.it
sottoscrizione consigliata 5€

AGENTI & CASTISTI – spettacolo teatrale in salsa ipocondriaca

testo e regia di Giovan Bartolo Botta

con Flavia Martino, Lorenzo Marziali, Marco Tomba, Mariagrazia Torbidoni e Giovan Bartolo Botta

Le vicende tragicomiche di un’agenzia di spettacolo i cui dipendenti hanno un solo scopo, piazzare i propri clienti-attori per poter scalare un’assurda classifica interna ed evitare il licenziamento. Un gioco surreale e ironico in cui l’unica regola è “nessuna regola”.

“AGENTI & CASTISTI” mette in primo piano le vicende grottesche di un’agenzia di spettacolo i cui dipendenti hanno un solo scopo, piazzare i propri clienti/attori per poter scalare un’assurda classifica interna ed evitare il licenziamento.
Un gioco surreale e ironico in cui l’unica regola è “nessuna regola”, ogni sotterfugio, espediente e macchinazione sono consentiti per scavalcare i propri colleghi, emergere vincere e sopravvivere.
Una commedia dai ritmi serrati e dalla messa in scena scarna ed essenziale dove gli attori, senza l’ausilio di effetti di luce, costumi e scenografia, tirano le fila di un racconto tristemente attuale in cui l’ossessione del lavoro, qualsiasi esso sia, diventa l’unica speranza di sopravvivenza, l’ultimo baluardo a cui aggrapparsi con tutte le proprie forze a discapito di tutto e tutti.

Una messa in scena che tenta di trasudare clima da secondo anello curva Maratona. Gli attori brancolano nel loro ufficio simbolico smussando i lati tramite fissità. Fanno tutto loro. Il lavoro sporco come quello pulito. Il bello e il cattivo tempo. Comprese le mezze stagioni. Luci accese in sala, tanto per ammiccare a un Brecht mai domo. O forse meno ancora. Autosufficienza attorale pura e omeopatia tecnologica. Come ai tempi che furono.

Produzioni Nostrane è un progetto teatrale che mette in scena i testi classici adattandoli ad un linguaggio contemporaneo. I testi diventano così originali, completamente rimaneggiati. Lasciando del pulviscolo classico unicamente l’odore. L’idea primordiale. Il linguaggio classico ci interessa particolarmente poiché parla per archetipi. Una caratteristica che solletica l’eternità. Come? Togliendo alla messa in scena costumi storici intrisi di polvere, catartici giochi di luci, musiche da ambientazione e trombonismi vocali, tornando così all’urgenza, all’essenziale. Al puro lavoro sull’attore. All’interazione sul palcoscenico tra elementi vivi. Che non hanno appigli. Che possono contare solo su loro stessi. Come nella vita.

L’enigmatico Calicut

In polverie o poesie on febbraio 24, 2016 at 12:25 PM

Irridente plebea
arsa dalla nobiltà
nobile irascibile
stritolata dal volgo
scarabocchio di sangue
vita negletta
rappresentazione dell’insensatezza umana
abile maschera dal trucco accennato
maneggiate l’effimero
come un amante supino
calpestandolo su una scena spoglia
nuda e vulnerabile
un mago vi ritrovò così
deridente al risveglio
immersa dentro un letto qualunque
sbarazzandovi presto
e con noncuranza disinvolta
di uno sperma qualsiasi
e da lì in poi
la magia per lui non fu che
opinione senza fondamento
Cristo Santo!
Gli attori genuflettono il credo
pendendo dalla vostra babele
damerini suicidi
dimenticando l’artificio della menzogna
hanno barattato l’identità
in cambio di briciole
della vostra corrosiva saliva
ho spiato
intere dinastie danesi
affogare amletici dubbi
nei vostri orifizi garbati
dannate imprecazioni
rivolte alle nuvole
un luogotenente si disseta
con l’effluvio di un cesso
chiede perdono
domanda di voi
e del vostro rimarchevole sputo
ascoltatelo prima…
poi con grazia
fatelo assassinare dallo scriteriato sicario
ammansitevi allo specchio
osservandovi il seno calmare gli eserciti
avete sedotto i congiurati
riducendoli a fanciulli
i loro pugnali affamati d’ardore
tramutati in sonagli
per adulti infantili
infatuati di un nome scivolato via da una mano
tesa per sbaglio verso una castigata lussuria
il demonio si segna quando vi pensa
e se si confessa
il prete lo assolve si segna vi pensa
poi si pente e pregando masturba il rosario
sino all’orgasmo su un crocifisso al contrario
spezzato nel mezzo dal calvario del matto
impazzito per via di un vostro capriccio notturno
il Buffone a corte
non conosce commedia
se non durante il congedo
da quell’approssimazione
che voi gli riservate
brandendo il pene ad una statuetta di marmo
prigioniera del sonno
stragi d’innocenti
ordite da mercenari ebraici
con nella bocca il sapore speziato
della vostra fica rugiada
indossano i panni del mercante di stoffa
ma in realtà sono
passioni passate
soffocate nel vomito
procurato da una sbornia
che sfida gli Dei
a girare l’ultima carta
quella carta che raffigura
le fattezze di un volto
che scrisse di voi
della vostra beltà
da qualche parte
su qualche parete
fingendo d’esistere
fingendo d’esistere
fingendo d’esistere
fingendo d’esistere
nei vostri pensieri…

San Lorenzo scopre il seno

In polverie o poesie, San Lorenzo in poesia on febbraio 17, 2016 at 3:48 PM

Scorribande violente
tra grovigli di prostrazione
e cadaveri solitari
abbandonati vivi sul selciato
a meditare su quel nulla
che pervade la notte
di queste strade insultate
il pensiero nudo
al centro della piazza
vulnerabile
assalito da compulsivi sussurri
che come famelici zombie
gli dilaniano la creanza
sputandone a terra i resti
la salvezza è un salto nel vuoto
culminato in un bacio
reciso da sciabole
maneggiate abilmente
da un ininterrotto piagnisteo
pudicizia penitenza ed agguato
il mio quartiere non ha volto
il mio quartiere non ha corpo
il mio quartiere non ha contorno
il mio quartiere non ha scopo
il mio quartiere non scherza più
accecandosi allo specchio
come un sovrano deposto
a causa di un segreto
spensieratezza spezzata
prendendone a calci l’anima
magre consolazioni
paternità prostituite
maternità assassine
lusinghe beffarde
promesse disattese
ed una interminabile fila di velleità
sfogate tenendo contigui i fiati
e nobilitando le solitudini
guadagniamoci il paradiso
a San Lorenzo
trasformando il dogma
in un pianista mutilato
tutto sarà finito
tutto sarà creato
il pensare sarà silenzio
il silenzio somiglierà al canto del risveglio
e la libertà sarà lì,
dietro l’angolo
in sembianze di vestale
pronta a sparare
rabbia salubre nel caricatore
soggiogata dall’amore
come una regina cartaginese
spirata per aver provato
troppo di tutto
in un atto unico
o in un attimo svanito

Signorina Labirinto (musicale disfunzione d’amore ribelle per un archetipo mascherato da Monna Lisa)

In polverie o poesie on febbraio 11, 2016 at 4:39 PM

Incontriamoci
sempre e soltanto
per la prima volta
e che ogni volta
sia solo quella
l’unica
accompagnati nell’incoscienza
dal ritmo incalzante
di un’Habanera bugiarda
che trasformerà una fandonia
in un’agognata sirena
dal supplice canto
verso cui naufraghi disperati
reduci dall’inferno degli oceani
giureranno fedeltà eterna
offrendole come sacrificio
la loro perdizione
in cambio di una notte d’amore
al termine della quale
poter morire di vita
coltivando il rimpianto
del sapore svanito
sconosciuto sollievo
momentaneo ed eterno

Percepisco l’empireo
sì lo percepisco
senza nemmeno il bisogno
di sostare al tuo fianco
o baciare fanciullescamente il tuo seno
o leccarti il sesso facendotelo
sanguinare dal rispetto
come un pappagallo ammaestrato
Cristo Santo!
trascinami con te
nelle tue più assodate psicosi
se ne possiedi o se loro posseggono te
si cronicizzi quell’ossessione
chiamata tempesta
danzino le coscienze divorandosi l’alba
e noi imitando due laidi Buddha
trascinati al linciaggio
da adepti infuriati
mediteremo abbracciati
sputandoci in bocca
quella reciproca rabbia
che fa somigliare me ad un’ombra
e te a quel sole sornione
che sorgendo la esalta
e tramontando la esaspera
soffocandola tra le fiamme
dell’impensabile

Sento in lontananza
piagnistei e lamenti
proferiti da giovani amanti
condannati alla pena
senza una colpa
da sommi poeti
che lottavano disperatamente
contro se stessi
scalciando i turbamenti dell’animo
come bestie randagie
e negando le pulsioni del corpo
ripetendosi, coglioni, il Credo nella testa
come se le pulsioni fossero genti appestate
consumate da putride epidemie
per le quali non esiste cura
se non la preghiera
recitata dando le spalle
alla Luna svestita

Quell’orazione cacofonica
che è stata insegnata
dagli emissari del Cristo
a noi numeri senza persona
poiché sopravvissuti ad uno scherzo
orchestrato da padri sconosciuti
nel ventre di madri distratte
dall’apparizione nel fango
della Vergine Maria che sconfigge
il serpente piumato
custodendolo tra le gambe
trattenendo il gemito
nella gola bagnata

I legionari in talare
si segnavano il capo con cenere vischiosa
durante quegli interminabili
stupidi insopportabilmente
inutili ritiri spirituali
nei quali Dio
si faceva uomo
e senza permesso con sembianza di mostro
ci rubava la voce o qualcosa
serrando il nostro solstizio col chiavistello
facendosi beffe della redenzione
da lui predicata
col buco del culo

Ma ora una pausa…
porgimi una carezza
sfioriamoci le labbra al buio
guardiamoci negli occhi
fagocitiamo con ingordigia le anime
come fossero puttane incendiate
private della loro reticenza
dimeniamo i corpi
esausti a terra consumandoli nel desiderio
dilapidiamo le coccole come monete d’argento
sottratte in silenzio all’Orco malvagio
perdoniamoci assolviamoci fumiamo una sigaretta
beviamo caffè nero bollente dal calice aureo
gettiamo l’ostia consacrata in pasto ai pesci
ingiuriamo il giorno con parabole al miele
doniamoci un bacio
prendiamoci
dopodiché ridiamoci sopra
l’esistenza non è che uno scherzo
un gioco birbante
una parata carnascialesca
un lancio del dardo sul manto del vuoto
o forse nulla di quanto sopra
tu sei tu ed io…

Io ho terminato le immagini
per definirti insonnia stupenda
cosparsa di gradevolezza
senza fine né inizio
ecco, afferrami il polso
tastalo e
dimmi se ci senti un battito in più
quel battito è per te
custodiscilo dove la Madonna
recluse la perfida biscia
trasformandola in castigo
amica mia cara
e sollevati verso l’alto
facendo felici gli angeli
che dopo secoli d’immacolata
egemonia monoteista
si sono dimenticati
di quale sostanza sia fatta
la bellezza egoista
che separa tre volte
te da te stessa
rendendoti simile
a quella sconclusionata dottrina
predicata dai folli
nella loro saggezza…

Edipo. Tutta la verità sulla madre delle tragedie

In attualità, Riflessioni teatrali on febbraio 8, 2016 at 11:34 am

Edipo. Re. Il rottamatore politico. Il fustigatore della vecchia classe dirigente. Il novello che avanza a larghe falcate riducendo ad una barzelletta ogniqualsivoglia paradosso zenonico. Il parvenue della “cosa pubblica”. L’esegeta dell’ottriata carta costituzionale. Il garante dell’ordine pubblico. Oppure. Niente di tutto questo. Semplicemente una vittima sovrastata dagli eventi. Un’anima inconsapevole incapace di crearsi un universo fatto ad immagine e somiglianza del proprio gaudio. Uno sconfitto che avrebbe recimolato la sua porca figura anche tra le pagine minimaliste della letteratura moderna finendo le sue giornate nelle inospitali stamberghe di qualche ambulatorio decurtato del personale di servizio. L’antico esilio forzato a Colono in confronto era una camporella romagnola. Le proprie presunte colpe sono il lascito vibrazionale negativo della precedente generazione. Quella nata e cresciuta sotto l’egida del democratico Laio il labdacense. Colui che traghettò il sistema di sviluppo della capitale tebana da agricolo ad industrialmente pesante. I capitali cominciarono ad affluire in città macinando benessere e corruttela. Si spendeva e spandeva senza badare al centesimo. Le famiglie erano ricche. Duplici gli stipendi all’interno del nucleo. Il settore terziario era fiorente, alla moda nonché perennemente affollato. I giovani trovavano un impiego coerente con i loro studi. La quasi totalità dei liberi professionisti evadeva le tasse destinate allo Stato depositando i redditi all’estero. Questo permetteva una circolazione del sommerso senza troppi patemi d’animo. Ovunque circolavano automobili lussuose. Il settore della moda griffata rappresentava il fiore all’occhiello dell’economia. Dulcis in fundo: L’edilizia. Nel giro di due generazioni Tebe pareva essere divenuta la Nuova Babilonia. Una città cosmopolita capace di sfiorare i sessanta milioni d’abitanti. La porzione cementizia si era centuplicata dando vita a periferie senza servizi. Il condono edilizio era la logica conseguenza di appalti concessi eclissando la cognizione della causa. La rete metropolitana suburbana somigliava ad un inefficiente formicaio regolato dall’assenteismo. Il sindacato aveva reso la porzione animica al crumiro ottenendo in cambio tre minuti per una pausa caffè. Cinque per un pranzo al sacco. Trenta secondi per l’espletamento della materia fisiologica organica comunemente detta merda. Ferie non pagate e contributi da versarsi a seconda delle condizioni meteorologiche. La situazione, nonostante l’apparente ricchezza diffusa, cominciava a prendere una brutta piega. Nasceva la cultura del sospetto. Agli stranieri, una volta accolti come manna dal cielo dalla gente autoctona, venivano riservate delle stamberghe senza porte e finestre nelle quali poter meditare trascendentalmente togliendo definitivamente il disturbo. A meno che non fossero svizzeri. Maschi. Con borsino portavalori cucito alla sacca scrotale. Il servizio di leva era obbligatorio. Durava sino all’estinzione fisica del soggetto per avvenute cause naturali. Affollato il sistema penitenziario. Le forze dell’ordine avevano l’obbligo di sparare sempre, senza sosta a qualunque cosa si muovesse o respirasse. Specialmente al termine della giornata lavorativa. L’unica giornata possibile. Seguendo precetti mandarini, il presidente Laio aveva imposto alle famiglie la regola del figlio unico. E dell’unico animale domestico. I rapporti sessuali tra coniugi erano regolamentati secondo le fasi lunari mensili. Luna piena voleva dire astinenza. Quarto lunare significava petting. Semiluna era un semaforo verde verso l’amplesso ma puramente a fini procreativi. Il rapporto sessuale aveva luogo su di un talamo chiodato, dentro una stanza spartana, davanti agli occhi di quattro Rottweiler tenuti a digiuno da mesi, un fachiro, un narcotrafficante messicano esperto in gravidanze clandestinamente interrotte, un seminarista vescovile, un muezzin, la sempiterna Monaca di Monza, un rabbino ortodosso e un ufficiale giudiziario minorile. Il quale doveva accertarsi della avvenuta fecondazione uterina. Erano vietati i baci alla transalpina e qualunque altra manifestazione d’affetto. L’intersecazione dei sessi avveniva con i partner vestiti da capo a piedi. Indossando abiti in ceralacca. L’educazione infantile era tipologamente militare. L’omicidio causato da quisquilia era da considerarsi motivo di vanto. Il diritto civile non veniva contemplato dall’assembla costituente. Il parlamento assumeva la sembianza del bivacco. L’opposizione sosteneva il governo nel nome dell’elevata ragione di stato. Il movimento nelle piazze cominciava a dare segni di squilibrio. La regola era quella di arrivare ad intraprendere la rivoluzione possibilmente “già mangiati”. Tebe somigliva ormai ad una Gomorra biblica in preda alla parafilia più ostentata. Necessitava cambiare il corso degli eventi. Bisognava liberarsi di colui che aveva condotto il sensare umano verso il ludibrio. Era necessario uccidere Laio il labdacense. Ricostruendo lo stato dalle fondamenta. Una nuova etica. Una morale cristallina. Una speranza. Per la riuscita di questa difficile operazione, il servizio segreto tebano, rispondente all’antico ordine massonico del dodecaedro acheo, prese in mano il codice masoretico obsoleto sanlorenzino, scritto in lingua trilussina, studiando il modello governativo della Libera Repubblica di San Lorenzo. Un’antica civiltà scomparsa nel nulla (o fatta scomparire nel fumo in senso puramente letterale), che circa 200.000 anni prima della nascita di Tebe, per sopravvivere tra i meandri famelici della moneta unica, si era inventata l’efficace sistema della sottoscrizione telecomandata. Di questa gloriosa civiltà che pare essere già stata a conoscenza del sistema a pressione digitale per spinare una sogliola d’acqua dolce servita “alla mugnaia”, non ci rimangono che le poche rovine Bastianelli, dove un tempo sorgeva un gigantesco tempio dedicato al divino avvocato Smerigli, il sovrano degli azzeccagarbugli locali. E le pagine sacre che raccontano la genesi del rione ribelle. Eccovene un approssimativo bignami curato dalla traduttrice aureliana Valeria De Paolis per la Zafari Editore che potete comodamente acquistare in contanti raccattandolo tra i banchi dell’editoria clandestina. Ma prima vale la pena soffermarci brevemente sulla figura di questa gigantesca educatrice. Nata a San Lorenzo a cavallo tra il secolo diciannovesimo e quello dopo, cresciuta all’ombra del mellifluo “Metodo Montessori”, la ragazza se ne distaccherà presto considerandolo un sistema educativo eccessivamente morbido. La stessa Maria Montessori dichiarava al bar, vinta da tentazioni Bacchiche, di non apprezzare i metodi correttivi Valerici, da lei ritenuti eccessivamente Stalinisti. Aveva Ragione. Forse. Per insegnare l’alfabeto ad un bambino non è prettamente necessario schiaffarlo in Siberia. Per giunta a stomaco vuoto. Ma l’operato Valerico venne presto adottato dal servizio segreto planetario, e la ragazza finì per essere assunta come consulente al soldo della Legione Straniera. Maria Montessori diede in escandescenza contestando pubblicamente il sistema statale deviato. Pochi giorni dopo il suo sfogo, la regina della paideia, fu rinvenuta priva di vita nelle stanze di un albergo ad ore in compagnia dell’attore americano David Carradine (Kill Bill), il bimbo prodigio Macaulay Culkin (Mamma ho perso l’aereo), il pupazzo Dodò (l’albero Azzurro), il dimenticato Totò Cascio (Nuovo Cinema Paradiso) e il Telefono Azzurro in carne, ossa ed ingranaggi. Telefono Azzurro. Azzurro per due!

San Lorenzo: la vera genesi
Nel principio Savoia nano creò Parioli e Fleming stringendo santa alleanza con pontificie cattedrali. Parioli era fiorente. Fleming raggiante. Savoia nano disse: sia bianca! E bianca fu. E da naso! E il giorno si fece notte e la notte si svolse al Piper. Il secondo giorno Savoia nano creò Prati. Savoia nano disse:sia bronzeo il cavallo. E la televisione fu di stato. E lo stato seduto in poltrona a seguire il “Rischiatutto”. Il terzo giorno Savoia nano fece un giro in centro. Ma il centro era vuoto. E buio. E spento. Fu così che Savoia nano creò il turista e lo gratificò con una carta di credito. Ma Savoia nano era scontento del proprio operato. Necessitava chi si divorasse i soldi. E Savoia nano ebbe l’idea di creare Montecitorio. Questo successe nel quarto giorno della creazione. Ma Montecitorio era deserta e nessuno fotteva il prossimo. Anche perché non esisteva un prossimo. Ma a Savoia nano, che tutto può nella sua onniscenza onnipresente, venne l’idea di creare il parlamentare. Fatto ad immagine e somiglianza dello scorbuto. Il parlamentare si sollevò dalla sabbia e come atto di sottomissione verso il suo creatore, fregò al Savoia nano il portafogli. Questo fu il quinto giorno. Il sesto era un sabato. Savoia nano si masturbò a lungo durante la visione del quiz televisivo “Lascia o raddoppia”. Il divino seme cadde sulla terra dando adito alle quattro stagioni. E alla famiglia Agnelli. La quale a sua volta, tramite amplesso naturale, diede alla luce l’automobile. Che a sua volta, unendosi con la creatina, diede vita al giocatore della Juventus. Il quale venne presto modificato geneticamente per reggere meglio le fatiche del campionato. Savoia nano sorrise delle proprie gesta. Per festeggiare decise di uscire a prendersi una bella sbronza. Fu in quel preciso istante che si accorse di non aver dato adito alla ricreazione. Mancavano le birrerie utili ad ingollare per dimenticare. Fu così che venne alla luce il famigerato quartiere San Lorenzo. Pregno di locande. Tutte uguali. Dotate dell’apposito apericena. E di mangianastri per musicassetta. Ma Savoia nano era triste. Poiché costretto a bere in solitaria. Ma lui disse: sia fatto il fuorisede. E il fuorisede giunse dal paesino affollando banconi e aule magne universitarie. Fu stilata la compilazione dello statino. Ma la creazione era incompleta. Savoia nano pretese la dicotomia dualista. Venne così creato il Sanlorenzino autoctono. Da una costola del fuorisede addormentatosi dopo una scorpacciata di mele cotogne sbucciate da un serpente dispettoso e logorroico. E Savoia nano aggiunse: io porrò inimicizia tra la tua stirpe e quella dei fuorisede. Arrivò la domenica. Savoia nano si coricò vinto dai postumi della sbronza. Un gruppo di autoctoni insieme ad un un manipolo di fuorisede, disobbedendo alle leggi del Creatore, si unirono in pubblica assemblea occupando spazi e proclamandosi repubblica liberata dall’unto. Nacque una nuova alleanza tesa ad assassinare archetipicamente la soffocatura del padre-padrone. Si crearono gruppuscoli tra la disobbedienza, ognuno dei quali rispondeva al proprio Elohim. Una specie di generale in capo o ministro umbratile senza potere d’acquisto. Vi erano i Kingsleyani, appartenenti alla stirpe degli urbanisti, i quali si ramificavano nelle potenti famiglie degli Agostinei, dei Marchiniani, dei Mordentiti e degli Stepbaiti. Questo quadrumvirato era perennemente in lotta contro la stirpe scientista composta delle nobili famiglie dei Floreiti, dei de Salvieschi, dei Mieleiti e dei Maceronici (quest’ultimi possedevano una catena alberghiera a molteplici stelle nella quale invitavano i viandanti al rifocillo servendo prodotti made in Oscar Farinetti). La stirpe umanista era invisa agli scientisti per evidenti motivi di speculazione intellettuale. Parliamo delle famiglie dei Gigliolati, degli Emmaoiti Catherinizzati, degli Zafarici, degli Apruzzeici e dei Kiniani. Vi erano poi le stirpi suddette politiche composte dai Pizzutiani, dai Guidofarinacei, dai Patrickeschi, dai Gainsforthiani Saraheiciti, dai Germaniti, dai Bibbonici Schettiniani, dai Communici Frediani e dagli Eschiniti Frerici. Vigeva maretta tra questa stirpe e la stirpe urbanista. La colpa era da imputare ad alcuni alloggi “fallati” rifilati dagli urbanisti ai politicanti a prezzo principescamente monegasco. C’era poi la stirpe metafisica dei Palmaliti Lavinici. L’unica a possedere saperi alchemici. La stirpe millenaria dei videofanatici era composta dagli Abbissuiani Celebrici, dagli Zan Abeschi, dai Fatelloniti Darvici, dai Marcellici Fontici, dai Derici Di Micaelici, dai De Martinis e da Rainer Werner Fassbinder. Imperavano anche le stirpi occupazionali degli Anomalo Precarici, dei Dardici, dei Wakanici Wicapiti, dei Marinon Lescaunt, dei Malikacensi, dei Crisiolemuriani, dei Giuleici, dei Flaminio Triestini, dei Chiareici Sparsi (erano molti ma non erano imparentati tra loro) e dei Sabello Savici. I Costaionici comandavano la fanteria atletica. Erano essi abili nella millenaria arte della palpebra pedata. E del poltrito gioco delle carte. Con puntate in danaro a perdere. Trattavasi dei Grechici Andreici, dei Lukaesici, dei Patatini bonsai, dei Mirkiodanzerecci, degli Anderoscorpionici, dei Panuccici Francopresidentati, dei Cacici, dei Gesualdi strisciati a Gaza, degli Ziconiani, Dei Kaboborrei, dei Magaraensi, dei Minnettini, dei Campariellogiginati e dei Partenici. Perennemente in guerra contro le genti ludicensi composte dagli Strambiniti, dai Mauriti Gaici, dai Tiniani Alessi con budello, dai Bozzetteschi, dagli Espinosi Belenici, dai Giurati, dai Carenziti, dai Ceschici e dai Giaccardi Pamelusi. Infine c’era il famigerato Comitato della contrada Dalmata. Ma a loro veniva tirato il suddetto pacco. Veniva data buca. L’epopeica diatriba tra queste famiglie è dettagliatamente raccontata dalla storico-pedagoga Valeria De Paolis San Lorenzo 1886- ) nel bestseller “San Lorenzo, una Dynasty de noialtri” Zafari Editore p. 7890 euro 659. In queste pagine mozzafiato la studiosa sviscera gli altarini di una realtà aureliana parallelamente nonché diversamente rivoluzionaria. Lo fa muovendosi su di un terreno prettamente e metodologicamente ortodosso. Empirico. Scientifico. Ovvero la traduzione letterale dei testi sacri dall’idioma Trilussino antico alla lingua corrente. Senza aggiungere interpretazioni teologiche soggettive o di altra natura speculativa, possa essa essere esoterica, numerologica, iniziatica o similia. Da questa enorme mole di lavoro il lettore può trarre sconcertanti conclusioni. Vediamone alcuni esempi. Nel quinto libro dell’Elettronica, ai versetti 12-43 si narra la vicenda di un’occupazione avvenuta nella contrada Volscia chiamata con l’acronimo ESC (exit-sorry-cazzo!). Gli occupanti non riuscivano ad attraversare la strada a causa del traffico urbano. Il loro Elohim, l’intransigente Miriam detta Fre, separò le carreggiate permettendo al suo popolo l’ingresso nello spazio promesso. Bisognava battezzare il luogo. Alcuni tra loro misero in funzione un lettore per Vhs, così, senza apparente motivo, il cui unico tasto funzionante era quello in uscita con su scritto esc. Il nome del loco era stato trovato! Ancora nel libro settimo dell’Erborista, ai versetti 67-89 si narra di una resurrezione avvenuta a metà. Un certo Lazzaro, studente modello al quarto anno giurisprudente, era deceduto di sciolta colitica nervosa al termine di un appello conclusosi ottenendo una votazione al di sotto della media. Il giovane era ricco. Il lascito venne raccolto dal parentado. Ma una profetessa esperta nell’artificio della guarigione istantanea, ed incapace di farsi i casi suoi, aiutò Lazzaro a tornare dall’oltretomba somministrandogli soluzione fisiologica per viabilità rettale. ”Lazzaro alzati e laureati!”. Furono queste le parole magiche pronunziate dalla medica resuscitando il matricolato. Ella era conosciuta tra le genti con l’appellativo di Daniela. Appartenente alla stirpe Mielita. Una corporazione di camici bianchi, fagocitante privilegi, facente capo alla luminare Rita Levi di Montalcini. I parenti di Lazzaro, freschi ereditieri, la presero malissimo. La guaritrice venne ingiuriata ed allontanata senza saldo della parcella. Lazzaro fu fatto immatricolare al D.a.m.s! Quello Felsineo però. Fancazzismo allo stato brado. Atti Aureliano-Apostolici. Versetti 44-77. Era a zonzo in quel tempo tra le contrade aurelinde una saggia chiamata Lavinia. Ella era nata senza peccato originale (notizia ancora da verificare, gli studiosi si stanno arrovellando sulle carte), dentro una gelida cabina telefonica, protetta dalle amorevoli cure di un bue muschiato chiamato Ashley e un asinello vomerense maculato chiamato Cicillo, che il giorno dopo vennero macellati a sangue freddo per poterla sfamare. Ma lei era vegetariana e la carcassa dei poveri manzi venne rinchiusa dentro una lattina d’alluminio, conservata in antibiotico e sigillata con del sudore d’ascella. Nacque così la succulenta Simmentalh, pietanza grazie alla quale ancora adesso molti infanti ricorrono per potersi laureare prima del compimento dei sette anni. Per poi crepare tre anni più tardi per grave intossicazione dell’apparato sintetista enzimico. Fegato “alla cappona” tanto per semplificare .Molti sportivi si alimentano con la carne in scatola. Migliorando così le loro prestazioni agonistiche. Tra i tanti ci preme ricordare quelli deceduti per itterizia. Lavinia guariva cenciosi e ripuliva lebbrosari leggendo i tarocchi ai degenti. A prezzo modico. Presto nel quartiere vennero dismessi carri e monatti. La notizia giunse agli orecchi dei sacerdoti dell’oratorio Murialdo. Per colpa della pagana dalla rossa chioma erano diminuite le indulgenze clericali. I talarici la fecero arrestare da centurioni celerinizzati. Dopodiché la interrogarono chiedendole se osava proclamarsi discepola della Marchi Wanna. Fu condotta a giudizio sotto Ponzio Di Pietro Maceroni, che impose alla folla di scegliere tra lei e Barabba (Gianluca n.d.r, Palestra Popolare, assiduo frequentatore del Sally Brown Rude Pub). Scegliere tra cosa non si sa. La folla se ne lavò le mani nel bacile. La rossa venne crocefissa ad un appendiabiti ed obbligata ad intonare le arie della melensa Suor Cristina Scuccia. Accanto a lei furono giustiziati la Volpe e il Gatto. Due parlamentari socialisti. Rivolgendo l’orbitale al cielo Lavinia pronunziò la celeberrima imprecazione: Elì Elì Lamà Sabactani Mengoni! Che in lingua accadica significa: Dio Mio almeno fammi cantare quel latrume di Marco Carta! Poi spirò col dito medio sollevato. Arrivata alla soglia di Pietro parcheggiò l’auto in doppia fila, si recò al ristorante, consumò una Manzotin e pretese di saldare il conto interpretando il tema natale del personale di servizio. Libro del Semenzara. Versetti 89-98. Adamo ed Eva, due marmisti aureliani, cacciati dal quartiere a scudisciate perché affittuariamente inadempienti, avevano cinque figli. I maschi Caino ed Abele. E le figlie femmine Sarah (poi moglie del faccendiere capitolino Abramo), Emma (poi moglie del timorato Renzo Tramaglino che in questa storia c’entra quanto Pilato nel Credo) e la più giovane Cora (poi…). Savoia nano adorava i due maschi. I quali non perdevano tempo ad accattivarsi il Dio inzaccherandolo con gentilezze e doni. Le droghe più pure, gli alcolici più fermentati, una playstation, un chiappo, una chitarra elettrica, un ovetto al cioccolato senza sorpresa. Era il visibilio per il regale pedemontano, che viceversa dimostrava di non apprezzare le premure delle sorelle. Manicaretti particolari, filastrocche celtiche, libri di saggistica. Tutto inutile. Per venire incontro alle ridottissime capacità mentali del Dio, i libri datigli in regalo presentavano tra le pagine unicamente disegni a pastello. Inutile. Savoia nano metteva il broncio. La mortificazione era perenne. Al colmo la sopportazione. Un giorno le ragazze si stancarono della pesante situazione. Le gonadi erano ormai scorticate da anni di ingiustizia familiare. Bisognava ribellarsi. Lo fecero. A modo loro ovviamente. Mantenendo uno stile sobrio. Decisero di invitare Caino ed Abele ad una festa presso la contrada Tagliamenta. I due fratelli avevano paura ad abbandonare temporaneamente il loro territorio. Le sorelle li rassicurarono promettendo che una volta arrivati al locale, una cantante veneta chiamata Patty Pravo si sarebbe occupata di loro rendendoli uomini. Caino ed Abele si fecero convincere. Bava al buccinale. Ma la Pravo si rese irreperibile. Al suo posto il melodico Domenico Modugno. I discoli la incassarono malissimo. Quella sera scialacquarono l’intera paghetta settimanale in bollicine e neve. Poi sentendosi in colpa salutarono definitivamente la giornata dandola vinta ai postumi della sbronza. Daniela Miele, passando per caso da quelle parti, propose di far rinvenire i fratelli coltelli somministrando loro un un rimedio omeopatico. Le fu infilato un biglietto da centomila lire nella saccoccia pregandola di voltare altrove. Come derelitti, i due ubriaconi furono condotti alla mercé del Savoia nano che, offeso dallo stato comatoso dei suoi prediletti, li cacciò in un quartiere dormitorio tacitandoli di non saper reggere l’alcol. Sarah ed Emma furono promosse luogotenenti al posto dei congiunti. Quando i turlupinati ragazzi tornarono lucidi pretesero spiegazioni. La colpevolezza dello sgarro fu riversata sulla inconsapevole Cora, la quale venne condannata a sorbirsi per l’eternità assemblee politico-partitocratiche senza pausa sino allo sfinimento. In tutta protesta, la germoglia, pensò male di affrontare il concorso pubblico per entrare nella Polizia di Stato. Arruolata grazie ad una raccomandazione in quota democristiana, cominciò presto a bersene a bizzeffe riportando la legalità all’ovile. Ad iniziare dalle sue sorelle maggiori, schiaffate al fresco senza troppe cerimonie e senza un regolare processo con la grave accusa di truffa ai danni dell’ignavo scolaro. Corsi di idioma britannico impartiti al Bengalese irregolare facendosi pagare attraverso la somministrazione gratuita di birra Peroni da 66 centilitri. Caino ed Abele invece si disintossicarono dal senso di colpa finendo a fare le comparse per il maestro Stanley Kubrick sul set del capolavoro Arancia Meccanica. Vicequestore alla buoncostume presso il commissariato Murelino, la giudiziosa milite Cora Margareth, vanta numerose custodie cautelari effettuate senza mai farsi commuovere dalla pietà del caso. Tra le tante, per importanza, spicca una mega retata ad una festa privata voluta dal ritrattista libero-repubblicense Dario Fatello per festeggiare un intervista da lui concordata con un pericoloso narcotrafficante venezuelano, organizzata clandestinamente dentro una casa di riposo per anziani, dove alcuni fotografi vennero sorpresi ad adescare macchine fotografiche minorenni ancora in odore di fabbricazione. L’intervista uscì il giorno 25 dicembre del 1978 sulle pagine del settimanale cattolico Famiglia Cristiana. Questa scabrosa chiacchierata tra Fatello e il narcotrafficante conosciuto col nome di Pedro Papaya costò la vita all’allora pontefice Albino Luciani. Per l’audace giornalista palestrino scattarono immediatamente le manette ai polsi seguite da una dura condanna a trenta secondi di carcere. Ridotti a venti nel processo d’appello grazie alla soporosa strategia difensiva degli avvocati Lionel Hutz (famiglia Simpson) e Andrea Maceroni (famiglia Griffith). Libro dei Proverbi. Versetti 56-234. Era a quel tempo una piccola casa editrice. Il suo proprietario, Stefano detto Davide, appartenente alla famiglia degli Zafarici, resisteva strenuamente ad ogni tentativo d’inglobazione ed immissione sul mercato borsistico speculativo. Da R.c.S. a Mondadori, transitando per il Gruppo Espresso, ci avevano provato in molti ad accaparrarsi la Zafari Edizioni. Invano. Ma un triste giorno, la Cairo Editore, un gigante nel campo dell’editoria, capitanata dal patron granata Urbano Cairo detto Goliat, sfidò Stefano lo Zafarita sfoderando un’offerta a molteplici zeri. Sulla Spianata Dalmata avvenne il tragico contenzioso. Stefano prese un manuale cartaceo dallo scaffale (La prassi in Gramsci con allegate le famigerate “Lettere dall’India”) e lo scagliò sul volto del Mandrogno devastandogli il setto nasale. Cairo si asciugò la bamba penzolante dal naso utilizzando come fazzoletti i suoi giornali di gossip. Indi franò a terra vendendo il Torino F.C. a dei rappresentanti facenti capo al sedicente Stato Islamico. Libro dei Rancori. Versetti 101 carica dei 300. Era in quel tempo presso San Lorenzo l’autoctone Persibeo da Aurelania. Egli accudiva presso di se due figlioli crescendoli a mestolate di gelato artigianale acquistato al Bar Marani. Servito ad ogni pasto. Ottimo. Purtroppo però, i ragazzi, nutriti di solo gelato, crebbero con delle gravissime carenze alimentari. Si chiamavano Miranda detta TeleMike e Ruggero detto Lambada. Ruggero ebbe nella sua esistenza possibilità di fuga ma in coscienza non abbandonò mai la tettoia familiare. Miranda, al contrario, pretese la sua porzione ereditaria prima del tempo, assecondando così le proprie velleità canore. Fu provinata ad X Factor negli studi Sky-tv davanti ad una giuria composta da discografici falsi e debosci. Illusa e poi rimandata a casa con tanto di biglietto per il ritorno a piedi, la giovane, in preda alla disperazione, sperperò i pochi soldi in un pub dei Navigli Meneghini bevendo sciroppo d’acero. Morgan dei Bluvertigo, osservando la ragazza rantolare, le venne in aiuto scarabocchiandole un autografo sul rachide cervicale. Tornata alla sua terra natia, la mancata vocalist, era pronta ad aspettarsi la ramanzina genitoriale. Ma, incredibilmente, il padre le venne incontro cantando, e dopo aver fatto riempire di gelato la vaschetta in polistirolo più grande, indisse una cerimonia festeggiando cosi il ritorno a casa della prodiga figliola con buona pace del rancoroso fratello. Il quale si consolò suziando una coppa di gelato bonsai. Al pistacchio. Dal Proto-Vangelo Apocrifo della Montessori Maria. Versetti 999-333. In Quell’anno scolastico, Gigliola della stirpe esodato-precaria impartiva ai suoi dodici alunni i dettami dell’umanesimo spiccio. Ripetizioni pomeridiane sottocosto con ricevuta fiscale compilata su rotolone Regina. In quell’ultima ora, davanti ai suoi discepoli, Gigliola prese le dispense, le benedisse, le divise e ne rese grazie consegnando pagelle ed insufficienze gravi. Poi aggiunse. In verità, In verità vi dico, precedendo lo scrutinio, prima che il campanello della ricreazione suoni tre volte, uno tra voi mi tradirà iscrivendosi all’istituto professionale. Pozzo tradì per trenta grammi. Libro degli Spartiti. Versetti liberi. Le genti aurelinde ostentavano una dubbia condotta contravvenendo ai precetti suggeriti dal loro creatore nano. Ed efebo. Adoravano simulacri con sembianze barbute. Si occupavano di iniziative culturali. Lonticchiavano cibo biologico. Idolatravano icone ambigue. Ed altre sconcezze ancora sulle quali conviene tacere. Savoia nano, in preda alla collera, impose al suo popolo murelino le famigerate “Tavolette della legge”. Scolpite su cioccolato fondente. Dieci comandamenti severissimi ai quali attenersi rigorosamente pena la condanna in contumacia. Eccoli. Non frequenterai altro spazio occupato all’infuori del tuo. Non nominare altri spazi occupati. Ricordati di disturbare l’assemblea di programmazione anche in ore tarde. Onora le cartine lunghe. Non uccidere le zanzare. Non commettere atti impuri su te stesso per più di quattro ore al giorno senza l’ausilio di Tinder. Ruba un po’ meno. Nega anche l’evidenza. Non desiderare altri spazi occupati. Occupati del tuo spazio.
Queste ed altre ancora sono le vicissitudini antidiluviane che l’esegeta Valeria De Paolis sviscera nel suo clamoroso libro suggerendo ai servizi segreti tebani come procedere nell’assassinio del Re Laio il Labdacense. Ed il servizio segreto procedette ad uopo…

Edipo Re. Una Storia complottista.
Sulla figura del sovrano Laio venne edificata una storia sinistra riguardante tangenti. La magistratura chiese al parlamento l’autorizzazione a procedere. Il parlamento si chiuse a riccio facendo scudo sulle vergogne dell’inquisito tebano. Ma ormai, nonostante lo strenuo tentativo difensivo, l’opinione pubblica parteggiava per i giudici. Laio terminò i suoi giorni in latitanza sulle coste tunisine. Successivamente di lui si scrisse che morì per mano del figlio. Ma come vedremo tra poco saranno tutte fandonie. Fantasie. Chiacchiere messe in giro da attori disoccupati per occuparsi di teatro. Il sistema che da immemorando garantiva alla mucca di essere munta era completamente saltato. La restaurazione necessitava di un volto pulito. Un cherubino moderatamente giovane sul quale poter cucire una storia di immacolata concezione santificatoria. Nei dintorni dei pascoli presso il monte Citerone, in provincia di Corinto, i poteri forti scovarono un bullo chiamato Edipo. Un giovinastro dalla chioma pettinata, fresco di studi liceali all’istituto privato parificato cattolico della Maria Ausiliatrice. Era stato individuato il salvatore della patria. Per far meglio divorare la foglia allo stolto cittadino, era necessario corollare il bamboccio con una triste storia. Vestirlo di lacrimevole tragedia. Un polpettone umano capace di commuovere gonzi elettori. Specialmente quelli anziani o i prossimi al decesso. E qui entra nuovamente in gioco la Ghost writer Valeria De Paolis sviscerando un pragmatismo cinico da Oscar. Primo inventarsi la figura di un drammaturgo, possibilmente defunto, preferibilmente morto da secoli, da potersi defraudare e confutare a piacimento. Secondo, imputare a questo rispettabilissimo cadavere, la scrittura di una storia mitologica sull’albero genealogico del futuro giovane presidente Edipo. Terzo, fare di questa vicenda familiare una struggente ed archetipica telenovela, da servire ai cittadini, al posto del consuetudinario notiziario televisivo delle ore serali. Magari rappresentandola a teatro che suona maggiormente radical-chic. E fu così che nacque la leggenda del parode Edipo. Capace di sconfiggere la Sfinge, menagrama, rispondendo correttamente all’indovinello da lei proferito: Qual è quell’individuo che casco blu, divisa azzurra, sembra un playmobil? Il celerino. Edipo libera la città dalla logorrea dello spaventevole animale. Come premio gli toccano solo oneri. Sposare la vedova del precedente sovrano Laio, l’alcolizzata Giocasta, e formare con lei una improbabile famiglia composta da due figli cocainomani, Eteocle e Polinice, e una coppia di sorelle fastidiose quanto una lisca di pesce infilatasi nella gola. La cognitivamente retrodatata Ismene e la ribelle Antigone. Ad un certo punto in città giunge una crisi economica tale che in confronto il crollo della borsa americana del 1929 era una clip di Scherzi a Parte. Edipo, completamente ignorante in materia economica, manda avanti suo cognato, il fidato (si fa per dire) Creonte. Creonte, dopo aver consultato i migliori fiscalisti dell’attica senza averci cavato un ragno da un buco, opta per le arti magiche traghettando la sua attenzione verso l’oracolare Mago Otelma. Il fattucchiero le canta sode. Bisogna allontanare l’uccisore del re Laio che disgraziatamente risiede tra le mura cittadine. E magari firma pure decreti legislativi. Edipo coglie la notizia di sponda. La premura lo conduce a consultare l’orbo Tiresia, un fanfarone chiromante che per decenni ha frodato la mutua assistenza fingendosi cieco. Il finto invalido sbatte in faccia al giovanilista la tremeabonda verità. L’assassino involontario di Laio è lui. Edipo. Laio era il suo padre naturale. Se ne deduce che l’avvinazzata Giocasta sia la sua sposa madre, e la sua prole una specie di figli fratelli o fratelli di sperma. Il ragazzo, in preda all’angoscia, fugge a Colono, dopo aver abbandonato Tebe in un oceano di sterco. La città sfiora oramai la bancarotta. I registri contabili del comune si trovano appoggiati sulla scrivania dell’ufficiale giudiziario amministrativo. Toccherà a Creonte commissariare la capitale intavolando accordi con l’unione europea per arrivare alla sospirata rinegoziazione del debito. Ma questa è un’altra storia. Un’altra magagna targata ancora… prof.ssa Valeria De Paolis! (“Io, Creonte, Tzipras, Saviano e la Troika” di Valeria De Paolis Zafari Editore p. 4455 euro 12.50).

Edipo. Un laboratorio nel merito
Edipo potrebbe anche non essere mai esistito. Lui è un prodotto olografico partorito dalla mente umana. Un’equazione algebrica presentatasi sotto le mentite spoglie di un’unità carbonio. Il suo linguaggio è l’eterno linguaggio del modello archetipico. Una configurazione di memoria emotiva che si presenta al genere umano scegliendo la particolare forma artistica del teatro di parola. La buona vecchia prosa prosata e prosaica. Non esiste in se come personaggio. Le sue magagne personali sono molto più che un tratto di lapis, un trattato psicologico, un aspetto oscuro appartenente ad una personalità complessa o un dito indesiderato infilatosi nello sfenoide. Edipo è sostanzialmente un aspetto del divino che, per meglio comprendere se stesso, sceglie di abbassare il suo campo vibrazionale, per vivere l’esperienza terrena su di un palcoscenico. Vuole cioè provare la reale essenza del vivere quotidiano. Cioè la rappresentazione riconosciuta nonché codificata. La scena come unica via verso la redenzione. Il teatro come vita più viva, tangibile e reale della vita stessa. Per fare questo, la sua coscienza deve barcamenarsi tra le leggi dello spazio-tempo che regolano il mondo percepibile alla limitatezza del sensare umano. Deve trasformarsi in materia, urgenza, sudore, tono, ritmo, volume e verticalità conflittuale scenica. Ma non all’interno della sciatteria quotidiana. Lo deve fare sul palco, dove per sopravvivere al temuto giudizio partorito dal pubblico pagante, la motilità fisico-verbale del teatrante, è obbligata a subire un’accelerazione consapevole. Il teatrante sarà qualcosa che non esiste, ossia il personaggio. Lo sarà cristallizzando il tempo all’interno di un unico perenne momento presente dentro gli spazi liberati del Nuovo Cinema Palazzo Occupato. E il teatro vestirà i panni dell’autarchia come stile, riconoscimento e ricomposizione dell’identità smembrata. Edipo. Poesia? Forse. Teatro? Può darsi. Prosa? Chi può saperlo? Istinto di sopravvivenza? Sicuro…

A codesto giro di giostra gli istantaneisti libero-repubblicensi lavorano in team.
Abbissu l’Artigiano, Zan detta Ab (Zurigo, Ancona, Napoli, Abbiategrasso, Bergamo), Dario detto Fatello, Marcello detto Fonte, Daniele detto Gazza e Dario il Di Michele, Imitando le gesta dei prodi Rossellini, Godard, Pasolini e Gregoretti nel capolavoro Ro.Go.Pa.G, filmano la saga Labdacense miscelando i loro stili creativi. Movimenti cruenti della macchina da presa, montaggio sincopato, doppiaggio arrangiato dal sintetizzatore elettronico ed effetti speciali dal tratteggio psichedelico. Serafini, Putti e Cherubini gongolano verso una regia cinematografica appartenente alla dimensione antimaterica. L’artificio che trionfa sull’elemento umano umiliandolo e decurtandolo della propria labile umanità. Una delle tante possibili apocalissi temporali? L’alba di una nuova era? Le spoglie del Petralcino fra le scapole?Lo sapremo tra poco ascoltando il puntuale intervento espresso dalla docente esperta in materia di religione laica Valeria De Paolis durante il meeting organizzato da Comunione e Liberazione avvenuto in una nota discoteca del Cesenate nel lontano 1988. Erano presenti Giovannino Bosco e Padre Brown. Buona visione.

Tebe. San Lorenzo. San Lorenzo. Tebe. Nomi diversi. Medesimi Archetipi…

Andromeda

In polverie o poesie on febbraio 4, 2016 at 4:17 PM

Ti ho inseguito
come si inseguono
iperboliche chimere
i miei occhi
non hanno avuto che occhi
per i tuoi occhi
quali labbra?
e a seguire
la decadenza degli interi sensi
in te
le percezioni che peregrinano
sulle tue palpebre
somigliano
alla vita
sono stato geloso
persino di te stessa
quando ti donavi
una carezza sul mento
e con noncuranza
calavi la scure
su di una coscienza
che nemmeno sospettavo
di possedere
quale sapore alberga
sulla tua pelle?
quale sulla tua parola?
sa di Alsaziano?
di infinito?
di Bretone o Carolingio?
di utopia?
di vincolo?
di stato d’animo?
chi eri veramente?
chi sei?
sospetto però cosa sarai…
sarai una danza
e ti si potrà osservare
con l’ingenuo sguardo
della meraviglia
lo sguardo più audace
lo sguardo più bello
che poi è lo stesso sguardo
con il quale ti osserva l’universo
quando fate l’amore
trascinandovi in alto…

Progetta un sito come questo con WordPress.com
Comincia ora