Il Teatro Studio Uno apre la stagione organizzando una festa a tema. Il tema è l’ambientalismo spinto. Gli artisti presenti vengono invitati a presentarsi con addosso qualcosa di verde. La cromatura della speranza. C’è chi si presenta con addosso degli spinaci. Sono di stagione. Chi con della salutare cicoria saltata in padella. Chi con dei broccoli e/o broccoletti. E chi si maschera da Giobbe Covatta. Durante questo party sobrio dove vengono serviti manicaretti vegetariani e frullati di verdura, vengo avvicinato dai direttori artistici Eleonora Turco e Alessandro Di Somma che mi sottopongono ad un interrogatorio seguito da una proposta indecente. Una Retrospettiva del mio teatro. In vita. Da estendersi per l’intero mese di Brumaio. Quello che fu fatale a Napoleone. Portando in scena 24 spettacoli. Uno all’ora. Una proposta che stimola le mie papille gustative. È chiaro sin da subito che per avere ragione di una simile titanica impresa del genere avevo bisogno di coinvolgere non semplici teatranti. Bensì soldati. Elementi umani provenienti dalla vicina legione straniera. Capaci di trascendere il personaggio. Andare oltre ogni metodologia professionale. Gente da guerriglia da rivolta armata. Attori, meglio ancora se persone, capaci di dissimulare l’emozione. Mascherare l’emotività. Farla sparire nel cilindro come abili prestigiatori. Androidi, clonazioni di clonazioni, alieni forse, insomma era necessario scritturare lo stakanovismo per antonomasia. Esseri senza sonno. Lontani dalle pause sigaretta. Distanti anni luce dalle vertenze sindacali. Eccoli. Analizziamone le brevi biografie parallele.
Mariagrazia Torbidoni “Teatri Puliti”
Milano. Lunedì 17 febbraio 1992. Via Rovello. Pieno centro cittadino. L’attore teatrale Luca Mareggini si presenta negli uffici della gloriosa Scuola del Piccolo. L’Accademia di maestranze sceniche più gettonata. Insieme alla nazionale Silvio D’Amico. Un vanto per il “sistema paese”. Mareggini è quello che in gergo tecnico si oserebbe definire un cane. Un abbaino. Una mezza-tacca. Zero energia, zero forza vitale. Uno che vuole fare il mestiere d’attore per poterlo raccontare agli amici al bar. È un fanciullo sensibile il Mareggini, uno che vive in mezzo alle nuvole. Anzi alle nubi. Perennemente indeciso sulla sua condotta sessuale. Ama i fiori. Solo i girasoli però. A tutti gli altri è allergico. Fottutamente allergico. Si ciba solo di riso e pollo. È astemio. E soprattutto è raccomandatissimo. Suo padre, Porfirio Mareggini è il presidente del Pio Albergo Trimalcione. Storica casa di riposo per attori in pensione. Fondata nell’ottocento a Milano per volontà della Compagna Reale Sarda. Quando Patron Mareggini spalanca la bocca, tutto ciò che dice è legge. Il verbo. Il magnate vanta anche un notevole serbatoio di voti. In quota Socialista. Ora, grazie agli appoggi giusti, è pronto a fare le scarpe al sindaco Pillitteri. Mareggini senior vanta un passato come attore filodrammatico. Un amatoriale. Un teatrante da parrocchia. Aver fallito in campo artistico gli rode. E ora pretende di rifarsi nei confronti del destino avverso piazzando il suo primogenito nella Mecca della Scena Italica. Ma purtroppo suo figlio sta al Teatro come Pilato al Credo. Gli insegnanti dopo averlo valutato accuratamente per cinque minuti, gli consigliano vivamente di darsi all’ippica. Dovranno presto ricredersi. Mareggini è privo del sacro fuoco d’attore. Ma possiede i calci in culo. Entra negli uffici. Spavaldo. Valigetta in mano. Chiede di poter parlare col titolare. Così lo chiama, il titolare. Come se una scuola di recitazione fosse una ditta che vende aspira-polveri. Il titolare non è un pivello qualunque. Ma Giorgio Strehler. Regista Triestino. Praticamente l’ideatore dei Teatri Stabili Italiani. Mareggini junior è spavaldo, alza la voce. Sbatte in faccia al direttore artistico le proprie generalità, dopodiché apre la valigetta, e appoggia sulla scrivania una quantità spropositata di banconote. Una mazzetta. Una dazione ambientale. Quando cominciano i corsi? Il Leone di Trieste è costretto a chinare il capo. Accettare il ricatto. Il vile tentativo di corruzione. Divenendo a sua volta concussore. Si fa presto a delinquere. E i soggetti devono essere due. La coppia perfetta. Le mazzette si moltiplicano somigliando sempre più ad uno stalkeraggio. Inoltre Mareggini, con la sua cagnaggine, cominci a dare sui nervi. Le mani prudono. Gli insegnanti si lamentano. I compagni di scuola non ne possono più. La misura è colma. Streheler è costretto ad arrendersi. A vuotare il sacco. A rivolgersi alle forze dell’ordine. Ripetuto reiterato tentativo di corruzione con aggravante recidiva. Quel giorno è in servizio presso la procura di Milano un giovane sostituto procuratore pugliese. Il suo nome è Mariagrazia Torbidoni. Mariagrazia Torbidoni nasce a Foggia il 2 gennaio del 1950. Sotto il segno zodiacale del Capricorno. Un profilo ambizioso. Carrierista. Finiti gli studi superiori si trasferisce nel capoluogo Lombardo per studiare giurisprudenza. Presa la laurea comincia subito a fare praticantato. Venendo Assunta alla cancelleria distrettuale come spugnetta per francobolli. Mostra particolare talento investigativo bruciando tappe e scavalcando gerarchie. Quel giorno firma le banconote della mazzetta. Cosparge lo stabile teatrale di cimici. Evita di chiudere anzitempo il fascicolo sulla “Paolo Grassi”. Lo scandalo è spalancato. I giornali il mattino dopo usciranno con titoli a nove colonne “Mariuoli a Teatro”. Nel giro di due mesi L’intero sistema teatrale italiano è messo in ginocchio. La Torbidoni, ormai popolare in vestigia da pubblico ministero, passa alla berlina la quintessenza del teatro italiano. Dalla bava di Ronconi, alle amnesie di Castri, transitando per le proverbiali pause di Gregoretti finendo con le titubanze di Albertazzi. La scena italiana si rivela un coacervo di corruttela e malaffare. Nasce “Teatropoli”. O L’indagine “Teatri Puliti”. Una gigantesca e colossale operazione giudiziaria che sfocerà sostanzialmente in una imbarazzante restaurazione. Il fallimento convincerà la Torbidoni a togliersi la toga, in diretta televisiva, e ad intraprendere la carriera d’attrice, forse aggredita da una assillante nemesi latina. Ora Mariagrazia Torbidoni calca i palcoscenici della Penisola Italica. Ma dentro di sé alberga l’ingombrante passato giustizialista. Rincarato da una accusa tremenda. Aver risparmiato dalla custodia cautelare preventiva il soporifero teatro d’avanguardia.
Isabella Carle il mio regno per sette assedi
Cuneo. Capoluogo della Provincia Granda. La terza in Italia per estensione. Si ignorano le prime due. Cuneo. Cittadina laboriosa. Pochi abitanti. Quelli giusti. Sorge ad un’altitudine incline alla saturazione d’ossigeno. Tra i torrenti Gesso e Stura. Percorsa da Portici. Portici medievali e barocchi. A Cuneo la pioggia la eviti. Se vuoi. Si beve bene a Cuneo. Si mangia di gusto. Avete mai provato il fritto misto alla piemontese? Una particolare sbobba condita dall’appetito. C’è dentro d’ogni sorta. Ci friggono pure il calcestruzzo. Cuneo. Diede i natali alla scrittrice Lalla Romano. Accolse Totò militare. Cuneo. Nel 1971 ospitò un raduno Alpino. Gli Alpini, provenienti da ogni porzione d’italia, si portarono i cibi cotti da casa. Dormirono all’addiaccio. Gli Alberghi e le Locande scivolarono in rosso col bilancio. Cuneo città partigiana. Edificata da transfughi caragliesi che desideravano opporsi alle prepotenze del Marchesato di Saluzzo. Era il 23 giugno 1198 d.c. Vigilia di San Giovanni il Battista. La città era sorta in un punto strategico. Riparata da Bastioni, Fortificazioni, Ponti Levatoio e Trincee. Quello che mancava era un punto di riferimento di ordine strategico e militare. Eccolo. Il 29 settembre del 1202 d.c nasce a Cuneo Isabella Carle. Subito battezzata dal priore del posto presso il Santuario degli Angeli. Con Acqua di fonte montana. Il Beato Angelico, poco prima della mummificazione, le predisse un avvenire brillante in campo cavalleresco e scenico. A cominciare dal cavalleresco. A dieci anni la ragazza afferma di udire le voci. Chiaro sintomo di identificazione col personaggio. A quindici anni queste voci si fanno sempre più nitide. Sono le tonalità vocali di Antigone, Giocasta, Adela, Morse. Entità distanti nello spazio e nel tempo. Che i timorati cittadini cuneesi scambiano per manifestazioni del “divino”. Ove di vino sta proprio per l’ebrezza del distillato d’uva. La chiaroveggenza della Carle continua senza pause. Durante il mese mariano la futura attrice prevede il pericolo. La città di Cuneo dovrà difendersi da sette lunghi assedi. Una premonizione terribile. In città nessuno le crede. Hanno tutti di meglio da fare, che dare retta alle ciarle di una pittoresca commediante. Ma la ragazza non sbagliava. Si comincia con il primo assedio targato Federico il Barbarossa. Siamo nel 1215 d.C. Il tiranno è adirato. Proviene dalle Rive del Reno. Dove la gente è perennemente adirata. Carle, grazie alle sue capacità mimetiche, riesce ad allontanare la prima minaccia. L’anno successivo è la volta di Guglielo di Monferrato detto il Babàn. Vuole posare le sue mani su Cuneo. Carle manifesta ancora una volta la sua mimesi mettendo in fuga il nemico. Ma un altro odiato rivale bussa prepotentemente alle porte. Sigismondo della Mugnaia. Tiranno Estense. Le buscherà. I cittadini di Cuneo ora sono convinti della chiaroveggenza che abita l’ipofisi della loro concittadina. Il quarto assedio è opera del pugnace Oberto de Ozeno. Servo della dominazione Austroungarica presso Padova. Ozeno vuole sottomettere L’Intera Provincia Granda. Ma non ha fatto i conti con la sagacia interpretativa di Isabella Carle. Che indossati i panni della Cavallerizza Reale, bastona a dovere i galoppini Ozeni. Saranno poi le casate dei Visconti e degli Airoldi a tentare di mettere il veto su Cuneo. Non ci riusciranno. Il sesto tentativo d’occupazione avverrà per mano degli Angiò. Cacciati a tridentate in bocca. Ma il vero capolavoro della carriera militar/recitativa, Isabella Carle, lo scrive il 16 giugno del 1834, quando, fingendosi la reincarnazione di Giovanna D’Arco, mette a tacere le truppe di Napoleone Terzo, consegnando di fatto il Capoluogo della Granda nella mani funeste dei Principi di Savoia. Che da li a poco oseranno ricompensarla con un contratto di scrittura nella gloriosa Compagnia Reale Sarda. Compagnie teatrale di Corte. Qui, la diversamente patriota, liberata da incombenze accademiche, sarà libera di dedicarsi alla sua passione prediletta, dividendo la scena con elementi del calibro di Giacinta Pezzana e Gustavo Modena. Una dichiarazione D’Indipendenza.
Flavia Germana De Lipsis Pit-Stop
Il moderno è nocivo. Il contemporaneo è superfluo. Vale nel teatro. Vale anche e soprattutto nello sport. Nei circuiti automobilistici moderni ad esempio. Ciò che è moderno si rivolge alla perfezione. Anche il contemporaneo si rivolge alla perfezione. La perfezione è priva di difetti. E per questo è terribilmente noiosa. I circuiti automobilistici moderni sono un inno alla perfezione. Tutto è calcolato. Al millesimo di secondo. Il tempo è scandito alla perfezione. I motori della monoposto non rombano più. Potrebbero offendere l’udito delicato del tifoso di oggi. Turlupinato dal linguaggio politicamente corretto. Le macchine hanno dispositivi di sicurezza ovunque. Anche dentro gli specchietti retrovisori. Il sistema di guida è stato totalmente informatizzato. A scanso di ogni pericolo. Non può, ne deve, succedere nulla, se non ciò che è già stato programmato a tavolino. L’imprevisto è una perdita di tempo colossale. Tempo ed argomentazioni. L’emozione va debellata sul nascere. Piloti d’allevamento avrebbe sentenziato il felino inglese Nigel Mansell. Mansell, Senna, Piquè, Prost, Alboreto, Ratzenberger, Patrese. Protagonisti di una stagione romantica della Formula Uno. Irrimediabilmente perduta. Scuderie gloriose. Motori pronti a ruggire. Marmitte anti-catalitiche. L’Asfalto che brucia. Il semaforo rosso. Sventola la bandiera a scacchi. Autodromi gremiti. Prezzi popolari. La gioia ineguagliabile di stare assieme. Condividere un evento. Quando la corsa su pneumatico non era l’attuale alienazione putrescente, c’era un pilota che per sfacciataggine e sprezzo del pericolo faceva impazzire i tifosi. Il suo nome è Flavia Germana De Lipsis. Attualmente impegnata sulla scena con mansioni di attrice. Ma per circa un triennio, la principale mansione di questa interprete, è stata quella di far palpitare le schikane planetarie. Nata a Roma in data da destinarsi, Flavia G. De Lipsis si fa le ossa camminando ossessivamente, compulsivamente sul Raccordo Anulare senza una particolare meta. Senza un preciso obiettivo. Cammina la ragazza. Senza tregua. I suoi amici la chiamano Achille piè veloce. A passo deciso supera in velocità convogli, mezzi pubblici (a Roma ci vuole poco) e motorini. Micciù Cacu, meccanico della Lentus, una scuderia automobilistica di Montefiascone, la nota, e senza lasciarla fiatare la mette sotto contratto. Un contratto standard. Che prevede ben due pasti caldi al giorno. E un giaciglio dove dormire. Diaria pagata. Spese a carico dei familiari. Cacu pensa di avere ingaggiato la gallina dalle uova d’oro. Se questo essere batte in volata le automobili, chissà cosa potrà mai fare con una monoposto sotto il sedere. Cacu passa per essere il Cecchetto dell’automobilismo professionistico. Un provetto talent scout. Su De Lipsis ha visto giusto. Ma non subito. La fase più emozionante di un Gran Premio è la partenza. De Lipsis è fresca di patente. Conseguita da privatista. In fretta e furia. Tanto per accelerare le pratiche. E aggirare la pachidermica burocrazia. Non ha ancora dimestichezza col cambio verticale. Tipico dei bolidi su pista. Ad Interlagos, vinta forse dall’emozione, pasticcia con i pedali ingolfando il motore. I meccanici di scuderia osservano impotenti la scena. Il primo anno di De Lipsis in formula uno è un disastro apocalittico. La sua monoposto si ingolfa puntualmente ad ogni appuntamento domenicale. Il secondo anno, pur tra mille dubbi e perplessità, la casa automobilistica decide di rinnovarle la fiducia. Saggia decisione. Saggia e lungimirante. La ragazza non deluderà le aspettative. Al debutto stagionale sul circuito di Interlagos, De Lipsis si presenta in forma smagliante. Capelli legati per perfezionare la visuale dal casco. Una muscolatura levigata. Una capacità di dominare gli istinti podistici praticamente impeccabile. Siamo nel 1988. Giocava ancora Van Basten. Flavia G.De Lipsis stabilisce il record di Pole in un anno. Prima alla partenza sempre. Assicurando così alla sua scuderia l’ambito Mondiale Costruttori. Ma il capolavoro lo firma all’ultimo giro, all’ultima corsa, stravolgendo ogni previsione. La cornice è l’impervio tracciato di Montecarlo. Fa caldo. Molto caldo. I raggi solari fondono i copertoni. Per i piloti è difficile soffermarsi al pit-stop per fare rifornimento di carburante. Dopo due ore di ritmo serrato De Lipsis si trova sola al comando. Affiancata da un tignoso Ayrton Senna. Indimenticabile asso brasiliano. Che guida una Williams. L’asse rotatorio delle monoposto è praticamente sullo stesso livello. Sulle gradinate il pubblico è in visibilio. Siamo alla volata finale. Chi taglia il traguardo è campione iridato. Ad un certo punto il funambolo brasiliano tenta la fuga pigiando sull’accelleratore. Cambio di marcia. Dalla quinta alla settima. Come un Cavaliere dello Zodiaco pronto a sublimare il settimo senso. Il pubblico trattiene il boccone. In questi frangenti è consigliabile agire. Poi riflettere sull’accaduto. Senna è un veterano della corsa. De Lipsis una parvenue con esperienza flebile. Eppure ora non c’è differenza. Flavia replica portando il piede sul pedale del folle, il polso si piazza sull’ottava marcia, l’ultima disponibile nel novero della gloria, il folle trattiene l’aria nel fusibile per poi dare adito alla ripartenza. La ragazza è al limite della fusione del motore. Calcola male il tramite di raccordo. Dal radiatore fuoriescono segnali di fumo. E non è il calumet della pace. Ma un gesto di resa. Come se non bastasse un a manica della tuta ipotermica rimane impigliata nel freno superiore. È finita Ayrton Senna vola verso il titolo finale. Campione del mondo per la seconda volta. Il Brasile balla, festeggia. Limona duro. L’Italia piange, mangia spaghetti, suona mandolini. È finita. È una lacrima trattenuta nel bulbo oculare. Posata sul petto. Una emozione negativa ricacciata nella fogna. Poi l’imprevedibile. De Lipsis esce dalla monoposto. Come un Cow-Boy che smonta da Cavallo per venire alle mani. Senna ride beffardo. Un riso che di li a poco gli resterà di traverso. De Lipsis si straccia la tuta rimanendo in casco e canotta della salute. Con un gesto repentino si carica il bolide sulle spalle. Così. A cavacecio e comincia a correre. Corre tanto che ne ha. Quando non ne ha più, corre ancora. Senna, scorrettamente, turba, gettandole gas di scarico in faccia. La sfrontata trattiene il respiro e sputa restituendo al Paulista la cortesia. Lo scracio raggiunge l’iride offuscadone la vista. Senna è costretto a titillare leggermente il freno per evitare di andare a sbattere. Una esitazione fatale. A piedi De Lipsis sfodera l’ultimo dei colpi di reni possibili. La bandiera a scacchi troneggia sui cumuli. Comincia a calare una lieve pioggerellina. Sono gli Dei che piangono. Il loro volere è stato sbugiardato ancora una volta. La De Lipsis al suo secondo anno in formula uno si candida campionessa iridata, tagliando traguardo a piedi, con l’automobile sulle spalle. Un impresa mai più accaduta che ancora desso la protagonista sta esponendo in teatro. Nelle vesti di attrice.
Krzysztof Bulzacki Bogucki Open Wimbledon
“Wimbledon sono io” soleva dire con spavalderia Jimmy Connors. Jimmy la peste. No, sono io rispondeva a brutto muso il suo amico di bisboccia Nastase. Connors e Nastase quando giocavano in doppio sembravano una coppia di fidanzati. Erano convinti di essere i migliori. I migliori di sempre. Avevano un tavolo riservato allo Studio 54. Facevano vita mondana. Erano dei nababbi. Dei sultani seduti su dei troni di danaro. Non erano gli unici. Il tennis è uno sport da ricchi. Il tennis maschile è uno sport farcito di maschi alfa. Ogni rovescio è una spruzzata di testosterone. Ogni servizio somiglia ad una colata di sperma sul materasso. E quella fottuta racchetta, simile ad un fallo malato di orchite, con la cordatura che ricorda le fastidiose “creste di gallo”. Sembra proprio il simbolo del trionfo del patriarcato sulla matrilineartità. Un patriarcato liberista, fascistizzato, che sacrifica le emozioni reali sulla altare del programma biologico. Il tennis è un programma biologico. Un escamotage per la continuazione della specie. Per la procreazione della razza umana nell’universo. Il tennis è l’archetipo del mascolino. L’archetipo dell’apericena. Il tennis è il tramite. L’inizio e la fine di tutto. Parafrasando la divina Sarah Bernardh, il tennis è come il sesso, una invadente prova di forza molto bagnata che si cancella con un colpo di spugna. Ogni grande tennista è convinto di essere Dio. Di rappresentare il meglio di ciò che il tennis ha da offrire . L’apice del godimento. Il culmine del delirio d’onnipotenza. L’apoteosi della grazia. Sampras è il tennis. Ivanisevic è il tennis. Agassi è il tennis. Boris Becker è il tennis. Poi c’è chi li tennis lo lambisce per sbaglio. Provenendo magari dal mondo della recitazione teatrale. Un universo spartano, dove i soldi si vedono col lanternino. E si pratica la sottile arte del mendicante. L’artigianato del fagocitare la fame facendola. Krzystof Bulzacki Boguki nel tennis ci è capitato per caso. Per una sola stagione. Risultata fatale. A suo modo storica. K.B.B nasce a Katowice, in provincia di Morlupo, il 1 giugno del 1988. Una cuspide. Le cuspidi sono rare. E si vantano di riuscire a tenere il piede contemporaneamente in due scarpe. Sono capaci di dissociare l’attenzione le cuspidi. Di sublimarla in un disturbo di personalità multipla. Se poi sono cuspidi teatrali il gioco è fatto. L’andamento è scolpito. K.B.B nasce col mito del teatro. Cresce con l’infatuazione per Jerzy Grotowski. Il maestro per antonomasia. Il portatore di verità. Che fece del teatro una setta. Tramutandosi in una specie di Osho dell’est. La prima ed unica raccomandazione del maestro ai suoi adepti fu “siate malleabili, e andate di corpo”. Essere malleabili di corpo e di pensiero significa capacità d’adattamento. Per entrare nel giro Grotowkiano è necessario superare una selezione durissima. Come in Dragon Ball. Gli allievi attori vengono dirottati in diverse discipline sportive, iscritti a tornei di massimo livello, e se riescono nell’impresa di portare a casa la coccarda, sono automaticamente accettati nel “teatro che conta”. Durante la stagione scenica del 1980 la compagine di Grotowski(composta da oltre 3000 attori manco fossero i figli di Priamo) sta preparando negli scantinati romani lo spettacolo “Indisposizione”, un capolavoro avanguardista che prevede circa 1000 minuti di silenzio assoluto. Un silenzio di tomba. Il ragazzo vuole esserci. Ma per esserci deve prima farsi valere in una materia ostica. Il tennis. Il vate della cortina di ferro lo iscrive a Wimbledon e ordina perentorio “ addomesticami l’occidente”. Wimbledon è il regno della racchetta. Lussuoso torneo regolarizzato nel 1866 per venire incontro alle paturnie umorali di sua maestà Elisabetta nona di Scozia. Da sempre Wimbledon è simbolo di predominio inglese. La Union Jack la fa da padrone. Praticamente senza contraddittorio. Ma questa volta il meccanismo perfetto sembra essersi inceppato. I tennisti inglesi sono stati completamente annientati. Resi innocui dalle prodezze di due vigorosi individui. Il loro nomi sono Bjon Borg e Jonh Mc Enroe. Entrambi magri ed irrequieti. Ma con stili di gioco agli antipodi. Borg lo scandinavo, è un enigma. Una statua di marmo che non lascia trapelare emozioni. L’americano Jonh Mc Enroe è praticamente l’opposto. Un tipo manesco e irritabile. Capace di infiammarsi per un capello fuori posto. O uno starnuto sugli spalti. K.B.B ha già scritto il proprio personale miracolo arrendendosi davanti ai servizi del newyorkese pazzo con un punteggio che non ammette appello. Sei game a zero. Siamo nel 1980. Il tennis è ormai entrato di diritto nel professionismo spinto. Più che uno sport è una macchina da soldi. Girano contratti milionari, sponsor, belle donne e vita gaia. Ma a K.B.B interessa solo l’ingesso alla corte del Teatro Laboratorio. Il sogno sfuma in semifinale. Si rientra alla casa base con le pive nel sacco. E invece no. Clamorosamente il verdetto viene rimesso in discussione dai giudici di gara. Durante la semifinale era presente sugli spalti papa Woytyla. Appassionato di tennis. E sensibile ai comportamenti scorretti. Sembra che durante la semifinale Mc Enroe abbia fatto lo smargiasso emettendo dieci bestemmie su nove parole. Il pontefice storce la papalina facendo notare la cosa ai commissari in esterna. Viene esaminato il filmato. Il sonoro. Dalla porzione di campo occupata dal tennista statunitense si sente ogni sorta di impropero. La decisione è presa. Eliminazione con allegato di ammonizione e minaccia di squalifica a vita. Il manigoldo Jonh è furente, rovescia crocefissi bestemmia Dio è il suo gegge di pecore, corre ad iscriversi al culto di Satana. Ma non si torna indietro. K.B.B ora è ad un passo dall’accarezzare il suo sogno. Ora tra lui è il teatro fisico si oppone solo più un ostacolo. Invalicabile però. Bjon Borg. 1 giugno 1980. Ore 15. Diretta televisiva planetaria. L’evento più atteso dalla medioalta borghesia. Fa caldo. Un caldo micidiale. Ostico. Il sole sembra essersi preso il disturbo di scendere sulla terra. Pagare il biglietto e fare il suo trionfale ingresso dentro lo sferisterio londinese. Sullo scranno elevato dell’arena siedono sua maestà Elisabetta Seconda Di Windsor e suo marito Richard detto il porco. Un inguaribile sottaniere. Si intravede anche la presenza del principe ereditario Carlo detto il puledro e della sua bellissima fidanzata. La principessa Diana Spencer. Il longevo rito britannico prevede una cerimona a tre spari. Uno per ognuna della croci iconografiche che sono disegnate sul gonfalone del Regno Unito. Poi gli inchini. Dopodiché sono aperte le danze. K.B.B è teso come una corda di violino. Durante la notte si è affidato al metodo della memoria emotiva per riuscire a vestire i panni del tennista perfetto. L’attore Grotowskiano ha tradito il metodo delle azioni fisiche per sposare la metodologia del sotto-testo psicologico. Roba da gridare all’indulto. I contendenti si stringono la mano. Si odono gli inni nazionali. Poi il capo chinato a riconoscere la supremazia della corona. Ora si può fare sul serio. È il novello attore a servire. Il polso gli trema come al primo giorno di scuola. Si chiama paura del giudizio. Timore di fare un buco nell’acqua. Irrazionale e reverenziale cecità indotta nei confronti dell’ignoto. Il servizio si spegne sulla rete. Borg solitamente non sorride. Ora sorride. A 36 denti. Una smorfia che oscilla dal molare all’incisivo. Il match prende una sottile piega verso Stoccolma. I Salmoni nuotano alla rovescia. L’Esperto Bjorn si accaparra i primi due game lasciando all’avversario le briciole. La tattica recitazionale immedesimativa di K.B.B si sta rivelando del tutto inefficace. Ma K.B.B è attore di risorse inaspettate, capace di risorgere dalle proprie ceneri etiliche e vivere L’Hic Et Nunc. Il Presente. L’Unico tempo che conta. Il passato è sogno il futuro forse un incubo. A Teatro Conta stare in situazione. Quella Presente. Il Qui è Ora. Adesso. Adesso o mai Più. K.B.B è vorace consumatore di riviste patinate. Sa della Love Story tra Borg e la cantante calabrese Loredana Bertè. Una pazza scatenata. Capace di dare scandalo per la sua tenuta promiscua. Al terzo game K.B.B mostra al campione scandinavo la gestualità partenopea delle corna. Borg ci crede, annaspa, si scoraggia, patisce i patimenti dell’amore oscuro. La finale di Wimbledon ora somigli ad un Sonetto del Lorca. Borg non è più in grado di tenere la rachetta in mano. La sua mente sensibile è assalita dallo sconcerto. Chiede da bere, Barcolla. Poi decide di ritirarsi dalla competizione. Lo fa pingendo in evidente stato confusionale. Ora La storia del Tennis è stati riscritta.