ogni domenica
al termine della grande messa
officiata in pompa magna dal grande prete
nella grande chiesa
in adorazione del grande Dio
c’erano questi
grandi pranzi
che si svolgevano
dentro certe grandi case
che poi erano grandi cascine
e ci stavano grandi fienili
con dentro grandi balle di fieno
e ci stavano grandi pollai
abitati da grandi polli ruspanti
grandi galline dalle grandi cosce
pronte ad essere rosolate dentro grandi forni
e c’erano certi grandi galli
con certi grossi peni
che si sbattevano
queste grandi galline
che poi covavano grandi uova
che una volta schiuse
ci uscivano grandi pulcini
e ci stavano grandi gatti
coi baffi curati
e ci stavano grandi cavalli
dalla folta criniera punk
e ci stavano grandi cani
con la messa in piega
e ci stavano grandi conigli
con grandi tatuaggi
tatuati sulle grandi orecchie
che rosicchiavano grandi carote
coi loro grandi denti
certuni portavano l’apparecchio
e c’erano grassi porcelli rosa carico
che ti affascinavano coi loro grandi occhi blu cobalto
e ci stavano grandi mucche di tutti i colori
montate da Tori enormi
col piercing al naso
che pascolavano su questi grandi prati
Tori molto coatti, Tori tamarri
che dicevano un sacco di parolacce
e ci stavano grandi trattori
che facevano un gran rumore
e c’era un grande mulino
per macinare la meliga
macinava certe grandi pannocchie
e c’erano grandi api
che impollinavano grandi fiori
e grandi passeri
che si posavano su grandi alberi secolari
e c’erano grandi lumache
che si portavano appresso grandi chiocciole
con dentro ogni comfort
e grandi lucertoloni
che bivaccavano su grandi mattoni
e grandi topi
con grandi malattie veneree
e grandi piccioni monogami
che tubavano come perfetti innamorati
e c’erano grandi lepri molto lente
e grandi volpi molto fessacchiotte
e grandi coccinelle molto milaniste
e grandi ragni molto logorroici
e grandi lucciole sempre accese
e grandi pipistrelli parecchio depressi
e c’erano questi grandi pranzi
serviti su questi lunghi tavoli
coperti da grandi tovaglie a quadrettoni bianco-rossi
e si mangiava
su grandi piatti con posate pesanti come alabarde
e c’erano tovaglioli che parevano lenzuola
e bicchieri grandi come bidè
e le portate erano immense, infinite
e questi grandi pranzi
sfociavano in grandi cene
e si continuava a mangiare
e bere grandi bottiglie di vino molto invecchiato
sino a quando il grande sole
lasciava posto in cielo alla grande luna
e piombava il grande buio
e ci stavano
grandi vecchi
vestiti con grandi abiti scuri
e grandi vecchie
con lunghi capelli grigi
raccolti insieme da grandi forcine
anche loro avvolte
da grandi grembiuli scuri
velo nero in testa
e tutti parlavano
un dialetto strettissimo
e sembrava sempre
che fossero raccolti in preghiera
e guidavano grandi auto fabbricate
nell’ante-guerra
e poi ci stavano un fottio
di bambini di merda
grandi piccoli medi di tutte le taglie
un casino di figli
nati vecchi
erano dappertutto
spuntavano ovunque
dagli armadi, dalla tazza del cesso, dai cespugli
dal letame, dalla stalla, dalla porcilaia, dall’uovo di Pasqua
dal cofano delle auto, dal bagagliaio, dalle cantine, dai solai
era impossibile isolarsi
trovare pochi attimi di silenzio
bambini a rotta di collo
ogni domenica
ne spuntavano di nuovi
come brufoli sulla faccia di un adolescente
figli figli figli
figli a destra figli a sinistra
figli appesi al soffitto
figli appesi ai coglioni
sotto il pavimento
figli attaccati al lampadario
figli tenuti al guinzaglio
figli dentro il muro appiccicati al muro
figli tenuti al sicuro dentro il gabbiotto
figli con la museruola
figli ammanettati
figli sedati figli impacchettati
figli tenuti a bada con lo scudiscio
figli figli figli
figli a strafottere
fino a quando
un giorno
questi figli sono cresciuti
sono diventati adulti
si sono sposati
hanno messo su famiglia
hanno messo su casa
hanno fatto altri figli
e tenendo fede
alle tradizioni di famiglia
hanno organizzato
altri pranzi
i pranzi di adesso però
durano meno
molto meno
il tempo si consuma
in un amen
ci si parla poco, nulla
si apre bocca per non riuscire a capirsi
e si mangia
solo carne
in scatola
e piselli
surgelati
e l’amore
non è più
qualcosa
di lieve
tipo
la
neve