Giovan Bartolo Botta

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Poetry Slam Erisimo&Ginseng

In canzoni, Poetry urban story, polverie o poesie on ottobre 28, 2018 at 3:05 PM

Poetry Slam
(Erisimo&Ginseng)
Non più di tre minuti
Non meno di tre
Zero Oggetti di scena
Scenografia consigliata
Animali Domestici se vuoi
Con o Senza Museruola
Un pezzo a Testa
Più pezzi a capoccia
Si Musica No Musica
Musica Forse
Bottiglia di Vino Rosso Fermo
Bottiglia di Vino Bianco Frizzante
Bottiglia di Vino Rosè Salatini a Volte
Premio in danaro
Rituale Religioso
Rituale Laico
Poesia Intimista
Poesia Estroversa
Poesia Dinamica
Poesia Statica Supposte d’oppio
Flessioni addominali
Ceti Diversi Censi Diversificati
Torre di Babele Chinati Confucio!
Crea Confusione!
Razze Arcobaleno Disperate in amore
Come Siderali Galassie ghiotte di Torrone
Io Tu Lui Egli Voi Noi Tutti
Essi Declamano
“Gas o Novocaina
scelga pure dal nostro
assortimento… ”
Ricettari Farmaci Bugiardini
Malanni di Stagione
sessualmente trasmissibili
Guenica! Cazzo C’entra?
Guernica! Cazzo C’entra?
Guernica! Cazzo C’entra?
Bolero! Ah Ecco!
Ottobre Gennaio Agosto
Caldo Freddo Temperato
Sudare bruciare scottarsi perire battere i Denti
Battere il Ferro finché è calvo
o finché gli piace farsi sculacciare
Finale nazionale regionale
provinciale comunale cittadina spargimento di saliva
camicia da notte rossa nitroglicerina ananas papaya
Strage d’innocenti
Ghigliottinate il Clown!
Risparmiate lo Zar!
Gesù o Barabba? Dolcetto o Scherzetto?
Pizza o Sushi? Pulizia dei Denti?
Tre Minuti Tre Volte al Giorno
Come il Senso di Colpa
ma senza mutandine di Chiffon
Il Pugnale di Romeo
squarcia il cuore di Giulietta, Giuditta prende appunti
l’amore se fa bene può aspettare
l’amore se fa male sei felice
il Poeta Prega Ortica Betulla Passiflora Calendula
Ed Escolzia
Eliminazione dei liquidi
in eccesso
Il Fumo Uccide
Accenditi una Sigaretta
Spegnila Smettila Smettila Subito
Fuma Fuma Scrivi Scrivi muori Cazzo muori
crepa nella nebbia testa bassa testa alta fari spenti
Scarabocchia teschio in gesso caffè nero bollente
Liqurizia Conferenza di Yalta Paperino Topolino
Sbirulino Truffaldino e San Tommaso
Cinquanta ceffoni d’amore sulle idi di Marzo
la neve cade al contrario Cede la Nave
al desiderio lascivo del Pirata
Capitano Nemo si masturba
spada in mano urlo in gola
chiavistello grimaldello tortura galateo orazioni
silenzio dissenso assenso mantidi religiose pena capitale
Percorsi Inetti Percossi Porcili Postriboli Blu
Poetry Slam
pallottole e polmoni
respiro la notte
mi sento soffocare la mattina
lo sapevi
sospettavi
torna da me
tienimi
lontano
distante
lontano
lontano
dalla
portata
dei
bambini

A.S.M.A di Poesia. Prima Guerra D’Indipendenza

In Poetry urban story on ottobre 15, 2018 at 2:06 PM

Daniele Capaccio è il primo ad arrivare. Guida un esercito composto da 75.000 fanti senza cavalli. I soldati si spostano sul dorso di centinaia di cavalli a dondolo. Sottratti ai bambini del quartiere tramite minaccia di leva. I piccoli infanti disarcionati dai pony sono stati messi a muro e fucilati in qualità di disertori. Accusa gravissima. L’Esercito Capaccesco è un esercito di stampo sabaudo. La diserzione viene punita con la pena capitale. Capaccio vestito da Generale Cadorna schiera le sue trauppe sulla Via di Fivizzano. Mancano i viveri. Le gavette piangono miseria. Le legioni vengono sfamate con manciate di polveri sottili intinte nell’omogeneizzato. Si sente un trambusto provenire dalla contrada del Pigneto. Sono le truppe del soldato di ventura Daniele Casolino a maramaldeggiare. L’Esercito del Casolino è composto da professionisti del mestiere. Ufficiali di grado elevato che impartiscono ordini in idioma prussiano. Ogni corazziere è munito del proprio archibugio. Casolino non bada a spese. In termini militari gioca un campionato a parte. I suoi soldati marciano a ritmo sincopato trascinandosi i cannoni sulla schiena. Il vate del Club55 parcheggia i propri uomini in divieto di sosta. Ora si ride. Il cielo comincia a farsi sempre meno blu. L’aria si cosparge di zolfo nichilista. Sta arrivando Lucrezia Lattanzio. La ribelle. L’Iconoclasta. La bombarola. In quanto anti-militarsita militante, la zarina viaggia sola sul campo di battaglia. Senza uomini armati. Niente esercito al seguito. Le forze armate sono un concetto di destra. Un surrogato del conservatorismo borghese. Lucrezia decide di poterne fare a meno. Lei è l’ordigno di se stessa. Tira fuori una clessidra dal taschino dell’uniforme appartenuta allo Zar Nicola Secondo di Russia, e comincia a tarare il conto alla rovescia. Vuol fare esplodere A.S.M.A in una deflagrazione poetica di stampo Brigatista. Una condotta tipica del Kamikaze nipponico. Lucrezia grida, urla, sbraita, si dimena, solfeggia canzonacce care ai suoi padri. Ma all’ultimo giro d’orologio la bomba alla nitroglicerina si inceppa. Poco male. Sul tavolo si è materializzata una bottiglia di vino. Bianco. E UN piatto di succulenti calamari grigliati.Affiancati da una cicorietta ripassata. La Rivoluzione non è un parnzo di Gala. Ma una Cena si però. Matteo Mingoli cerca disperatamente un accordo. Con tutti. Con L’Unione Europea. Col Fondo Monetario Internazionale. Con la Brexit. Cerca di frenare la collera delle Burocrazie Bancarie. Di arginare lo strapotere dei mercati finaziari. Insomma, ha sbagliato riunione. intanto Zaziè nel Metrò viene invaso da Guardie Forestali. L’Ordine Professionale regge l’urto. Non per molto. Alfonso Canale non stacca mai lo sguardo dalla sua spada sguainata. La impugna sollevandola verso lo sguardo scolpito della Luna. Il suo cavallo bianco sbuffa. È lo stesso ronzino appartenuto al generale corso Napoleone Bonaparte. Soltanto un po invecchiato. 300 anni circa. Il Cavallo è stanco. Molto stanco. Indossa un pannolone di peltro utile a trattenere gli sfinteri. Rumina lentamente altrimenti le otturazioni ortodontiche saltano per aria. Soldi buttati nel cesso. Canale pretende la restaurazione dell’Impero. L’Impero Poetico di tipo assolutistico. Monarchico. Il popolo sottoforma di pubblico invoca al sovrano la Carta Costutuzionale. Anche Ottriata va bene. Riceverà Carta da Culo. Profumata però. Gli strumenti ad ottone squillano imperterriti. Dalla cima dell’Aspromonte Casilino stanno arrivando i rinforzi. La triplice alleanza. La duplice intesa. La baronessa Simona Pandolfi trascina sul manto erboso il suo esercito di volontari. Composto per lo più da giornalisti, ragionieri, contabili e geometri del catasto. È necessario far quadrare i conti. I bilanci di queste menti malate. Enzo Tatti si presenta sul posto mascherato da ufficio diplomatico. DA Unità di crisi della Farnesina. Consulta una pergamena con su scritti gli aggiornamenti dal fronte militare. Il resoconto è spaventoso. Tafferugli, morti, feriti, dispersi. MA LA vera tragedia è che è finita la Genziana. Zaino in spalla. Si cambia candeggio. I battaglioni battono in ritirata. A.s.m.a di Poesia mantiene il suo statuto corrente con una lieve ridefinizione dei confini. Vediamoli insieme. A Daniele Casolino viene annesso il territorio dell’Istria e della Dalmazia. A Capaccio viene assegnato il Ducato di Genova la superba. Solamente il Levante però. Il Ponente cade sotto l’egida di Matteo Mingoli. Enzo Tatti si autoproclama Re delle Due Contrade. Casilina e Prenestina. Canale marcia sui Campi Elisi. L’Alsazia e la Lorena sono roba sua. Lucrezia Lattanzio viene messa in punizione dietro la lavagna con la grave accusa di attività sovversiva. Col gessetto azzurro, per ordine del maestro di catechesi, è obbligata a scrivere mille volte sul muro la frase “Di Maio non è un agente della Tecnocasa, bensì è il mio reddito di dignità”. Si profila all’orizzonte la fine delle ostilità. Simona Pandolfi distribuisce matitoni colorati utili a firmare e redigere i trattati di pace. La storia continua e si ripete. A partire da domenica 28 ottobre. Combattendo sulla Piana del Teatro Studio Uno.

Andrade (L’Amore è Pazzo, L’Amore è Sifilitico) di Giovan Bartolo Botta

In calcio, teatro on ottobre 9, 2018 at 4:33 PM

Posso nascere già novantenne ed essermi buscato la sifilide da neonato. Posso essere frutto di fatture, incantesimi, rituali magici, catenei, sputi, schiaffi, soprusi, schiavitù. Sono il figlio che la mia terrà di confine ha partorito. Sono lo sbaglio della mia generazione. Sono l’avamposto, il pioniere, il perdigiorno, lo sfaticato, lo sfiancato, lo sfacciato, l’imbroglione, l’inetto, l’interrotto, l’indisponente, l’infetto. Quello sono, sono l’infetto. Tiro calci al pallone, assaporo la vita e sono l’infetto. Sono il germe, il virus, l’infezione, il contagio. Sono affamato di tutto. Sono la patologia. Sono la musica, la danza, la percussione corrosa, la corda scordata. Andrade. Che nome! Sentite che nome! Che protervia! Che potenza! Che supponenza! Che fucileria! Andrade! Andrade non è un debole! Andrade è bello! Andrade è robusto! Andrade non è un pappa molla! Andrade non è fragile! Andrade non è stato partorito da un ventre di cristallo! Andrade! Andrade i tuoi piedi sono oro. Grasso, grasso che cola, sugna, manna, manna dal cielo! Andrade non è pongo! Il suo cuore non è burro! Andrade! Andrade! Il suo calcio tiene il tempo, lo scavalca, lo cavalca, lo stordisce, lo doma. Andrade! Il suo passo sul campo è ritmo. Ritmo che accompagna la melodia! Uno spartito solo. Il suo! Si gioca a modo suo! Potenza, Sortilegio e Fantasia. Potenza, Sortilegio e Fantasia. Andrade. Acrobatico, Pazzo, Dissociato, Paranoico. Andrade è sifilitico. Primo Stadio, Secondo Stadio, Terzo Stadio. Pazzo. Andrdae colpisce, serve, rifila, rifinisce. Andrade sei pazzo! Andrade è sifilitico. Andrade ha i piedi storti. Alluce valgo. Unghia incarnita. Andrade è pazzo. Andrade è sifilitico. Olè! Matto, Pazzo, Come un personaggio del Teatro Ibseniano. Pazzo. Sifilitico. La Sifilide è subdola. Sembra Talco, ma non è, serve a darti l’allegria. La Sfifilide si maschera. Si nasconde la sifilide. Gioca a nascondino. A rimpiattino. Quella Bella purulenta ulcerazione. SETTE giorni,tipo febbre, poi sparisce. Ricompare ti saluta, poi sparisce nuovamente. Andrade è matto. Pazzo. Andrade è sifilitico. Vuole giocare a calcio. Pungolare sul pallone. Guadagnarsi da vivere con la sua passione. Andrade è pazzo. Andrade è sifilitico. Matto, Pazzo, il Pallone è un utopia. Sei schiavo, figlio di schiavi, il pallone per quelli come te, è utopia. Balla, balla disinvolto amico mio. Non c’è trippa per gatti come te. Pelo nero. La Celeste non li vede a quelli come te. Andrade, Andrade, Andrade è pazzo, Andrade è sifilitico. Animale incatenato. Scatenato. Scatena L’Inferno, Solfeggia il Pandemonio. Andrade è pazzo, Andrade è sifilitico. Velocissimo. Colpisce la palla con la guancia. Butta dentro tutto ciò che è marcio. Andrade è pazzo, Andrade è sifilitico. Il Sole al rovescio, la Luna pare Blu, Il Cielo piange vino, sei venuto da lontano. Freddo, mare grigio, sei venuto da lontano, stadio pieno. Delirio. Andrade è pazzo, Andrade è sifilitico. Andrade serve gli assist, non segna, ma salva sulla linea. Perché Andrade è pazzo. Andrade è sifilitico. Nel sesso spalancato di Parigi ami tutto. Dal tanfo dell’alloro al profumo della fogna. Ami lei, splendida pantera di barbarie. Andrade è pazzo, Andrade è Sifilitico. Andrade vince tutto, Andrade vuole tutto, ma l’amore, l’amore Andrade non puoi, non puoi tacerlo del tutto. Andrade è pazzo. Andrde è sifilitico. Pazzo, pazzo come Amleto, pazzo, folle, matto, tocco, pitocco, squilibrato, matto, strano, stravagante, eccentrico, lunatico, pazzo, insensato, forsennato, scriteriato, stravagnate, innamorato. Andrade è pazzo! Andrade è sifilitico! Andrade è innamorato. Ma lei, è lontana, in terra straniera. Accarezza altri corpi, bacia altri baci. Andrade l’amore taciuto non può essere mai del tutto taciuto altrimenti sarebbe un amore perfetto! Andrade Andrade Che cazzo vuoi da me Andrade! L’Amore è pazzo, L’Amore è sifilitico!

Manè Garricha (Anche questo è amore) di Giovan Bartolo Botta

In calcio, teatro on ottobre 9, 2018 at 2:53 PM

C’è il ritornello di una canzoncina brasiliana. Fa più o meno così. Didì, Vavà, Pelè, Didì, Vavvavvà, Peppepelè. Edson Arantes Do Nascimento detto Pelè. Genio e Regolatezza. L’Uomo del Sistema. Il Ragazzo Giudizioso con la testa a posto. Appoggiata regolarmente sul collo. Colui che incarna alla perfezione lo spirito Apollineo. Un filo-governativo, un’aziendalista, uno yes man l’uomo della pacca sulla spalla. Dove lo metti sta. Leggi le sue biografie ufficiali e ti cala la palpebra. Leggi quelle ufficiose caschi dal sonno. Mai un errore, mai una sbavatura, mai una svista, mai una gaffe. Sempre pulito, perfetto, lucidato, inamidato, educato. Scopa solo con la moglie. Forse nemmeno con lei. Beve solo succo di frutta. Mangia moderato, fuma moderato, canta moderato, suona moderato,dorme moderato, non balla, Barba fatta, baffi fatti, basette corte. Le sue preferenze politiche? Sconosciute. Ideologicamente malleabile, ammicca al Palazzo. Vorrebbe scalare le gerarchie del potere. Sa riciclarsi se serve. Cade sempre in piedi. I Brasiliani lo rispettano. Rispettano questo fuoriclasse dal temperamento tiepido capace di regalare al suo popolo la bellezza di tre trofei mondiali. E con quali prodezze. Rovesciate, Dribling, Colpi di tacco,Arabeschi, Stacchi di testa, Gol di destro, gol di sinistro, insomma il repertorio completo. Fisico levigato. Ogni muscolo al posto giusto. Un talento puro alimentato dall’impegno dall’abnegazione. I Brasiliani provano gratitudine. Ecco, Pelè rappresenta la gratitudine. Ma se desideriamo parlare di Tempesta e Assalto, di grido, urlo, sudore, sconceria e amore incondizionato, allora parliamo di Manoel Garrincha, detto Manè. Un nome dei tanti. Un cognome leggendario. Figlio qualunque di una nidiata di figli. Nato a Pau Grande, nello stato di Rio De Janeiro il 28 ottobre del 1983 sotto il segno zodiacale dello Scorpione. Quadro Astrale particolare il suo. Ascendente Scorpione, Sole in Scorpione, Venere in Scorpione, Luna in Scorpione, Mercurio in Scorpione, Nettuno in Scorpione, Marte in Scorpione, Giove in Scorpione, Saturno in Scorpione, Plutone in Scorpione. Può bastare così. Un quadro astrale sbilanciatissimo. Gli Astrologi professionisti parlerebbero di un predestinato. Un predestinato ad autoinfettarsi con la sua stessa cuspide scarlatta. Ad avvelenarsi il corpo con una cicuta prodotta da se medesimo. Dalla sua anima buona, inquieta, tormentata, fragile, assetata di vita. Figlio qualunque di una nidiata di figli. A quei tempi le famiglie figliavano come conigli. Manè era un numero. Un semplice miserabile numero. Registrato all’angrafe per grazia di Dio. Dio è misericordia. Il Brasile è il paese a più alta concentrazione cattolica del globo. Certo, un cattolicesimo maccchiato, maculato, imbastardito dalle credenze popolari misticheggianti. Il Condomblè, le Orixas. Maghi, maghetti, fate, spiriti volubili. Forse uno di questi è sceso sulla terra sotto forma di Dio del Pallone. Si è incarnato in Garrincha per provare un’ esperienza terrena. Una discesa di coscienza. O ampliamento di coscienza. Dipende da che parte dello spioncino si osseva la parabola. Il rendimento scolastico di Manè fa pietà. Lui non vuole essere il bastone della vecchiaia di nessuno. Lavora. Lavora duro. Fa di tutto e di più. Spugnetta per francobolli. Grattacheccaro sulla spiaggia di Ipanema. Strimpella L’Ukulele. Non gli basta. L’estasi è il Calcio. Il culmine, L’acume. Calcia sempre, senza sosta, qualunque cosa. Frutti esotici, conchiglie, scatolette, lattine d’alluminio. Manè sente il richiamo del pallone. È amore. Un amore ricambiato. Manè caccia i passerotti con la palla, nuota con la palla, mangia con la palla, dorme con la palla, fa l’amore con la palla e ci litiga e poi ci fa la pace e poi l’amore e poi solo sesso e poi ancora amore. Fa tre provini da scalzo. Irride con le sue finte i mostri sacri del calcio. Manè è storpio. Come Riccardo Terzo. Ma a differenza del sovrano inglese, non porta rancore. Non cerca vendette o ascese sociali. Lui vuole solo massacrare di calci il pallone. L’amore vero è un paradosso. L’Amore vero è un massacro di calci. Calci che poi sono carezze, baci , buffetti, amplessi, interminabili amplessi. Manè caccia osteopati, chirprtaici, craniosacralisti, fisioterapisti, chirurghi e fisiatri. Il suo bacino è storto come la Torre di Pisa. E tale deve restare. Perché se madre natura ha deciso così, un motivo ci deve pur stare. E il motivo c’è. Anzi ci sono un milione di motivi. Un miliardo. Come i miliardi di gol che Manè fa indossando la casacca dello Sport Club Amèrica. I gol chiamano danari.Soldi. Certo, mai abbastanza. Ma non conta. Ciò che conta è giocare a calcio. Forse. Il Calcio è più importante della Vita stessa. Forse. La vita o la si vive o la si scrive. Forse. Forse si forse no. Forse non lo so. Nessuno lo sa. Fatto sta che Ora Manè non è più un numero. Ora Manè è Dio. Ed essendo Dio, arrivano gli apostoli, i discepoli, gli adepti. Arrivano e si inginocchiano ai tuoi piedi per avere da te risposte che tu non possiedi, a domande che nemmeno conosci. Gli adepti arrivano trascinandosi dietro un carico di vizi. Sigarette, sigari. Acquavite. Birra a fiumi. Whisky. Molto. Donne. Tantissime. Forse il calcio non è più l’unica cosa che conta. Manè beve, beve sodo, si culla sugli allori, scopa, scopa tantissimo. Senza nessuna precauzione. Ingravida una donna e la sposa, poi divorzia, poi ne ingravida un’altra e la sposa poi divorzia. E avanti così, imitando la condotta privata del grande Vinicious De Moraes. Il suo poeta prediletto. Poi, poi arriva l’amore. Quello che ti disintegra gli intestini. Quello che ti uccide tre volte. Quello che ti lascia senza fiato. Come un duro allenamento. L’Amore passionale. L’anima compagna, più che gemella. Un amore che poggia le basi sulla medesima maledizione. Stesse psicosi, stesse nevrosi. Stesse dipendenze. Elza Soares canta. Canta per non sentire la fame. Canta per non sentire la sete. Canta per non vendere il suo corpo. Canta. Ad un certo punto la notano. La Salvezza su questa Terra si è accorta di lei. Ora le paltee dei maggiori teatri del paese le praticano la lavanda dei piedi. Gli impresari la cercano. Manè se ne innamora. Amore a prima vista, anzi, seconda. Manè promette come un marinaretto. Vinco la Coppa Del Mondo e ti sposo. Ti porto via con me. Succede. Non si sa che fa l’amore quando arriva. Non si sa che fa l’amore quando se ne va. Fatto sta che il calcio è passato in secondo piano. Da tempo. MA l’AMORE non basta a colmare il vuoto. Manè è scomodo. Il Regime Militare lo stana. Lui fugge. Via. Con il suo amore. E beve. Beve per dimenticare, forse per ricordare. Elsa canta, canta per pagargli da bere, canta per vederlo smettere di bere. Canta. Lontano dal suo paese Elasa Soares canta per fame. Canta per sete. Canta per tornare a sentirsi un qualcuno, un qualcosa. Manè beve. Beve perché il disagio, il vuoto ormai non può essere colmato. Non può essere colmato mai. Nemmeno su un campetto di periferia, lontano dai riflettori, dove Manè dribbla se stesso e la butta dentro dalla bandierina del calcio d’angolo. Manè beve, e anche questo è amore.

Moacir Barbosa (il Brasile del Maracanazo) di Giovan Bartolo Botta

In calcio, teatro on ottobre 9, 2018 at 12:51 PM

Il portiere non lo vuole fare mai nessuno. Fateci caso. Parlo a tutti voi che avete avuto un adolescenza analogica, lontana dalla dittatura dei social net work. Per tutti voi che siete cresciuti prendendo a calci un pallone in strada o all’oratorio o in un prato del cazzo o nel cortile del fottuto palazzo dove vi hanno educato a colpi di roncola. Il portiere non lo vuole fare mai nessuno. Di solito all’oratorio in porta ci andavano i coglionotti, i brufolosi, i secchioni, le mezze seghe, gli sfigati. Quelli che limonavano duro si riservavano i ruoli migliori. Attaccante, centrocampista, ala, mezz’ala. I ruoli dove potevi buttarla dentro. I ruoli dove potevi uscirne sempre indenne. Ruoli neutri, dove bene o male non sfiguravi mai. Riuscivi sempre a darla a bere, ad ingannare allenatore, compagni, familiari e tifosi. Ma il portiere no. Il portiere è fottuto. Fottuto in partenza. Il portiere è la condanna ancestrale, atavica. Pensate ai cartoni animati. Chi erano i portieri. Pensate ad Olly e Benji per esempio. La bibbia animata del calcio nipponico. Olly, l’attaccante, diventa famoso,va a giocare in SudAmerica, firma contratti vantaggiosi a cifre interessanti. Scopa tantissimo, più di David Beckam e Antonio Cabrini messi insieme. E si busca un sacco di malattie veneree. Benji, il portiere, dopo poche puntate si infortuna seriamente al ginocchio sinistro e sparisce. Lo ritroveremo adulto, alla fine della serie, invecchiato malissimo, canuto, barba lunga, capello unto, occhio giallo, decisivo però durante la finale mondiale tra il Giappone e la temibile Germania di Karla Haize Schnaider. Il Portiere è un individuo solo. Solo contro tutti. Solo contro se stesso. È la legge della giungla amico. Se vinci il merito è della squadra, se perdi è solo colpa tua. L’Onta, L’Umiliazione, La Vergogna, saranno le tue amanti a vita. Il tuo medoso harem da mantenere a suon di debiti esistenziali. Pensate ai poveri portieri della serie animata di cui sopra. Gli altri. Uomini soli. Anime schive. Semplici Comparse. Anonimi smilzi energumeni. Alan Crocket detto mani di burro. Imbarazzante. Teo Sellers. Un quintale di chewing-gum masticato buono solo a cantare canzonacce care ai suoi padri. Pensate ad Eduard Warner. Chiamato il gatto. Forte coi deboli. Debole coi forti. Il Portiere. Il ruolo della dannazione. Perché tutto questo. Perché esiste nella memoria conscia ed inconscia di chi si appresta ad approcciare il gioco del calcio, esiste dicevo, il ricordo lontano di una disfatta. La disfatta del secolo. E il protagonista, suo malgrado, è proprio un estremo difensore. Il suo nome è Antony Moacir Barbosa. Primo portiere nero nella storia verde oro. Nato il 27 marzo del 1921 a Rio Branco, sotto il segno zodiacale dei Pesci. Partiamo dalla fine. Dal termine della parabola. Dall’unica cosa che conta nella vita. L’Unica cosa che conta nella vita è portare sempre a casa la serata. Moacir, il portiere, non ci riuscì. E non era una serata qualunque quella. Era la finale mondiale del 1950. Il Brasile la giocava tra le mura amiche. Dentro l’imponente stadio Maracanà. 200.000 persone stipate come sardine. Un paese in delirio. Il primo ministro Getulio Vargas seduto in tribuna d’onore oberato della polluzioni. Epiche le parole del generale Angelo Mendes De Moraes ai calciatori carioca : Voi tra poche ore sarete acclamati eroi dal popolo. Angelo Mendes De Moraes. Una Cassandra. Un profeta di sventure. Una specie di Fassino della destra militare Brasiliana. La Coppa Rimet, custodita in bacheca, è agghindata da coccarde gialloverdi. I colori dello Stato Brasiliano. Nulla a che vedere col governo italiano attuale. Il commendatore Rimet ha già ripassato il suo discorso in lingua portoghese da declamare al termine della gara. Tutto pronto fischio d’inizio. La prima frazione di gioco vola. Il tempo non è mai stato così relativo. Siamo sullo 0-0. Reti inviolate. Sugli spalti la gente canta, balla, beve, fuma, forse scopa. Forse per un attimo ci si dimentica di essere ciò che si è. Si vola. Voli pindarici di fantasia. Forse anima e mente viaggiano là dove è più semplice sentirsi liberi. IL CALCIO in teoria era anche un gioco. Una possibilità d’evasione. Una discendenza romantica. Secondo tempo. Il pugnace Zizigno si invola sulla sinistra e serve il buon Friansa che libero come un uccello di bosco insacca. Brasile in vantaggio. Paese in delirio. Basterebbe un pareggio ai brasiliani per rendere felice un popolo. Ma il Brasile non si accontenta. Il Brasile è gioia di vivere. Il Brasile è sesso spinto, Danza contigua, festa continua. Ai Brasiliani non interessa amministrare. Non conoscono il significato di “minimo sindacale”.Per loro è un concetto astruso. Mai risparmiarsi. La vita va consumata velocemente, sino in fondo, senza darsi in pasto alla severa ragione. I Brasiliani alzano il baricentro della manovra. Vogliono il Carnevale.Lo pretendono. Subiranno lo scherzo di carnevale più atroce. L’Uruguay anziché sollevare bandiera bianca reagisce. Il capitano Obdulio Varela, detto il capitano negro, prende in mano le redini della situazione e pareggia. Cazzo. Basterebbe amministrare il pallone. Calciarlo lontano. Chiudersi a riccio. Come quegli innamorati che vogliono mascherare i loro reali sentimenti. Per proteggersi. Ecco, basterebbe proteggersi. A volte basterebbe proteggersi per far felice un popolo. Ma l’animo brasiliano è prepotente. L’Animo Brasiliano è spudorato. L’animo Brasiliano è sfacciato. Poi è fragile. Troppo fragile. Sono le ore 16.33 del 16 luglio 1950. Mancano 11 minuti all’espolosione della festa 11 fottuti minuti di merda. Basterebbe temporeggiare, menare il can per l’aia, spazzare la sfera, tergiversare. I trucchi del mestiere. Ma il Brasile è un caso a parte. Forse disperato. Forse psichiatrico. Ed è per questo che il Brasile ti strega. Ti stramazza la suolo. Ghiggia si mangia ancora la fascia. Al centro dell’area carioca Schiaffino è pronto ad incornare. Ora tocca a lui. Tocca ad Antony Moacir Barbosa. Il portiere. L’uomo solo. Tocca a lui fare la scelta giusta. Tutto è una questone di scelte. Non se ne esce. L’amore, l’odio, l’indifferenza, la merda, la cioccolata, la poesia e la politica. La vita è una questione d scelte. Decidere se si vuole continuare ad essere soli, o se si vuole uscire dall’isolamento è una questione di scelte. Ora Barbosa è davanti al suo bivio. La vita è così. Ti pone davanti al fottuto bivio, quando non le avevi chiesto nulla se non di farsi i cazzi suoi. Se pari, un intero paese è pronto a sommergerti d’affetto. A trascinarti fuori dalla piaga malsana della solitudine. Ghiggia svirgola la traiettoria, Barbosa azzecca l’uscita. È la scure che si abbatte sulla fisica classica. A volte l’imperfezione alla perfezione, glielo butta nel culo. Lentamente, come per sbaglio, la palla termina in rete. L’Uruguay è campione del Mondo. Moacir Barbosa è e sempre sarà un uomo solo. Quel giorno un popolo ha cessato d’esistere. Il Brasile non esiste. Il Brasile è frurtto delle vostre menti malate. È un frutto commestible dalle tendenze suicide. IL Brasile è verità, il Brasile è menzogna, il Brasile è fantasia, il Brasile è Moacir Barbosa. Più forte della Vita. Più selvaggio della Bossa Nova.

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