Giovan Bartolo Botta

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Chelsea Hotel love

In polverie o poesie on febbraio 25, 2019 at 6:56 PM

 

Ti vorrei li

accanto a me

completamente nuda

il materasso

terra promessa

d’acari spastici

niente cuscini

il collo scosso da tremiti

la rete è una maledizione di ruggine

roba da richiamo

per l’antitetanica

lenzuola lorde del sudore

di altri mille amanti dannati

crollati prima di noi

nello stesso incasinato incantesimo

e tu li accanto a me

camera 23

del leggendario Chalsea Hotel

sei nuda, ti lamenti del freddo

imprechi Micky Mouse, hai sete, hai fame, hai fretta

curi il tuo male oscuro

trattenendo il cervello sopra le righe

hai fretta, una fretta del diavolo

uomini circoncisi

su sentieri a metà

ci aspettano fuori

per farci la pelle

sfido io, nei nostri ultimi istanti di vita

ci è scappata la mano

33 dosi di resurrezione dell’inguine

la bugia come deterrente per il paradiso

una pistola un coltello

i gentiali del “piccolo Bambi”

eccoci qui

Chelse Hotel

sulla ventitreesima strada

nudi storditi incapaci di volere

incapaci di intendere

sai che sono geloso

sai che prima o poi

t’ ammazzerò

è solo una questione

di privazione del sonno

è una questione di tortura

del tempo

scenderà il buio

poi le prime luci dell’alba

l’amore col tuo corpo privo di vita

l’ultimo giro di valzer

l’ultimo bacio

a quelle labbra rosse

purulente di rabbia

poi il verdetto finale

la sentenza di colpa

l’avvocato d’ufficio

la giuria popolare

i titoli in prima pagina

il tribunale stracolmo

di cervelli citrulli

“colpevole signor giudice”

Chelse Hotel

ventitreesima strada

nudi entrambi

tredici coltellate affondate nei tessuti molli

tredici colpi di seme nel grembo

branditi come se fossero clave

tredici tic toc tic toc tic toc

tredici come le lettere che

si sono prese la confidenza

di donarmi un’identità

Chelsea Hotel

una strada una stanza

la tv accesa

sintonizzata sui cartoni animati

la colazione servita al piano di sotto

il rubinetto aperto

le scarpe slacciate

la collera nascosta nelle piccole cose

stupidaggini a cui ci siamo devoti

perché a volte

l’amore che magnifica la vita

è un amore demente

perché

sarebbe un peccato

sarebbe un peccato

disinnescare

la bomba

disinnescare

la bomba

Kilometro 47

In polverie o poesie on febbraio 23, 2019 at 5:05 PM

Perché prendiamo in castagna chi ci sorprese
sul luogo del misfatto
perché i foglietti dei medicinali
si dicono “bugiardini”
perché il termine “brillare”
si associa allo scoppio di un ordigno
perché si dice “pesare” le parole
perché qui e solo qui dentro di noi “gatta ci cova”
perché l’amore si paga sull’unghia
perché l’amore si getta alle ortiche
perché l’amore perde la calma
perché l’amore giulivo vegeta senza
il becco di un quattrino
perché il posto al ristorante
si chiama “coperto”
perché i cuori viziosi mangiano a sbafo
perché il bacio è villano
perché le labbra sono il quarto potere
perché dando via il culo si sbarca il lunario
perché l’urlo è nudo presso la Torre di Londra
perché nelle vene dei plebei scorre vino
perché di sangue blu non si è mai sbronzato nessuno
perché ci si ostina ad inseguire la chimera
perché nel cervello del Sole si agitano
fantasie di stupro
perché la Luna gioca a carte scoperte
perché l’amore t’ammazza per il tuo bene
perché l’amore non promette nulla di buono
perché i fachiri non la contano giusta
perché il vento cambia il suo nome
perché le orbite dei pianeti ci fanno urinare
perché i sessi scoperti battono le palpebre
perché se si abusa dei dolci viene l’acetone
perché il raffreddore uccide i sapori
perché la api sono daltoniche
perché quando si invecchia i capelli
sposano il vizio del fumo
perché l’imbarazzo rende il volto a scacchi
perché il baco da seta sposta le nuvole
perché le mie impronte digitali
hanno solo 28 giorni
perché la velocità della luce
quando si annoia, sbadiglia
perché il naso dei cani
è sempre più umido
perché il buco dell’ozono è un bandito gentile
perché ai sogni la notte, ci viene il singhiozzo
perchè Charlie fa surf per sedurre la morte
perché le modelle sfilano con passo marziale
perchè l’amore maledetto, si leva il cappello
perchè vagone dopo vagone
dopo vagone dopo vagone
dopo vagone dopo vagone
dopo vagone
ho ritrovato il mio manicomio
ho riabbracciato
l’estinzione che è in me

BERNARDA o il kaos di Bernarda Alba al Teatro Studio Uno

In in scena on febbraio 20, 2019 at 3:40 PM

Produzioni Nostrane – ULTRAS TEATRO presenta

Bernarda-locandina TS1-001

BERNARDA o il kaos di Bernarda Alba

dal 28 febbraio al 3 marzo 2019
giov-ven-sab ore 21, dom ore 18
al Teatro Studio Uno Sala Teatro
Via Carlo della Rocca 6, Torpignattara, Roma
[email protected] – tel 349 435 6219
ingresso 12€/ridotto 10€ (tessera gratuita

troppo liberamente tratto da Federico Garcia Lorca
adattamento & regia Giovan Bartolo Botta

con Krzysztof Bulzacki Bogucki, Isabella Carle, Claudia Salvatore, Mariagrazia Torbidoni e Giovan Bartolo Botta

Bernarda Alba ha un problema. Ha molti problemi. È solo un problema. Le sue figlie sono un problema. Assetate di vita. Vita vissuta. Pretendono il motorino, il piercing, il tatuaggio, la libera uscita senza coprifuoco, il superalcolico, l’esperienza psichedelica e la giusta dose di sentimentalismo compulsivo. I compiti li scopiazzano, l’andamento scolastico è pessimo, ingollano junk food, sottovalutano l’attività fisica, disprezzano le generazioni precedenti, non credono in Dio, non credono nella scienza, non credono nel caso. Non credono e basta! L’assistente sociale solleva bandiera bianca. Lo psicoterapeuta si suicida. Il confessore si inginocchia sui ceci. Tutto pur di non avere a che fare con queste manifestazioni del “maligno” sulla terra. La loro storia non interessa a nessuno. Piace giusto agli attori di teatro che devono lavorare per mangiare e a cui tocca farsi carico dei problemi dei personaggi come se non ne avessero già abbastanza come persone.

Produzioni Nostrane – ULTRAS TEATRO è un progetto teatrale di Giovan Bartolo Botta e Sylvia Klemen Kolarič che mette in scena i testi classici adattandoli ad un linguaggio contemporaneo. I testi diventano così originali, completamente rimaneggiati. Lasciando del pulviscolo classico unicamente l’odore. L’idea primordiale. Il linguaggio classico ci interessa particolarmente poiché parla per archetipi. Una caratteristica che solletica l’eternità. Come? Togliendo alla messa in scena costumi storici intrisi di polvere, catartici giochi di luci, musiche da ambientazione e trombonismi vocali, tornando così all’urgenza, all’essenziale. Al puro lavoro sull’attore. All’interazione sul palcoscenico tra elementi vivi. Che non hanno appigli. Che possono contare solo su loro stessi. Come nella vita.

 

 

 

The Parallel Vision a proposito di ‘Otello non si sa che fa’

In rassegna stampa on febbraio 20, 2019 at 3:26 PM

https://theparallelvision.com/2018/11/20/recensione-otello-non-si-sa-che-fa-al-teatro-studio-uno/

di Raffaella Ceres

Otello scena3

Che valore ha l’essere contestati, ingannati, provocati, amati? Valeva moltissimo quando Shakespeare immaginò le sue tragedie emotive e sociali e viene legittimato oggi dalle prepotenti riflessioni con le quali Giovan Bartolo Botta ha sfidato il pubblico attraverso la sua nuova ricerca drammaturgica: “Otello non si sa che fa”, in scena recentemente al Teatro Studio Uno, la casa del teatro off di qualità.

L’Otello è annoverato nell’insieme dei drammi maggiori del grande poeta inglese e racconta il dolore che accompagna l’incapacità di mantenersi fermi e lucidi nel “qui ed ora” delle passioni. L’analisi del testo compiuta da Giovan Bartolo Botta, che ne firma regia e adattamento, scandaglia con feroce precisione l’impeto distruttivo dell’amore, della gelosia e del conflitto.

Nei 50 minuti senza respiro (sia degli artisti in scena, sia del pubblico rapito in sala) non si ha la percezione di partecipare al dramma dell’amore. Non solo, almeno. La lettura che viene offerta in “Otello non si sa che fa” circa la gestione del conflitto generata da una passione, riesce a spaziare fra i temi del sociale, della politica e del senso della cultura contemporanea, lasciando che contaminazioni meno convenzionali (una disquisizione para-filosofica sulla tifoseria bianconera, ad esempio) si tramutino in oggetto e soggetto dell’azione teatrale.

Otello, Jago, Roderigo, Desdemona protagonisti di un amore taciuto e vilipeso. Uguali a ciò che la vita gli impone di essere ma consapevoli portatori della loro intima diversità. Cosa significa essere diversi? Da cosa vogliamo essere diversi? Forse, sembra suggerire la pièce, dall’essere in grado di non farci mettere sotto scacco dalle impressioni e di non maltrattare i nostri talenti.

L’innamorato conta ad uno ad uno i minuti della sua dannazione

Come rendere tragicamente ancor più attuale il cuore delle argomentazioni shakespeariane declinate in questo spettacolo? “Otello non si sa che fa” propone un esercizio di stile complesso e sintomatico: esasperare il senso della tortura. Oggi siamo ingabbiati e tormentati da una società che propone tutto e il contrario di tutto come pensato e accuratamente indagato.

La tortura viene resa tangibile dalle impegnative interpretazioni dello stesso Giovan Bartolo e dalla bravissima Claudia Salvatore che pare volteggiare nel testo portando con sé una proprietà vocale e una intensità espressiva che lasciano il segno. Per  l’occasione Giovan Bartolo Botta dimostra di aver interiorizzato l’ennesimo salto qualitativo del proprio percorso artistico che lo conduce, stravolto e intimamente emozionato, al termine dello spettacolo.

La regia centra l’attenzione sul veloce scambio di battute fra i 2 protagonisti, un vero e proprio duello verbale che talvolta si sovrappone creando musicalità all’interno della rincorsa sinottica sapientemente orchestrata. Non è forse vero che talvolta ci lasciamo ingannare da ciò che non sappiamo ascoltare ma che abbracciamo come nostro, anche se appartenente al pensiero altrui?

I 2 attori non si toccheranno mai in scena seppur spinti al limite massimo di contatto, separati unicamente da un tavolo, il centro dell’attimo che le parole proposte vogliono fissare e trafiggere. O forse illudere, come spesso gioca a fare il vero amore.

Lo stile drammaturgico è complesso e prevede un ritmico scambio di personaggi che s’impone di non perdere mai di vista il contesto. C’è concentrazione, precisione e passione nel lavoro definito “senza memoria” dallo stesso autore di “Otello non si sa che fa”.

Cosa resta del legame fra l’Otello shakespeariano e questa proposta inedita? Il tema dell’invidia e della distruzione dell’identità politica e sociale che ci attanaglia senza tregua. Cosa (s)travolge l’esito degli eventi? Un finale a sorpresa nel quale viene offerta la via di fuga per un possibile riscatto: urlare senza paura ciò in cui si crede.

Otello non si sa che fa” (Produzioni Nostrane-Ultras Teatro) verrà nuovamente presentato il 21 novembre al Club55 (Via Perugia 12, zona Pigneto) e il 4 dicembre presso Giufà Libreria Caffè (Via degli Aurunci 38, zona San Lorenzo). Vi consiglio di non perdere la possibilità di partecipare a un esercizio di teatro che mette in scena i testi classici adattandoli a un linguaggio contemporaneo e che sceglie di sperimentarsi a sua volta in luoghi molto diversi fra di loro per dar voce all’urgenza del teatro.

The Parallel Vision ⚭ _ Raffaella Ceres)

 

 

 

 

Delirio per un laboratorio sulla Scrittura Patologica

In teatro on febbraio 18, 2019 at 7:13 PM

il rapporto con la parola è di natura diagnostica. La sillaba, la consonante, la vocale, l’interpunzione. Sono manifestazioni patologiche. Patologia tracciata su carta. Criteri diagnostici. La scrittura, in tutte le sue forme è una classificazione di un disturbo clinico Sicuramente psichico, passabilmente somatico. La prosa è un disturbo clinico. La poesia è un disturbo clinico. La Drammaturgia è un disturbo clinico. La scrittura di scena, quella che nasce ogni sera, di replica in replica, seguendo l’ispirazione del momento, è un disturbo clinico. La parola ha il suo peso scenico. 21 grammi, come l’anima quando si stacca dal corpo. Per evocare un immagine, basta pronunciarla, la fottuta parola, addomesticarla nella profondità del palato. La scrittura è un ossessione, un allenamento quotidiano, una psicosi, una compulsione, un disturbo correlato al mancato uso di sostanze, o all’eccessivo uso di sostanze. Sostanze allopatiche, fitoterapiche, omeopatiche. Il parere del medico lascia il tempo che trova. Scrivere equivale a fare i conti col proprio personale stato d’ansia. La parola è un accadimento “fisico”, la parola è cartacea, analogica, stantia, puzza, suda, scracia, defeca, orina, rutta, scoreggia e fuma. A volte è bulimca. Spesso è anoressica. È schizofrenica la parola, è dissociata, somatoforme, diversamente convertita, aggredita da disturbi d’identità sessuale. La parola soffre d’insonnia, non conosce riposo, non si da pace, fatica a controllare i proprii impulsi masochistici. Spesso la parola sogna la sua fine prematura. La parola lotta contro la propria estinzione, nutrendosi di altre parole. Alimentando l’associazionismo libero. Ricercando disperatamente una sua personale, distinta, inesauribile follia. La parola si da la caccia, brama i suoi simili, cerca l’amplesso con inchiostro geneticamente compatibile. La parola si evidenzia, si sottolinea, si interseca si innesca e disinnesca senza un preciso ordine dettato dalla capitaneria di porto. La parola rischia, rosica, si getta nell’ignoto, caracolla in punta di un piede solo sul filo interdentale del proprio disagiato disequilibrio. Tutto ciò che cerca è un conflitto per il quale esistere e una posta in palio per cui mettersi a servizio. Nutrirsi, avvolgersi immergersi in tutto ciò che è già stato detto, scritto creato e fatto, farlo ad alta voce, per poi partorire la propria personale e insindacabile storia scritta. Che nella fattispecie, sarà una storia d’amore. Amore per qualunque cosa. Una persona amata, desiderata, una cotta per un ronziono, un manico di scopa, una cabina telefonica, il tosaerba che tanto agognavamo o il tostapane dei nostri sogni. Tutto senza giudizio. Col piacere di sperimentare il marcio in Danimarca celato dentro ognuno di noi. Punto, punto e virgola. A capo.

L’Interruttore

In polverie o poesie on febbraio 9, 2019 at 6:48 PM

Se non ho

mai calzato

le mie stesse scarpe

forse mi potrò salvare

se non ho mai

indossato le mie

stesse magliette sudate strappate sgualcite sporche

forse mi potrò salvare

se non sono mai incespicato

nei miei stessi passi

forse mi potrò salvare

se non ho mai

respirato il mio respiro

forse mi potrò salvare

se non mi sono

mai inebriato

del mio stesso odore

forse mi potrò salvare

se non ho mai fecondato

i miei stessi vuoti

forse mi potrò salvare

se non ho mai

chiesto asilo

tra i miei labirinti ambrati

forse mi potrò salvare

se non ho mai

abitato la mia stessa pelle

forse mi potrò salvare

se sento stringersi

al collo i miei troppi ritratti in uno

forse mi potrò salvare

se non ho mai disposto sul pentagramma

le mie stesse note

forse mi potrò salvare

se non ho mai dato retta

alle mie parole

forse mi potrò salvare

se ho ripudiato

i miei stessi orgasmi

forse mi potrò salvare

se ho lasciato

scivolare nel baratro

i miei stessi baci

forse mi potrò salvare

se non mi sono offerto in dono

come sacreficio umano

ai miei stessi errori

forse mi potrò salvare

se ho soffocato in culla

la mia stessa voce

forse mi potrò salvare

se il mio seme

sudore saliva e sangue non

mi sono stati di consolazione

come liquori pregiati

allora, forse mi potrò salvare

se ho strozzato

la mia bocca

calpestato la mia anima

frantumato le mie ossa

maciullato le mie carni

irritato il mio tempo

deriso il mio sguardo

mentito al mio desiderio

sperperato i miei tramonti

seviziato le mie albe

reso sterili i miei pensieri

allora forse mi potrò salvare

se ho distrutto

tutti i miei ricordi

se ho distrutto

tutti i miei ricordi

l’ho fatto per amore l’ho fatto per amore

Gomorra D’Amore

In polverie o poesie on febbraio 4, 2019 at 5:53 PM

Sei come quando

l’abuso di vitamina C

per sedare le fitte dell’epatite

tremori palpiti sinistri

la coscienza è sopraffatta

l’amore immobilizza la vittima

la tortura è una goccia d’acqua

che cade su un punto abraso del sesso

si muore si impazzisce

il cuore entra in uno stato d’allucinazione

Sei come quando il vizio del fumo

sembra la causa principale

di tutti i mali del corpo

Sei un rapporto anale

tra l’alba e il tramonto

Sei la funzione Satanica

della Santa Messa

Sei la caduta in ginocchio

di Santa Madre Chiesa

Sei il crollo delle Mura

di Gerico

Sei folla anonima di passanti

ti mangerei ti mangerei

ti muterei nei miei escrementi che poi mangerei

Sei come quando

L’Utero è mio

e lo gestisce il Partito

Sei come quando

le nostre labbra

combaciano alla perfezione

e allora l’amore avanza

entra nel caos

si lascia fare in frantumi

Sono qui per sedurti

stuprarti l’anima

che ti restò orfana sulla bocca

dimmi che mi vuoi bene

dimmi che sono una madre isterica

dimmi che sono un padre padrone

vatti a lavare le mani

vatti a lavare le mani

le mani vanno lavate per tutta la vita

dimmi che sono

il bimbo dell’antico terrore

dipendenza

dal disordine

assuefazione a cercare stabilità

dentro un labirnto di specchi

e l’amore guarda il mondo

con gli occhi del suo predatore

e l’amore guarda il mondo

con gli occhi del suo predatore

e ti strappa via

la camorra di mano

e ti strappa via

la camorra di mano

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