Giovan Bartolo Botta

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Assenzio

In polverie o poesie on marzo 27, 2019 at 1:38 PM

tutta la calma

la calma del mondo

prendersi tempo

il tempo necessario

il mio amore è

acqua che non disseta

cibo che non sazia

mi giro

semplicemente

dall’altra parte

accarezzami, accarezzami

i capelli

cerco di darmi un senso

un senso del perché

me ne sto andando

non c’è niente di sano

nel mio colore preferito

tu sai qual’è, il mio colore preferito?

Non te lo dico!

Non lo saprai mai!

Puoi tirare a indovinare

mi hai spezzato

più di un cuore

se ne avessi uno

ma io non ho pensieri

non ho reazioni

non ho lacrime

non ho mani, non ho piedi

non ho urla irragionevoli

da sprecarti addosso

per te non ho

nemmeno

muri di gomma

da ridicolizzare

se mi metto nei tuoi panni

potrei smettere

di produrre vita

restiamo superficiali

ti prego, rimaniamo in superficie

viviamo di retromarce

proviamo a non conoscerci

diamoci solo un bacio

impazziamo uno volta sola

curiamoci col sesso al buio

trasciniamoci il corpo

verso l’esasperazione

il suono dei

miei orgasmi

è altamente manipolativo

e tu, tu spezzi le ossa

con quel cristo di seno dolce

da attacco di panico

roba da spegnerci sopra

i mozziconi di sigaro cubano

ma io

amo solo

la mia realtà distorta

amo solo

la mia realtà distorta

l’unica

necessità

da cui dipendo

è la mia

realtà distorta

e la mia Terra è piatta

e la mia Luna è abitata

Amore

Stilicidio

Gioco al massacro

non sento più

il gioco degli sciocchi

restamoci a distanza

di sicurezza

anelli di fidanzamento

sulle dita degli altri

lasciami andare

vattene

rimani, vattene

Rabarbaro

poi

Assenzio

L’Amore è il Poliziotto Cattivo

In polverie o poesie on marzo 24, 2019 at 2:53 PM

Ti meriti

il grande amore

qualche bambina

coi brufoli

ragazzi lentigginosi

coi fiati puzzolenti

i denti da latte estrapolati a forza

senza anestesia

ti meriti questi primi

raggi di sole

la favola, ti meriti la favola

un amore

che si beva i tuoi capricci

e penda

dalle labbra

delle tue centomila maschere di ceralacca

ti meriti

un amore che

non conosca odore

all’infuori del tuo

ti meriti un amore

che ti faccia sentire sbagliato

ti meriti

un’altra bella strigliata

qualche pugno assestato sul muro

il tavolo sollevato da terra

dai calci silenziosi

di mille animali selvatici

ti meriti un amore

che ti riempia il piatto

di vaffanculo

ti meriti un buono sconto

per lavande gastriche

e sogni popolati

da respiri profondi

ti meriti un amore

che di camminarti accanto

piuttosto una fucilata

sotto il mento

ti meriti tante belle statuine

che col braccio teso

e il dito puntato

ti indicano

la retta via per il Paradiso

ti meriti

un sacco di compagnia

un sacco di compagnia

bella gente, socializzare

il tramezzino pucciato nel cappuccino

salire con le gambe tremanti

sul silos più alto

nessun conservante nel lecca lecca

il detersivo distribuito in parti uguali

l’amore è il poliziotto cattivo

l’amore è il poliziotto cattivo

Teatro e Critica a proposito di “Bernarda o il kaos di Bernarda Alba”

In rassegna stampa on marzo 21, 2019 at 4:53 PM

https://www.teatroecritica.net/2019/03/la-casa-di-bernarda-alba-secondo-il-metodo-botta/

di Andrea Pocosgnich

La casa di Bernarda Alba, secondo il “metodo Botta”

Bernarda scena 1

Al Teatro Studio Uno abbiamo visto Bernarda, uno spettacolo di Giovan Bartolo Botta, a partire da La casa di Bernarda Alba di Federico García Lorca. Recensione

C’è La casa di Bernarda Alba, un dramma scritto negli anni trenta da Federico García Lorca, nella Spagna franchista, una tragedia familiare in cui alcuni dei temi classici della drammaturgia iberica vengono usati come specchio proprio della tirannia: l’amore portatore di libertà e progressismo e una figura matriarcale oppressiva che fa della tradizione l’arma con cui regolamentare e soggiogare tale libertà.

Poi però c’è una compagnia, un gruppo tra i più attivi del panorama off romano, chiamato Produzioni Nostrane – Ultras Teatro: è guidato da una personalità peculiare, schiva e debordante, Giovan Bartolo Botta. Qualche anno fa capitò di vedere una sua riscrittura di Antigone al Fringe Festival che ci lasciò sorpresi per il folle radicalismo di alcune soluzioni e di quel segno impresso dallo stesso Botta, così riconoscibile.

Il percorso dell’artista, cuneese di nascita, è in effetti fortemente legato ai classici, oltre al capolavoro di Lorca porterà in scena Otello, anche questo al Teatro Studio Uno – luogo che si dimostra ancora una volta ricettivo e pronto ad accogliere nuovi spunti. Il sodalizio di Botta con i classici della parola drammatica è inteso assecondando le possibilità di riscritture, spesso votate a una precisa volontà di creare dei veri happening teatrali, in cui quasi tutto potrebbe accadere mantenendo però la centralità del nucleo drammaturgico.

Anche nel caso di questo allestimento visto nello spazio di Torpignattara si ha la sensazione di essere spettatori di uno spettacolo non chiuso, ma vivo e portatore di riflessioni oltre che di puro divertimento.
Più che parlare di messa in scena nel caso di Botta e del suo gruppo potremmo parlare di “messa alla prova”: da una parte si respira quell’atmosfera tesa ma anche giocosa della sperimentazione pura che si può trovare in certi momenti laboratoriali, quelli in cui dopo un’improvvisazione o una prova riuscita rimane la soddisfazione di aver visto qualcosa di unico ma anche di inafferrabile, effimero e tragicamente irripetibile. Ecco, è come se Botta cerchi di sistematizzare quella materia così pulviscolare, e trovare la formula che permetta di portare in scena qualcosa che è relegato al di fuori dallo sguardo del pubblico. Rendere insomma teatrale, anzi proprio spettacolare, direi, il processo; o comunque tentare di cristallizzare qualcosa che arriva un attimo primo della chiusura definitiva.

Affascinante utopia per “nerd” del teatro e maniaci di teorie e pratiche della recitazione? In un certo senso sì, ma fortunatamente non solo: lo dimostra il pubblico che lo segue con costanza. Il “metodo Botta” non dimentica l’imprescindibile relazione con lo spettatore. Anzi c’è una tensione costante a vivacizzare questo rapporto utilizzando anche tecniche da avanspettacolo e approcci diretti che solletichino la superficie di quella relazione.

Nella riscrittura del classico spagnolo il regista e interprete è nello spazio di mezzo, tra la piccola platea e il palco, la sua attenzione si misura costantemente con i due piani: la scena e il pubblico. Come se fosse una sorta di guardiano di questa terra di mezzo, responsabile del flusso emotivo, misuratore umano di quella stessa relazione. Ma è anche un orchestratore invisibile (neanche troppo), emana piccoli segnali ai propri attori, è visibilmente in ascolto delle battute di tutti, anche quando apparentemente la scena non lo richiederebbe, proprio come un pedagogo farebbe con i propri allievi. È anche l’unico che in questo caso sembra poter fare i conti direttamente con l’improvvisazione, alcune volte mascherata, altre maggiormente palesata: può ad esempio capitare che interrompa lo spettacolo riproponendo uno scambio di battute perché non riuscito secondo i tempi o i modi sperati. Accanto a lui, nella stessa zona mediana c’è Maria Grazia Torbidoni, attrice puntuale nella restituzione del ruolo della Poncia, pronta ad assecondare i ritmi assennati.

Ma Botta è anche un attore con un talento brutale, qui piega al proprio stile il personaggio di Bernarda e, come accade al resto dei personaggi, la trasforma in un apparato emotivo bidimensionale. Anche le figlie (Krzysztof Bulzacki Bogucki, Isabella Carle, Claudia Salvatore), alle quali la regia sostanzialmente quasi nega qualsiasi possibilità di movimento scenico relativo ai canoni del teatro rappresentativo, vivono nelle battute spesso ad alto tasso emotivo, sono megafoni di certe intenzioni ed emozioni più che veri e propri personaggi.

La trama si spolpa di qualsiasi orpello e arriva diretta, sparata dai corpi in tensione degli attori (i quali indossano t-shirt con scritto Garcia Lorca Show) dando così al pubblico la possibilità di farsi cassa di risonanza ultima degli interrogativi di Lorca e di ragionare sui suoi archetipi drammaturgici.

Andrea Pocosgnich

Teatro Studio Uno, Roma – marzo 2019

BERNARDA
O IL CAOS DI BERNARDA ALBA

spettacolo teatrale in salsa punk
liberamente tratto da Federico Garcia Lorca
adattamento e regia di Giovan Bartolo Botta
con Giovan Bartolo Botta, Krzysztof Bulzacki Bogucki, Isabella Carle,Claudia Salvatore, Mariagrazia Torbidoni
progetto grafico Leonardo Spina
costumi SerigraFata di Francesca Renda
striscione Ultras Teatro Fuori Registro di Nicola Micci
produzione Sylvia Klemen Kolarič

Taxisti di Merda

In polverie o poesie on marzo 20, 2019 at 6:06 PM

Sto

solo cercando

un corpo

un cazzo di maledetto

corpo

un cazzo di fottuto

corpo che

posso chiamare casa

corpo, casa mia

un’ utenza telefonica

da fottermi istericamente

voglio essere frainteso

mi verrò a noia

chi è il killer?

Perché faccio questo?

Vivo dentro la mia testa!

C’è sempre

un significato nascosto

davanti e dietro ad ogni Scimmia

che si prepara a subire un linciaggio

sto contattando gli alieni

sto sbugiardando le “Sette del Sole”

sto dando di stomaco

i giri d’orologio

tutte le sveglie

sono impostate sul tuo cuore d’oro

sto cercando

un modo

per rompere

queste mura

Disintossicazione

Ora Pluto si occupa del mio sperma

guarda come scodinzola

Al centro di cura

per le dipendenze croniche

dicono che “chiacchiero troppo”

chiacchierone

c’è qualcosa

qualcosa nell’aria stasera

che parla

di un amore fatto di luce

capace di trasformarsi

in una travolgente

sommossa

con le mani, con i piedi

ci estorcono

con le mani, con i piedi

le affascinanti

menzogne di cui siamo fatti

quelle dolci bugiarde mezze verità

che

ci rendono cani

di paglia

penso di

sapermela sodomizzare

questa mia “Babilonia”

ma è un giocattolo

che

non posso

condividere

tra amici

d’altronde siamo

più soli di un veterniario

tra bestie sane

e come corro e come corro

e mi nascondo e mi nascondo

fa male, impartisce l’estrema unzione al fegeto

questo corpo che si

rifiuta di obbedire ai comandi

Per fortuna

c’è un epatoprotettore

per inalazione da bocca

un epatoprotettore

per inalazione da bocca

disintossicazione dalla mia vita

e so che stsera

sarai tutto per me

sarai tutto per me

stasera

Otello Non si sa che fa. Tango del Murazzo

In Poetry urban story, Recensioni o rescissioni teatrali on marzo 20, 2019 at 4:57 PM

La Tirrenica. L’ultimo rimasuglio ferroviario targato anni analogici. Fino a vent’anni fa di treni del genere ne partivano a bizzeffe.Sempre stracolmi di fauna umana e animale. Pregni di flora batterica. Le Stazioni erano spartane. Sia quelle di provincia che di città. Poche vetrine. Pochi bar. Molto fumosi. Cessi aperti pronti per godere di assoluta promiscuità sessuale. Orario d’apertura ininterrotto. C’erano le cuccette. I vagoni ripostiglio. I vagoni anfratto. Le carrozze accumula sudore. C’erano i cestini di cibo con la mela bacata il panino muffito la bottiglietta d’acqua sgasata il cono gelato sciolto e il tronchetto di caffè da succhiare avidamente sotto la lingua. Non c’erano i biscotti della felicità cinesi. C’erano i tubi di baci “Perugina” che avevano sempre lo stesso messaggio: Puppa! I controllori erano innocui come funghi porcini affogati nel mare. I capi stazione solitamente guardavano L’Italia dentro una pizzeria. Televisore mastodontico. Giocavano ancora Rivera e Albertosi. Il Paese sognava il suo futuro a tinte socialdemocratiche. Tutto era più autentico. Anche la stampa cartacea. Giornali freschi d’inchiostro. Brillantina Linetti sparsa a casaccio sulle rotative. Le Stazioni dei Treni un tempo sapevano scrivere. “Otello non si sa che fa” affronta a bordo della Tirrenica, la sua prima trasferta in territorio pedemontano. Si parte giovedì alle prime luci dell’alba. Destinazione Cuneo. Prima Tappa declamatoria. La recita è prevista la sera stessa alle ore 21.00. Ecco le fermate del convoglio riportate in ordine puntuale. Termini, Tiburtina, Castelgiubileo, Formello, Serpentara, Tarquinia, Orte, Civitacastellana, Santa Marinella Laziale, Testa di Lepre, Prudenzia, Fiorenzuola, Civitavecchia Porto, Orbetello, Grosseto, Porto Marghera, Isola d’elba, Isola del Giglio, Putignano, Severino Sul Clitunno, Pistoia, Cortona, Arezzo Sud, Livorno, Pisa, Viareggio, Firenze Rifredi, Trieste, Lignano Sabbia D’Oro, Massa, Carrara, La Spezia, L’Acquila, La igueglia, Alassio, Quattro delle Cinque Terre, Borgo Tre Case, Portofino, Porfirio Diaz, Albenga, Diano San Pietro, Diano Marina, Ospedaletti, Vallecrosia, Chiavari, Recco, Borgio Verezzi, Varazze, Pomigliano D’Arco, Assisi, Gubbio, Ormea, Ceva, Colle di Tenda, Colle di Nava, Ponte Chianale, Robilante, Roccasparvera, RoccaVione, Cuneo. Orario d’arrivo a Cuneo Altipiano previsto per le 20.55. Da piazzale del Faro ci si è precipitati in loco a bordo della circolare U. Dove la vocale U, sta per Unica. Il nostro sistema neurovegetativo era decisamente alterato, come quando ti appresti a fare il “resoconto finale” di un faticoso Inter-Rail. Prima dell’ingresso verso la Porta Antica, le autorità cittadine ci accolgono lanciandoci addosso i famigerati “cuneesi al rumh”. Potentissima specialità tonica locale a base di sapienza antica. L’Effetto energizzante della prelibatezza, agisce istantaneamente sul nostro sistema limbico. La serata è trascinata a casa con la forza dello Spirito Santo. Ci sarebbe da riposare. Da affondare in un sonno profondo lungo almeno 20 minuti. Non si può fare. Per contrastare l’effetto adrenalinico del prelibato dolce, decidiamo di assumere, circa, trenta compresse a testa di “defenoxil”. Un potentissimo sonnifero. I dinamitardi lo usvano in guerra per rendere inoffensive le truppe nemiche. Tiriamo giù. Golate di pillole e genzialnella. Morfeo latita. Il sonno non arriva. Mondovì chiama. Sono saltati tutti i piani tattici. La trasferta di Mondovì è al limite dei “diritti umani”. La Città è divisa in quattro contrade. Di circa 5.000 abitanti ciascuna. Tra loro si detestano. Ci tocca esibirci su tutte e quattro le Piazze. Senza Soluzione di Continuità. Al vertice del Belvedere sentiamo l’ossigenazione saturasi. Come astronauti sulla faccia sporca della luna, arrabattiamo al Bar più vicino e ci sfondiamo di VoV. Un nauseabondo liquore a base di zabaione e nitroglicerina. A mali estremi estremi rimedi. Sarà lui a compattare i turbamenti del nostro sistema cardiovascolare. Mondovì è conquistata. Ma a quale prezzo! Entrambi accusiamo sintomi di “capelli vaporosi” e “Unghie spezzate”. Chiaro segnale che il nostro sistema neuro-vegetativo è deciso a sollevare bandiera bianca. La data di Torino incombe. Vietato fare cilecca. Impensabile recuperare le forze. Decidiamo di recarci in “Duomo”, fare i selfie insieme alla Sacra Sindone. Accendiamo un cero alla Madonna. Un secondo lo affidiamo alla grazia di Don Giovannino Bosco. Il tempo vola come un tiranno astigmatico. Appuntamento al Caffè Black & White. Zona Nichelino. Rione Cemento. Il famigerato “covo” dei Fighters Polonghera. Una della tante burle targate Bernardi&Marenco. Il pubblico è composto interamente da curvaioli “gobbi”. Tamarri da Nobel. Serve il “fiuto da seguigio”, “il colpo da biliardo”, “l’ammicco vincente”, “il sigillo di garanzia”. Otello e Desdemona cominciano a millantare un “passato” da discotecari nel glorioso “Ultimo Impero”. Airasca. Anni Novanta. Per oltre due decenni la Sala da Ballo più grande d’Europoa. Forse del Mondo. In Confronto lo Studio 54 SUKAVA. Roba da educande. È fatta. La marmaglia bianconera comincia a lacrimare. Sono pianti nostalgici. In troppo sensi, aimè. Torino è stata battezzata. Battiamo in ritirata. Stritolo forte il mio vessillo granata. Porta Nuova ci accoglie con una specie di scherzo di carnevale “fuori stagione”. La Tirrenica del ritorno è stata soppressa. Questioni intene al Governo. Ci tocca andare all’aereoporto di Caselle. C’è ancora disponibile un volo “Scassat” Torino-Calcutta con scalo “a calci in bocca” su Roma Campo Militare. Il Deliquio!
Otello non si sa che fa

“…Questa febbre è psicosomatica…”

Sodoma abita qui

In polverie o poesie on marzo 12, 2019 at 6:37 PM

Sodoma

abita sempre

con me

Sodoma uccide

poi chiede perdono

poi uccide ancora

poi chiede la grazia

poi uccide poi più niente

Sodoma piange

Sodoma ride

Sodoma è bella

Sodoma è il sole

Sodoma zitta, osserva il silenzio

Sodoma ferisce

il Padre Nostro

che abita

il mio Regno

che stramazza nei cessi

Sodoma vampirizza

le mie undici dita

le vuole

tutte per se, Sodoma è ingorda

Sodoma toglie

di mezzo la vita al mio corpo

Sodoma

siamo io mutilato

allo specchio

il respiro in affanno

con una mano pretendo

con l’altra pure

un anima inaridita

la trappola che c’è

ma non si vede

Sodoma abita qui

sotto la pelle

al sicuro

per

sempre

Madre e Pornodiva

In polverie o poesie on marzo 9, 2019 at 6:21 PM

Da qualche parte in Brasile…

mia madre

aveva sedici anni

quando m’ha cacato

nel mondo

Una Lolita giovane

molto giovane

narcisista, molto narcisista

all’inizio era così possessiva

che non voleva liberarmi

dall’utero

ha persino provato a cucirsi la fica

col filo interdentale, geniale!

Poi, così di colpo, senza nessuna

ragione apparente, è cambiata

Dopo soli sei mesi

m’ha fatto capire

che era il caso di disintossicarsi

io da lei e lei da me

Volevamo liberarci

l’uno dell’altro per gradi

Madonna del Carmine!

Quando la penso

la punta della lingua

compie un percorso

di sette passi sul mio

cazzo in adulazione

Mammina, luce dei miei occhi

metadone delle mie notti insonni

proiezione delle mie proiezioni

Dea delle Dee, fa di me il tuo Pollon “combinaguai”

Non ci si libera

facilmente

d’una dipendenza

Nemmeno da morti

La cerco, insisto coi contatti

contatti di natura molesta

I demoni m’attanagliano

notte e giorno

io prima li stalkero

poi non me li inculo

così da confondergli le idee

Crepo male

nella stitichezza

della mia stessa dissonanza cognitiva

Il tempo passa

la dipendenza si consolida

Penso a mia madre sedicenne

la rivedo in ogni donna che scopo

custodisco nel cuore fiotti di sperma

spudoratamente “borderline”

e di curarmi me ne sbatto i coglioni

anzi, l’unica cura che mi interessa

è scrivere musica sul culo della mia genitrice

…chiappe che cambiano le carte in tavola…

Ho una foto di lei

che mi tiene a poppata

aggredisco coi denti quel suo minuscolo capezzolo rosa

ho fame di lasciarle un segno

farle male quella volta per sempre

Che fata! capelli neri mossi

occhi privi di calma

due labbra senza difesa

per Dio il suo corpo sembra che scotta

e io sbiello di gelosia

che se becco il bastardo

che gli ha inoculato tra le viscere il seme

da cui sono nato

cazzo, gli spacco la testa

Sento

il veleno dentro di me

uccidermi a piccole dosi

le mie parole d’amore

svuotarsi dai fatti

mi insulto mi prendo

ripetutamete a sberle

perdo l’equilibrio

batto la testa contro il muro buio!

li fuori fa buio, buio pesto

La chiamo su Sky.pe

il mio cuore ha paura, una paura fottuta

la mia voce predatoria

è priva d’empatia

lo sguardo si dispone

a guscio

il mio portoghese è scolastico

temo di non riuscire

ad essere autentico

ho il terrore di non farmi capire

d’altronde sto pur sempre

parlando con lei, mia madre

una stella del jezz-set

una delle più grandi pornostar

del Brasile

la sua arte, tra gli ottanta e i novanta, ha fatto

rizzare i cazzi e bagnare le fiche

di tutto il Sud America

isole comprese

Fantastico! Superlativo! Mitologico! Sublime!

Ho visto alcuni suoi film!

Una fuoriclasse senza ritegno

lavora solo in porno d’autore

suda cazzi con la fantasia della contorsionista

la padronanza

della battuta è sopraffina

molto convincente

nei ruoli drammatici

ma anche nel repertorio

comico, brillante, non scherza

Ci siamo messi d’accordo

per vederci, prenderci una sbronza

sniffare tanta polvere d’angelo

dobbiamo raccontarci

un sacco di cose, un sacco di cose

viene lei da me, io ho paura volare

quasi in tutti i sensi

magari mi aiuta ad entrare

nel remunerato mondo del porno

è così vaffanculo al teatro

mamma a 27 anni ha avuto

un altra figlia, il padre è un semplice e onesto geometra del catasto

ne deduco dunque che ho una sorella

di circa 26 anni, si chiama Taissa Rebeca

l’ho vista in foto, bella come

una ballata di Lorca

giunto allo zenit della sua frociaggine creativa

Questa vita è amore signori

Questa vita è una girandola della morte

Una giostra del putiferio

Mia madre è la sovrana del porno brasiliano

Dio Cristo!

adesso capisco

da dove nasce

la mia passione

per la recitazione

Narciso, Amore di pillole

In polverie o poesie on marzo 6, 2019 at 3:04 PM

L’amore

è un gioco al

massacro

gioca con la tua

vita per un po di tempo

ti distrugge

lentamente

giosce

del tuo dolore, l’amore è un baro

non ti chiede mai scusa

oggi ti ama

domani ti sbatte

la porta in faccia

e questo ciclo

non si interrompe

è un gioco

al massacro

che si rispecchia in me

non ho ricordi

un minuto

vale l’altro

non mi offrirò

mai un futuro

amnesia

milioni di idee

non ho mai speso

nemmeno un pensiero

per l’Ave Maria

dico mai più

poi ci ricasco

non vedo l’ora

di tornare a ferirti

d’uccidere l’usignolo

d’uccidermi un po

non esistono spiegazioni

possibili

non esiste cura

la tua parola è dolce

la mia maschera è docile

ma io sono altrove

sistemati male come l’arredamento

mi rannichio

dentro al silenzio

faccio ritorno in utero

faccio ritorno in utero

non ho potere su di me

fuori piove o fa sole

fa niente, un passo indietro

un passo indietro alla volta

un minuto vale l’altro

un minuto vale l’altro

Bernarda Alba percepire il respiro della Gabbia Emotiva

In in scena, Recensioni o rescissioni teatrali, Uncategorized on marzo 5, 2019 at 8:38 PM

Dio vi abbia in gloria. Figli bastardi di Spagna. Nati da madri orfane. E padri fantasma. Bernarda Alba è figlia illegittima della Penisola Iberica Una delle tante metamorfosi del peccato originale.. Di lei si conosce il giorno di nascita. 21 gennaio. Acquario per un grado e ventotto. L’Anno non ci è dato saperlo.il luogo? La putrida periferia di San Sebastian. La città più industriale di Spagna. Una delle tante rivoltose capitali basche. Si mormora che Donna Miraflores, la madre biologica di Bernarda Alba, abbia assunto, durante la travagliata gravidanza, dosi ingenti di paraffina. Questo per accelerare il processo di rottura delle acque. Bernarda nasce così in netto anticipo rispetto al tradizionale fuso orario. Il periodo dello svezzamento procede a singhiozzi. Donna Miraflores ha il vizio della bottiglia. Pinacolada, in particolare. Il sapore del latte materno somiglia più a quello del latte di suocera che al normale latte parzialmente scremato. La piccola Bernarda cresce così con l’ittero tratteggiato sul fegato. La prima parola che pronuncia prima di pappa, bumba, pipì e pannolino è : Genziana. Il primo ceffone da parte di madre è servito. L’infante Bernarda ciuccia Genziana come una fogna rotta in culo. Litri e litri. Damigiane intere di genziana prosciugate come se non ci fosse un domani. Tutto questo etilismo precoce spaventa a morte le miserabili tasche vuote materne. Il punto di non ritorno giunge quando all’età di tre anni Donna Miraflores rivela alla figlia l’identità del padre: Antonio Banderas. Attuele marito della “ponderata” Melanie Griffith. La risposta perentoria della giovane traumatizzata è : Don’t Cry For Me Argentina. La sbronza finale a base di Genziana fatta in casa, e poi la triste decisione di “darsi” in adozione da sola. Bussando alla porta di una famiglia antifascista.

 

Bernarda, Eziologia di una Dissociazione Somatica

I generali di Franco sono galoppini. Ma sparano. Eccome se sparano. La famiglia adottiva di Bernarda viene accusata di essere “avversa alla dittatura militare”. Scatta l’arresto e la consecutiva fucilazione a muro senza regolare processo. Il pericardio è servito. In particolare, Bernarda soffre per la morte prematura di Gilberto Neto. Adorato fratello. Ucciso a tradimento dai sicari di Franco. Neto era un noto attivista separatista. Bernarda cresce. In fretta. Giornate senza sole. Sonni senza riposo. Notti d’angoscia colpiscono come montanti nello stomaco. Arruolarsi nella milizia partigiana è quaestione di attimi. E non è ancora successo niente. Bernarda spara. La sua quiete non esiste più. Punta sempre l’arma al centro del cuore. Un colpo solo. Non è concesso lo spreco. Perfezionare la mira è l’ordine del giorno. Bernarda, mascelle serrate, dire che ha paura è riduttivo. Eppure spara. Le giubbe nere stramazzano al suolo. I tirapiedi di Franco fanno la figura dei “cigisbei”. Bernarda si fotte in culo il proprio odio. Poi si porta la mano alla bocca…

Angustias, figlia di una Rivolzuzione che mozzica

Ti piacerebbe restare a dormire nei boschi? Qui accanto a me? Angustias Alba, è la prima figlia del lato “oscuro” della luna. Concepita durante “la notte dei lunghi coltelli”, durante una notte d’amore con Paco Liorente. Genus “Loci” della Resistenza Basca. Nato a Bilbao dal ventre di un cingolato. Paco è una “testa matta”. Antimilitarista sino all’orefizio superiore. Odia la Casa Reale. Detesta vessilli alabardati e gonfaloni. Quando sente L’Inno nazionale si tasta i coglioni per allontanare la iella. Tra Paco e Bernarda Cupido ci infila la picconata. Il dardo di carne e sudorazione. Dopo soli cinque mesi di gravidanza nasce Angustias. Ancora adesso la scienza non si spiega l’accaduto. La fanciulla nasce già con tutti i denti. Appena nata infila il dito indice nell’occhio destro della “levatrice” dandole della fascista. Buon sangue non mente. Come sua madre, ha il vizio della Genziana. Ne pretende litri dentro i suoi personali Biberon a forma di Piscina. Nel frattempo, la travolgente passione tra Bernarda e Paco viene bruscamente interrotta dall’evolversi degli eventi. Il Regime Franchista vuole il rivoltoso. Vivo o morto. Meglio vivo. Tortura e morte possono attendere. Ci sono ancora molte confessioni da estorcere. Paco, si vede costretto ad emigrare. Destinazione Venezuela. Caracas. Un ultima notte d’amore. Lenzuola aggredite quasi percosse. Poi più niente. L’abuso sinistro d’un addio. Angustias cresce. È in età da primo giorno di scuola. I voti sono più che discreti. Anzi. Ottimi. Specie nelle materie umanistiche. Ma sono estorti attraverso l’aggressione psicofisica. L’affondo degli incisivi nella carni della maestra elementare. Dicono che alla maestra si debba, in segno di rispetto, regalere una mela. Ad Angustias la frutta fa schifo. Specie quella sciroppata. Viene Lasciata sola a giocare in giardino. Ursus, Brutus e Mastodontic, il trittico di PitBull del vicinato le si avventano contro ringhiando. È il panico. Poncia, l’anziana governante, scende le scale imbracciando la carabina. Sarà costretta a rimetterla nel ripostiglio. I tre molossi giacciono a terra completamente maciullati. La testa di Brutus non verrà più rinvenuta. Ne ora ne mai. Bernarda sarà costretta a risarcire i vicini di “tasca sua”. Per chetarne la furia iconoclasta, alla piccola Angustias, le verrà fatto dono di circa 180 mici. Già sterilizzati. Eredità Materna: Passività Aggressiva
La Monta del Secondo Marito

La Patologia nasce dal trauma irrisolto. Bernarda Alba colleziona traumi irrisolti come nemmeno L’Anna O del dottor Sigmund Freud. Attrae tossicità da tutti i pori. La nevrosi da psichica si fa presto somatica. La Donna, non si nega nulla. Ossessività, Compulsione, Passività Aggressiva, Narcisismo Patologico, Dissociazione Somatoforme, Schizofrenia, Psicosi variegate, Delirio Onnipotente. Gli psichiatri che la visitano sono costretti a sollevare Bandiera Bianca. I farmaci non sortiscono l’effetto sperato. Viene toccato il fondo. Ma non basta. Si può scendere ancora più in basso. Basta scavare. Antonio Maria Benvenuto è il classico uomo da rimorchio. Lo stallone Italiano. Arrivato in Spagna per lavorare nel campo del “farsi mantenere a sbafo”. Bernarda ed Antonio si conoscono ad Ibiza. In spiaggia. Lei stava sfogliando una rivista “patinata”. Lui si stava infilando del cotone nel costumino da bagno. Pacco pluripotenziato in bella mostra. Segatura sparsa sulla pelle per sembrare più “selvatico”. Melassa sulla schiena per darsi un tono d’abbronzatura. Donna Bernarda si fa sedurre da un ruttino. Benvenuto la volta e la penetra senza nemmeno spogliarla. Sbaglia orefizio centrando la cima d’un peschereccio ammarrato li nei dintorni. Una gittata unica come nel Football Americano. Touch Down. L’Ejaculo enrtra dentro l’orecchio di un cavalluccio marino. Il cavalluccio s’incazza. Lesta, Bernarda si riprende con un gesto di mano la sparpaglia spermatica infilandosela “Kinesiologicamente” in sede. Da questo colpo d’arte marziale verranno alle luce le sue quattro successive figlie.

Martirio, Meccanismo di Respirazione Primaria

Martirio nesce per prima. Trent’anni prima rispetto alle sorelle. Per estrarla dall’Utero sarà necessario l’impiego, da parte dell’ equipe medica di circa 99 Forcepi. La ragazza nasce con un severo problema nel meccanismo di respirazione primaria. Osteopati e Chiropratici si alternano alla manipolazione tutti i giorni. H 24. E qui casca l’asino. Raggiunta dai primi pruriti sessuali, la ragazza pretende soddisfazione. Il baldo Enrique Humanas si dice disposto a dargliela. I due escono insieme la domenica pomeriggio. Lui, nosnostante la concavità cervellare, la porta ogni tanto al Cinema a vedere i Pornazzi. Durante le proiezioni Enrico va in foia! Acchiappa la mano della secondogenita di casa Alba e se la porta sul glande sperando in una masturbazione. La mano della ragazza è ferma. Rigida, immobile, quasi anchilosata. Forse è timidezza. Più probabilmente è osteoporosi. Il delfino della famiglia Humanas, pretende privacy. Impossibile da ottenere quando frequenti una ragazza costretta ad un trattamento fisiatrico H24. Il padre di Enrico va su tutte le furie. Si chiama Gonzalo Humanas, fa il sindacalista. E per il suo rampollo sogna un futuro da “poltrone”. Di questa incresciosa situazione Donna Bernarda ne ha i coglioni “gonfi”. Si impone un aut aut. La matriarca affronta il giovane. I toni sono minacciosi. Segli, o te la pigli con tuti gli acciacchi o te ne vai affanculo! Se ne andrà affanculo. Da quel giorno Martirio Alba, per gli uomini proverà solo più odio. Eredità materna: Disturbo Ossessivo Compulsivo.
Amelia e Maddalena, una padellta in faccia, una badilata sull’anima 1

Amelia ha talento per le arti sceniche. I presupposti ci sono tutti. Voglia di fare un cazzo. Sgranocchia schifezze davanti alla televisione. Divora ore e ore di Reality Show. La sua artista preferita è Tina Cipollari di “Uomini&Donne”. Vorrebbe essere lei. Lo è. La sua voce sembra quella di una Cornacchia presa a ceffoni da una trebbiatrice. Ignorante come una capra. Con tutto rispetto per i poveri ovini. Si nutre solo di Priengles al formaggio di fossa. Ha brufoli pure sui capelli. Vuole fare l’attrice. Poncia convince Bernarda a trascinare la figlia ad un provino. Un provino su parte. La parte è quella di una Betoniera parlante. Sono necessari foto e curriculum. Il Curriculum è immacolato. Un foglio bianco. Immacolato. Le foto, per fortuna, sono venute sfocate. La Ragazza sale sul palco. Suda furiosamente. Poverina, è molto emozionata. Per prepararsi diligentemente alla prova d’arte drammatica, ha preso qualche lezione di tiro con l’arco. Da Robin Di Lockxly. Pricipe dei Ladri. Che, bontà d’animo, non si è manco dare il compenso per il disturbo. Poi si è suicidato. Amelia sale sul palco. Dalla cabina di regia si sente un grido di spavento. Subito qualche anima pia abbassa le luci. Il Regista in sala cessa subito di farsi massaggiare i piedi dai suoi bronzi di Riace. Questa cosa cazzo è?! Amelia, si presenta. Pronuncia il suo nome scraciando un andamento tonale ingustificato per lettera. Sembra di sentire il doppiaggio di Yoghi e Bubu. Il regista, tale Cin Cin Cianfrusaglia, una mezza tacca di busone isterico di sedicesima risma, la aggredisce morsicandola alla carotide. Niente Call Back. Peccato. Il Teatro ha gettato nel cesso la sua unica occa sione di riscatto. Amelia, schifata dalla modernità saprà trovare conforto nella Fede.

Eredità Materna: Delirio D’Onnipotenza e Paranoia.
Amelia e Maddalena una padellata in faccia una badilata sull’anima 2

Maddalena è alta come un montacarichi. Quando era ancora in fasce era già alta come L’Empire State Building. A due anni, viene scritturata dal Circo Togni in qualità di “pertica”. Premio d’ingaggio: una nocciolina e due supposte. A cinque anni durante una scampagnata di famiglia in America, viene notata da Trevor Bicks, il coach dei Chicago Bulls. Bicks la pretende in squadra. Farà da spalla a Michel Jordan. Maddalena ha l’ossatura di Karim Abdul Jabbar, ma tratta il pallone con la “grezzezza” di un picconatore di ghiaia. Troppo forte. Scoppia L’Invidia nello spogliatoio dei “Tori Rossi”. Ammutinamento. Jordan,classica prima donna, è invipertito dal successo della sua compagna di squadra. Gli avversari storcono il naso. Si mormora che l’atleta sotto sotto sia provvista di “pene”. E sacca scrotale. In Federazione si bofonchia si “squilibrio ormonale”. Bernarda Alba difende la sua giovane creatura dalle infamanti accuse. “ Se la N.B.A sfotte ancora la mia bambina, la iscriverò a pallavolo”. Così sarà. Maddalena farà le fortune del “Dream Team” targato Julio Velasco. Andrea Zorzi, Lollo Bernardi, Andrea Giani, Fefè De Giorgi, Lucky Lucchetta e poi “lei”. La Ricezione per antonomasia. Maddalena Alba. Poi dopo l’oro iridato, gli esami antidoping. La massicciapresenza di “minestrone al ginseng” nel sangue. Il processo sportivo. La Radiazione. Il ricovero, Nove tentativi di suicidio. L’Uscita dal tunnel. Gli studi alberghieri. L’impiego come “vedetta” al Careffour . La vita è una giostra. Una girandola balorda. Eredità materna: Dipendenza da farmaci
Adela. Caro agli Dei chi indossa il grimaldello

Troppo giovane per vivere. Troppo giovane per morire. Troppo giovane per essere vista. Dicono in paese, che Adela, la più giovane tra le figlie di Bernarda Alba, sia anche graziosa. Graziosa e piacente. Ciò che si dice “un bel figurino”. In famiglia stravedono per lei. Tanto che una volta raggiunta la maggior età, madre e governante la portano a farsi la messa in piega dalla “Pettinatrice”. Il primo Cinturone di Castità arriva presto. Regalo di natale della sua tredicesima primavera. In concomitanza coll’arrivo del Primo Ciclo. I famigerati giorni della “merla”, insomma. È un Cinturone “DeluxE”. Prezzo proibitivo. Fabbricato dalle inossidabili acciaierie di Terni. Copre tutto il corpo. Viso Compreso. Non sono previsti passaggi d’aria o pertugi per lasciar traspirare l’aria. Il riciclo d’ossigeno è garantito da una botola posizionalta all’altezza del perineo. Tutto ciò che può manifestare erotismo è accuratamente sepolto da quintali e quintali di laminato plastico. La giovane fanciulla è costretta a concentrasi sugli studi. Riceve i docenti a casa, nella sua cameretta situata a 180 metri sotto il livello del mare. È compito di Poncia. La saggia governante, provvedere al suo nutrimento, passandogli i crostini di pane tostato attraverso il boccaglio. Adela mangia solo pane tostato. Pasto Unico. Alle sei del mattino. Arrivata alla soglia del mezzo secolo, madre e governante si decidono ad iscriverla al suo primo concorso di Bellezza. Ritenendola così finalmente pronta al “grande salto” nell’infame mondo dello show business. Alassio. Zona Budello. Adela Alba gareggia per lo scettro di “Miss Fragola”. Un concorso di bellezza seguito da anziani e pipparoli. La regola del concorso è severa. È prevista la sfilata in costume da bagno.Pena squalifica. Bernarda progetta per la sua “pupilla” uno splendido tre pezzi in cobalto cucito a mano. Mutandone, Fasciatura seni tipo “mummia”e casco integrale. Scatta il qui pro quo. Le forze dell’ordine pensano subito all’attacco terroristico. Si sente qualche sparo, la folla si disperde. Il volto di Carlo Conti si fa pallido. Vince Sofia Loren. O ciò che ne resta. Poco male, Pepe il Romano (nato a Guidonia ma tifoso accanito del Frosinone) il maschio per antonomasia dall’alfa all’omega, saprà consolare L’Erninni squalificata. Eredità materna: Latente Istinto omicida
Poncia un filo Rosso tra le mutilate Repubbliche

Poncia è un gioco di specchi. L’altra faccia di Bernarda Alba. Bernarda strappa. Poncia ricuce. Riga da una parte, baffetti, gibbosità pronuniciata, orologio sul polsino, voce cadenzata, labbra nascoste dietro l’arcata dentaria. Diplomatica nata. Manipolatrice sopraffina, Se non fosse Poncai sarebbe D’Alema. O Andreotti. Rapporti occulti con l’Intero Arco Parlamentare. Simpatie Anarcoidi ma di comodo. A Destra la rispettano, a sinistra le leccano il culo al centro le baciano entrambe le chiappe. Prodiga di consigli. Quasi sempre fallimentari. Tuttologa, pur non avendo mai letto manco uno scontrino della spesa. Dove Bernarda scapoccia, Poncia partica l’arte maligna della maieutica. Capace di portare avanti un discorso per giorni interi, senza sostenere tesi alcuna. Noiose filippiche prive di sostanza. Eppure Rettorati e Dottorandi pendono dalle sue labbra. Non si muove foglia che Poncia non voglia. Andreotti baciò Totò Riina sul labbro. Poncia seppe infilarci la lingua. Si dice che da giovane abbia paraticato sesso per arrivare ai “vertici” del potere. Il suo primo ed unico marito Kim Ham Cazz lavorava come spia per il regime Nordcoreano. La coppia ebbe 199 figli, tutti messi a disposizione dello Stato. Si dice che in seguito abbia assassinato Kim per seguire una sua sventatezza sentimentale di gioventù. Evaristo il Colorin. Suo compaesano. Professione fancazzista. Colorin le diede due figli. Entrambi morti a 27 anni per overdose da Brbiturici. Si chiamavano Jenis e Jim. Professione Rock Star. Poncia. La miscredente. I suoi idoli sono mantidi ingioiellate tipo Golda Maier, Hillary Clinton, Frau Merkel, Condolezza Rice, Nilde Iotti e Margareth Tatcher. Liberista Oltremodo. I poveri e i pezzenti le stanno sui coglioni. Con Bernarda si conoscono ai tempi della Resistenza. Alla prima occhiata scatta subito l’intesa. Le due ribelli circuiscono e seducono la gurdia armata franchista per ottenere preziose informazioni. Stordiscono i militi di vino e li squartano prima dell’amplesso a fendenti di taglierino. Poncia, governante simulata, saprà proteggere le adorabili figlie dell’amica Bernarda, dalle cattiverie del mondo esterno. Un mondo dove non c’è nulla d’autentico. Nulla Compreso.

Pepe il Romano Parole di Burro

Tanta Dinamite/ Poca Miccia. Pepe il Romano ha imparato l’arte della seduzione. Un semplice meccanismo di perpetuazione della specie che oscilla tra il bio chimico e la capacità di discernere tra le bestialità del vocabolario. Un vero e proprio gioco di potere. L’Amore non c’entra nulla. Non esiste. O se esiste non si sa che cazzo sia. Forse è amore quello per una squadra di soft/ball o per un gruppo musicale. Quando già si passa al proprio canarino di compagnia o al proprio elettrodomestico di garanzia, o macellaio di fiducia, si chiama attaccamento. Anche l’amore per i proprii figli non è amore. L’Amore per i figli degli altri si chiama “Bastadata”. I figli che amano i genitori mentono. Spudoratamente. Infarciteli con 145 vaccini o vi cresceranno su Bugiardi Patologici. Pepe Il Romano è il processo dell’eccessiva ospedalizzazione. Una spropositata medicalizzazione del figlio perpetreta ostinatamente dai genitori. Il risultato è un bugirado patologico cresciuto dentro un clima di assoluta “bambagia”. Incapace anche di tagliarsi da solo le unghie dei piedi. Crescuito a latte e buffetti sulla guancia. La mano tremolante delle nonne che gli lavava il pistolino nel bacile. L’Acqua ovviamente bollente. Le zie rimbesuite che lo riempivano di regali. Una comunicazione verbale abbondante di vezzeggiativi. “il mio piccolo orsetto lavatore”, “il tesoruccio che fa la pupù”. La porzione inconscia del poppante capisce subito come fare a sottomettere e manipolare la sua “nutrita” gens matriarcale. Basta un singhiozzetto, una bua, un fru fru. Che subito gli viene posato il succhiotto su di un piatto d’argento. L’andamento scolastico fa pena. Ma con qualche pausa al punto giusto, il ragazzo covince la famiglia che non è lui il babbeo. Sono i docenti gli stupidi. Bocciato a ripetizione. Ottiene il diploma di perito alla Radio Elettra. Cinque Anni in Uno. Con un ritardo tre lustri sull’ordinaria scadenza. Orgoglio di famigla. Anche da decedute le zie continuano a massaggiargli le tempie. Al primo raffreddore stagionale gli ordinano la cassa da morto. Meglio mettere le mani avanti. Pepe è la bugia fatta a persona. Mente anche qundo dice che uno più uno fa due. Sarà Lui il capitolo finale di una famiglia dove la patologia regna sovrana.

Primavera che sevizia la rondine

In polverie o poesie on marzo 4, 2019 at 10:56 am

voglio un posto

un posto dove vivere

un posto nel mondo

dove posso toccare il fondo

un cesso di posto

dove nessuno

mi dica come vivere

un cesso di posto

un cesso di posto

un buco nel cervello

una pozza di sangue senza

sentimenti

voglio un posto

un buco di culo d’inferno

un cesso di posto

dove cani idrofobi leccano

le palle ai bambini

una stanza d’affitto

una stanza d’affitto

al tredicesimo piano

una stanza d’affitto

l’ascensore rotto

le scale sporche

l’atrio abitato da cinghiali

mosche ovunque

mosche ovunque

un cesso di posto

un cesso di posto che somigli

al mio cuore

un posto dove

l’unica cosa che conta

è spaccare il culo a biliardo

un posto dove l’amore

l’amore non conta

un posto dove

nessuno vuole esserti amico

o strizzarti l’occhio

o baciarti le chiappe

o ispezionarti a fondo il buco del culo

un posto senza militari

un cesso di merda senza prego ne grazie

una stamberga dove non prega manco Dio

voglio un cesso di posto

un cesso di posto lontano da tutto

un posto dove posso

incendiare la plastica

un cesso di posto

dove poter scendere in basso

sempre più in basso

un posto dove posso dare il meglio di me

nessun profumo

nessun colore particolare

musica si, ma solo di merda

stelle nel cielo disposte a prendere a calci un pallone

e troppa voglia di pugnalarmi l’anima

e troppa voglia di pugnalarmi l’anima

un posto lurido

senza nulla di umano

un posto dove affogare

la morte nell’ebrezza di lontani ricordi

un cesso di posto

dove le giornate

sembrano eterne

un posto dove l’amore

l’amore non conta, l’amore è fuggiasco

l’amore è bandito

l’amore è lo sperma scaduto

di noi fuorilegge

voglio un cesso di posto

in cui potermi sentire

l’uomo solo al comando

voglio potermi smentire

voglio potermi sputare

voglio potermi tradire

voglio un cucchiaio di marmellata

occristo che merda di posto!

Al piano di sotto

hanno sparato a qualcuno

le vesciche dei vecchi

sono stracolme di piscio

voglio un cesso di posto

dove sentirsi inutile

fa primavera

dove sentirsi inutile

fa primavera

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