Saxa. Saxa Rubra. Roma. Studi Televisivi. Rai. Primi anni Ottanta. Governo Spadolini. C’è un papa polacco. Al soglio di pietro c’è un pontefice nato oltre la cortina di ferro. Il primo della storia. E della geografia. Gigio ha da poco terminato di registrare la puntata. Dello zecchino d’oro. È stanco. Stremato. Suor Mariele Ventre gli ha rifatto i connotati. Ore & ore di solfeggio. Prove su prove. Mattinate intere ad ascoltare le canzoni dei bambini. Deficienti. Che sanno ancora di latte. Un repertorio di merda. Inoltre gli skatch con Cino Tortorella lo irritano. Pezzi pedanti. Scritti col culo. Battute per mongoplettici. Gigio. Il Topo. Un sorcio che ce l’ha fatta. Grazie al suo visino caruccio. Alla zazzera che gli solca la fronte. Orecchie a sventola. Come quelle di Clark Gable. Corrette col bisturi. Una bottiglia di Cola al posto del pacco. Per farlo sembrare dotato. Denti bianchi. Che più bianchi non si può. L’accumulo di tartaro dovuto a caseina non è che un lontano ricordo. Gigio è a pezzi. Vorrebbe solo infilare la testa sotto la sabbia. Come agli struzzi. È sparasi un colpo di rivoltella nel grembo. Come succede in messico per chi vuole abortire. Gigio è depresso. Da tempo. Ingolla farmaci. Prescritti dallo strizza cervelli. Va in terapia. Da uno psicologo gattaro. Ma non gli riesce facile parlare di se. È timido. Introverso. Anche troppo. Le emozioni lo spaventano. Esce. Fa due passi. Anche tre. Cerca corpi nudi. Carne per sopperire allo sciabordio dei pensieri. Ce un locale. Nel quadrante est. Laddove il casilino & il prenestino si guardano in cagnesco. Al tempo non c’era Covid. Tantomeno Green Pass. Gigio entra. Non c’è il babbeo che ti piglia la temperatura. Gigio lascia il soprabito al guardaroba. Dal nano forzuto. Si siede. Ordina una bibita. Leggermente alcolica. Le ballerine sono spompate. C’è un gruppo di poeti. Che declama la propria merda. Asma. Di poesia. Èil nome del gruppo. Pure il cognome. E il nome d’arte. Un nome da schifo. Chi l’ha deciso deve avere le rotelle fuori posto. Il tizio che presenta è su di giri. Ha ancora il setto nasale sporco di tabacco mentolato. Siamo a metà dell’opera. -poco male, riflette il topo. La poesia gli fa prudere le mani. Roba da fronzelli. Gigio butta l’occhio sulla gentaglia con in mano i papiri di carta. La palpebra cala. È il sonno. Poi però la musica cambia. Sul palco è salito lui. Matteo Mingoli…
Mingoli va a memoria. Sfido, è il suo repertorio. Lo conosce a menadito. Ergo va a memoria. Il glande di Gigio cominca a farsi umido. Il cuore batte. La fonte suda. Sono i classici sintomi dell’innamoramento -sigarette, sigarette, sigarette…Mingoli scandisce le parole. Le affetta. Gigio ha un sussulto tra le natiche. Il pene gli si rimette in carreggiata. Lo scroto fa del moto. Torna in forma. Mingoli intanto lascia il posto al prossimo uccellaccio del malaugurio. L’amore da, l’amore toglie. L’amore è ciò che ci capita mentre pensiamo al suicidio. Gigio chiama il cameriere. E gli intima di trascinargli Matteo al tavolo. Lascia anche una buona mancia. Sorcio si, ma mai scozzese…
-hai un’ottima penna, sei di presenza scenica sopraffina, che ne dici di lavorare nel mondo dello spettaco. Siamo già al privè. Gigio ordina una bottiglia di rosè. Chateu de Fontignac. Vino da porcellini d’India. E formaggio. Cubetti di formaggio borgognone. E cipolline. Cipollotti intiniti nell’aceto. Allunga la mano. Stile Kevin Specy. Ma con più tatto. Qui non si tratta di scaricare i coglioni. Qui è un Quore che batte. Ce della cocaina sul selciato. Gigio se la poggia sulla punta del cazzo. -tiè sniffa su, manda tutto ai piani alti. Gigio allunga, allude fa lusinghe…-hai talento, posso farti conoscere…si insomma, la gente che conta…editori, agenti, promoter…basta solo che lo vuoi…ordina e ti sarà dato…solo tu…devi essere carino con me…Gigio s’avvicina. Bocca a becco di upupa. Vuole un bacio. Ma non una cosa saffica. Ci mette la lingua. Una punta di lingua di troppo. – che mi dici del partito comunista…!? L’alito di Gigio sa di cantina. Quasi d’oltretomba. Durante il tentato limone gli monta su dallo stomaco un sussulto di boccone divorato a cena. Sedano. Una gamba di sedano affogata nello jocca. La caseina di capra per chi sta attento al verdetto della bilancia. Mai mescolare lucciole con lanterne. Mai. Mingoli comincia a tendersi. Gigio ha cominciato a fare la star. A comportarsi come un parroco a cui tutto è dovuto. Specie il culo del bimbo. L’iride del Mingoli comincia a tendersi. La mano sinistra, l’artiglio del diavolo, afferra l’orecchino di Gigio. È questione d’una nota sola come nel samba di Tom Jobem. Il gingillo placcato si porta con se un quarto di lobo. Il ratto grida, perde sangue. Mingoli gli tappa la bocca col ghiaccio del vino. I cubetti hanno subito un travaso. Ora la star non può più fiatare. Ne farsi sentire. Matteo s’attacca alla bisaccia. Tracanna. Poi frana la punta della bisaccia nell’occhio destro del topo. Il corpo di Gigio ha uno scatto d’orgoglio. L’ultimo. Nel bassoventre. Giusto il tempo debito di rilasciare lo sfintere. E vedersi scivolare una scultura di berlone sul tappeto. Matteo è un poeta educato. Finisce il vino. Posa il bicchiere. Apre il portafogli di Gigio, tira fuori i soldi…ma li lascia sul tavolo. Non sono soldi suoi. Lui è un poeta…mica è Craxi…