Giovan Bartolo Botta

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ce sta l’austria

In poesie di quarantena, polverie o poesie on novembre 30, 2021 at 11:33 am

lui è l’artista

il grande artista

pittore attore scultore

fine dicitore saldatore albergo ad ore

tutto ciò che finisce in “ore”

lui lo fa, senza problemi

senza troppe cerimonie

grande si, ma è rimasto umile

pulisce la lettiera del gatto

e ci tiene a farlo sapere

a farlo sapere in giro

-pulisco la merda del gatto

-daje, bravo

e racconta dei suoi valori

i valori veri, quelli d’una volta

ma pure quelli di mò

e il nonno morto in guerra

e l’altro nonno tornato reduce

dalla campagna di russia

e il padre che s’è fatto il culo

per farlo studiare

e la madre che s’è fatta il culo

per farlo studiare

e lui, che s’è fatto il culo

per far studiare i fratellini e le sorelline

che non ha, perché

lo stronzo è figlio unico

ma la butta giù pesante

per dare pepe alla storia della sua infanzia

così l’autobiografia vende di più

e lo invitano in tv nelle radio

a presentare l’autobiografia

con prefazione di sto caxxo

e post fazione di sto caxxo

sempre grandi nomi firme griffate

cognomi eccellenti, perché lui

è il grande artista, ma è rimasto umile

e pulisce la merda del gatto

e porta ancora il cane a pisciare

e va ancora a fare la spesa

e va a messa la domenica

e la mattina si alza e fa il saluto al sole

e medita fa yoga pratica le arti marziali

e non beve non fuma mangia sano

ha una moglie è fedele non va colle prostitute

e porta i figli a scuola poi li va a prendere e li riporta a casa

e non lascia figli in giro, perché usa le precauzioni

e usa gli asterischi per evitare i conflitti di genere

e ama i bianchi i neri i gialli i verdi

& gli arancioni, e fa la differenziata

e non sporca non bestemmia

e vota moderato, perché lui

è il grande artista, l’artista

dal passato burrascoso

fatto di droghe risse sbronze orgie gabbio

tutto falso tutto finto tutto inventato

ma c’era da mettere ciccia nell’autobiografia

altrimenti, chi se le beve ste stronzate

l’artista maledetto ma che ora s’è ripulito

e ha pure sconfitto il tumore, il tumore

la leucemia, la s.l.a, l’ansia, la depressione

gli attacchi di panico, la falange macedone, il real madrid

ha fatto tutto lui, ha sconfitto tutto lui

perché lui è il grande artista, ma è rimasto umile

e va ancora al mercato a fare la spesa

a comprare gli ortaggi la verdura di stagione per l’insalata

e sabato sera presenta a teatro

la sua autobiografia

e se c’hai il SUPER GREEN PASS

puoi entrare andare a trovarlo

e vederlo, vederlo dal vivo

e farti il selfie con lui dal vivo

mentre per le zecche del caxxo

munite solo di vecchio green pass…

ce sta l’austria

my love into the Draghistan

In poesie di quarantena, polverie o poesie on novembre 23, 2021 at 1:19 am

è un bel presidente

ha labbra bellissime

labbra da presidente

ha un cervello bellissimo

un cervello da presidente

è un bel presidente

la mamma del presidente

è bellissima, il babbo è bellissimo

i nonni bellissimo

abita in una casa bellissima

grande spaziosa luminosa

con una famiglia bellissima

il cesso del presidente è un bel cesso

il salotto è un bel salotto

il corridoio il solaio il ripostiglio la cantina

è tutto bello, bellissimo

il giardino del presidente è un bel giardino

anche il tosaerba è bellissimo

ed è un bel presidente

sua figlia, è bellissima

suo figlio è bellissimo

non ha figli!? Sono bellissimi uguale

il cane è bellissimo

il gatto del presidente, è un bel gatto

ah…è una gatta!? È una bella gatta

il criceto del presidente

è bellissimo, la criceta idem

il canarino è un bel canarino

il coniglietto è un bel coniglietto

ah, il presidente non ama gli animali!?

Non piacciono manco a me

gli animali fanno schifo

sono dei figli di puttana degli stronzi

dei ruffiani dei lecchini dei coglioni

gli animali sono delle merde, tutti

tutti, tranne quelli del presidente

gli animali del presidente sono belli animali

e lui è un bel presidente

ha denti bellissimi denti da presidente

sua moglie cucina bellissimo

il presidente ha un corpo che è un bel corpo

e va di corpo che è un bello andare di corpo

con la merda bellissima che profuma di bello e il piscio

vuoi mettere il piscio del presidente!?

È un bellissimo piscio, trasparente sano

perchè le reni del presidente sono reni bellissime

e le mani e i piedi del presidente

sono bellissimi, i capelli del presidente

colla forfora si, ma è una bellissima forfora

l’alito del presidente è un bellissimo alito

e la scoreggia del presidente è bellissima

e lo sperma del presidente è un bellissimo seme

e il presidente piace a uomini donne animali vegetali e minerali

e chiava tantissimo, perché è un bel presidente

e non ha bisogno di pasticche per tenere l’erezione

perché la sua è una bella erezione

e la sua sacca scrotale è una bella sacca scrotale

e soffre d’emorroidi si, ma lo fa in silenzio

senza lamantarsi senza lagnarsi

senza pesare sugli altri senza fare la vittma

perché le sue sono belle emorroidi

la voce del presidente non è una voce

è un canto un solfeggio bellissimo

e lui è un bel presidente che fa cose bellissime e governa bellissimo

è il governo del presidente è un bello governo

coi ministri bellissimi che fanno leggi bellissime

per governare le genti che sono genti bellissimo

in un paese bellissimo che ci si ama tantissimo

e tu tu mi piaci tantissimo e siccome sono timido stile venere in capricorno

te lo dico così con questa poesia dedicata al nostro bel presidente

ecco, ora che te lo detto possono pure venire i militari a casa

per inocularmi la merda a forza deportarmi sopprimermi

tanto ora di tutto quanto non me ne fotte più un caxxo

che Nancy

In poesie di quarantena, polverie o poesie on novembre 22, 2021 at 3:57 PM

ok sei bella e quindi?

T’ho sempre trovata uno schianto

bel culo belle tette pelle puritana

gambe slanciate da capogiro

la voce che pare un hammond

anoressica, obesa

sbronza, sobria

il taglio degli occhi

tipo faccia da schiaffi

labbra da mangiare, crude

il sapore della tua saliva

che basta e avanza per non crepare di sete

e tra le cosce c’hai il kaos

tipico delle grandi città

tra le cosce c’hai i palazzi in costruzione

c hai i dubbi e i misteri

ai quali ho affidato tutte le mie paure

e prima d’asciugarti

le lacrime con un bacio

e lasciare che il cazzo tenga comizio

ringrazio una specie di dio

per averti creato

dalla mia costola

e averti schiaffato

nel mio stesso inferno terrestre

ed è rimasto solo il dolce dormire

di tutto l’amore che possedevo

sono rimasti

gli incubi la nausea l’abrasione l’ustione

è rimasto

il dolore che non passa

non passa perché se ne fotte

del tempo che passa

e allora sposta la rosa rossa dalla mia tomba

ok sei bella, e allora?

Preferisco riposare in pace, che Nancy

meglio senza

In poesie di quarantena, polverie o poesie on novembre 22, 2021 at 3:09 PM

meglio senza

come il

treno che ti

lascia solo

in mezzo al nulla

se tutto crolla

è o.k, non

fingerò mai più

e anche l’amore

getta la maschera

tipo una zuffa

tra troie moribonde senza cestino da pic nic

e se avessi tempo

da perdere avrei

preso tutto da chi m’ha messo al mondo

il pezzo di carta

famiglie da mantenere

mutui da pagare fegato da mungere

e getta la maschera, l’amore

l’amore ti fa fuori, come ti fa fuori il sistema

l’amore ti ghettizza ti etichetta

ti chiava nel solco di luce, al limite del buongusto

al confine tre la merda e il bugiardo

e ripudia i figli e non guarda in faccia nessuno

tipo un rimborso spese

tipo stronzate d’amore & propaganda

tipo onanismo senza etica

tipo rubagalline

e greta lascia il forum, e torna a squola

e non c’è altro da aggiungere

e ci siamo detti tutto

meglio senza

La guerra santa della narrativa -daniele capaccio

In asma di poesia/prove per un romanzo, attualità, Bio Asma di Poesia, biografie parallele, Poetry urban story on novembre 16, 2021 at 3:59 PM

Un popolo. Il suo cappio. Il suo capo. Daniele Capaccio. Detto Amin. Amin Dada. Amin Dada Umpa. Daniele Capaccio. Il grido l’urlo & il kaddish. Il brivido il terrore il raccapriccio. Daniele Capaccio. Il Bokassa bianco. Il braccio da montone. Il giovanni dalle bande nere. La volpe del deserto. Il flagello di dio. Il braccio sinistro forzuto del diavolo. Daniele Capaccio nasce nello stato del belucistan. Per la precisione a umpa lumpa. Un piccolo villaggio fatto per lo più da catapecchie e palafitte. Abitato dalla antica tribù dei Baluba. Una tribù guerriera. Sotto il segno zodiacale della proboscide. Caratteri somatici decisamente bronzei. Ma pelle chiara. E capelli pittati di luccicanza. Occhio vitreo. Quasi come se fosse affetto da cataratta precoce. In pratica un albino. Nella tradizione bantù il fanciullo albino è un dono di manitù. Il grande spirito creatore. L’energia che muove il mondo e le alte sfere .sfere celesti. Allattato da una femmina di yak. L’animale sacro. Suzia la tetta con avidità. A tratti la morsica. Suzia oltre il dovuto. Quasi come se l’atto nutrizionale lo eccitasse. La femmina di yak è stremata. Vuole farla finita. Una mattina viene rinvenuta rigida nella stalla. Lunga & parzialmente macellata. Un lutto. Si compie per il piccolo Daniele la recisione definitia dal cordone ombelicale. Dal capezzolo turgido. Lo svezzamento è stato tranciato di netto. Uno svezzamento incompleto che segnerà per sempre l’epopea del grande condottiero. Per la rabbia Daniele si getta nella foresta. Per fare a pugni con la sorte. Cerca uno sfogo. Una carcassa da stuzzicare. Trova consolazione nella contemplazione. Si mette seduto. Ad osservare il cielo. Ce qualcosa di più grande lassù. Ma cosa!? Accarezza i minerali. Ci trova la vita. Ma la dottrina animista non lo soddisfa. Cerca disperatamente un motore immobile dal quale dipendere. All’età di dieci anni fa le vettovaglie e abbandona l’ovile. Viaggia. Esplora. Percorre la via della seta. Incrocia Di Maio. Passa oltre. In mongolia impara a usare la scimitarra. Conosce Attila. Il re degli unni. Ormai anziano. E claudicante. Fanno a manate. L’ex flagello di dio ha la peggio. Casca per terra. Batte la testa. Buio. Capaccio è ricercato. Ce una grossa taglia sulla sua testa. Lo cercano cimbri e visigoti. Il ragazzo fugge in cina. In manciuria conosce marco polo. Che gli insegna la nobile arte del leggere e dello scrivere. I due diventano amici. Polo gli fa da precettore. Forse qualcosa di più. Padre, amante, pedagogo, maestro. Partono per Venezia. Porto mercantile globale. Daniele sta in affitto a porto marghera. Un albergo ad ore. E tutto un mescolarsi di culture, razze, idiomi, ideologie. Daniele è confuso. Non sa a quale santo votarsi. A Rialto un certo shyloc, mercante ebreo, gli ruba il borsino. Con dentro svariati copechi. Disperato il giovane cerca asilo politico in una cattedrale cristiana. Il curato lo invita a confessare i peccati. Senza assolverlo. Poi terminata l’ora terza, tenta di violargli l’uscio posteriore senza chiedere. Daniele la prende male, malissimo. Praticamente di sponda. Giura odio eterno all’infedele corollario normanno. Si professa musulmano, senza sapere cosa cazzo significa. Legge i racconti delle mille e una notte. Viaggia in pellegrinaggio verso la Mecca. Trova la pietra nera. Se la ficca in tasca. Conosce maometto. Che lo indirizza verso le sacre scritture coraniche. Il ragazzo affascinato dalle sure diveta sciita. Poi sunnita. Trova casa a medina, ove conosce Fatima. La sua prima moglie. La ragazza è in età da marito. Nonostante la menopausa. Indossa un burqua integrale. Daniele la sposa sulla fiducia. Sotto il burqua ce un niquab. E poi altri veli. Così all’infinito. I due non consumeranno mai il matrimonio. Ed è giusto così. Perchè Daniele è un Saladino. Un guerriero. E il compito d’un guerriero non è mettere su famiglia. Ma dare lustro alla mezza luna fertile. Il saladino nel novero di Allah è pronto ad attaccare Roma…

Roma. Rione Pigneto. Ce la quiete dopo la tempesta. Vita gaia. I poeti sono tornati a declamare. A performare. Il giovane governo arcobaleno ha dato il beneplacito. Si torna alla vita. Le serrande sollevate. Il medioevo è alle spalle. Si legge poesia. Si scrive poesia. I teatari sono aperti. I cinemini spalancati. Si va a mangiare in pizzeria. I poeti fanno un sacco di aperitivi. Gli attori fanno parecchio apericena. Ci sono le stelle filanti per le strade. Manlio, giovane poeta in erba ha appena vinto un premio letterario. E festeggia in birreria con gli amici. Gli amichetti del quore. Gli angelorsi. Sorseggiano gassosa. Ce gennyfer che fa la scquola di recitazione. Vuole fare l’attrice. Per recitare in un videoclip dei maneskin. Il suo gruppo di riferimento. Come attrice gli piace la ferragni. Che fa l’influencer. Come attore adora il marito della ferragni. Che fa politica. Politica attiva. È tutto così allegro. Poi il rombo. Il rombo di tuono. Il martello di thor spappola la testa a manlio. Il poeta in erba. Gli amici li attorno attoniti. Ce Capaccio in groppa al fedele bucefalo, ronzino nipote del prode bucefalo appartenuto ad Alessandro il grande. Capaccio il Saladino. Lo spietato invasore. O forse l’eroico giustiziere. Agita la palla chiodata. Colpisce nel mucchio. Volano le teste. I soldati del saladino circondano il nugolo dei poeti. Li legano ai lampioni. Il Saladino, corano alla mano, recita ad alta voce la sura nona. Detta della penitenza. Poi da ordine di tagliare le ugole. Come nel mac beth. Non si dorme più. Daniele ha ucciso il sonno. I saladini irrompono a teatro. La serata è andata bene. Ce ressa al botteghino. Saladino interrompe la messa in scena. Un romeo & giulietta. Pura pornografia occidentale. -chi è il capocomico qui!? Nessuna risposta. -allora!? Ce un regista!? Nessuna risposta. La rappresaglia è severissima! Il tetro viene sbarrato. Dato alla fiamme. Per il saladino tutto il tearo è tetano. .postribolo. Il pubblico disperso. La compagnia dei comici costretta ad imparare il corano a memoria. E a metterlo in scena. Tutte le sere. All’ora quinta. Poi a letto. Chi non regge l’impegno è percosso. Poi sputato. Capaccio proclama ai quattro venti la nascita del Regno Punico! Con capitale a borgata gordiani. Una teocrazia di stampo ottomano. Con sede fiscale a costantinopoli. E sede legale a bisanzio. Seduto sulla tazza del cesso in laminato plastico Capaccio detto il Saladino inaugura l’egira. Grande festa della poesia performativa statica. Con argomentazioni religiose. Niente vizi. Ma solo fede indefessa nel signore delle genti. Tutti i poeti o presunti tali sono obbligati a partecipare. Chi si rifiuta è passato per le armi. Ce una giuria sacra. La composizione è soggeta a voto sacro. E insindacabile. Al vincitore viene aperto il petto. Col sacro pugnale di pietra. Appartenuto a fred flinstone. Ed estratto il cuore. Il cuore ribelle. In sacreficio al sol levante. In puro stile civiltà precolombiana. Tipo toltechi. Ma con più spargimento di viscere. La carcassa dell’artista lasciata rotolare dall’alto del cavalcavia in pasto ai sacri mastini della sacra area cani di piazza nuccitelli. Allah è grande. E saladino capaccio è il suo profeta. Dalle rovine del muro del pianto il rabbino capo alfonso canale osserva il sacco di roma. Lo scacco matto alla cristianità. S’accarezza la kippah. E suda. Suda freddo. Raduna la fanteria. Sarà la crociata. Sarà solo guerra santa…

Papa Pio Tutto- Daniele Casolino

In asma di poesia/prove per un romanzo, attualità, Bio Asma di Poesia, biografie parallele, Poetry urban story on novembre 15, 2021 at 12:18 PM

è l’italia degli anni 60. quella del miracolo.miracolo economico. Quella che gira in lambretta. Quella degli americani a roma. Il paese lungimirante. Che investe e risparmia allo stesso tempo. Il risparmio privato è il segreto che permette alle famiglie di tirare a campare. Un segreto di pulcinella. Il passato in camicia nera sono panni sporchi da lavare in casa. La speculazione finanziaria è ancora blanda. C’è un capitalismo a conduzione famigliare. Frequente. E un capitalismo che prova a fagocitare il mercato. Raro. Comandano le chiome impomatate della balena bianca. Il socialismo non è ancora rampante. Ma lo sta per diventare. Daniele Casolino è un giovane studente universitario. Di simpatie socialiste. Origini venete. Nato a Canale d’agordo. Presso belluno. Sotto il segno zodiacale della zecca di stato. Molto ambizioso. Frequenta la facoltà di giurisprudenza Cà Foscari. A Venezia. Iscritto al GSC (giovani socialisti cocainomani). Perennemente fuoricorso. Passa le notti a fare bisboccia in compagnia di altri scavezzacollo come lui. Tra questi un Gianni De Michelis in erba. E un Brunetta già piccolo. Diamanti grezzi. Talenti da svezzare. Gente della notte. Sveglia a mezzogiorno. Colazione con merendine confezionate. Cola al gelo per ripigliarsi dai bagordi della notte precedente. A pranzo pasta al pesto. O al tonno. Sugo rigorosamente pronto. Poi un bidè al brucio. Una botta di bamba per tornare in careggiata. La prima birretta tanto per aprire lo stomaco. E poi aperitivo, apericena, ristorante, pub, discoteca, night. Esami? Zero! La futura classe dirigente. Dopotutto domani è un giorno come un altro. Bisogna dargliela finché ce ne! Ma la sua vita da lazzarone sta per avere un capitombolo. Repentino.

Siamo ai tempi della crisi petrolifera di metà anni settanta. Gli anni della seconda ondata di contestazione. La disoccupazione è balzata alle stelle. Lo stato impone ai cittadini una riduzione dell’orario di lavoro. Per risparmiare energia. Energia elettrica. Con conseguente riduzione del salario. Il suddetto “salario al ribasso”. La gente vive a lume di candela. È sabato sera. Daniele ha fatto nuovamenete le ore piccole. È alticcio. Sa di distilleria. Ha voglia di chiudere in bellezza. Magari con una bella chiavata. Si mette al volate. Direzione porto marghera. Un salto a puttane. Rimorchia una libbra di carne senza identità. Mercandeggia la marchetta. Finito di contrattare sul prezzo si allenta la patta pronto per il lavoro orale. Ma qualcosa va storto. Ce un bagliore di luce. Accecante. Ora affianco a lui ce Paolo. Paolo di Tarso. Detto Saulo. Siamo in Via Damasco. All’angolo con Piazza Palestina. -Daniele, Daniele perché mi perseguiti!? Il volto del peccatore si contamina di lacrime. Il ragazzo congeda la battona. Con un calcio in culo ben assestato! La dileggia! -pussa via sguattera del demonio! Come se fosse stata lei a cercarlo! In segno di penitenza prende a rotolarsi nel catrame. Molla legge. Si iscrive a teologia. Raggiunge a piedi il vicino seminario vescovile di belluno. Chiede di entrare. Suona il citofono. Entra. Paga la retta. Tutta e subito. Il giorno dopo è già diacono. Impara a memoria il calendario liturgico. Studia il sistema pastorale. È avido della parola del Signore. Consulta i manuali d’episcopato in ginocchio sui fagioli borlotti. Raggiunge presto lo stato di cecità. Uno stato di beatitudine. Il secondo giorno è diacono. Il terzo viene ordinato prete. Non gli basta. Vuole provare sulla sua carne tutti gli ordini sacerdotali. Dal salesiano al gesuita. Lecca il culo a Don Bosco. Si lavora Padre Ignazio da Loyola. Li contatta. Gli telefona. Gli scrive. Li stalkera. Ignorando che sono morti da un pezzo. Deluso, si reca a Roma. A piedi. In pellegrinaggio. Getta gli stracci sotto il colonnato del Bernini. Segue di nascosto i lavori del Concilio Vaticano terzo. Vive d’elemosina. Dimagrisce a vista d’occhio. Diventa rachitico. Gli alti prelati sono invischiati in importati elucubrazioni d’ordine teleologico, tipo -come riciclare i soldi sporchi!? Casolino prende coraggio. Alaza la mano, s’intromette. -chiedo umilmente perdono…che mi dite di…I.O.R?! I cardinali ammutoliscono. Ora vige il silenzio. Un certo Paul Marcinkus, già vescovo dell’illinois, si china e gli bacia l’alluce. I.o.R istituto per le opere di religione. La nuova architettura finanziaria vaticana. Una banca privata. Esentasse. Che omette nome e numero dei proprii correntisti. Sottomessa alla legislatura dell’ammiragliato. Una truffa! L’umile parroco di provincia ha colto nel segno. Ora le vie del Signore sono infinite…

Daniele brucia le tappe. Viene ordinato patriarca seduta stante. Gli viene assegnata la diocesi di Roma Est. Distretto Pigneto. È l’anno del sinodo. Casolino lo inaugura insediandosi a brutto muso nella Cattedrale di San Luca. Imbastisce un conclave. Di breve durata. Dove si autoproclama Pope della santa chiesa cattolica apostolica ortodossa del Prenestino/Casilino. Col nome di Papa Pio Tutto. E si prende tutto. Fa piazza pulita. Emette la sua prima ed unica bolla papale. Dove impone la conversione dei locali in cappelle adibite al pentimento. Raduna presso di se la meglio fauna di poeti del quartiere. Li sottopone al battesimo. Alla cresima. Alla prima comunione. Li confessa. Ma non li assolve. Ordina loro la stesura di nuove lodi al Dio Padre Onnipotente. Se ne esce con delle frasi che fanno storcere il naso alla curia -se mi sbaglio mi scorreggiate! -semo der pigneto daje! Ma soprattutto la storica -il pigneto è padre, ma anche un po madre. E qui dalle parti del vaticano cominciano a prudere le mani. Casolino viaggia. Viaggia nel nome dell’episcopato. Visita i teologi sudamericani d’ordine marxista. Li titilla. Va in terra Santa. Strizza l’occhio alla comunità Palestinese. Ma non manca di ficcare la lingua in bocca all’anziana Golda Maier. In segno di stima strizza i coglioni al Dalai Lama. Che dal giorno dopo smette di reincarnarsi. Evangelizza l’africa da lontano, benché non riesca a trovarla sull’atlante illustrato. Mostra l’eucarestia alle congreghe scintoiste e zoroastriane. In India si traveste da paria e decreta un pareggio a reti bianche tra sciva e vishnù. Torna al Pigneto accolto come una Giovanna D’Arco col fallo. Mostra le estigmate. Piaghe da decubito alla sacca scrotale. Classica pena del contrappasso. Arriva anche il miracolo. Guarisce l’intossicazione alimentare da botulino di un fedele con la China Martini. Daniele è una scheggia impazzita. I piani alti decidono di agire. E togliersi la cancrena dal fegato. Domenica delle Palme. Mimì Alì Agcà, un terrorista affiliato al Gruppo dei Licantropi Grezzi gli spara a bruciapelo ferendolo al dito medio. Ricoverato d’urgenza al Vannini viene strappato alla morte da un apparizione di Padre Pio. A colloquio col suo attentatore gli pratica la classica tirata d’orecchie. -è stato l’alito pesante della Vergine Maria a deviare la traiettoria del proiettile. Dichiara ai giornali. Al soglio petrino si innervosicono. Daniele riceve in ospedale la visita di Suor Lucia Dos Santos. Che gli svela all’orecchio il quarto segreto di Fatima. Quello vero, autentico. Daniele impallidisce. Dimesso torna al Certaldo, indossa saio e silicio recita la compieta e si trincera in un mutismo assoluto. Chiede a gesti, alla perpetua, che gli venga preparata una cena a base di pane secco e buccia d’arancia. Con un bicchire d’acqua. Del rubinetto. Mezzo pieno/mezzo vuoto.Redige di suo pugno in latino una missiva che sa di congedo. Un foglio bianco in busta aperta. Non ce scritto niente. I misteri della fede sono senza parole. Poi si corica. E non si sveglia più. È la notte del 28 settembre del 1978. la mattina Suor Orsolina lo trova rigido a letto. Sul viso una smorfia di dolore. Tra le mani giunte il rosario. La sorella spaventata chima i soccorsi. Arriva il medico legale che in tutta fretta sigilla il cadavere ancora caldo nella cera lacca impedendo l’autopsia. La notizia del decesso viene data in pasto alla stampa che la ignora, preferendo occuparsi di cronaca sportiva. Ce stato l’incidente spettacolare di Lauda sulla Ferrari. Roba seria! Anche la comunità dei parrocchiani capitolini non si accorge di nulla. È da poco ripartito il campionato di calcio. Le spoglie di Daniele Casolino da belluno vengono accompagnate a Campo de Fiori, schiaffate sotto la satua di Giordano Bruno e date alle fiamme con lo Zippo. Papa Pio Tutto al secolo Daniele Casolino Primo. Un pontificato di soli 33 giorni. Come gli anni di Cristo Con Cristo e Per Cristo d’un Dio! Amen!

Il Mago del Consenso-Matteo Mingoli

In asma di poesia/prove per un romanzo, attualità, Bio Asma di Poesia, biografie parallele, Poetry urban story on novembre 3, 2021 at 3:25 PM

Mingoli. Matteo Mingoli. Matteo Mingoli nasce a Dovia di Predappio. (Cesena/Forlì) Il 29 luglio del 1883. sotto il segno zodiacale del bucefalo. Da monta. Maschio alfa. A soli pochi mesi ha il suo primo rapporto sessuale. Con la Gradisca. Maggiorata. Quella dei Vitelloni felliniani. Nonostante la stazza da infante, predilige la posizione dominante. Il maschio sopra, la femmina affianco. Pronta ad adorare l’erezione del maschio. E a mungerla se necessario. Primogenito d’una infinita nidiata di figli. A casa si fa quello che dice lui. Autoritario. Severo si, ma giusto. Spedisce i fratellini a spaccare la legna. Le sorelline invece a spolverare la fornace. La sera però davanti al focolare domestico non manca mai un cucchiaio di legno intinto nel miele. La vita è faticosa. Agreste. L’italia unita è ancora un paese arretrato. La famiglia Mingoli investe i pochi risparmi in un conto corrente presso la banca romana. Di li a poco lo scandalo. Griffato Giolitti. Il ministro della malavita. Destra liberale. Il conto corrente prosciugato. In rosso. Le tasche al verde. Matteo comincia a maturare un odio indefesso verso la pigra ed accomodante classe media. Quella borghesia decadente & volgare fatta di parvenue che si sono arricchiti pisciando in culo al latifondo e al mezzadro che lo coltiva. Si rifugia nella lettura. Specie saggi politici. Trattati militari. E poesia. L’immancabile poesia. Il suo poeta di riferimento è il reazionario Pound. Detto Ezra. Ezra Pound. Gli piace Pound. E la sua casa. O cascina. C’è gusto per l’arredamento. Ci si trasferirebbe prima di subito. L’esistenza è un kaos. Mingoli detesta il kaos. Serve ordine e disciplina. Petto infuori. E testa sul collo. Abile & arruolato. Arriva il giorno del servizio militare. Dodici mesi. Presso la Caserma del bersaglieri “Cesare Battisti”. Roma Quadrante Est. Adiacenza aereoporto militare di Centocelle. Qui il marcantonio si distingue per la notevole capacità di sventolare il Gonfalone. Sventola. La sera esce. Coprifuoco alle 22. tassativo. Pena notti intere a fare da piantone. Frequenta il Pigneto. Il quartiere dei fuori sede. E dei fuori corso. S’imbatte in una serata di poesia performativa. Gli pare sodoma. E gomorra. Più sodoma che gomorra. Poesia poca. Scritta male e declamata peggio. Checche a iosa. Individui sinistri. Sia in senso lato che politico. Tizi arcobaleno che latrano in rima. Droga, oppiacei, liquori, scommesse, prostituzione minorile. La bottega del vizio insomma. Si stringe forte al petto il libro di Ezra Pound. E giura a se stesso che avrebbe cambiato candeggio. Si congeda col titolo di Coccarda. Intrattiene conoscenze in ambiente militare e governativo. Stringe le mani giuste. Batte le adeguate pacche sulle spalle. Fa la voce grossa. Fonda i Fasci poetici di combattimento. Composti da ex poeti mingherlini che hanno messo su peso e che da ragazzi si sono fatti uomini. Poeti Adulti. Coi quali marcia sulla passeggiata pedonale del Pigneto. Inarrestabile. Umberto Secondo detto il Re di Maggio si rifiuta di ordinarne l’arresto. Anche perché l’italia è orami una Repubblica. Anzi, prendendo in contropiede l’opinione pubblica, la sera stessa gli conferisce mandato di formare un governo. All’insaputa del presidente Leone. -daje fa r’governo va! Matteo non se lo fa ripetere. Come Paganini. Entra coi suoi sgherri all’assemblea pubblica di Piazza Nuccitelli e fa corcare i partecipanti. Un certo Giacomo Matteucci, poeta in erba di simpatie socialiste, gli punta il dito contro accusandolo di totalitarismo. Il giorno dopo sarà rinvenuto cadavere soffocato da una quantità impressionante di tramezzini tonno & carciofini. Freddi. I poeti presenti in aula tentano una scissione dell’aventino. Mingoli li punisce sottomettendoli con l’olio di colza. Tra le natiche. Poi schiaffa gli intellettuali al confinio. Tra Porta Maggiore e San Lorenzo. Zitti tutti! Nasce il regime. D’ora in poi a Roma Est se si vuole partorire poesia tocca possedere la tessera. Annonaria. Matteo si circonda di forme concave. E convesse. Utili ad assecondarlo. E a dirgli sempre di si. Come nel teatro di Eduardo.Tra questi c’è il famigerato Quadrumvirato. Quattro poeti analfabeti col titolo di studio fermo alla quinta elementare. Scelti a caso nel mucchio. Mingoli è decisionista. Usa il pugno duro. Nel giro d’una notte fa abbattere la porzione ottocentesca del quartiere. Per costruirci sopra il Vitruviano. Una specie di altare della patria dedicato al poeta Vate. D’Annunzio. Edifica un Pigneto di fondazione. Pignetia. In stile littorio. Omaggio alla poesia classica del sacro romano impero. Bonifica il lago dell’ex Snia Viscosa. Fa si che il trenino sulla Casilina arrivi in orario. Promuove per i poeti iscritti al regime una sorta di mutuo soccorso. O fondo pensione. Matteo Mingoli. Una tempra spartana. Si dice che nessuno l’abbia mai visto mangiare. Ma solo sorseggiare acqua del rubinetto. Scrivere. Ed effettuare esercizi bioenergetici per la salute del corpo. Quanto all’anima ci pensa la lettura. Detesta gli alcolici. E il riposino post prandiale. Papa “Pio Tutto” lo incontra nella Parrocchia del Certaldo. I due capi di stato stipulano una specie di Patto Lateranense. Ove il regime può continuare a catechizzare poeti. La curia romana potrà fare lo stesso. Ma coi seminaristi. Matteo convoglia a giuste nozze. La moglie Rachele, una tardona dalle proporzioni abbondanti, gli darà due figli. Edda e Bruno. Edda perde la testa per Galeazzo Cianotico. Poeta. Un fedelissimo di Mingoli. Mingoli la prende male, malissimo, praticamente di sponda. Fa uccidere il genero. Edda la prende male, malissimo, praticamente di sponda. Si toglie la vita gettandosi sotto il tram numero 19. Da quel giorno per lo sgomento, Matteo fa dismettere la linea tramviaria. Il poeta è un essere resistente che va a piedi. Vengono stipulate le leggi razziali. Sotto forma di poesia. I poeti in odore di prepuzio circonciso vengono costretti alla vita carbonara. Nella vicina Germania un tizio coi baffetti stile Chaplin osserva l’operato del Mingoli. E in segno di rispetto…si leva il cappello. Poi però si tasta i coglioni a duplice mandata. E si rifugia in un bunker. Mingoli fonda l’istituto “Luccica”. Un cinegiornale che documenta le serate di poesia educativa a cura del regime. La voce narrante è quella dell’indimenticabile Niccolò Carosio. Partito senza un ghello da un paesino della Romagna ora è per tutti il Dulce. Matteo Mingoli il Dulce del Quadrante Est. Arrivano le farfalle nello stomaco. Claretta, una giovane poetessa gli fa pedere la trebisonda. Giovane, giovanissima. Praticamente una bambolina. Vitino stretto. Caschetto biondo. Piedi piccoli. Seno tipo tavola da surf. Stile bambola Mattel. Lui è il Big Gim. Lei è la sua Barbie. Si frequentano di nascosto. Consumano amplessi sul talamo scomodo delle baracche al Mandrione. Per conquistare la sua bella le promette che spezzerà le Reni ai Poeti Greci. Dal Balcone di Piazza Malatesta il Dulce proclama la dichiarazione di Guerra. Scrivere E Scriveremo! È il tripudio. Ma la verità è un altra. Mancano i poeti. Mancano le truppe di fanteria da inviare al fronte per fare le gare di poesia performativa. Anni di ordine e disciplina hanno privato i poeti pignetini di fantasia & improvvisazione. Scrivono tutti la stessa roba. E la declamano come se fossero elettrodomestici. O registratori di cassa. Tornano dal fronte con le corde vocali scassate. Afoni. Le riserve d’erisimo scarseggiano. è la disfatta. La guerra è perduta. Mingoli si rifugia sulla Serenissma. Forma la Repubblica di Salha. Ex giocatore della Roma Imperiale. Arruola poeti giovani. Incapaci di tenere una penna in mano. Coraggiosi Poeti partigiani composti dalle giubbe rosse come Alfonso jfl Canale detto Cnl. Daniele Casolino detto Cnl. Enzo Tatti detto Cnl. Lucrezia Lattanzio detto Cnl. Daniele Capaccio detto Cnl fanno ammuina supportando le forze alleate. È la resistenza. Siamo alle battute finali. Al sangue dei vinti. Mingoli fugge verso Tivoli insieme alla sua donna abbigliato come un Poeta Arcobaleno plurivaccinato con tanto di passaporto verde e borraccia d’alluminio. Riconosciuto dalla milizia poetica voltagabbana viene arrestato. C’è il declamo d’un processo sommario. Il maestro di cerimonie ordina la pena capitale tramite il verso declamato di Greta Thinbergh. Ore e Ore di Bla bla bla. Mingoli e Claretta chiudono gli occhi per sempre. Vinti dalla noia. Trasportati da Necci appesi a testa in giù, costretti a vivere una vita imperitura di aperitivi radical chic…

-potevo fare di questo quartiere sordo e grigio un manipolo di poesia…

-la prossima volta cì…

ll grande timoniere della poesia- Enzo Tatti

In asma di poesia/prove per un romanzo, attualità, Bio Asma di Poesia, biografie parallele, Poetry urban story on novembre 1, 2021 at 2:38 PM

Enzo. Tatti. Enzo Tatti. Il Grande Timoniere. Il PentaGrande. Il quattro volte gigantesco. Grande Maestro. Grande Capo. Grande Timoniere. Grande comandate supremo. L’apice del culto della personalità. Il futuro ideologo che fece fare al pigneto il notevole “balzo in avanti” nasce a Shaoshan. Distretto di Nachino. Il 26 dicembre del 1893. sotto il segno zodiacale del peyote. Quando la balia gli offre la tetta, il piccolo rifiuta l’offerta, optando per collettivizzare il capezzolo. E condividere il latte scremato col resto dei fantolini. Sono i primi vagiti di marxismo/leninismo che gli gongolano la giugulare. A pochi giorni dalla nascita prende il suo succhioto, lo intige nel miele, miele d’acacia, e presta il ciuccio agli altri bimbi della comunità. Questo gesto deciso & salace si chiama rifiuto della proprietà privata. Enzo cresce sotto l’ala protettrice d’un precettore. Omofobo. A cui la famiglia gli paga l’onorario con beni di prima necessita. Specie barbabietola da zucchero. A quel tempo tubero parecchio ambito, specie per la cura dei disturbi digestivi. Quali reflusso gastro/esofageo e meteorismo. Tatti cresce con la passione per i libri. Saggi di filosofia. Trattati politici. Li rivolta come calzini. Prova a spiegarli al popolo bue. Ma sono concetti complessi arzigogolati difficili. Troppo metafisici. Troppo iperuranici. La speculazione politica necessita di sintesi. Enzo la trova nella poesia. Distribuire la complessità della prassi attraverso la semplicità & la schiettezza del verso. Il suo poeta di riferimento è l’intellettuale giapponese Kamamura Naghisoshi. Grande compositore di haiku. Il massimo della sintesi. Scrittore in odore di buddithà. Nonostante le simpatie socialiste. Tatti lo declama in pubblico. Ne tesse le lodi. L’ambiente universitario mandarino comincia a guardarlo storto. Non si può nella Cina imperiale baciare le pile a un poeta religioso e per giunta giapponese. È vietato. Si rischia l’arresto per alto tradimento. Tatti è costretto a fuggire. Estradare. Destinazione Roma. Ospite presso la Casa del Popolo di Villa Gordiani. Il compagno Tatti ha mosso il primo passo verso la grade ascesa. Roma Est è una distesa di macerie. La dittatura lattanzia si lascia alle spalle una lunga scia di sangue. Muco, molto. E miseria. C’è analfabetismo ovunque. Gli studenti vegetano. I lavoratori si girano i pollici. C’è da riaccendere gli animi. Enzo si guarda intorno. Ci sta un baraccio nei pressi del mandrione frequentato da un poeta che sa ma non ha le prove. Il suo nome è PierPaolo da Casarsa. Che di cognome fa Pasolini. Tatti & Pasolini s’annusano, si studiano. E si piacciono. Trascorrono giornate intere a parlare di rivoluzione. La passione per l’argomento è tale che spesso saltano i pasti. Enzo si getta nell’agone politico. Sarà l’amico PierPaolo a scrivergli i sermoni. La figura di Tatti non è di quelle che parlano alla pancia. Lui predilige stimolare la testa. La materia grigia. Il mero raziocinio. Deve essere chiaro al popolo ebete che questa è l’unica vita possibile. E che dopo la morte c’è soltanto la morte. E che l’essere umano è un ammasso di carne senza spirito ne spartito. Che l’anima è una cracia immonda. E che per guadagnarsi da vivere bisogna rimboccarsi le maniche. E che se sei venuto al mondo sei solo una bocca in più da sfamare. Una rottura di coglioni insomma. E che non puoi permetterti di dare la colpa ai tuoi che si sono messi a scopare e non hanno preso precauzioni. La colpa è tua e di conseguenza devi sbatterti, ruscare, penare e lavorare di gomito. La pacatezza con la quale Enzo smuove le sinapsi degli elettori è tale che il presidente di circoscrizione gli conferisce il mandato per formare il governo. Ma Enzo ha altre ambizioni. Pretende di fare del Pigneto una Repubblica Popolare di stampo Collettivista. -fai tu! Gli dice con arguzia politica il presidente di circoscrizione. In quota sinistra ecologia e libertà. Tatti non se lo fa dire due volte. Va nelle scuole del quartiere a reclutare probabili futuri poeti. Gente che sappia tenere la penna in mano. Il resto della plebaglia viene subito fatto ritirare e costretto alla manovalanza. Ai poeti in erba viene consegnato un libretto rosso con su scritte le 10 regole fondamentali per una scrittura creativa ma comunista. La creatività condivisa. La creatività vista non come singola volontà di potenza ma come inutile sterco d’una mente alveare. I poeti devono condividere altrimenti nisba. Chi si ribella è costretto al grande balzo in avanti. Ovvero, i poeti che alzano troppo la cresta sono trascinati a forza sulla sopraelevata che sta sulla Prenestina. Denudati. E gettati di sotto. Proprio mentre passa il tram. Specie il 19. Eccolo! Il grande balzo in avanti! Ma al Tatti non basta! Lui in persona ti si piazza in casa costringendoti all’esproprio della carta & della penna. E della matita. Dell’inchiostro e della gomma pane. Il poeta non deve possedere nulla nemmeno se stesso. Il suo acume è tutto dello Stato. La sua opera è statalizzata. E i proventi sono ad uso & consumo della Santa Madre Patria. Altrimenti macero. Tatti si occupa anche personalmente dell’alimentazione del poeta. Per scrivere bene l’elettrolisi dell’uomo necessità di glucosio. E il glucosio è contenuto nei datteri. Il grande timoniere costringe gli allievi a masticare datteri. Le serate di poesia performativa vengono calendarizzate in mattinata. Basta coi poeti pigri che si alzano a mezzogiorno, mangiano male, si fanno di erba, si lordano di stuzzichini, fanno l’aperitivo e ciarlano del nulla. A questi pusillanimi Tatti si occupa personalmente di spappolarne le giunture. La parola d’ordine è rivoluzione.! Si calcola che a Roma Est durante il periodo del Padre Sinologo quasi 55 milioni di poeti abbiano provato a darsi alla macchia. Trasferendo il domicilio presso la vicina & borghese Piazza Bologna. Affitti più cari ma almeno si può mettere la testa fuori di casa. E fare l’aperitivo. E andare a ballare. Basta mostrare il green pass. E il gioco è fatto. Ma questa è un altra storia. Altra storia altra dittatura totalitarismi diversi. Ma stesse facce da culo stessi pezzi di merda! Durante i mauttutini Poetry Slam i poeti ancora lordi di sonno sono costretti ad aprire e chiudere le danze con una lettura pubblica degli scritti di Enzo. Se sbagliano, s’incespicano, leggono male, sbadigliano, sbagliano tono, ritmo, intonazione, vengono percossi con un rastrello da prato e murati vivi. Il 1 novembre del 1975 Pasolini consiglia ad Enzo di darsi una chetata. E mostrare misericordia. Il 2 novembre del 1975 Pasolini è rinvenuto cadavere. Al Lido di Ostia. Un gesto da tipica congiura della Roma Imperiale. Un atto molto poco comunista. E assai eversivo. A tratti destroso. Un manipolo di poeti ribelli composti da Matteo Mingoli detta Eliogabalo, Lucrezia Lattanzio detto Galeazzo, Alfonso j.fl Canale detta Margherita, Daniele Casolino detta Anthony e Daniele Capaccio detta Virgilio glielo fanno notare. è l’istante in cui Enzo preferisce riflettere, anziché punire. Riflessione che lo conduce a spirare per eccesso di senso di colpa. È il 9 settembre 1976. e la rivoluzione al Pigneto non è stata trasmessa da nessuna parte. Mai.

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