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domenica 1 febbraio 2026

Gaza, l'elefante della Memoria

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Onorevole Liliana Segre, 

le scrivo per ringraziarla delle parole che ha scelto di usare nel suo discorso al Quirinale, in occasione del Giorno delle Memoria, e per confessarle una perplessità.

Sono un insegnante che ha più o meno cominciato a lavorare quando il Giorno fu istituito, e condividendone profondamente le finalità non ho smesso di domandarmi quale fosse la chiave, la strategia migliore per far riflettere gli studenti sul fatto che "questo è stato". Anche se prima o poi, in 25 anni, fossi arrivato a delle conclusioni soddisfacenti, c'è da dire che i ragazzi cambiano, perciò nulla può essere dato per scontato. Nel frattempo il Giorno viveva una sua storia parallela sugli organi di informazione, che ogni anno sentivano la necessità di dedicarvi un po' di tempo e spazio. Rispetto a noi insegnanti tuttavia i giornalisti hanno questo problema, che non cambiano il loro pubblico da un anno all'altro; i loro lettori sono più o meno gli stessi e non sopporterebbero – come i nostri studenti – di farsi raccontare tutti gli anni le stesse cose. Occorre aggiungere qualcosa, è il medium che lo richiede: e in nove casi su dieci quel qualcosa è una polemica. Anche quando nessuno ne vedesse la necessità (che polemica si può imbastire sulla commemorazione della Shoah?), il giornalista comunque ne ha bisogno. Abbiamo quindi cominciato a leggere molto presto pensosi editoriali su quanto il Giorno della Memoria fosse diventato una commemorazione stanca, meccanica, ecc , insomma che col tempo vada incontro a forme di ritualizzazione che in effetti sono prevedibili e inevitabili; così come in effetti è possibile che a uno studente capiti di leggere più volte la stessa pagina, o guardare lo stesso film: ma nel frattempo stanno crescendo, e anche tornare agli stessi contenuti ha un valore formativo. 

Inoltre, siccome dopo un po' anche parlare di "stanchezza" è stancante (per fare un esempio, De Bortoli ne scrive da almeno 15 anni), i giornalisti hanno scoperto un'altra opzione: collegare il Giorno della Memoria all'attualità, che purtroppo non è mai avara di eventi tragici (anche se mai così tragici); e siccome quasi sempre questi collegamenti risultano inopportuni e fuorvianti, più spesso il giornalista decide di lamentarsi che qualcun altro li stia facendo; e quasi sempre quel qualcuno siamo noi insegnanti. Per fare un altro esempio, al Foglio da qualche anno in qua "boicottano" il Giorno della Memoria, nel senso che si danno il cambio a scrivere un editoriale sdegnato sul fatto che qualcuno osi parlare, durante il Giorno della Memoria, di altre questioni da loro non autorizzate: l'anno scorso fu Pierluigi Battista, quest'anno David Parenzo ma insomma i contenuti sono molto simili e battono sullo stesso tasto: come osiamo noi insegnanti paragonare Gaza alla Shoah? In entrambi i casi si dà infatti per scontato che noi insegnanti lo facciamo; addirittura Parenzo esordisce annunciando che le iniziative scolastiche che accostano Gaza al Giorno si stiano "moltiplicando", lasciandoci la curiosità di capire come abbia fatto ad accorgersene (setaccia i siti scolastici di tutta la penisola? o avrà un paio di contatti coi soliti licei di Milano o Roma?) e addirittura a notarne la moltiplicazione.

Per quanto mi riguarda, il 27 gennaio io preferisco parlare di Shoah e basta – magari bastasse un giorno solo per un evento tanto tragico e complesso. Non perché non trovi giusto collegarlo ad altri fatti storici, ma perché i collegamenti dovrebbero farli i ragazzi, coi loro tempi, e dopo aver approfondito un minimo gli argomenti da collegare. E confesso che dopo aver guardato per l'ennesima volta qualche scena di Schindler's List (dite quel che volete, con gli adolescenti continua ad avere l'impatto migliore) mi veniva in mente più il Minnesota che Gaza; semplicemente perché gli ultimi rastrellamenti ed eccidi che abbiamo visto sui social sono avvenuti lì. Se invece dopo un po' mi rimetto a pensare a Gaza, forse è proprio perché continuo a leggere voci più e meno autorevoli che insistono sul fatto che non ne dovrei parlare – e non ne sto nemmeno parlando! – ma loro insistono, forse non si ricordano di quel vecchio libro titolato Non pensare all'elefante

A questo punto, onorevole, noi insegnanti ci troviamo tra due fuochi: noiosi se continuiamo a parlare del passato, irrispettosi se ogni tanto proviamo a istituire confronti con presente (confronti che poi sono quelli che di solito chiediamo ai nostri studenti). Il resto dell'anno la cosa non presenta nessun problema: si può per esempio confrontare la schiavitù degli antichi con le condizioni di lavoro nel Terzo Mondo, si può riflettere sugli imperialismi del passato e su quelli contemporanei. Soltanto un giorno all'anno la cosa crea difficoltà e, ho la sensazione, soltanto un determinato accostamento, che da anni siamo ammoniti a non fare, con messaggi sempre più perentori: Gaza e la Shoah. Ecco, non saprei dirlo con maggiore chiarezza: Gaza è diventato l'elefante della Giornata della Memoria. Più ci viene chiesto di non pensarci, più è difficile evitarlo, così come diventa impossibile aggirare la domanda: perché proprio di Gaza non si dovrebbe parlare?

È in questa situazione, onorevole, che il suo discorso al Quirinale mi ha raggiunto come una ventata di aria fresca. "Si può parlare di Gaza nel Giorno della Memoria?", si è chiesta? E si è risposta:

"Certamente se ne può parlare... Il valore universale degli insegnamenti che derivano dalla Shoah ci porta a riflettere sempre sulle tragedie e i crimini che ancora dilagano nel mondo. Si può, si deve parlare di Gaza, di Iran di Ucraina, di Venezuela e di Sudan, e di tutto ciò che offende la dignità e chiama in causa la nostra responsabilità di cittadini di un mondo globale".

Non posso che ringraziarla per le parole, che fin qui sottoscrivo pienamente, ma le devo confessare la mia perplessità per quel che segue:

"Il problema è un altro: non si può usare Gaza contro il Giorno della Memoria. Tentare di oscurare o alimentare o lasciar correre ossessivi tentativi di banalizzazione di distorsione e di inversione della Shoah; non si può accettare che diventi occasione di una vendetta sulle vittime di allora".

Ecco, dunque: preso atto che banalizzare e distorcere è sempre sbagliato (ma è quasi inevitabile: cercheremo per quanto possiamo di banalizzare e distorcere il meno possibile), quello che non riesco a capire è la questione dell'"inversione", che sta invece diventando il punto cruciale. In Israele e negli USA "Holocaust Inversion" è ormai una frase fatta, e la stessa Francesca Albanese è stata ostracizzata precisamente con questa accusa. Non solo, ma il concetto di "Holocaust Inversion" è contenuto in uno dei punti della definizione di antisemitismo dell’Alleanza internazionale per la memoria dell’Olocausto (IHRA), che è il testo di riferimento del Ddl Romeo: là dove si ammonisce a non "fare paragoni tra la politica israeliana contemporanea e quella dei Nazisti". E dunque, se mi è lecito interpretare le sue parole: certo che si può parlare del massacro di Gaza nel giorno in cui si ricorda la Shoah: ma non si può assolutamente suggerire che gli israeliani di oggi si stiano comportando come i nazisti di allora. Ciò equivale a "inversione", e l'"inversione" è sbagliata. Non è che la cosa non abbia un senso – è evidente che ci siano differenze sensibili tra quello che successe allora e quanto sta succedendo oggi, però ecco, non riesco davvero a immaginare come potrei concretamente parlare di Gaza, in classe, durante una Giornata della Memoria, senza impedire che siano gli studenti stessi a notare, oltre alle differenze tra Shoah e Gaza, le similarità. Se non riesco io, a non pensare all'elefante, come posso chiedere di non pensarci ai miei ragazzi? Può darsi che un paragone simile, onorevole, non sia insufflato in loro da dieci, cento, mille educatori sediziosi; può darsi che semplicemente sorga spontaneo dal modo in cui si presentano i fatti: e una prova di questo potrebbe essere proprio il fatto che tanti sentano ancora la necessità di avvertirmi che no, non dovrei pensare a Gaza. Non solo io non posso impedirmi di farlo, ma evidentemente anche loro non ci riescono. 

Né mi posso immaginare appostato a un metaforico cancello, mentre spiego ai miei studenti quali paragoni sono buoni e giusti e quali no – onorevole, in franchezza, questa ha tutta un'aria di una trappola; e siccome non mi posso permettere di cascarci, il 27 continuerò a parlare di Shoah e soltanto di Shoah. Magari bastasse un giorno. E di giorni di scuola, comunque, ne ho duecento. 

Distinti saluti

un insegnante

mercoledì 28 gennaio 2026

Inginocchiarsi a Israele, tutti. Sempre. Ringraziando.

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Presidente Meloni, le scrivo perché non capisco.

Ho letto che ha definito "inaccettabile" una cosa che è successa nella Palestina occupata. Com'è possibile che qualcosa che accade laggiù sia "inaccettabile"?

Non è vero, Presidente, che laggiù sono state uccise decine di migliaia di persone, perlopiù civili: assediate, bombardate e affamate da un esercito occupante in base a un principio di ritorsione sconosciuto al diritto internazionale? Non è vero che chi assedia, chi bombarda e chi affama, è un nostro riverito alleato, e che noi accettiamo tutto quello che fa? E se accettiamo tutto quello che fa, cosa ci può essere di peggio, cosa può esserci di "inaccettabile"?

In pratica sarebbe successo questo brutto fatto: due carabinieri stavano perlustrando una zona occupata per preparare la visita ufficiale di alcuni diplomatici UE, quando hanno incontrato un cittadino israeliano. Un riservista, a quanto pare. Armato – com'è la prassi, laggiù. E questo riservista avrebbe intimato loro di inginocchiarsi. Cosa che essi hanno fatto. Credo che lo avrei fatto anch'io, nei loro panni. 

Questo episodio, senz'altro sgradevole, lei ha deciso di considerarlo "inaccettabile", e io non capisco. Cioè, capisco quanto sia sgradevole (per due membri dell'Arma, poi!) doversi inginocchiare davanti a un tizio che in teoria, se le risoluzioni Onu fossero rispettate, non avrebbe nessun motivo di essere lì, né di essere armato. Anzi ci terrei ad aggiungere che sono solidale con loro, e condivido il loro senso di umiliazione. Ma a lei che ha una ben maggiore responsabilità – e dalla sua posizione, una migliore visione delle cose – non può sfuggire che a ordinare ai due carabinieri di inginocchiarsi era un cittadino israeliano. E quindi.

E quindi se un israeliano ci dà un ordine, presidente, noi ci permettiamo di discuterlo?

Addirittura di trovarlo "inaccettabile"?

Trovo la cosa incomprensibile, se non addirittura un po' antisemita – egregia presidente, io a questo punto avevo capito che qualsiasi cosa gli israeliani ci chiedono di fare, noi dobbiamo accettarla di buon grado e senza troppe discussioni. E inginocchiarsi un po', per quanto faticoso, non è certo la cosa più umiliante che ci chiedono di fare, anzi. 

Li stiamo armando, li stiamo spalleggiando. Se a Netanyahu venisse l'uzzo di venirla a trovare, benché tecnicamente sia un ricercato internazionale (e il mandato lo ha spiccato una corte a cui abbiamo aderito) noi lo proteggeremmo. Con le nostre forze dell'ordine, polizia e carabinieri, cosa possiamo fare di più compromettente che proteggere un criminale internazionale alla luce del sole? 

Ma se accettiamo questa cosa, presidente (e lei l'ha accettata!), che vuole che sia un inchino, al confronto?

Un inchino, presidente, non è che la plastica descrizione del nostro atteggiamento: noi siamo sempre inchinati a Israele. Qualunque cosa faccia, ci deve andare bene, anche quando danneggia noi e i nostri amici, ovvero sempre: qualsiasi loro desiderio è per noi un ordine. O sbaglio?

Presidente, in questi giorni in parlamento si discutono diverse proposte di legge, tutte più o meno dettate da associazioni di amici di Israele. In queste proposte si legge, molto chiaramente, che il diritto di parola in Italia non deve essere esercitato troppo liberamente, laddove confligga col ben più incontestabile diritto di Israele di fare ciò che vuole senza essere criticato. Un'eventuale critica allo Stato di Israele sarà da qui in poi considerata un atto di antisemitismo, ovvero (anche se ancora non si può dire, ma all'idea ormai ci stiamo abituando) un reato di pensiero. Queste proposte di legge – una delle quali è stata stilata da un suo vecchio compagno di partito – si basano tutte su una definizione di antisemitismo che è stata evidentemente rimaneggiata da alcuni amici di Israele, al punto che il risultato è un testo ridicolo, un'offesa al senso comune e all'intelligenza di chi lo legge: ma non importa. Davvero, tra l'intelligenza e la fedeltà a Israele non è che si possa scegliere: la mia sensazione per lo meno è che la scelta sia già stata fatta. E quindi, presidente.

Che problema sarà mai un inchino? Certo, se uno non è allenato può fare male alle giunture. Ma noi ormai siamo allenati, perlomeno da un punto di vista morale. Israele ci ordina, noi dobbiamo ubbidire. Sempre, e celermente. Questo pezzo che le scrivo, tra qualche mese non potrò più scriverlo, o sbaglio? Sbaglio a ritenere che un pezzo del genere possa essere considerato antisemita, e in quanto tale passibile di denuncia per psicoreato? In questo pezzo è suggerito che in Italia vi siano politici che antepongono ai nostri interessi nazionali quelli dello Stato di Israele, il che è ovvio ed evidente, ma è anche una nozione che non potrà più essere messa per iscritto, in quanto affermare qualcosa del genere (anche qualora sia evidente e conclamato) rientra nella definizione ormai accettata di antisemitismo: una definizione che dovrebbe fare accapponare la pelle di ogni giurista serio e coscienzioso, ma dobbiamo ormai accettare che la coscienza, la decenza, il diritto internazionale, i diritti civili, sono tutte cose che valgono fino a un certo punto. E che questo punto lo decide Israele, in qualsiasi momento. Perché scusi, eh:

Se un giorno Netanyahu le si presentasse a Palazzo Chigi e le domandasse di inginocchiarsi, non lo farebbe?

Se le chiedesse di prostrarsi al suo cospetto – come Aman al cospetto di Ester – non lo farebbe?

Non lo ha già fatto, in fondo? E perché dovrebbe smettere di farlo?

E perché non dovremmo farlo noi, ogni volta che un israeliano ci chiede di farlo, anzi ringraziando?

Presidente, vorrei metterla al corrente di alcune mie paure. Lei è più giovane, ma credo sia stata informata di quel periodo in cui la Repubblica Italiana, pur trovandosi a far parte della Nato in una delle posizioni più avanzate sullo scacchiere europeo, rischiava a ogni elezione che la maggioranza del parlamento fosse l'espressione di partiti comunisti e socialisti più vicini all'Unione Sovietica. Un paradosso molto pericoloso: come si risolse? Eh, forse ne ha sentito parlare: scoppiarono alcune bombe, dopodiché (anche per altri motivi) il rischio si ridimensionò. Storia vecchia, e speriamo archiviata. Ultimamente però ci troviamo in questa situazione: siamo una delle nazioni europee più vicine a Israele – e lo siamo anche per la sua propensione a inginocchiarsi; e però in Italia, più che in altri Paesi, ha preso forma un movimento di protesta nei confronti del governo Netannyahu e della sua politica (lo scrivo finché posso), genocida. Un altro paradosso abbastanza pericoloso, come si risolverà?

Gli israeliani ogni tanto, nella loro illuminata superiorità, ci avvertono: c'è un forte rischio di attentati. Ovviamente non da parte loro, figuriamoci. Qualche arabo pronto a rivendicare lo si trova sempre, non costano tanto. Però davvero, il rischio c'è, e ho il sospetto che lei se ne renda conto. E con lei tanti parlamentari che davvero a questa legge anti-antisemitismo ci tengono tanto. Accusarli di far parte di una lobby è così miope – cioè, certo che fanno parte di una lobby: ma è per il nostro bene. L'alternativa l'abbiamo già vista, no? Ma a questo punto.

A questo punto le chiedo per l'ultima volta: cosa c'è di "inaccettabile" in un inchino? Forse che non ci inchiniamo tutti i giorni? Forse che non si inchina il governo? Forse che non si inchina il parlamento? E allora è inaccettabile che si inchinino i carabinieri? Proprio loro, usi a obbedir tacendo e tutto il resto? Suvvia. 

Richiami l'ambasciatore, le chieda scusa, e se fa l'offeso le offra casa sua – forse che se un israeliano reclamasse casa sua, non gliela cederebbe ringraziando? Un antisemita non lo farebbe e lei, presidente, non vuol mica passare per antisemita, no?

Grazie per l'attenzione, e salute ai suoi padroni.

lunedì 26 gennaio 2026

Un bicchiere ogni tanto fa bene (a Timoteo)

26 gennaio: San Timoteo (I secolo), collaboratore di San Paolo.

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Ehi chatgpt, fammi un mosaico 
di San Timoteo con un calice di vino
nella destra e la mano sinistra sullo
stomaco.
Timoteo fu, secondo Eusebio di Cesarea, il primo vescovo di Efeso, consacrato direttamente da Paolo di Tarso; e a Efeso sarebbe stato martirizzato per essersi pubblicamente rifiutato di onorare il culto del dio Dioniso. Rispetto ad altri protovescovi evanescenti  o leggendari, Timoteo ha il grosso vantaggio di essere nominato più volte negli Atti degli Apostoli, e di comparire come destinatario di ben due lettere paoline. Considerato che Paolo prima o poi litigava con tutti, questo è sufficiente a convincerci che fosse un santo... però di lui in realtà sappiamo molto poco: potrebbe essere stata proprio la sua vicinanza all'Apostolo a dissuadere gli agiografi medievali, che con altri personaggi si scatenavano, ma che su di lui non ritengono di non dover aggiungere nemmeno un miracolo. Vale per lui quel che si può dire di quei personaggi che nei romanzi epistolari ricevono le lettere ma non rispondono (o se rispondono, l'autore non ritiene necessario inventarsele e pubblicarne); quel che per Jacopo Ortis è Lorenzo Alderani, noi alla fine che ne sappiamo di questo Lorenzo? È come una quinta impassibile che assiste muta agli sfoghi di Jacopo; il suo scopo è assistere, dopo un po' non resta che accettare che Lorenzo siamo noi. Lo stesso vale per Timoteo, sul quale Paolo riversa una sfilza non interminabile ma cospicua di consigli di vita che già in partenza danno la sensazione di essere rivolti non solo a lui, ma a tutti (perlomeno a tutti i ministri del culto), e non ci fanno intravvedere nessun carattere personale. Per cui io su San Timoteo non avrei veramente molto da dire – in realtà oggi preferirei scrivere una scheda su una di quelle leggende senza capo né coda, come quella di San Senofonte:


26 gennaio: Santi Senofonte, Maria, Arcadio e Giovanni (V secolo)

Senofonte e Maria vivono a Costantinopoli nel V secolo e hanno un sogno: avviare i due figli Arcadio e Giovanni alla più perfetta santità. Decidono quindi di metterli su una nave diretta verso una qualche scuola teologica a Beirut, ma la nave affonda e i due fratelli si perdono di vista nel naufragio. Decidono entrambi, separatamente, di entrare in due monasteri. Senofonte e Maria sono convinti di averli persi quando anni dopo intraprendono ormai anziani un pellegrinaggio nei Luoghi Santi; che sorpresa quando li trovano laggiù. Sembra il tentativo di recuperare in un'agiografia lo spunto narrativo dei fratelli separati da un naufragio – come nella Commedia degli errori di Shakespeare, che del resto si fa a Plauto il quale a sua volta attingeva da commediografi o romanzieri di epoca ellenistica – sicché avrei voluto approfondire... ma la Bibliotheca Sanctorum mi ha fatto un tiro in credibile. Alla voce "SENOFONTE, Maria e figli" (XI volume) ti dice semplicemente: vai alla voce Xenofonte. Allora tu prendi il volume XII, cerchi la X di XENOFONTE, e... non c'è. Cioè, vi rendete conto? Un rimando a vuoto nella Bibliotheca Sanctorum dell'Istituto Giovanni XIII presso la Pontificia Università Lateranense. È una cosa che addolora e avvilisce – specie quando ormai uno è da anni che è abituato a rubacchiare la BS al punto che la dà per scontata. Ci si sente traditi in questi casi, anche perché a questo punto non ho scelta, devo veramente affrontare il caso di 


26 gennaio: San Timoteo (I secolo), collaboratore di San Paolo

Come se fosse facile, collaborare con Paolo; eppure anche da un resoconto di parte come il Nuovo Testamento si evince che molti non ci sono riusciti a lungo (compreso lo stesso Pietro). Timoteo e Tito ce l'hanno fatta, e insieme al ricco Filemone sono gli unici a cui nel Nuovo Testamento Paolo scrive di persona: le altre epistole le invia a intere comunità (Colossesi, Efesini, Tessalonicesi). Ma a Tito arriva un'epistola "di Paolo apostolo a Tito", e a Timoteo addirittura due. Sono chiamate anche "lettere pastorali", perché per la prima volta contengono istruzioni di un apostolo a dei referenti locali che vengono chiamati "vescovi" o "presbiteri", e sono considerate carriere professionali: un segno che Paolo stava già cominciando a progettare una gerarchia ecclesiastica, oppure che le lettere sono state scritte più tardi, da autori che usavano il nome di Paolo per attribuirgli la responsabilità della gerarchia che nel frattempo si era formata (in altre lettere Paolo non considera la sua attività apostolica come un mestiere e rivendica il fatto di vivere di un proprio lavoro). Il dibattito è aperto: si può anche ipotizzare che Tito e Timoteo queste lettere se le siano scritte da soli. 

A rileggerle con laica diffidenza, non suonano molto autentiche. Sembrano dettate da un anziano che impartisce istruzioni e buoni consigli e non si preoccupa che siano banali. Occorre moderarsi in tutto (le donne più degli uomini, ma pure gli uomini): anche nella pietà, anche nei sacrifici. In giro c'è un sacco di gente faziosa che si perde in "genealogie inutili": inutile discutere con questi che nella lettera a Tito vengono chiamati per la prima volta "eretici". Le lettere insomma lasciano intendere l'esistenza di una struttura ecclesiastica che ai tempi di Paolo non poteva già esistere; tutto sommato però non tradiscono lo spirito paolino – in particolare quell'ambigua tensione tra attesa di un Messia che sta per tornare e profonda diffidenza per chi vuole approfittare di questa attesa per mettere in discussione lo status quo. La prima lettera di solito è quella preferita di chi vuole sottolineare la misoginia di Paolo e della Chiesa che stava fondando. In effetti il motivo per cui è ancora oggi difficile immaginare, per i cattolici, un sacerdozio femminile, sta tutto in 1 Timoteo 2,12: "Non concedo a nessuna donna di insegnare, né di dettare legge all'uomo; piuttosto se ne stia in atteggiamento tranquillo". Per motivare questa subordinazione, Paolo riparte dalla Genesi ("Perché prima è stato formato Adamo e poi Eva; e non fu Adamo ad essere ingannato, ma fu la donna che, ingannata, si rese colpevole di trasgressione"), ed è in queste pieghe che ci sembra di riconoscere un autore diverso dal Paolo degli Atti e di altre lettere, che oltre a non disdegnare le collaboratrici femminili, rielabora i precetti biblici con molta più disinvoltura. Anche il fatto che questo Pseudopaolo affermi che la donna possa essere salvata "partorendo figli" ci può lasciare perplessi; il Paolo originario viveva in una dimensione apocalittica, il secondo Avvento magari non era imminente ma comunque vicino; metter su famiglia non così indispensabile. Il "Paolo" che scrive a Timoteo invece ha già la preoccupazioni tipiche di chi sa che la sua comunità dovrà durare per qualche generazione, e quel tipo di esperienza che i capi delle comunità non improvvisano; Timoteo per esempio deve stare molto attento a iscrivere nel "registro delle vedove" (una lista di signore che presumibilmente accedevano a un fondo pensione) soltanto quelle dai sessant'anni in su; delle altre lo Pseudopaolo non si fida: perché non si risposano? Fanno ancora in tempo, invece di restare in giro a spacciare e nutrire pettegolezzi ("trovandosi senza far niente, imparano a girare qua e là per le case e sono non soltanto oziose, ma pettegole e curiose, parlando di ciò che non conviene"). In questo e in altri passi, più che dar voce ai propri pregiudizi lo Pseudopaolo sembra temere quelli degli altri: cosa penserà la gente se accettiamo tra noi una vedovella che poi magari ci coinvolge in uno scandalo? 

Un'altra cosa abbastanza importante che dobbiamo alla prima lettera a Timoteo è il permesso, anzi l'incoraggiamento a bere un po' di vino – certo, non è l'unico passo del Nuovo Testamento in cui Gesù e apostoli ne bevono, a partire dalle nozze di Cana. Ed è soprattutto grazie a Paolo che il vino ha assunto una posizione centrale nel rito cristiano; è nella prima lettera ai Corinti che viene descritta la liturgia eucaristica come si celebra a tutt'oggi, con la transustanziazione del sangue di Cristo nel vino, (bevetene tutti, questo è il mio sangue). Paolo del resto è il più acerrimo nemico dei divieti alimentari, e lo ribadisce anche a Timoteo ("tutto ciò che è stato creato da Dio è buono e nulla è da scartarsi"). La prima lettera però è l'unico testo (pseudo)paolino che sembra stato rimaneggiato da un consorzio di vinicoltori decisi a difendere il loro prodotto da qualsiasi critica: in effetti fino a un certo punto l'autore non sembra affatto così incline al consumo di alcolici. In ben due passi insiste sul fatto che i ministri della fede non devono essere "dediti al vino" (πάροινον). Ora, la differenza tra bersi un calice ogni tanto (anche a scopo liturgico) ed essere "dediti" all'alcool era chiara anche allora, ma forse a qualcuno non bastava, perché a un certo punto – in modo abbastanza improvviso e imprevisto – lo Pseudopaolo si scopre preoccupato per la salute di Timoteo e gli ordina di bersi regolarmente un bicchiere, ché fa bene allo stomaco. "Smetti di bere soltanto acqua, ma fa uso di un po' di vino a causa dello stomaco e delle tue frequenti indisposizioni". È il versetto 5,23 – grazie al quale San Timoteo è invocato da chi soffre di dolori di stomaco, come protettore del medesimo – ma se tutta la lettera dà la sensazione di essere stata inventata, questo versetto la dà ancora di più. Quando riceve queste parole, Timoteo è ancora giovane ("Nessuno disprezzi la tua giovane età", gli aveva scritto poco prima); da nessun'altra parte si accenna a queste "frequenti indisposizioni" o ad altri aspetti della sua salute fisica. La stessa raccomandazione a bere vino si trova incuneata tra altre che riguardano la purezza morale e l'importanza delle opere di bene: insomma ha tutta l'aria dell'aggiunta posticcia. Possiamo fantasticare su questo (pseudo)Timoteo che dopo aver ricevuto la lettera di un superiore, spaventato da quel ("πάροινον") che qualche suo fedele avrebbe potuto interpretare come una critica alle sue abitudini alcoliche, decide di interpolare la lettera con un versetto che le giustifichi; ma in generale il versetto 5,23 mi sembra il più grande successo della lobby vinicola nella sua lotta contro l'evidenza; un successo che è dovuto a quel sano principio che ogni pubblicitario conosce: battere sempre sullo stesso tasto. Un bicchiere al giorno fa bene, lo dicono oggi in tv e lo dicevano anche nel primo secolo dC. Riuscivano a infilare lo slogan persino nel Nuovo Testamento – dev'essere stato più difficile che conquistare i talk notturni della Rai. Resta da stabilire se il vino ha avuto tanto successo perché i cristiani lo bevevano, o se il cristianesimo abbia avuto tanto successo perché è la religione che più lo ha integrato nella liturgia e nella dieta. Forse non lo sapremo mai; né servirà berci sopra. Buon San Timoteo, e bevete con moderazione.

sabato 24 gennaio 2026

Meno insegnanti, più metal detector

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[Questo pezzo è apparso il 22/1/2026 sul Manifesto]. Tre giorni fa, dopo avere abbracciato i genitori di Abanoud Youssef che chiedevano al governo un intervento immediato del governo, il ministro Valditara ha comunicato in favore di telecamera la sua soluzione: metal detector nelle scuole. In tutte? No, soltanto negli istituti a rischio. Chi dovrebbe individuare gli istituti a rischio? Ovviamente i dirigenti degli stessi istituti, mediante richiesta al prefetto. Questa è la pronta risposta del governo: si individua un problema che a causa di uno o più fatti di cronaca ha forato l'attenzione dei media (la violenza giovanile), si segnala immediatamente lo strumento tecnico che può darci la sensazione di arginarlo (un metal detector), e nel medesimo momento si scarica la responsabilità sui dipendenti: al prossimo fatto di sangue, un preside dovrà rendere conto del fatto che non ha ritenuto necessario far passare qualche centinaia di studenti, tutte le mattine, sotto la stessa forca caudina che ci fa arrivare in aeroporto una o due ore prima del decollo. 

Il dirigente che davvero facesse richiesta di uno strumento del genere, non solo dovrebbe poi trovare un espediente per riuscire a incolonnare studenti e insegnanti anche un'ora prima dell'inizio delle lezioni, ma si dovrebbe in un qualche modo munire di personale che quel metal detector possa davvero metterlo in funzione, e che abbia il permesso legale di aprire gli zaini dei ragazzi: collaboratori scolastici e insegnanti non possono (questo spiega come mai, malgrado i roboanti proclami dell'estate scorsa, i ragazzi continuino a portarsi il telefono in classe). Magari un appalto sui metal detector si riesce ancora a finanziare con qualche sottovoce del PNRR, ma le guardie giurate chi le pagherà? 

Lo stesso dirigente dovrebbe inoltre esporsi al giudizio della cittadinanza, e in particolare di quella fascia che ai dirigenti più preme: i genitori. In una fase di calo demografico, in cui ogni istituto lotta coi denti per mantenere costante il numero di iscritti, pena la chiusura di corsi e di cattedre, il preside dovrebbe spiegare ai suoi potenziali utenti che sì, la prefettura ha dato un'occhiata e ha confermato che la scuola aveva proprio bisogno di mettere all'ingresso un rilevatore di armi da fuoco e di taglio. C'è da scommettere che molti dirigenti preferiranno correre il rischio di accoltellamenti – che al di là dell'enfasi giornalistica, nelle nostre scuole è ancora abbastanza contenuto – alla certezza di perdere iscritti. 

Tutte queste considerazioni pratiche, comunque, non hanno molta importanza: al governo serviva una risposta pronta e ce l'ha data. Se i giovani continueranno ad accoltellarsi, sarà colpa di chi i metal detector non vuole farli funzionare. Per quanto probabilmente il ministro non se ne renda conto, non è un caso che la sua reazione, di fronte a questi e ad altri problemi, sia di arroccamento: a ogni emergenza reale o percepita, la scuola dovrebbe aggiungere dispositivi di sicurezza, steccati e cancelli per tenere fuori dispositivi e coltelli da cucina che i ragazzi continueranno tranquillamente a usare al di fuori, dove la società non sente la necessità di controllarli o di aiutarli. 

Eppure la scuola potrebbe essere esattamente il contrario: uno spazio aperto a tutti, dove i ragazzi si sentano liberi di restare molto dopo l'orario delle lezioni. Il luogo che manca soprattutto ai cosiddetti immigrati di seconda generazione – in realtà studenti italiani con gli stessi diritti di chi ha un cognome italiano – per i quali più spesso è difficile frequentare luoghi di aggregazione giovanile che fin qui la società ha per lo più subappaltato alle parrocchie. Certo, per rendere la scuola un luogo che aiuti i ragazzi servirebbero psicologi, educatori, animatori. Il risparmio che otterremmo non si potrebbe nemmeno calcolare in denaro: al massimo in sicurezza, coesione sociale, vite umane. Un bel problema, finché nella stanza dei bottoni rimangono politici e tecnici che pensano alla scuola pubblica soprattutto come un'enorme voce di spese da tagliare. È da mesi che, citando un fantomatico studio sulle rilevazioni Invalsi, il ministro e i suoi consulenti continuano a insistere che “il numero degli alunni per classe non fa la differenza”, ovvero che non ci sia nessuna esigenza di evitare classi pollaio assumendo insegnanti in più, o almeno mantenendone un numero costante (dato il calo demografico). No: se deve scegliere tra stipendiare un insegnante in più e acquistare un metal detector, Valditara ha già scelto. Le classi affollate, va da sé, sono le meno controllabili: quelle in cui più spesso l'insegnante non riuscirà a intravedere una situazione critica finché non gli esploderà sotto gli occhi. Del resto è un essere umano, fa quel che può: se in classe avesse soltanto una ventina di alunni, i suoi interventi sarebbero più efficaci, ma evidentemente non ce lo possiamo permettere. Un metal detector invece sì: per un metal detector non importa se siamo in venti o in duecento. Basta mettersi in fila. 

venerdì 16 gennaio 2026

Il mainstream nel maelström

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Ho smesso un po' di scrivere qui e ora non so come ricominciare – nel frattempo è successo di tutto – ma vi ricordate quel vecchio racconto di Poe dal punto di vista del marinaio che viene inghiottito dal maelmström, il Gorgo? vi ricordate di quel momento che sembra eterno in cui lui a forza di fissare il vuoto finisce per distrarsi, per osservare i relitti che ruotano sotto di lui, a calcolare le traiettorie, a scommettere sul momento in cui verranno inghiottiti dall'orizzonte degli eventi? Ecco: forse posso spiegarmelo così, il fatto che mentre il caos mi gira intorno sempre più vorticoso e tragico io mi fissi su dettagli inutili che vedo precipitarmi intorno, ad esempio Anna Paola Concia che rilascia interviste al Giornale – cos'è Anna Paola Concia di fronte al vuoto, e perché il vuoto dovrebbe fare differenza per Anna Paola Concia? Così mentre il mondo brucia sto per mezza giornata a pensare se rispondere a una letterina scritta "col cuore" (scritta malissimo) che dice le solite cose affinché decine di relitti come me le rispondano nel solito modo, e proprio quando finalmente mi convinco che non ne vale la pena, ecco precipitarmi tra capo e collo Luigi Manconi che si domanda come mai a sinistra amiamo tanto i dittatori – perché Maduro era un dittatore, no? Sì, beh, forse Trump è stato un po' irrituale ad arrestarlo extraterritorialmente, ma torniamo alla nostra infinita seduta di autocoscienza: perché noi lo amiamo? Almeno in tv un sindacalista a una manifestazione sembrava amarlo, e questo significa indubbiamente che il garantista Manconi possa dedurne che lo amiamo tutti e farci una lezione che scatenerà il necessario dibattito, ma forse se mi distraggo e conto fino a mille anche questo dibattito si sgonfierà come un palloncino... uno, due, sei, novecento, novecentonovanta... ma ecco che scoppiano rivolte a Teheran – come tutti gli inverni, mi sembra di ricordare – e due terzi di infosfera italiana, diciamo da Repubblica fino alla Difesa della Razza cominciano a domandarsi retoricamente perché i filopalestinesi non manifestano contro gli ayatollah. Subito, senza neanche aspettare il fine settimana, come un sol uomo, e in effetti ormai sono un uomo solo, come l'entità di Pluribus – c'è solo una differenza di toni, ancora un po' più queruli a destra, coi loro slogan bene scanditi anche quando denunciano impossibilità geografiche (perché non armiamo direttamente una flotilla per il Golfo Persico?); più compassati e grevi al centro, dove fa fine commiserare questa sinistra appassionata per i dittatori e insensibile alla sacrosanta esigenza delle donne iraniane di mostrare i capelli, potrebbero in effetti esserci altre rivendicazioni ma ormai si è deciso che bisogna insistere sui capelli, è un copione che si ripete inesorabile da quando questo blog esiste, ed esiste da un quarto di secolo ormai: potrebbe essere una semplice coincidenza, ma prima dell'11 settembre certi discorsi non li avremmo tollerati nemmeno dai fascisti, nemmeno dai bambini; non per l'ideologia balorda che sottendono (lo scontro delle civiltà, sul serio?) ma per la fissità degli argomenti – ma insomma, non ci fa caso nessuno al fatto che stanno scrivendo la stessa cosa, tutti, ogni santo giorno? E uno come me cosa dovrebbe rispondere, che non ha già risposto cento volte in venticinque anni... io non ce la faccio a girare in tondo così, non so voi come facciate, io sarò un relitto nel Gorgo, ma voi siete il Gorgo. Anche quei pochi di voi che ancora si distinguono, i pezzi più solidi nella solita zuppa, ormai sono di quel bruno indistinto che assumono gli oggetti più vicini al centro del Gorgo: ecco che precipita Manconi, ecco che precipita Adriano Sofri, ecco Michele Serra... potremmo farne una questione generazionale; potremmo semplicemente sollecitare al pensionamento chi in molti casi una pensione la percepisce già... ma basta ascoltare qualche minuto di qualche giovane podcaster per rendersi conto che no, i giovani ci stanno capendo poco come i vecchi, senza l'alibi dell'arteriosclerosi, ma col vantaggio che non possiamo rimproverarli di avere sprecato le loro potenzialità: no, davvero, non l'hanno fatto.

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Sul piano mediatico, quel che sta succedendo è che intorno a questo governicchio, che se fosse per le sue forze intrinseche cascherebbe l'altro ieri, si sta coalizzando un blocco non sociale ma retorico. Quante volte abbiamo constatato come la destra al governo non sapesse trovare il tono, e in effetti dopo tre anni di governo aa Meloni strilla ancora come fosse l'opposizione. Dove noi vedevamo un deficit di immagine, i saggi giornalisti italiani hanno riconosciuto un'opportunità: la possono fare loro la comunicazione di regime; mica perché nessuno li obblighi, come a Teheran, o li ricatti, come a Washington, o li avveleni, come a Mosca, no; loro si prestano spontaneamente e con quel sincero afflato orwelliano, senza che nessuno minacci di torturarli o anche solo di calare la pensione retributiva; del resto sono sempre stati in guerra con l'Eurasia; non si sono mai fidati di quei torbidi Goldstein che dicevano di servire l'Occidente ma trescavano con ayatollah e bolivaristi.

Sul piano sociale, la classe media è finita; del resto ne notavamo lo sfarinamento vent'anni fa, e non abbiamo fatto molto perché reggesse i colpi. È successo negli USA, perché non sarebbe dovuto succedere prima o poi anche nel nostro volenteroso satellite. Può darsi che sia un destino del capitalismo, a furia di mangiarsi tutti nel libero mare resistono solo balene e plancton. Dalla deriva finale ci salva, per ora, il non aver liberalizzato le armi nei supermercati, non aver ceduto (per ora) al presidenzialismo e non avere sacrificato (per ora) l'indipendenza della magistratura: tutti argini che non è che possano tenere all'infinito. È terribile quando una classe smette di esistere, specie per chi ci viveva dentro come un pesce nell'acqua, e non capisce nemmeno cosa gli stia mancando. Politici e giornalisti, che la davano per scontata, non la trovano più: vorrebbero convocarla in piazza (come in marzo per l'Ucraina) ma poi vengono solo i pensionati; mentre i giovani sfilano contro il genocidio, maledizione! insieme ai musulmani, ma chi è che li sobilla? (nota come per Concia e compagnia i musulmani siano sempre ospiti appena arrivati a cui bisogna spiegare come ci si comporta; e pazienza se sono nati in Italia e ci vivono da prima che lei se ne andasse a Berlino). I cosiddetti moderati – che non si capisce cosa starebbero moderando – i cosiddetti liberali che della libertà sembrano essersi un po' stancati, a pensare per classi non si sono mai allenati; si consideravano democratici, ma la loro idea di democrazia era abbastanza schematica: due poli borghesi e vinca il migliore. L'idea che altrove altre classi si possano sentire rappresentate da partiti non borghesi non l'hanno mai accettata. Maduro è un dittatore, com'è possibile che in Venezuela una larga fetta della popolazione lo sostenga? Saranno ignoranti, gente che vota per sbaglio. I mullah sono oscurantisti, com'è possibile che dopo qualche manifestazione di piazza non caschino come pere mature? Eh, forse intorno a loro c'è un blocco sociale ancora compatto, soprattutto nelle campagne. Questi discorsi però non si possono fare; presumono l'esistenza di classi sociali che non condividano i desideri e le aspirazioni di noi borghesi del tardo Novecento, e così non è una coincidenza che il nuovo simbolo della rivolta iraniana diventi una ragazza che dall'altra parte del mondo si accende una sigaretta con la foto dell'ayatollah. Una cosa veramente rock'n'roll, salvo che probabilmente a questo punto il rock'n'roll suona vecchio pure a Teheran. Io però su facebook sto in una bolla in cui si litiga ancora su quale sia il miglior disco dei Pink Floyd, ragion per cui.

Sul piano esistenziale, perché perdo tempo a scrivere queste cose? Non lo so neanche io, probabilmente ho interrotto qualche attività ancora più stupida. È vero, lo stanno scrivendo in tanti, c'è un centro che si crede moderato e che invece sta amplificando gli stessi contenuti della destra, regalandole un'egemonia che i suoi cosiddetti intellettuali mai avrebbero saputo costruire (i veri intellettuali di destra non sono Giuli o Veneziani, ma Galli della Loggia, Cazzullo, Mieli: davvero, sentiteli parlare, ormai si odono in sottofondo le marcette). È vero, ma è comunque un fenomeno circoscritto a quelle poche migliaia di persone che ancora scrivono e addirittura leggono i giornali. Dopodiché se pure la destra vincerà le poche elezioni che ci restano, non sarà certo per il frizzante contributo di tutti i pachidermi che stanno montando sui vagoni di coda. È una curiosità, probabilmente stimolata dall'algoritmo che appena apro un social mi mette sotto il naso questi poveri borghesi declassati coi loro ragionamenti sempre più stereotipati, affinché io reagisca... come? Forse producendo un'altra lenzuolata di testo come questa, maledetto algoritmo, mi hai fregato anche stavolta. Stiamo tutti girando sempre più veloce, me compreso, e osservarli mi fa passare il tempo; non credo che questa pratica di osservazione mi salverà, anche se al personaggio di Poe, ora che ci penso, succede. 

mercoledì 7 gennaio 2026

Il Cristo in croce in classe

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Il Cristo in croce in classe è ridondante,
il Cristo è una precaria alla lavagna,
l'alunno in quarta fila che si bagna
di sudore sotto il suo turbante.

Il Cristo in classe ormai ne ha viste tante,
finché l'hanno coperto con la Spagna
Politica – il Cristo non si lagna
se un chiodo sbuca ad ovest di Alicante.

È stato fermacarte e tirassegno,
e ben più di tre volte è già caduto
prima di esser deposto nel cassetto.

Ieri è risorto, e adesso fissa muto
la tavola degli elementi. Il Regno
dei Cieli è giusto a un tiro di gessetto.

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