Frank vs Nietzsche: aristocrazia e schiuma dell’umanità

Scrive Nietzsche nell’Anticristo:
«Il cristianesimo deve la sua vittoria a questa miserabile adulazione della vanità personale – in tal modo esso ha attratto a sé precisamente tutti i falliti, tutti coloro che covano la rivolta, tutti coloro che se la sono cavata male, l’intera feccia e schiuma dell’umanità. La “salvezza dell’anima” – significa: “intorno a me ruota il mondo”… Il veleno della dottrina dei “diritti uguali per tutti” – è stato diffuso dal cristianesimo nel modo più sistematico; procedendo dagli angoli più segreti degli istinti cattivi, il cristianesimo ha fatto una guerra mortale ad ogni senso di venerazione e di distanza fra uomo e uomo, cioè al presupposto di ogni elevazione, di ogni sviluppo della cultura – con il risentimento delle masse si è fabbricato la sua arma principale contro di noi, contro tutto quanto v’è di nobile, di lieto, di magnanimo sulla terra, contro la nostra felicità sulla terra…
… il cristianesimo è una rivolta di tutto quanto striscia sul terreno contro ciò che possiede un’altezza».

Il filosofo russo Semën Ljudvigovič Frank sembra rispondergli in piena seconda guerra mondiale:
Continua a leggere “Frank vs Nietzsche: aristocrazia e schiuma dell’umanità”

Il fascismo e noi

Image

Qui di seguito si trovano alcuni appunti (e citazioni) presi durante la lettura del saggio di Roberto Esposito, uno studio che, come specificato fin dal sottotitolo, vuole avere uno sguardo filosofico, e non solo storico o contingente, che permetta di penetrare nei meccanismi della macchina metafisica nazifascista – perché questo è stata, e non una semplice deviazione dall’incedere trionfale delle magnifiche sorti e progressive della civiiltà occidentale.
Mi sono chiesto ad un certo punto quale significato potesse avere quel noi rispetto alla parola fascismo: noi antifascisti? noi umani critici e pensanti? noi che vorremmo prefigurare un altro corso storico? Direi che ci si può sbizzarrire. Mi è anche sovvenuto, ad un certo punto, la balzana idea di immaginare se possa aver senso scrivere un testo intitolato Il comunismo e noi, che avrebbe, ovviamente, tutt’altro significato, a partire dalla posizione di quel “noi”. Noi chi?
Infine, vorrei segnalare l’elemento che ho trovato più istruttivo (e per me nuovo, visto che poco o punto ci avevo pensato) dell’analisi di Esposito, riferita in particolare (ma non solo) a Lévinas, ovvero la distruzione sistematica da parte della visione “filosofica” del nazifascismo di ogni idea trascendente, non solo in termini spirituali o religiosi (questo varrebbe anche per il materialismo storico), ma anche nella sfera della prassi umana, in termini politici ed utopici: saremmo cioè incatenati ad un destino biologico, naturalistico, immanente, ad un qui e ad un’ora pressoché immutabili, ad un corpo – e ad una eterna lotta tra corpi – senza alcuna speranza di trasformazione o di redenzione. Una uccisione della dialettica e la riduzione del mondo ai suoi elementi più tristi ed insopportabili. Un vero e proprio inferno suicidario. Ecco, credo che – al di là della questione immanenza/trascendenza o del totalitarismo – un discrimine tra nazifascismo e comunismo nettissimo stia proprio in questo nodo filosofico.

Continua a leggere “Il fascismo e noi”

La macchina metafisica del nazismo

Come sostiene Carlo Galli nella sua Introduzione al Mein Kampf, occorre sgombrare il campo da letture riduttive (“psichiatriche”), revisioniste (il nazismo come reazione al comunismo) o semplificatrici (violenza isterica, barbarie, ecc.ecc.): piuttosto occorre dire, con Enzo Traverso, che «vi è una continuità storica che fa dell’Europa liberale un laboratorio delle violenze del Novecento», e di Auschwitz un prodotto finale di una concezione razziale inscritta nella stessa “civilizzazione occidentale”. L’hitlerismo non è cioè affatto un corpo estraneo della storia occidentale.

Basti pensare alle linee che confluiscono “pacificamente” nel Mein Kampf. Elenchiamone alcune:
-Kant, uno dei grandi filosofi dell’illuminismo, può essere considerato il “fondatore del moderno concetto di razza”. Il suo scritto Antropologia filosofica, oltre a pullulare di insulsaggini e luoghi comuni, sostiene che la mescolanza delle stirpi umane non fa bene al genere umano;
Continua a leggere “La macchina metafisica del nazismo”

Tiepido, né freddo né caldo

I demòni è senz’altro il romanzo più oscuro, il più efferato e violento, della cinquina del Dostoevskij maturo. Il titolo si ispira all’episodio evangelico (messo anche in epigrafe al romanzo e raccontato da Luca: 8, 32-37), nel quale Gesù esorcizza un uomo e i demoni passano da lui ad una mandria di porci, che si gettano nel lago e annegano.
Tale riferimento evangelico, insieme all’altra epigrafe tratta dalla poesia Besy di Puskin, che è poi il titolo del romanzo in lingua russa, non può generare alcun equivoco sulla traduzione (e dizione) dèmoni/demòni – essendo la seconda quella corretta, laddove dèmoni avrebbe tutt’altro significato.
Ma vi è un’altra citazione evangelica ancora più importante di questa, che ossessionava Dostoevskij durante la stesura del romanzo. Egli la colloca inizialmente in un capitolo – “Da Tichon” (La confessione di Stavrogin) – che però il suo editore si rifiuta di pubblicare, poiché contiene un episodio che desterebbe scandalo: l’orribile strupro di una ragazzina, una quattordicenne “ancora bambina all’aspetto”, di nome Matrëša, che finirà per impiccarsi.
Continua a leggere “Tiepido, né freddo né caldo”

Levi inattuale: i sommersi e i salvati

Image

(traccia dell’incontro del Gruppo di discussione filosofica del 12 gennaio 2026)

Parleremo del Primo Levi “antropologo”: una lettura che è rinvenibile fin dalla sua prima opera, Se questo è un uomo (edita per la prima volta da De Silva nel 1947), un titolo molto preciso, quasi programmatico. Così come non è casuale che l’arco della sua scrittura si chiuda 40 anni dopo con una summa antropologica della sua riflessione sui campi, ovvero I sommersi e i salvati, un libro del 1986, l’anno prima della morte.
Apro e chiudo subito la questione della morte – il quasi certo suicidio – di Primo Levi, con una nota raggelante: un bambino di 10 anni disse una volta, nel corso di una discussione sulla shoah, che la morte per suicidio di Levi rappresentava la vittoria postuma dei nazisti. Preferirei lasciare in una sospensione di pietoso rispetto la questione e dedicarmi piuttosto al “nocciolo” di quel che il pensatore Levi ebbe da dire.

Continua a leggere “Levi inattuale: i sommersi e i salvati”

L’Histoire avec sa grande hache

Image

Ho vissuto la lettura di questo libro di Carrère uscito in Italia nel 2023 – la cronaca dei 10 mesi del processo svoltosi a Parigi dal settembre 2021 al luglio 2022, per gli attentati terroristici del 13 novembre 2015, quelli del Bataclan, dello stadio e di alcuni locali in cui persero la vita 130 civili inermi – come una sorta di espiazione: sono andato a Parigi in ottobre, a novembre ricorreva il decennale, e né ho cercato quei luoghi né ho rivolto un solo pensiero a quei fatti. Mi sono sentito in colpa – colpa, vergogna e consimili passioni tristi sono una cifra del nostro tempo – e ho cercato di ovviare con l’unica mossa che conosco, ovvero la conoscenza e la riflessione.
Il libro è diviso in tre parti: la prima dedicata alle vittime, la seconda (la più ampia) dedicata agli imputati, la terza alla corte. La prima è, ovviamente, la parte più dolorosa: la voce dei sopravvissuti, dei parenti, degli amici che si è levata in quel tribunale speciale, e che aveva urgenza di essere ascoltata. È forse più difficile uccidere un uomo se lo si guarda in volto (vedi Lèvinas), e in una strage di massa la cinica indifferenza e anomia dell’atto non può non rovesciarsi nelle figure delle individualità ferite o annichilite.
Continua a leggere “L’Histoire avec sa grande hache”

La legge del più forte

Il diritto internazionale (messo tra parentesi ormai da decenni) è morto e sepolto.
Domina la forza – la legge del più forte.
I forti si sentiranno così autorizzati ad esercitare la forza ogni volta che lo riterranno opportuno.
La Cina starà guardando a Taiwan con occhi nuovi.
Così come ogni potenza regionale il proprio cortile – tante piccole dottrine Monroe.
La corsa al riarmo (anche nucleare) accelererà.
Del resto la stura l’hanno data gli occidentali (Stati Uniti ed Europa insieme) in Medio Oriente, in Jugoslavia, in Libia, per non parlare dell’espansione aggressiva della Nato e della politica dell’ingerenza in tutti i paesi di faglia.
Personalmente non credo affatto nella “sveglia” di quel baraccone corrotto e guerrafondaio (oltre che incapace) che è diventato l’Unione europea – e che sconta il suo ambiguo atto di nascita.
Non esiste al momento nessuna controforza popolare, se non in forme testimoniali e carsiche. Nessun sol dell’avvenire all’orizzonte, solo venti di guerra.
Viviamo tempi non difficili, ma pericolosi, direi quasi letali.

Postilla. L’amico filosofo Vincenzo Costa sostiene che con questo passaggio aggressivo della politica americana, quella che era una possibilità – ovvero la nascita di un mondo multipolare con i Brics – viene di fatto a chiudersi. Chi oggi dà le carte è l’America trumpiana, che sta vincendo su tutti i fronti. Sono gli Stati Uniti ad essere i più forti e a decidere, nel breve e medio periodo, quale sarà la gerarchia globale della forza. Cina e Russia dovranno accontentarsi delle briciole geopolitiche. Potrebbe aver ragione, anche se nel divenire storico non tutto è pre-scritto, rimane pur sempre un margine di ignoto.

Singolare, generale – e noialtri

Un anno strano e difficile questo 2025 che si compie, a partire dal piano personale: due perdite (una delle quali è una voragine che non si vuol richiudere), due viaggi attesi da una vita, la riconquista del tempo con la fine del lavoro – è preparato un bene e un male, anzi più beni e più mali, come dice Trakl in una delle sue poesie più belle.
Ma è sul piano generale, che mai può essere disgiunto da quello individuale, che sento abbattersi i colpi più gravi – o, per la precisione, che sento sfibrarsi le cose: un mondo dove la forza domina incontrastata. Non che prima non lo facesse, ma vi è stato come un ulteriore slittamento, la caduta di alcuni pudori e ritrosie, al punto da assistere “in diretta” a qualcosa di inusitato – qualcosa che non sarebbe mai più dovuto accadere, secondo una certa retorica storico-memoriale, e che invece è accaduto. Trionfano forze distruttive e nichiliste nelle varie faglie che oppongono il mondo cosiddetto geopolitico, tamburi in marcia che annunciano guerra, spesso dissimulata dalla parola pace – com’è avvenuto ieri sera nell’ipocrita e ripugnante, esso sì, discorso del presidente di questa sfibratissima scassatissima repubblica – dove ormai la costituzione, come ho letto di recente in uno scritto di un intellettuale che stimo, risulta “eversiva”.
Ho letto anche, in un altro libro di dure ma necessarie riflessioni filosofico-politiche, che spesso si fa poco caso alla profondità della parola “noialtri”: ecco, non ho auguri da fare per il 2026 – che, tanto, sono parole rituali un poco inutili, per quanto anch’esse necessarie – ma consiglierei di pensare ad un ulteriore slittamento dall’io al noi verso il noialtri. “Noi”, a voler ben vedere, sa un po’ di tribù (noi e voi, noi e loro, noi siamo i migliori, ecc.) – noialtri tiene invece insieme due pronomi e un senso più largo della condivisione. Noialtri è parola più antimilitarista e più ampia – o mi auguro che lo sia. Noialtri – pensanti e senzienti – contro le forze di distruzione che avanzano. Altro non vedo.

Szymborska: la poesia tra stupore, ironia e straniamento

Image

[traccia dell’incontro del Gruppo di discussione filosofica del 15 dicembre 2025; le poesie citate, con i relativi numeri di pagina, si riferiscono alla raccolta La gioia di scrivere, edita da Adelphi. Sulla scia del suo segretario Rusinek, ho spesso citato la Szymborska con la sigla WS]

Ho scelto questi tre termini – stupore, ironia, straniamento – per caratterizzare la poesia di Wislawa Szymborska, una poesia che ha una forte connotazione filosofica.
Avrei anche potuto sintetizzare quei tre termini, sorgivi e costitutivi del modo filosofico di guardare al mondo (e del suo linguaggio) con il termine “leggerezza”, non a caso attribuito da Calvino ai poeti-filosofi, in primis a Lucrezio. Leggerezza, qui, non ha nulla a che fare con la superficialità o l’evasione dalla realtà o il sogno o l’irrazionalità, ma con una specifica forma di leggerezza della pensosità, secondo la stessa definizione di Calvino (il riferimento è alla prima delle sue Lezioni americane).
La scrittura di WS, con tutti gli strumenti linguistici di cui sa disporre con maestria (metafore, similitudini, antifrasi, anafore, ossimori, metonimie e, più in generale, con quel meccanismo che è stato definito semantizzazione della grammatica) genera in noi stupore, incanto, meraviglia, come se la realtà ci fosse mostrata per la prima volta in tutta la sua immediatezza – che è poi, se ci si pensa, la funzione e il miracolo della poesia, il disvelamento della sua verità.
Continua a leggere “Szymborska: la poesia tra stupore, ironia e straniamento”

Il riconoscimento di Ulisse

Image
“Ulisse e Penelope”, Francesco Primaticcio, 1560

Sono passati vent’anni e, tranne Telemaco che non può farlo per ovvie ragioni, tutti potrebbero riconoscere Ulisse ma non lo fanno. Perché?
È vero che c’è stata nel mezzo una guerra e poi l’errare decennale nel lungo viaggio di ritorno, che potremmo assimilare ad un “sequestro esistenziale” con una vera e propria perdita di sé – Odisseo non viene riconosciuto perché non è più in grado di riconoscere se stesso, egli non sa più chi è; non solo, gli dèi intervengono di continuo per mutare l’aspetto di Ulisse, ora invecchiandolo ora ringiovanendolo, ora indebolendolo ora rinvigorendolo. Ma dev’esserci dell’altro (o magari piace a noi pensarlo, in maniera un po’ anacronistica, come in parte fanno Adorno ed Horkheimer). Mi vengono in mentre quattro possibili motivi, che sono forse troppo “moderni” – ma del resto non c’è un altro eroe mitico che abbia avuto una così lunga vita letteraria come Ulisse:

1) misurare l’incertezza dell’altro: sarà felice del mio ritorno o no?
2) il piacere per la dissimulazione (che si riflette nel piacere di narrare)
3) la dilazione del piacere provocato dall’agnizione (cosa del resto evidente in una lettura di tipo teatrale)
4) come già accennato sopra, l’incertezza circa la propria identità: chi è Ulisse?

Proviamo a vedere i passi più importanti dell’Odissea a suffragio di queste tesi.

Continua a leggere “Il riconoscimento di Ulisse”

Progetta un sito come questo con WordPress.com
Comincia ora