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        <title><![CDATA[Stories by CILD on Medium]]></title>
        <description><![CDATA[Stories by CILD on Medium]]></description>
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            <title>Stories by CILD on Medium</title>
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            <title><![CDATA[Plan Condor: un processo italiano per la giustizia ai desaparecidos]]></title>
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            <category><![CDATA[dittatura]]></category>
            <dc:creator><![CDATA[CILD]]></dc:creator>
            <pubDate>Wed, 18 Jan 2017 11:56:29 GMT</pubDate>
            <atom:updated>2020-03-23T14:35:05.490Z</atom:updated>
            <content:encoded><![CDATA[<figure><img alt="" src="https://cdn-images-1.medium.com/max/1024/1*7rzfrYDdWNrUMyUPynmiXQ.jpeg" /><figcaption>Parque de la Memoria, Buenos Aires (Foto: Gustav’s. Fonte: <a href="https://commons.wikimedia.org/wiki/File:MonumentoTerrorismoEstado.jpg">Wikimedia Commons</a>)</figcaption></figure><p><em>Dopo quasi 20 anni arriva la sentenza contro i militari che torturarono e uccisero 43 persone, cittadini sudamericani di origine italiana. Si tratta del secondo processo in assoluto, dopo quello in Argentina, a occuparsi esplicitamente degli intrecci del coordinamento repressivo delle dittature sudamericane negli anni ’70 e ’80. La sentenza fa giustizia a metà: dei 27 imputati, 8 hanno ricevuto l’ergastolo e 19 sono stati assolti. Tra i condannati ci sono vertici politico-militari di Bolivia, Perù e Uruguay.</em></p><p>Martedì 17 gennaio 2017 è il giorno della sentenza per il processo “Plan Condor”. Il processo, partito 18 anni fa, indaga i responsabili delle torture, le uccisioni e le scomparse di decine di sudamericani di origine italiana.</p><p>Si tratta di <strong>43 vittime</strong> di cui 6 italo-argentini, 4 italo-cileni e 13 italo-uruguaiani, insieme ad altre 20 vittime uruguaiane per le quali l’imputato è<strong> Jorge Nestor Troccoli</strong>, ex ufficiale della marina dell’Uruguay, unico imputato non in contumacia.</p><p><strong>Gli imputati</strong> chiamati a rispondere dei reati <strong>sono</strong> <strong>33</strong>, inseriti in diversi modi dentro le strutture amministrative e poliziesche del Piano Condor. In assenza in Italia di una normativa riguardante i reati di “desaparición” e di tortura, il reato è di <strong>omicidio plurimo aggravato</strong>.</p><p><strong>La sentenza del 17 gennaio è di 8 ergastoli e 19 assoluzioni.</strong> Tra i condannati ci sono i vertici politico-militari, tra cui Luis Garcia Meza Tejada, ex presidente della Bolivia, Francisco Morales Cerruti Bermudez, ex presidente del Perù, e Pedro Richter Prada, ex primo ministro del Perù.</p><figure><img alt="" src="https://cdn-images-1.medium.com/max/1024/1*JQZ7TXDwf6-_5BmsqVZ22g.jpeg" /></figure><p>Juan José Montiglio Murúa è sposato e ha due figli. Cileno, militante del Partito Socialista, Juan José studia biologia all’università ed è a capo della “Guardia de Amigos del Presidente” (GAP), la scorta personale e più fidata di Salvador Allende, con il nome in codice Anibal.</p><figure><img alt="" src="https://cdn-images-1.medium.com/max/336/1*sBmSt4016fea3ljuPnz5Pw.jpeg" /><figcaption>JJuan José Montiglio Murúa con i due figli</figcaption></figure><p>Ha 24 anni quando viene arrestato durante gli scontri a fuoco dell’11 settembre 1973, il giorno del “Golpe”, nel “Palacio de La Moneda” a Santiago.</p><p>Secondo le testimonianze di due Gap compagni di Anibal, sopravvissuti al massacro dei giorni successivi all’attacco alla Moneda, José viene imprigionato, torturato, fucilato a colpi di mitra e fatto saltare in aria con delle bombe a mano nella caserma Tacna dai militari comandati da Rafael Francisco Ahumada Valderrama. È uno dei 3mila desaparecidos cileni: il suo corpo non è mai stato ritrovato.</p><p>I suoi figli Alejandro e Tamara avevano rispettivamente 3 e 2 anni quando lui fu imprigionato. Hanno conosciuto la sua storia solo nel 1988: la madre e i nonni li avevano tenuti all’oscuro di tutto per proteggerli.</p><p>Nel 1979 Pinochet, seguendo l’esempio della dittatura argentina, con l’operazione “<strong>Ritiro dei televisori</strong>” ordinò di far sparire i resti dei prigionieri politici, riesumandoli e gettandoli in mare. Qualche frammento osseo rimase comunque nella fossa comune della Tacna e grazie all’esame del dna alcuni resti sono stati restituiti alle rispettive famiglie. Anibal non è tra questi.</p><figure><img alt="" src="https://cdn-images-1.medium.com/max/1024/1*p5rdO16j51LEvhPwNCojwA.jpeg" /></figure><p><strong>Plan Condor</strong> è il nome dell’organizzazione criminale multinazionale finalizzata alla sparizione di persone che fu messa in atto dalle dittature militari che controllarono i governi di Cile, Paraguay, Uruguay, Brasile, Bolivia e Argentina negli anni ’70-’80. Questo coordinamento repressivo, stroncò sul nascere l’espansione della democrazia parlamentare in America Latina.</p><p>Non è possibile, secondo i giudici, individuare la data di inizio di tale associazione criminale, ma questa fu senza alcun dubbio attiva a partire dal colpo di stato in Cile, l’11 settembre 1973, e durò fino al termine delle dittature in America latina.</p><p>Una data di nascita ufficiale è stata individuata nel 1975. L’operazione nacque su input del Colonnello dell’Esercito cileno di Pinochet, Manuel Contreras Sepúlveda. Contreras era a capo della Dirección de Inteligencia Nacional (DINA) e nel mese di ottobre di quell’anno invitò i pari grado degli altri Paesi a partecipare alla cosiddetta Prima Riunione di Lavoro dell’Intelligence Nazionale.</p><blockquote>Il 28 settembre 1976 l’Agente dell’FBI Robert Scherrer invia <a href="http://nsarchive.gwu.edu/NSAEBB/NSAEBB8/docs/doc23.pdf">un documento</a> (oggi desecretato) dalla sua ambasciata a Buenos Aires. Il documento Scherrer spiega concretamente in cosa consiste il piano Condor. Vi si legge: “Operazione Condor è il nome in codice per la raccolta, scambio e archiviazione di dati riguardo i cosiddetti ‘sinistrorsi’, tra comunisti o marxisti, accordo recentemente stabilito tra i servizi segreti dell’America del Sud.”</blockquote><figure><img alt="" src="https://cdn-images-1.medium.com/max/538/1*eOZXv-lvpAH4kiqT5mUe2w.png" /><figcaption>Il documento che l’agente FBI Scherrer inviò nel 1976 sull’Operazione Condor (Fonte: <a href="http://nsarchive.gwu.edu/NSAEBB/NSAEBB8/docs/doc23.pdf">National Security Archive — George Washington University</a>)</figcaption></figure><p>Il passaggio più concreto implica la formazione di squadre speciali dei paesi membri con la facoltà di viaggiare ovunque nel mondo con il compito di assassinare i terroristi e chi li appoggia. Il Condor ha agito anche in Europa, con la complicità di fascisti e servizi segreti.</p><p>Molti considerano Henry Kissinger, allora segretario di Stato statunitense, il gestore principale del processo dittatoriale instaurato in America latina in quegli anni. È possibile affermare che fu al corrente di tutto fin dall’inizio, giacché è dimostrato che avesse un filo diretto con Contreras, capo della famigerata DINA, la polizia segreta cilena.</p><p>Gli archivi del Piano Condor ritrovati ad Asunción del Paraguay nel 1992 riportano come bilancio della repressione 50.000 persone assassinate, 30.000 scomparse (desaparecidos) e 400.000 incarcerate.</p><figure><img alt="" src="https://cdn-images-1.medium.com/max/1024/1*JQZ7TXDwf6-_5BmsqVZ22g.jpeg" /></figure><h3><strong>Processo Condor: perché in Italia</strong></h3><p>Finora la giustizia nei diversi paesi aveva, in maniera diseguale, avanzato sui singoli casi, processando ed eventualmente condannando soprattutto gli esecutori materiali, ma senza mai riuscire a individuare il nesso causale politico ed il coordinamento tra le diverse dittature. Questo processo individua un reato associativo transnazionale: indaga infatti proprio quel coordinamento criminale tra le diverse dittature latinoamericane.</p><p>Il Processo Condor ha potuto essere instaurato in Italia <strong>in virtù della legge che consente allo Stato italiano di processare anche in contumacia i presunti responsabili di crimini contro l’umanità</strong> compiuti all’estero nei confronti di cittadini italiani.</p><p>È il secondo in assoluto nel mondo, dopo quello in Argentina, a occuparsi esplicitamente degli intrecci repressivi, sotto l’egida della CIA statunitense, dei regimi del Cono Sur, nella persecuzione, sequestro, l’interscambio e la sparizione degli oppositori oltre i confini nazionali.</p><p>Si sono costituiti parte civile anche la Presidenza del Consiglio dei Ministri d’Italia e lo Stato dell’Uruguay, assieme a partiti, sindacati e associazioni di familiari da Uruguay, Cile e Bolivia, e alle Regioni Emilia-Romagna e Calabria.</p><p>Nell’aula della sentenza del Processo Condor c’è anche Maria Victoria Mojano Artigas.</p><p>Il padre di Maria Victoria, <strong>Alfredo Moyano Santander</strong>, venne sequestrato il 30 dicembre 1977 nel suo appartamento a Berazategui, in Argentina, insieme alla moglie María Artigas, incinta di un mese.</p><p>Maria Victoria nasce il 25 agosto 1978 nel centro di detenzione. Passerà solo 8 ore con sua madre, per poi essere consegnata al fratello di uno dei responsabili della Polizia di Buenos Aires. Solo nel 1987, a nove anni, recupera la propria identità e inizia a ricostruire la sua storia, grazie a una maestra delle elementari, che aveva avuto dei sospetti sul suo certificato di nascita e aveva contattato le Abuelas de Plaza de Mayo.</p><p>Il giorno dopo aver scoperto la sua vera identità, la bambina è andata a vivere con le sue nonne biologiche e ha lasciato la sua famiglia appropriatrice. Quella che reputava sua madre oggi è in carcere.</p><p>Alfredo Moyano e sua moglie sono ancora desaparecidos.</p><blockquote>Il processo Condor ha permesso di mantenere aperta la ricerca di memoria e giustizia per le vittime di regimi tirannici, di dare voce ai tanti familiari delle persone scomparse, di affermare che la violazione dei diritti umani ed i crimini contro l’umanità non possono essere nascosti in eterno. Chi si batte per la tutela oggi dei diritti delle persone, dei diritti civili, dei diritti sociali sa che esiste un filo indistruttibile tra le vicende di ieri e le brutalità che oggi si commettono in tante parti del mondo, tra vecchi e nuovi desaparecidos”.</blockquote><blockquote>— Arturo Salerni, avvocato di parte civile</blockquote><figure><img alt="" src="https://cdn-images-1.medium.com/max/1024/1*mBavudm9E3bTIkwuxkJmcw.jpeg" /></figure><p><em>La </em><a href="http://www.cilditalia.org"><strong><em>Coalizione Italiana per le Libertà e i Diritti civili</em></strong></a><em> è una rete di 34 organizzazioni che si occupano di diritti umani in Italia. Tra queste, anche </em><a href="http://www.progettodiritti.it/"><em>Progetto Diritti</em></a><em>, impegnata in prima linea nel processo Plan Condor.</em></p><p><em>Per ulteriori informazioni: </em><a href="mailto:andrea@cild.eu"><em>Andrea Oleandri</em></a><em> (ufficio stampa).</em></p><img src="https://medium.com/_/stat?event=post.clientViewed&referrerSource=full_rss&postId=86a016e47dfc" width="1" height="1" alt="">]]></content:encoded>
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            <title><![CDATA[How Will the Next US President Deal with Drone Strikes?]]></title>
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            <dc:creator><![CDATA[CILD]]></dc:creator>
            <pubDate>Wed, 26 Oct 2016 10:16:17 GMT</pubDate>
            <atom:updated>2016-10-26T10:16:17.466Z</atom:updated>
            <content:encoded><![CDATA[<p>by <a href="https://medium.com/u/774f8c840ece">Philip Di Salvo</a></p><figure><img alt="" src="https://cdn-images-1.medium.com/max/800/1*iyDnXixy4LE9CjkRcmmfcA.jpeg" /><figcaption>Donald Trump and Hillary Clinton during the United States presidential election (Source: <a href="https://commons.wikimedia.org/wiki/File:Donald_Trump_and_Hillary_Clinton_during_United_States_presidential_election_2016.jpg">Wikimedia Commons</a>)</figcaption></figure><p>US elections are just a few days ahead and Hillary Clinton and Donald Trump have already faced off three times in televised debates. Although foreign policy has been one of the most highly discussed issues, including the fight against ISIS and other terrorist groups, drone strikes have not been a substantial topic of discussion during either the campaigns or debates. Despite being one of the most defining elements of contemporary US military operations, the two major presidential candidates have not expressed themselves in-depth concerning what they plan to do with Obama’s policies.</p><p>On the one hand, this is clearly related to the vast secrecy surrounding drones and the way they are used in countries such as Yemen, Pakistan and Somalia, territories where US forces are operating but no official war has been declared. Consequently, drones and targeted killing programs are very controversial issues and the candidates have probably been keen to not address these points openly. Indeed, whenever armed drones have been mentioned during the campaigns, their use and related policies were not substantially challenged. During the eight years President Barack Obama has been in office, drones have become standards of US warfare. Nevertheless, numbers and stats concerning civilian deaths and <a href="https://hdp.press/the-human-cost-of-drone-killings-the-struggle-for-accountability-7249395d5546">details concerning targets are still limited and opaque</a>, and the next Commander in Chief will inevitably have to address similar (when not on-going) operations.</p><p>In order to understand Clinton’s and Trump’s views on drones and to try to imagine what their appointments in this sense would mean, earlier this month <a href="http://www.bard.edu/about/">Bard College</a>’s <a href="http://dronecenter.bard.edu">Center for the Study of the Drone</a> published a <a href="http://dronecenter.bard.edu/the-presidential-candidates-on-drones/">report</a> (before the final presidential debate) dealing with the presidential candidates’ and their closest advisors’ on-the-record statements about military drones and related US operations. The reason for the study, as stated in the 22-page report, is “determining what the next President’s drone policies are likely to be.” The study was based on the assessment of interview transcripts, sound bites from news stories and statements from debates and official public events.</p><p>When it comes to Hillary Clinton’s views on drone strikes, it should not be forgotten that she served as Secretary of State between 2009 and 2013, a time when “drones became a popular weapon for countering al-Qaeda”, as the report states; according to the New America Foundation’s data, over 350 strikes were conducted during that time. Thus it comes as no surprise that “Hillary Clinton and her advisers’ positions on drone use tack closely to those of the current administration.” During the second presidential debate (October 9th), for instance, Clinton stated that the targeted killing of Al-Qaeda leaders was an example of how ISIS should be dealt with, reminding viewers that she was “involved in a lot of those operations, highly classified ones.”</p><figure><img alt="" src="https://cdn-images-1.medium.com/max/1024/1*nz9JTvuuo3XoiCWxs4YBLw.jpeg" /><figcaption>MQ-1 Predator unmanned aircraft (Source: <a href="https://en.wikipedia.org/wiki/File:MQ-1_Predator_unmanned_aircraft.jpg">Wikimedia Commons</a>)</figcaption></figure><p>Earlier, while <a href="https://www.hillaryclinton.com/post/us-must-choose-resolve-over-fear-hillary-clinton-outlines-plan-defeat-isis-and-global-terrorism/">speaking</a> at the Council on Foreign Relations in January 2016 (before becoming the Democratic Party nominee), Clinton explicitly mentioned drones as a solution for dealing with terrorists “that includes targeted strikes by US military aircraft and drones, with proper safeguards, when there aren’t any other viable options to deal with continuing imminent threats.” The report also quotes 14 others, including those involved in the <a href="https://theintercept.com/2016/09/08/hillary-clintons-national-security-advisors-are-a-whos-who-of-the-warfare-state/">Clinton Campaign’s National Security Working Group</a>. According to the Center’s analysis, some opinions and views on drone strikes within Clinton’s entourage are more nuanced, despite a general agreement on their usefulness in combatting terrorism. For instance, Richard Fontaine (a member of the Working Group and John McCain’s former advisor) openly <a href="https://www.opensocietyfoundations.org/events/fifteen-years-fighting-terror-lessons-2016-us-presidential-candidates">critiqued</a> <a href="https://www.theguardian.com/us-news/2015/apr/25/us-drone-program-secrecy-scrutiny-signature-strikes">“signature strikes”</a> at an Open Society Foundations event in February 2016. Hillary Clinton herself also “described the need for rules to govern the use of these weapons outside of declared combat zones”, the report states</p><p>On the other hand, Donald Trump’s views on drones are much less identifiable, as Trump has not previously served in any political position and he and his advisers have made less mention of drones during the campaign. Moreover, Gen. Michael Flynn is the only one of Trump’s advisors with previous experience in drone operations. The report notes that Trump has described his plans to “wage a broad and intensive aerial campaign against ISIS in Iraq, Syria and Libya.” Details of the possible use of drones were not disclosed and Trump referred to “bomb[ing] the shit out of ISIS” while <a href="http://www.realclearpolitics.com/video/2015/11/13/trumps_updated_isis_plan_bomb_the_shit_out_of_them_send_exxon_in_to_rebuild.html">speaking</a> at a campaign rally at Fort Dodge, Iowa, in November 2015. According to his <em>Time to Get Tough </em><a href="https://www.goodreads.com/book/show/13102326-time-to-get-tough">book</a> and to a Fox News <a href="http://www.foxnews.com/politics/2016/08/18/trump-slams-obama-clinton-for-politically-correct-war-against-isis-warns-more-attacks.html">interview</a> (from August 2016), Donald Trump considers Obama’s efforts against ISIS “politically correct” and in the book, in particular, he criticizes Obama for refusing to use drones to target members of the Haqqani network in the city of Miram. Furthermore, Trump has personally expressed his interest in using more Predator B drones to put US borders under constant surveillance.</p><p>The Republican candidate has also advocated more military spending, though without explicitly mentioning drones. The Center for the Study of the Drone adds that it is difficult to imagine a precise Trump policy on drones as his advisers also have different views. For instance, “Rudy Giuliani, Michael Woolsey, and Gen. Flynn — have publicly criticized the use of drones for targeted killing.”</p><p>The report also covers minor presidential candidates: Jill Stein (Green Party), for instance, considers drone strikes to be ineffective and counterproductive and <a href="http://www.jill2016.com/plan">on her website advocates</a> “ending the wars and drone attacks.”</p><p>Gary Johnson (Libertarian Party), instead, expressed his opposition to the use of drones, claiming that they created more enemies and accused the USA of committing war crimes <a href="https://www.youtube.com/watch?v=8VMCCCl2EgQ">during an interview with RT</a> in 2013. In a 2012 interview (not referenced in the report), <a href="http://dailycaller.com/2012/04/09/thedcs-jamie-weinstein-gary-johnsons-strange-foreign-policy/">Johnson had told The Daily Caller</a> that he would not necessarily stop drone attacks against terrorists in Pakistan or Yemen: “I would want leave all options on the table,” Johnson said.</p><p><strong><em>Philip Di Salvo</em></strong><em> is a researcher and a journalist. His research interests include digital whistleblowing, digital security in journalism and the relationship between hackers and reporters. He is currently working on his PhD dissertation at Università della Svizzera italiana (Lugano, Switzerland), where he also works as editor for The European Journalism Observatory. As a freelancer, Philip mainly writes for Wired Italy and other publications.</em></p><img src="https://medium.com/_/stat?event=post.clientViewed&referrerSource=full_rss&postId=9bab90aa817f" width="1" height="1" alt="">]]></content:encoded>
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            <title><![CDATA[Blowing the whistle on drone strikes]]></title>
            <link>https://medium.com/@Cild2014/blowing-the-whistle-on-drone-strikes-49b463eb615f?source=rss-ae277870f30b------2</link>
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            <category><![CDATA[drones]]></category>
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            <dc:creator><![CDATA[CILD]]></dc:creator>
            <pubDate>Wed, 31 Aug 2016 14:29:03 GMT</pubDate>
            <atom:updated>2016-08-31T14:29:03.681Z</atom:updated>
            <content:encoded><![CDATA[<p>by <a href="https://medium.com/u/774f8c840ece">Philip Di Salvo</a></p><figure><img alt="" src="https://cdn-images-1.medium.com/max/992/1*jEiCEa9z7fIgGf8BZKEznA.jpeg" /></figure><p>US drone warfare <a href="https://medium.com/@Cild2014/the-human-cost-of-drone-killings-the-struggle-for-accountability-7249395d5546#.x8c6mya4c">has an ongoing accountability and transparency issue</a>. Especially during the Obama years, a timeframe in which the use of drones in countries where no official war has been declared has escalated, the public has been given very little chance to access data and information concerning the scale and effects of the phenomenon. The <a href="https://www.washingtonpost.com/world/national-security/white-house-releases-its-count-of-civilian-deaths-in-counterterrorism-operations-under-obama/2016/07/01/3196aa1e-3fa2-11e6-80bc-d06711fd2125_story.html">official data on drone strikes</a> released recently by the White House conflicted with the figures gathered and published by some NGOs over the past few years. Especially when it comes to the number of civilian casualties involved in the strikes, the numbers are at odds.</p><p>Earlier in August, the American Civil Liberties Union <a href="https://www.aclu.org/news/us-releases-drone-strike-playbook-response-aclu-lawsuit">won a FOIA lawsuit</a> against the Obama administration, which led to the publication of “a redacted version of the White House document that sets out the government’s policy framework for drone strikes,” officially known as the Presidential Policy Guidance. The release of this document brought up <a href="http://bigstory.ap.org/article/95e2d8c4f55343b0abc16d70420fa9bc/us-discloses-more-conditions-lethal-drone-strikes">more details concerning how drone operations are conducted and managed</a>, but it was also a sign of how the drone-strike puzzle is still missing several pieces.</p><p>In this context of a lack of transparency, and with information regarding drone operations being classified and taken away from public scrutiny, citizens and journalists willing to shed light on drone strikes have another resource to rely on: whistleblowers. Over the past several years some individuals formerly involved in drone operations have become whistleblowers and revealed important details about how strikes are conducted. “Whistleblowers provide a unique and invaluable contribution to the global debate surrounding the US drone program,” says <a href="https://twitter.com/JesselynRadack">Jesselyn Radack</a>, National Security &amp; Human Rights director of <a href="https://whisper.exposefacts.org/">WHISPeR (Whistleblower &amp; Source Protection program)</a> at ExposeFacts.</p><blockquote>“The U.S. government regularly releases secret information about the programme aimed at promoting it as effective and harmless. Whistleblowers can tell the public from first-hand experience that the drone program is neither harmless nor effective at stopping terrorism.”</blockquote><p>So far the most comprehensive leak coming from within the US Army concerning drones was published in late 2015 by <em>The Intercept</em> under the name of <a href="https://theintercept.com/drone-papers/">“The Drone Papers”</a>. The whistleblower, quoted as coming from within US intelligence, leaked a significant trove of documents about the US military’s drone assassination program in Afghanistan, Yemen, and Somalia, including details of the chain of command behind it.</p><figure><img alt="" src="https://cdn-images-1.medium.com/max/955/1*rrvC3T0vIGMOEDnCWwXW7w.jpeg" /><figcaption><a href="https://theintercept.com/drone-papers/"><strong>The Drone Papers</strong></a><strong> were published in October 2015</strong></figcaption></figure><p>Among other elements, “The Drone Papers” brought more information about the involvement of the National Security Agency (NSA)’s Signals Intelligence (SIGINT) operations in drone strikes. In particular, according to the information released, SIGINT is used to “identify and find new targets, the documents detail how military analysts also relied on such intelligence to make sure that they had the correct person in their sights and to estimate the harm to civilians before a strike,” <a href="https://theintercept.com/drone-papers/firing-blind/">write</a> Cora Currier and Peter Maass on <em>The Intercept</em>.</p><p>The NSA’s involvement with the targeted killing programme was also part of Edward Snowden’s 2013 leak. Some documents <a href="https://www.washingtonpost.com/world/national-security/documents-reveal-nsas-extensive-involvement-in-targeted-killing-program/2013/10/16/29775278-3674-11e3-8a0e-4e2cf80831fc_story.html">published</a> by <em>The Washington Post</em> in 2013 exposed how the NSA was cooperating in the program. In 2014 an unnamed drone operator <a href="https://theintercept.com/2014/02/10/the-nsas-secret-role/">blew the whistle</a> to <em>The Intercept</em> confirming how “rather than confirming a target’s identity with operatives or informants on the ground, the CIA or the US military then orders a strike based on the activity and location of the mobile phone a person is believed to be using.”</p><p>According to Jesselyn Radack, looking at the whole picture, “Whistleblowers have revealed that, despite the claims of US national security officials, drone strikes are not always precise, that they create more terrorists than they kill, and that American service members in the drone program are not unaffected by their work, resulting in a destructive culture of alcohol and drug abuse, high suicide rates and high dropout rates.” The list of drone whistleblowers is getting longer.</p><p>Brandon Bryant, Michael Haas, Stephen Lewis and Cian Westmoreland are four former US Air Force drone operators and technicians <a href="https://www.theguardian.com/world/2015/nov/18/life-as-a-drone-pilot-creech-air-force-base-nevada">who came forward to speak with <em>The Guardian</em></a> in 2015 about details of their involvement with drone strikes in Afghanistan and other conflict zones. The four are also authors of an <a href="https://www.documentcloud.org/documents/2515596-final-drone-letter.html">open letter</a> addressed to President Obama, US Secretary of Defense Ashton B. Carter, and CIA Director John O. Brennan calling the US drone programmes “one of the most devastating driving forces for terrorism and destabilization around the world.<em>”</em> Speaking to <em>The Guardian</em>, Bryant said he knows to have been involved in the killing of 1626 people, a figure included in the report card he was given when honourably discharged in 2011. Haas, according to the <em>Guardian</em>, never looked at his record.</p><iframe src="https://cdn.embedly.com/widgets/media.html?src=https%3A%2F%2Fwww.youtube.com%2Fembed%2Fs2osKq0OWss%3Ffeature%3Doembed&amp;url=http%3A%2F%2Fwww.youtube.com%2Fwatch%3Fv%3Ds2osKq0OWss&amp;image=https%3A%2F%2Fi.ytimg.com%2Fvi%2Fs2osKq0OWss%2Fhqdefault.jpg&amp;key=d04bfffea46d4aeda930ec88cc64b87c&amp;type=text%2Fhtml&amp;schema=youtube" width="854" height="480" frameborder="0" scrolling="no"><a href="https://medium.com/media/d10f4fa7a47011ec079dff2854e61a8b/href">https://medium.com/media/d10f4fa7a47011ec079dff2854e61a8b/href</a></iframe><p>Cian Westmoreland, who served as a communication technician in Afghanistan, also spoke about the psychological consequences of being involved in drone killings and the distress of up to12-hour shifts. A 2013 study by the Department of Defense had also <a href="http://www.nytimes.com/2013/02/23/us/drone-pilots-found-to-get-stress-disorders-much-as-those-in-combat-do.html?_r=0">concluded</a> how drone operators firing from a distance suffered the same forms of stress and Post-Traumatic Stress Disorder as those on the battlefield.</p><p>“Whistleblowing is a symptom of a broken system,” says Jessica Dorsey, <a href="http://www.paxforpeace.nl/">Pax for Peace</a> Program Officer and Coordinator of the European Forum on Armed Drones, “because governments are not transparent with information regarding drone usage, the public, whistleblowers have stepped in to help fill the gaps. These people put themselves at great risk in releasing this information to the public.” Bryant and Haas are also among those who speak about drone strikes <a href="http://europe.newsweek.com/confessions-lethal-drone-operator-396541?rm=eu">included</a> in Tonje Hessen Schei’s 2014 <em>Drone</em> documentary, a film which outlined more details concerning the US drone program and its effect on people on the ground, especially in Pakistan. Overall, the amount of information available is still limited and insufficient to provide a full picture of the impact of drone strikes.</p><blockquote>“Certainly a number of documents have surfaced in many instances in which whistleblowers were involved, and those documents do shed light into systems where otherwise we wouldn’t have data,” says Jessica Dorsey. “However, whistleblowers should not be what we as civil society rely upon. States have a duty to disclose information such as numbers, policies practice, investigation into<em> </em>number of casualties, names of victims and locations of strikes investigated.”</blockquote><p>Lisa Ling is also a former drone system technical sergeant turned whistleblower. Her story, along with the ones of two other two whistleblowers, is part of <a href="http://www.huffingtonpost.com/peter-van-buren/film-review-national-bird_b_9732278.html">another documentary</a>, Sonia Kennebeck’s <a href="http://nationalbirdfilm.com/"><em>National Bird</em></a> , which premiered in 2016. Ling and Westmoreland also <a href="https://www.theguardian.com/world/2016/jul/01/us-drone-whistleblowers-brussels-european-parliament">spoke</a> in July at the European Parliament in Brussels during a hearing on armed drones, providing their knowledge and views on the subject. Drone strikes affect European countries too, although Britain is the only one using armed unmanned aircraft, <em>The</em> <em>Guardian</em> writes. Still, US bases in Europe play a part in how the drone programs are operated. Ramstein in Germany <a href="https://www.thenation.com/article/the-most-important-us-air-force-base-youve-never-heard-of/">is known to be</a> the most important facility, while <a href="http://espresso.repubblica.it/inchieste/2015/04/28/news/sigonella-nuovo-cuore-hi-tech-della-guerra-dei-droni-1.209740">the role of Sigonella</a>, in Italy, is still less detailed.</p><p>“Much like the US program, these countries are also shrouding their cooperation in secrecy,” says Jessica Dorsey. “A number of whistleblowers cooperating with investigative journalists have uncovered fragmented details outlining the involvement of Germany or Italy, for example, but again the information gathered does not paint a wholesale picture of who is carrying out which strikes, under what legal authority, against whom and where. This secrecy undermines accountability, which deprives the victims of drone strikes of their right to an effective remedy.”</p><p>Speaking to <em>The Nation</em> for a <a href="https://www.thenation.com/article/the-most-important-us-air-force-base-youve-never-heard-of/">major feature article</a> on Ramstein, Lisa Ling expressed her idea on why drone strikes are — falsely — considered effective:</p><blockquote>“We are in the United States of America and we are participating in an overseas war, a war overseas, and we have no connection to it other than wires and keyboards. Now, if that doesn’t scare the crap out of you, it does out of me. Because if that’s the only connection, why stop?”</blockquote><p>Christopher Aaron, instead, is a former CIA employee who worked in Afghanistan and Iraq within the drone programmes. Speaking at an <a href="https://www.law.unlv.edu/event/inside-drone-warfare-perspectives-whistleblowers-families-drone-victims-and-their-lawyers">event</a> at the William S. Boyd School of Law in March, Aaron <a href="https://www.youtube.com/watch?v=qmjg2cAveAU">paid tribute</a> to fellow drone whistleblowers in inspiring him to speak out and added: “I began to see with my own eyes that what I was told was very far from what I was experiencing,” and, going to the essence of whistleblowing, “we have the opportunity to expose this policy of perpetual war by sharing compassion with victims, with perhaps a hint of forgiveness. We have the opportunity to shine some light through this darkness.”</p><p>Whistleblowers thus have the chance to bring information to the surface which would not be available to the public otherwise. The crucial point, then, is how free and protected they are to speak publicly without risk of retaliation. In the US, the situation is troubling: “most national security whistleblowers are excluded from protections that cover federal employees. Military whistleblowers have some protections, but they cannot be used as a defense to an Espionage Act prosecution, and the Obama administration has brought more Espionage Act cases against whistleblowers than all past American presidents combined,” says Jesselyn Radack, who has defended several whistleblowers. “Additionally, my clients who have exposed misconduct in the drone program have suffered retaliation such as the US government telling their parents that my clients are on an ISIS kill list and the only way to stay safe is to stop discussing the drone program.”</p><figure><img alt="" src="https://cdn-images-1.medium.com/max/1024/1*iu5CKb1O8kb6vPpIsbCN-g.jpeg" /><figcaption>Jesselyn Radack launched the Whistleblower and Source Protection Program (WHISPeR) (Photo: <a href="https://www.flickr.com/photos/91027340@N03/9413328105">Frederic Jacobs</a>)</figcaption></figure><p>Among the pieces still missing, to begin with, the public needs “a full disclosure of a comprehensive legal analysis…[and] clear definitions on terms being used would be a good start in assisting civil society and other organizations and entities to analyze whether the government’s actions are lawful or not,” concludes Dorsey.</p><p>While a comprehensive and transparent process in drone warfare may still be far to be reached, the service provided by the courage of whistleblowers appears to be more and more necessary. In order to push for change and improvements, whistleblowers Brandon Bryant and Cian Westmoreland have joined forces with other activists and former military workers. Their new organization is called <a href="https://projectredhand.org/about/">Project Red Hand</a>.</p><p><strong><em>Philip Di Salvo</em></strong><em> is a researcher and a journalist. His research interests include digital whistleblowing, digital security in journalism and the relationship between hackers and reporters. He is currently working on his PhD dissertation at Università della Svizzera italiana (Lugano, Switzerland), where he also works as editor for The European Journalism Observatory. As a freelancer, Philip mainly writes for Wired Italy and other publications.</em></p><img src="https://medium.com/_/stat?event=post.clientViewed&referrerSource=full_rss&postId=49b463eb615f" width="1" height="1" alt="">]]></content:encoded>
        </item>
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            <title><![CDATA[Sulle droghe, alziamo la testa]]></title>
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            <category><![CDATA[legalizzazione]]></category>
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            <dc:creator><![CDATA[CILD]]></dc:creator>
            <pubDate>Thu, 21 Jul 2016 09:57:25 GMT</pubDate>
            <atom:updated>2016-07-21T19:01:28.001Z</atom:updated>
            <content:encoded><![CDATA[<iframe src="https://cdn.embedly.com/widgets/media.html?src=https%3A%2F%2Fplayer.vimeo.com%2Fvideo%2F175622113&amp;url=https%3A%2F%2Fvimeo.com%2F175622113&amp;image=http%3A%2F%2Fi.vimeocdn.com%2Fvideo%2F582733823_1280.jpg&amp;key=d04bfffea46d4aeda930ec88cc64b87c&amp;type=text%2Fhtml&amp;schema=vimeo" width="1920" height="1080" frameborder="0" scrolling="no"><a href="https://medium.com/media/9517a41610321349c7c85f736c0b4fa4/href">https://medium.com/media/9517a41610321349c7c85f736c0b4fa4/href</a></iframe><p>Da 45 anni il mondo è impegnato nella più lunga delle guerre mai affrontate, quella alla droga. <br>Una guerra che ha comportato alti <a href="http://nonmelaspaccigiusta.it/contesto/">costi</a> sociali, economici, sanitari rivelando in essi il suo fallimento.</p><p>È il momento di cambiare strada. Alcuni stati del mondo lo hanno fatto. Anche l’Italia, a partire dalla legge dell<a href="http://www.cannabislegale.org/">’Integruppo parlamentare “Cannabis Legale”</a> la cui discussione inizierà il prossimo 25 luglio, ha l’occasione per farlo.</p><p>Proprio in vista di questa data con la nostra campagna <a href="https://medium.com/u/e067a6869336">NonMeLaSpacciGiusta</a> lanciamo questo spot, per il quale numerosi musicisti — Alborosie, Boom Da Bash, Chief, Clementino, Fred De Palma, DJ TY1, Ensi, Fritz Da Cat, Ghali, J-Ax, Low Kidd, Mama Marjas, Mondo Marcio, Nitro, Noyz Narcos, Papa Leu, Rocco Hunt, Roy Paci, Sud Sound System e Tormento <em>— </em>hanno prestato il proprio volto.</p><p>Un video destinato a far parlare di sé è che tuttavia intende rivolgersi al solo pubblico adulto e non intende in alcun modo promuovere o incentivare l’uso di marijuana.</p><p>Nei paesi dove ne è stato legalizzato o depenalizzato il consumo è fortemente diminuito anche tra i giovani. <br>Il Portogallo, ad esempio, ha depenalizzato l’uso di tutte le sostanze stupefacenti sin dal 2001, ed è il paese dell’UE dove i giovani consumano meno sostanze stupefacenti.</p><p>Legalizzare serve proprio a far diminuire i consumi, a garantire la salute pubblica evitando ai giovani di entrare in contatto con sostanze pericolose e poco conosciute. Significa allontanarli dalle piazze di spaccio dove vengono offerte anche droghe pesanti.</p><p>Legalizzare è antimafia, perché consente di togliere entrate ingenti ai gruppi criminali e ai cartelli delle droghe.</p><p>Legalizzare è liberare risorse umane nei commissariati e nei tribunali, dedicandole alla prevenzione di crimini ben più gravi.</p><p>Il 25 luglio inizia la discussione in Parlamento del disegno di legge dell’Intergruppo.<br>A tutti i parlamentari chiediamo, insieme agli artisti che appaiono nel nostro video, di alzare la testa e di approvare rapidamente il disegno di legge.</p><p>Il buon senso si coltiva.</p><p><strong>[Per approfondire l’argomento e non perderti nessun aggiornamento, visita il </strong><a href="http://nonmelaspaccigiusta.it/"><strong>sito</strong></a><strong> &amp; iscriviti alla </strong><a href="http://eepurl.com/bIhow1"><strong>newsletter</strong></a><strong> di </strong><a href="https://medium.com/u/e067a6869336"><strong>NonMeLaSpacciGiusta</strong></a><strong>]</strong></p><img src="https://medium.com/_/stat?event=post.clientViewed&referrerSource=full_rss&postId=1fc7c7145fa2" width="1" height="1" alt="">]]></content:encoded>
        </item>
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            <title><![CDATA[The Human Cost of Drone Strikes: The Struggle For Accountability]]></title>
            <link>https://medium.com/human-development-project/the-human-cost-of-drone-killings-the-struggle-for-accountability-7249395d5546?source=rss-ae277870f30b------2</link>
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            <category><![CDATA[accountability]]></category>
            <category><![CDATA[war]]></category>
            <category><![CDATA[drones]]></category>
            <category><![CDATA[barack-obama]]></category>
            <dc:creator><![CDATA[CILD]]></dc:creator>
            <pubDate>Tue, 12 Jul 2016 06:39:43 GMT</pubDate>
            <atom:updated>2016-07-12T06:46:35.952Z</atom:updated>
            <content:encoded><![CDATA[<h4>The White House has recently released figures of victims of drone strikes. But numbers are at odds with estimates of NGOs and there is still a great deal of information missing.</h4><p>di <a href="https://twitter.com/philipdisalvo"><strong>Philip Di Salvo</strong></a></p><figure><img alt="" src="https://cdn-images-1.medium.com/max/640/1*K9PDRuNelxJsQdXb_qHnqQ.jpeg" /><figcaption>Foto: <a href="https://www.flickr.com/photos/mapbox/8448233320/">Mapbox/Flickr</a></figcaption></figure><p>Contemporary US drone warfare and assassination program have always taken place under a disturbant veil of secrecy and lack of transparency.</p><p>Despite <a href="https://www.propublica.org/article/trying-to-get-records-from-most-transparent-administration-ever">claims</a> of his being “the most transparent administration in history”, Barack Obama has failed in providing substantial transparency and details about its drones operations. It was only on July 1st this year, at the beginning of the 4th of July weekend, that the White House finally <a href="https://www.washingtonpost.com/world/national-security/white-house-releases-its-count-of-civilian-deaths-in-counterterrorism-operations-under-obama/2016/07/01/3196aa1e-3fa2-11e6-80bc-d06711fd2125_story.html">released</a> its long-waited figures concerning the number of victims involved in drones strikes. According to the three pages report, which only shows aggregated figures, CIA and US Army drone strikes have killed between 64 and 116 civilians between 2009 and 2015. The total number of strikes sums up at 473 and between 2372 and 2581 “combatants” were killed, according to the report, that is available <a href="https://www.dni.gov/files/documents/Newsroom/Press%20Releases/DNI+Release+on+CT+Strikes+Outside+Areas+of+Active+Hostilities.PDF">here</a>.</p><p>Since 2009, the Obama administration has expanded widely the operations with drones in territories like Somalia, Pakistan and Yemen, where no official wars are declared. According to data <a href="http://www.nytimes.com/roomfordebate/2016/01/12/reflecting-on-obamas-presidency/obamas-embrace-of-drone-strikes-will-be-a-lasting-legacy">published</a> by <em>The New York Times</em> earlier this year, the number of strikes has increased from the 50 ordered by George W. Bush to the approximately 506 occurred in the Obama years (473 according to the aforementioned new official report).</p><p>Although drones have progressively become a <em>de facto</em> strategy and the weapon of choice in contemporary US warfare, these numbers should be taken into account solely as a way to estimate the progressive escalation of the drones strikes over the years.</p><p>Having a clear and precise estimate of the number of strikes and victims comes with a bigger struggle: the one for accountability.</p><figure><img alt="" src="https://cdn-images-1.medium.com/max/833/1*83i1V1yoG67q93PqPDVKOw.png" /><figcaption>Table from the Office of the Director of National Intelligence report. Although not explicitly mentioned, the White House figures refer to Pakistan, Yemen, Somalia and Libya<em> </em>(Afghanistan, Iraq and Syria are official war zones, instead).</figcaption></figure><p>Despite the good sign that The White House has finally started releasing information concerning drones operations, figures are at odds with those released in the past years by different NGOs and journalistic investigations. The London-based Bureau of Investigative Journalism, for instance, has conducted a years-long <a href="https://www.thebureauinvestigates.com/category/projects/drones/">investigation</a> on the covert US drones operations <a href="https://www.thebureauinvestigates.com/2016/07/01/obama-drone-casualty-numbers-fraction-recorded-bureau/">claiming</a> that its own figures about the number of civilian killed are six times higher than those released by the White House this month. According to the Bureau, between 380 and 801 civilians were killed in drone strikes.</p><figure><img alt="" src="https://cdn-images-1.medium.com/max/768/1*p0NaAuGqlejGrqFIWCw43w.png" /><figcaption><em>Graphic by </em><a href="http://deanvipond.com/"><em>Dean Vipond</em></a><em> — Source: </em><a href="https://www.thebureauinvestigates.com/2016/07/01/obama-drone-casualty-numbers-fraction-recorded-bureau/"><em>The Bureau of Investigative Journalism</em></a></figcaption></figure><p>The New America foundation has also collected higher data: according to its <a href="http://securitydata.newamerica.net/drones/pakistan-analysis.html">database</a>, between 129 and 161 civilians were killed in Pakistan only during the Obama years. <a href="http://www.longwarjournal.org/">The Long War Journal</a>, instead, <a href="http://www.longwarjournal.org/archives/2016/07/us-government-releases-data-on-counterterrorism-strikes-outside-areas-of-active-hostilities.php">estimates</a> that at least 207 civilians died in Pakistan and Yemen in the same time span.</p><p>Among them there is also the Italian Giovanni Lo Porto, who was killed in Pakistan in a US drone strike while held hostage by Al Qaeda militants. Lo Porto had been kidnapped in 2012 while working in the Pakistani city Multan for the German NGO Welthungerhilfe. He died, together with the American Warren Weinstein, in a strike occurred on 15th January 2015.</p><p>On April 23rd 2015, Obama released a <a href="https://www.youtube.com/watch?v=q4gelTo7QIY">speech</a> apologizing for the killings of Lo Porto and Weinstein; Italian Prime Minister Matteo Renzi was notified of Lo Porto’s dead one day in advance of Obama going public. The White House promised a full review of the events but a year after the death of Giovanni Lo Porto, <a href="https://theintercept.com/2016/03/15/one-year-on-no-justice-for-giovanni-lo-porto-italian-hostage-killed-in-us-drone-strike/">very little details had emerged</a>. Daniele Lo Porto, Giovanni’s younger brother, <a href="https://www.theguardian.com/world/2016/jan/15/giovanni-lo-porto-us-drone-strike-al-qaida">said</a> to <em>The Guardian</em> that he felt abandoned by both the Italian and US authorities concerning the death of his brother.</p><p><em>The Washington Post</em> has a clear infographic showing figures discrepancies between the latest White House report and other sources:</p><figure><img alt="" src="https://cdn-images-1.medium.com/max/773/1*6JAILhvfml9XYtzagBPDig.png" /></figure><p>Jennifer Gibson, the lawyer who leads human rights organization <a href="http://www.reprieve.org.uk/about/">Reprieve</a>’s drones work, is concerned about the vagueness of the White House figures: <em>“the numbers are hundreds off the lowest estimates given by independent monitoring organisations who have been tracking the strikes”</em>, she said when reached for a comment for this article, <em>“additionally, there was absolutely no context given to the numbers.”</em></p><blockquote><em>“The Administration refused to break down the numbers by country or to give details on the dates of the strikes they believe incurred civilian casualties. The result is that it’s impossible to assess the government’s claims against those of independent monitoring groups. Nor is it possible for victims to seek accountability for the mistakes that were made.”</em></blockquote><p>Reprieve has also released a <a href="http://www.reprieve.org.uk/wp-content/uploads/2016/06/Obama-Drones-transparency-FINAL.pdf">report</a> concerning drone strikes comparing official quotes about civilian deaths and number gathered by independent organizations. Also the way in which strikes victims are labelled makes a difference in how statistics are calculated. Thus, it is virtually impossible to analyze and determine the identities of those 2372 and 2581 “combatants” mentioned in the White House report without more detailed data or explicit methodology for death tolls.</p><p>“<em>We know, for example, that at least until 2012 they were counting all military-aged males in a strike zone as ‘militants’ unless ‘posthumously’ proven innocent</em>”, says Gibson, who continues:</p><blockquote><em>”We also know from the ‘Drone Papers’ leak in October 2015 that in Afghanistan, they were labelling everyone as ‘Enemy Killed in Action’ unless there was ‘conclusive’ proof to the contrary. Both of those raise the troubling possibility that the US has simply re-defined the terms of the debate and in particular what it means to be a civilian. Reprieve’s own research seems to support this argument. We found that in multiple attempts to kill just 41 high value targets, the US instead killed over 1100 other people. On average, each high value target reportedly ‘died’ three times, lending support to the argument that a significant portion of the time, the US really doesn’t seem to know who it is killing. The intelligence is that poor.”</em></blockquote><p>In late 2015 <em>The Intercept</em> published <a href="https://theintercept.com/drone-papers/">“The Drone Papers”</a>, a deep investigation on drone strikes sparked by a leak provided by a whistleblower who stayed anonymous coming from the US intelligence community who worked on the drones operations and programs. “The Drone Papers” provided <a href="https://theintercept.com/drone-papers/firing-blind/">further evidence</a> of the role that digital surveillance and SIGINT play in how targets of strikes are identified, tracked and hit in Yemen and Somalia.</p><p>In 2014, former NSA and CIA Director Michael Hayden <a href="http://www.nybooks.com/daily/2014/05/10/we-kill-people-based-metadata/">said</a> <em>“we kill people based on metadata”</em> referring to the drones operations. For Jennifer Gibson:</p><blockquote><em>“Metadata doesn’t give you the context you need to determine whether someone is a civilian or a combatant, a requirement under international law. As we saw from the Snowden leaks, someone who’s metadata looks suspicious because of the people they’re meeting could simply be a journalist doing his/her job.”</em></blockquote><p>Talking to <em>The Nation</em> for a recent <a href="https://www.thenation.com/article/the-most-important-us-air-force-base-youve-never-heard-of/">feature</a> about the role played by the US base in Ramstein, Germany, in the management of drone strikes, Brandon Bryant, a former Air Force sensor operator involved in US drone attacks said that the entire process of launching a drone strike is created “<em>to take away responsibility, so that no one has responsibility for what happens.”</em></p><p>Despite the new <a href="https://www.whitehouse.gov/the-press-office/2016/07/01/executive-order-united-states-policy-pre-and-post-strike-measures">Executive Order</a> issued by the Obama administration together with the report on the drone strikes in order to establish better guidelines for civilian death prevention, it will be virtually impossible to verify whether those guidelines will be effectively be adopted: citizens, activists and journalists <a href="http://www.nytimes.com/2016/07/10/opinion/sunday/the-secret-rules-of-the-drone-war.html?smid=tw-nytopinion&amp;smtyp=cur">need</a> greater and actionable transparency in order to fulfill a proper watchdog supervision.</p><p>Gibson concludes:</p><blockquote>“<em>True transparency and accountability require more. They require not just the numbers claimed, but also the definition of who counts as a civilian, the legal framework governing the strikes, and the procedures for investigating mistakes afterwards. More importantly, the numbers must be accompanied by detail, such as strike dates and locations, so that we can being to assess the claims. Only then can we put faces to the bodycount and only then can we truly begin to grapple with the question of who it has killed and whether it has made us any safer.”</em></blockquote><p>— —</p><p><strong><em>Philip Di Salvo</em></strong><em> is a researcher and a journalist. His research interests include digital whistleblowing, digital security in journalism and the relationship between hackers and reporters. He is currently working on his PhD dissertation at Università della Svizzera italiana (Lugano, Switzerland), where he also work as editor for The European Journalism Observatory. As a freelancer, Philip works mainly for the Italian Wired magazine and other publications.</em></p><img src="https://medium.com/_/stat?event=post.clientViewed&referrerSource=full_rss&postId=7249395d5546" width="1" height="1" alt=""><hr><p><a href="https://medium.com/human-development-project/the-human-cost-of-drone-killings-the-struggle-for-accountability-7249395d5546">The Human Cost of Drone Strikes: The Struggle For Accountability</a> was originally published in <a href="https://medium.com/human-development-project">Human Development Project</a> on Medium, where people are continuing the conversation by highlighting and responding to this story.</p>]]></content:encoded>
        </item>
        <item>
            <title><![CDATA[La Cassazione dice sì alla stepchild adoption]]></title>
            <link>https://medium.com/@Cild2014/la-cassazione-dice-s%C3%AC-alla-stepchild-adoption-1c1388fc75b1?source=rss-ae277870f30b------2</link>
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            <category><![CDATA[unioni-civili]]></category>
            <category><![CDATA[medium-italia]]></category>
            <category><![CDATA[stepchild-adoption]]></category>
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            <category><![CDATA[amore-e-diritti]]></category>
            <dc:creator><![CDATA[CILD]]></dc:creator>
            <pubDate>Tue, 05 Jul 2016 08:22:05 GMT</pubDate>
            <atom:updated>2016-07-12T11:37:34.542Z</atom:updated>
            <content:encoded><![CDATA[<h4>In Italia alla coppia di persone dello stesso sesso sarà consentita l’adozione del figlio del partner come alla coppia eterosessuale</h4><p><em>Di </em><strong><em>Roberto Vergelli,</em></strong><em> vice presidente di </em><a href="https://www.facebook.com/Rete.Lenford/"><em>Rete Lenford — Avvocatura per i Diritti LGBTI</em></a></p><figure><img alt="" src="https://cdn-images-1.medium.com/max/1024/1*O-l35Kicl6u6eF7cxuRj6Q.jpeg" /><figcaption>Foto di <a href="https://www.flickr.com/photos/picsfromj/">Joyce Pedersen</a>, Flickr, (Creative commons)</figcaption></figure><h4>Il ruolo delle corti nell’affermazione dei diritti LGBTI</h4><p><strong>La sentenza della Corte di Cassazione n.12962</strong> del 26 maggio 2016 oltre a costituire, per le ragioni che vedremo, un importantissimo approdo giurisprudenziale, si pone, per il particolare momento storico in cui viene alla luce (a ridosso dell’entrata in vigore della Legge Cirinnà) anche come espressione significativa del ruolo delle Corti di Giustizia nel percorso di affermazione dei diritti della comunità LGBTI.</p><h4>Il caso</h4><p>Due donne, legate da una relazione sentimentale, decidono, tramite procreazione medicalmente assistita, di dare alla luce una figlia. La gestazione viene portata a compimento dalla più giovane delle due, la quale per il nostro diritto, è la sola a potersi ritenere madre, con piena capacità genitoriale.</p><p>Tuttavia la bambina viene educata da entrambe ed entrambe svolgono ai suoi occhi il ruolo di genitore: la bambina, però, non può vantare alcun diritto nei confronti di una delle due, poiché per la legge sua madre è solo quella che l’ha partorita.</p><p>Nel nostro ordinamento l’adozione, cioè quell’istituto che consentirebbe alla bambina di assumere pieni diritti nei confronti della mamma che non l’ha partorita, è riconosciuta solo alle coppie unite in matrimonio e nei confronti di minori che si trovano in stato di abbandono, destinati, prima di essere adottati, ad un periodo di affidamento preadottivo; ma lei non è stata fortunatamente abbandonata da nessuno, è stata cresciuta in una famiglia felice da due mamme che in Italia non possono ancora unirsi in matrimonio.</p><p>Nella legge però esiste un’eccezione. È prevista una forma di adozione “minore”, con cui il figlio acquista meno diritti nei confronti del genitore adottante e che può essere pronunciata “in casi particolari” e fra questi vi è l’ipotesi in cui l’adottante sia un single e nei confronti dell’adottando “vi sia la constatata impossibilità di affidamento preadottivo”.</p><p>Poiché la madre non biologica è, per l’appunto, un single per la legge e la bambina non può essere data in affidamento preadottivo perché non è in stato di abbandono, le due donne chiedono che venga riconosciuta la stepchild adoption, l’adozione del figlio del partner.</p><p>Non si tratta di un diritto soggettivo della coppia, poiché, in ogni caso, l’adozione deve essere pronunciata nell’esclusivo interesse del minore: il giudice cioè, prima di pronunciare l’adozione, valuta se la famiglia di fatto nella quale la minore instaura rapporti genitoriali sia idonea a questa funzione.</p><p>Il Tribunale di Roma si esprime a favore dell’adozione ma il pubblico ministero impugna la decisione e la Corte di Appello conferma la sentenza di primo grado.</p><h4>I criteri interpretativi della Cassazione</h4><p>La Cassazione, chiamata a decidere in ultima istanza, fissa in via definitiva alcuni criteri interpretativi che possono essere riassunti in questo modo:</p><ul><li><strong>L’adozione “in casi particolari”</strong> va a costituire legami fra l’adottante e l’adottato più deboli di quelli che vengono instaurati con l’adozione maggiore detta, per l’appunto, “legittimante” ma questo è giustificato dalla necessità di consolidare i rapporti esistenti fra il minore ed i parenti o le persone che già si prendono cura di lui e giustifica il fatto che i criteri per l’adozione siano meno rigorosi di quelli previsti per l’adozione maggiore.</li><li>Per questo in tutte le ipotesi di adozione “in casi particolari” si prescinde dalla dichiarazione di adottabilità (e dunque dalla verifica dello stato di abbandono).</li><li>Tra le ipotesi di adozione “in casi particolari”, quella di cui alla lettera “d” dell’articolo 44 primo comma (cioè quando “vi sia la constatata impossibilità di affidamento preadottivo”) non si riferisce solo al caso in cui l’affidamento preadottivo si sia dimostrato praticamente impossibile ma anche, e soprattutto, a quella in cui l’affidamento preadottivo sia giuridicamente impossibile perché, di fatto, non esiste alcuna situazione di abbandono.</li></ul><blockquote>La cassazione chiarisce una volta per tutte che, in presenza dei requisiti di legge, alla coppia formata da persone dello stesso sesso è consentito l’accesso all’adozione del figlio del partner esattamente come alla coppia eterosessuale.</blockquote><ul><li>Il fatto che l’adozione venga pronunciata all’interno di un coppia formata da persone dello stesso sesso, non rileva, a parere della Cassazione, perché <strong>non vi è alcuna prova scientifica</strong> che una coppia di persone dello stesso sesso esprima <strong>capacità genitoriali</strong> inferiori a quelle che si esprimono all’interno di un coppia formata da persone di sesso diverso e rimane demandato al giudice, caso per caso, verificare, fra le altre cose, l’idoneità affettiva dell’adottante, che prescinde, comunque, dal suo orientamento sessuale.</li><li>A corollario di questa impostazione i giudici della Suprema Corte affermano che, nei giudizi che vertono sul riconoscimento dell’adozione da parte di un componente della coppia non sposata nei confronti del figlio dell’altro, non vi è conflitto di interessi fra il genitore naturale del minore ed il minore stesso (ovvero — nel caso in specie — la madre della minore e la minore medesima) poiché la normativa richiede, in ogni caso, il consenso del genitore naturale all’adozione e ritenere che, nel rappresentare il minore in giudizio, questi faccia prevalere il proprio interesse al riconoscimento implicito della coppia omogenitoriale sull’interesse del figlio all’adozione, significherebbe dare per presupposto un giudizio di disvalore sulla capacità genitoriale della coppia omosessuale, non accettabile in mancanza di chiari riscontri scientifici sul punto.</li></ul><blockquote><strong>“Non vi è alcuna prova scientifica</strong> che una coppia di persone dello stesso sesso esprima <strong>capacità genitoriali</strong> inferiori a quelle che si esprimono all’interno di un coppia formata da persone di sesso diverso”.</blockquote><h4>Dove non arriva la legge arrivano i giudici?</h4><p>Con questa sentenza della Cassazione viene chiarito una volta per tutte che, in presenza dei requisiti di legge, alla coppia formata da persone dello stesso sesso è consentito l’accesso all’adozione del figlio del partner esattamente come alla coppia eterosessuale e che la natura omosessuale del legame non può costituire, di per se, un ostacolo alla pronuncia, stante la necessità, in questo come negli altri casi, di valutare, nell’interesse del minore, l’ambiente affettivo della famiglia in cui questi è destinato ad inserirsi e non l’orientamento sessuale dei suoi componenti.</p><p>La Cassazione ha fornito un’interpretazione definitiva dell’istituto dell’adozione, indicando nell’articolo 44 I° co. lett. d) la norma che consente l’introduzione nel nostro ordinamento dell’istituto della stepchild adoption ed impedendo una lettura di questa norma in senso discriminatorio verso le coppie formate da persone dello stesso sesso:</p><blockquote>D’ora in avanti i giudici di merito non potranno fondare le proprie decisioni in ordine all’adozione del figlio del partner in una coppia formata da persone dello stesso sesso, sul mero dato formale della natura omosessuale del legame.</blockquote><p>Si apprezza in questo modo il contributo che viene dai giudici in questa materia. In una prima stesura della legge Cirinnà era stata introdotta una norma che sanciva l’apertura dell’istituto della stepchild adoption alle coppie omosessuali; per problemi di natura politica la norma è stata stralciata ed al suo posto è comparso un inciso di sapore ambiguo: “resta fermo quanto previsto e consentito in materia di adozione dalle norme vigenti”. Evidentemente il legislatore, che non ha avuto il coraggio di introdurre la norma suddetta, ha inteso demandare al potere giudiziario di decidere su questa questione.</p><p>Rimane, quindi, evidente che le sedi dove far valere i propri diritti erano e rimangono le aule giudiziarie che non solo, in mancanza di normative o in presenza di normative lacunose, si fanno carico della soluzione dei problemi concreti delle persone ma sono le sole nelle quali hanno applicazione i criteri sanciti dalle normative internazionali a tutela del principio di uguaglianza e, nel caso in specie, del superiore interesse del minore.</p><p><strong><em>Per approfondire questi ed altri argomenti e non perderti nessun aggiornamento, visita il </em></strong><a href="http://www.cilditalia.org/"><strong><em>nostro sito</em></strong></a><strong><em> &amp; iscriviti alla </em></strong><a href="http://ow.ly/Zvdx3006bKy"><strong><em>nostra newsletter</em></strong></a><strong><em>!</em></strong></p><img src="https://medium.com/_/stat?event=post.clientViewed&referrerSource=full_rss&postId=1c1388fc75b1" width="1" height="1" alt="">]]></content:encoded>
        </item>
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            <title><![CDATA[Giulio Regeni: alcuni fatti]]></title>
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            <category><![CDATA[egitto]]></category>
            <category><![CDATA[verità-per-giulio]]></category>
            <category><![CDATA[giulio-regeni]]></category>
            <dc:creator><![CDATA[CILD]]></dc:creator>
            <pubDate>Fri, 18 Mar 2016 11:04:17 GMT</pubDate>
            <atom:updated>2016-12-08T16:48:16.937Z</atom:updated>
            <content:encoded><![CDATA[<p><strong><em>Di Ahmed Ragab e Mustafa al-Marsafawi</em></strong></p><p><em>Questo testo è una traduzione </em><a href="http://www.jadaliyya.com/pages/index/24019/giulio-regeni_scattered-facts"><em>dell’articolo pubblicato in inglese su Jadaliyya</em></a><em> — con il permesso della testata. L’articolo era apparso originariamente in arabo su Al Masry Al Youm</em></p><figure><img alt="" src="https://cdn-images-1.medium.com/max/1024/1*CCGLD0f0TTSM__picmm92A.jpeg" /><figcaption>25 febbraio: il sit-in organizzato da CILD, Amnesty Italia e Antigone davanti all’ambasciata egiziana a un mese dalla scomparsa di Giulio Regeni (foto: CILD)</figcaption></figure><p>Nel freddo di metà dicembre, il ragazzo dai lineamenti europei uscì di casa nel quartiere di Doqqi, al Cairo, passando accanto a un edificio con la targa «Proprietà dell’artista Mohamed Rushdi». Dentro c’era una piccola palestra, davanti alla quale stazionavano sempre diversi giovani, che con i loro corpi imponenti coprivano un muro giallo sbiadito. Quel colore e il gruppetto di ragazzi fermi lì davanti spezzavano il ritmo solitamente tranquillo della via, che si trova a pochi metri dal trambusto di viale Tahrir.</p><p>Il ragazzo entrò nel frastuono della stazione della metropolitana, per poi uscire nel silenzio di un tardo venerdì pomeriggio all’inizio di via Qasr el Aini. Da lì si fece strada verso due sale<strong> </strong>in cui regnava un diverso tipo di cacofonia: i sogni e le speranze dei leader sindacali egiziani.</p><p>Giunto al Centro servizi per i lavoratori e i sindacati, cercando di evitare le tante videocamere e macchine fotografiche, si piazzò in un angolo a seguire i discorsi dei leader sindacali e degli attivisti per i diritti dei lavoratori. Duri e diretti, si scagliavano contro il governo per aver diffuso una pubblicazione che invitava al boicottaggio dei sindacati indipendenti.</p><blockquote>Stando ai suoi amici, il ragazzo era rimasto profondamente scosso dall’intensità della riunione e dal coraggio di chi interveniva. Qualcuno però l’aveva fotografato, e questo l’aveva turbato. Alla fine di quella giornata, il turbamento si era trasformato in ansia.</blockquote><p>Da quando, più di due mesi prima, a metà settembre, era arrivato al Cairo — confidò l’indomani a un amico — era la prima volta che provava una sensazione del genere. Lo riferiscono al quotidiano indipendente <em>Al Masry al Youm</em> alcune fonti che hanno chiesto di rimanere anonime.</p><p>Dopo la riunione, Giulio Regeni tornò verso il centro del Cairo, diretto verso lo Strand Cafe nel quartiere Bab al Luq. Ricercatore presso l’università di Cambridge, stava andando a incontrare per la prima volta Fatma Ramadan, leader del sindacato indipendente degli esattori fiscali, una delle due organizzazioni su cui si concentravano le sue ricerche. Accennando alla riunione a cui aveva appena assistito, avviò una lunga discussione con la nota leader sindacale. Ramadan ricorda che la pensavano diversamente. Laddove Giulio vedeva entusiasmo, lei vedeva il solito andazzo; quello che per lui era coraggio, per Ramadan erano solo chiacchiere. Riassume così le loro differenze: «Lui era entusiasta, colpito. Io frustrata e indifferente».</p><figure><img alt="" src="https://cdn-images-1.medium.com/max/1024/1*OYGSVp6C-CoOtgLUho8vog.jpeg" /><figcaption>Giulio Regeni</figcaption></figure><p>Seduta in un bar a pochi metri da quello in cui incontrò Giulio per la prima volta, Ramadan ricorda: «Mi è sembrato intelligente, gentile, e mosso da uno slancio sincero». Due mesi prima di quell’incontro, per celebrare i suoi vent’anni in Egitto, un altro italiano aveva invitato un centinaio di amici egiziani e stranieri a una festa sul tetto di un albergo di Doqqi affacciato sul Nilo. Lì, in una serata autunnale, Giulio aveva conosciuto Amr Assad. Docente di economia aziendale politicamente a sinistra, Assad sarebbe diventato uno degli amici più stretti di Giulio in Egitto. «Malgrado la differenza di età», dice, «abbiamo fatto amicizia». Nei mesi di ottobre e novembre il rapporto è rimasto perlopiù accademico. «Lo aiutavo a trovare fonti e discutevamo a lungo dei minimi dettagli», ricorda Assad.</p><p>Fra dicembre e gennaio l’amicizia si fece più profonda. «Ci univa l’amore per l’arte, ed è per questo che siamo diventati amici. Mi parlava dei lavoratori e dei sindacati, d’amore e d’arte», dice. Ecco come Assad dipinge il Giulio ricercatore: «Era infaticabile, intelligente e davvero serio». Affettuoso: «Mi chiedeva consigli sui posti più romantici dove portare la fidanzata, che doveva venirlo a trovare al Cairo». Generoso: «Mi colpiva il modo in cui si rapportava ai venditori ambulanti. Ci chiacchierava a lungo, li andava a trovare sul lavoro». Intraprendente: «Mi disse che voleva partecipare al bando di un’organizzazione inglese per un finanziamento da 10.000 euro destinato ai venditori ambulanti , e che ne aveva parlato con una delle sue fonti nel sindacato». Ma era anche disilluso:</p><blockquote>«Quand’è tornato dopo le vacanze di Natale, aveva accantonato l’idea del bando. Gli ho chiesto perché, e mi ha risposto che lo aveva infastidito quello che gli era parso un tentativo di sfruttamento da parte di uno degli ambulanti che incontrava regolarmente».</blockquote><p>Spiegò che «gli aveva chiesto di procurargli un cellulare, e fatto capire che avrebbe voluto [il suo aiuto per] trasferirsi all’estero».</p><p>Dopo l’arrivo in Egitto a metà settembre, Giulio si era adattato rapidamente alla vita in Egitto. Nel giro di due mesi, qualche parola di arabo e pochissimi amici si erano trasformati in una solida rete di rapporti, che andava dai docenti universitari agli ambulanti della stazione Ahmed Hilmi, così come di Eliopoli e Dar al-Salam.</p><p>La distanza fra il civico 8 di via Yambo — una traversa di via Ansari, a sua volta traversa di viale Tahrir — e la fermata della metro Behoos è di circa quattrocento metri. Giulio li percorreva di solito in circa cinque minuti, per raggiungere la metropolitana che lo portava nel mondo del Cairo. Giulio ha percorso questi quattrocento metri, o forse meno, anche il 25 gennaio 2016, quinto anniversario della rivoluzione — l’ultimo giorno in cui è stato visto in vita — per poi svanire di colpo. Secondo il pubblico ministero, il suo telefono avrebbe agganciato per l’ultima volta le celle di questa zona fra le 19.45 e le 20.31.</p><p>La <a href="http://www.devstudies.cam.ac.uk/news/giulio-regeni-1988-2016">pagina che commemora Giulio</a> sul sito dell’università di Cambridge fornisce altri dettagli sul ricercatore. Gli amici lo definiscono intelligente, appassionato di conoscenza, pronto a collaborare e coraggioso. Si scopre anche che non era la sua prima permanenza al Cairo. C’era già stato nel 2012, per un periodo più lungo, lavorando come ricercatore per l’Organizzazione delle Nazioni Unite per lo sviluppo industriale (UNIDO), dopo essersi laureato in arabo e scienze politiche all’università di Leeds. Era poi tornato in Europa, dove aveva lavorato quasi un anno alla Oxford Analytica, per poi tornare a Cambridge nel 2014 e svolgere il dottorato in economia e sviluppo sociale nel Medio Oriente. Era anche ricercatore ospite presso l’università americana del Cairo (AUC) dal settembre 2015 al marzo 2016, periodo dopo il quale voleva tornare alla sua università. Ma qualcuno ha interferito con i suoi piani.</p><p>Hoda Kamel, coordinatrice per le questioni del lavoro presso il Centro egiziano per i diritti economici e sociali, ci accoglie con un sorriso gentile, e subito scompare fra sindacalisti, attivisti e documenti. Torna con lo stesso sorriso, ma senza lasciarle il tempo di rispondere alla prima domanda un visitatore del centro le chiede qualcosa, e lei sparisce di nuovo. L’attività incessante e la sua fitta rete di contatti sono il motivo per cui la professoressa Rabab el Mahdi, referente accademico di Giulio all’AUC, gli aveva consigliato di mettersi in contatto con lei. «Ci siamo visti cinque o sei volte», racconta Kamel. «La prima a ottobre, nell’ufficio del Centro, per dargli un’idea del percorso dei sindacati indipendenti». L’ultimo incontro «è stato il 19 gennaio. Voleva farmi delle domande sul salario minimo in Egitto, quand’è entrato in vigore e a chi ha giovato».</p><p>Secondo fonti accademiche che hanno chiesto di rimanere anonime, il primo soggiorno di Giulio in Egitto, quello del 2012, si è concluso con l’esplodere dell’isteria governativa riguardo le spie straniere. La televisione di stato trasmetteva annunci per avvertire i cittadini della presenza di spie, si segnalavano casi di cittadini che arrestavano stranieri da loro sospettati di spionaggio, e «lasciare l’Egitto è sembrata la decisione più logica», spiega la fonte. Giulio era consapevole della situazione. «Non faceva nulla di provocatorio. Non si lasciava crescere i capelli e non girava per le strade in calzoncini corti. Non portava accessori al polso né anelli. Aveva sempre i capelli puliti e si vestiva in maniera normalissima. Con sé aveva una giacca e un quaderno».</p><p>Secondo altre fonti vicine a Giulio, durante il suo secondo soggiorno egiziano ha cominciato a innervosirsi solo dopo che gli hanno scattato quella foto alla riunione dei sindacati indipendenti, il primo dicembre 2015. L’ansia sembrava condizionare il suo comportamento. «Il 20 dicembre Giulio è partito per andare a trascorrere le vacanze di Natale in Europa», racconta Amr Assad mentre camminiamo verso la sede del giornale.</p><blockquote>«È tornato il 2 gennaio. La settimana prima dell’anniversario della rivoluzione mi ha detto che non sarebbe uscito di casa a partire dal 18 gennaio, se non in caso di necessità. Aveva capito che a ridosso dell’anniversario la situazione non era sicura».</blockquote><p>Nessuno conosce tutta la verità su ciò che accaduto al tramonto del 25 gennaio. Giulio doveva incontrarsi con un amico italiano, Gennaro, un docente dell’università britannica in Egitto, in piazza Bab el Luq. Da lì sarebbero dovuti andare insieme a trovare Hassanein Kishk, professore di sociologia ed esperto del Centro nazionale per la ricerca sociologica e criminologica. Gennaro ha espresso il suo rammarico agli amici comuni: «Perchè abbiamo deciso di incontrarci in piazza Tahrir? Sarebbe stato meglio vedersi a casa di Giulio, era più vicino a dove abita Hassnein Kishk».</p><p>Secondo le dichiarazioni del procuratore Ahmed Nagi, l’ultimo segnale del telefono di Giulio proveniva dal tragitto fra casa sua e la metropolitana. Amr Assad ricorda il loro ultimo contatto telefonico: «Mi ha mandato un messaggio alle sei e mezza, chiedendo se c’era in programma qualcosa per festeggiare il compleanno di Hassanein Kishk». Giulio, che aveva compiuto ventinove anni pochi giorni prima, ha poi chiamato Gennaro alle 19.40 dicendogli che stava uscendo di casa per dirigersi verso la metro. Intorno alla stessa ora ha anche scritto alla fidanzata su Skype, dicendole si stava preparando per uscire (<em>Al Masry al Youm </em>ha tentato di contattare la ragazza, che però su richiesta della famiglia non ha voluto parlare con noi).</p><p>A partire dalle 20.31, chi provava a chiamarlo trovava la segreteria telefonica, segno che il telefono era spento o non raggiungibile. Venticinque minuti dopo la telefonata a Gennaro, Giulio non era ancora arrivato. Gennaro ha cercato di chiamarlo fra le 20:18 e le 20:31, ma non ha risposto, e subito dopo il telefono risultava spento. Stando alle dichiarazioni rilasciate agli inquirenti, Gennaro si è allora diretto a casa di Hassanein Kishk. Circa tre ore dopo, preoccupato per l’amico scomparso, ha telefonato a Nura Fathi, una delle più vecchie amicizie egiziane di Giulio, conosciuta a Cambridge. Lei ha chiamato Giulio a casa. A quel punto Gennaro si è reso conto che il ragazzo non era né a casa, né alla festa. Un amico comune, l’avvocato Malek Adly, si è recato ai commissariati di polizia di Qasr el Nil e di Abdin, e ha mandato un collega a quello di Doqqi.</p><p>Ma Giulio era scomparso senza lasciare traccia. L’indomani mattina, Rabab el Mahdi — la professoressa di scienze politiche dell’AUC — si trovava a casa sua, vicino al centro della città, quand’è stata svegliata da una telefonata. L’amica di Giulio, in preda al panico, le ha detto che il ragazzo era scomparso. «Ho capito immediatamente che non era stata una scomparsa volontaria», dice la professoressa, che ha poi contattato l’amministrazione dell’AUC e l’ambasciata italiana, chiedendo loro di attivarsi.</p><blockquote>«Tutto faceva pensare a quell’ipotesi: l’isteria dello stato nei confronti di quel che non sa, le sparizioni forzate, l’anniversario della rivoluzione con il relativo panico del regime, il telefono spento. Erano tutti segni chiari. Non era una scomparsa accidentale. Dovevamo agire in fretta».</blockquote><p>Sull’altra sponda del Nilo, a Maadi, Amr Assad svegliandosi ha trovato più di sessanta chiamate perse e messaggi di Gennaro, amico comune suo e di Giulio. «Erano messaggi terrorizzati. Aveva paura, non sapeva cosa fare». Gennaro è andato al commissariato di Qasr el Nil, Nura e il coinquilino di Giulio a quello di Doqqi. La scomparsa è stata denunciata. Più tardi, gli amici di Giulio hanno cominciato a far circolare con discrezione la notizia, che si è diffusa velocemente, soprattutto fra i suoi amici egiziani, e malgrado le resistenze di diversi italiani. «Gennaro aveva paura che della scomparsa di Giulio venissero a sapere in troppi», ricorda Assad. «Era convinto che mantenere il riserbo lo avrebbe aiutato, ma noi sapevamo di poterlo aiutare solo pubblicizzando la cosa e facendo pressione».</p><p>Di lì a qualche giorno ha cominciato a circolare l’hashtag #where_is_giulio, accompagnato da una foto in cui il ragazzo sorrideva, con la barba curata e un maglione verde da cui spuntava il colletto di una camicia più chiara. L’ambasciatore era infastidito da quella che alcune fonti a lui vicine definivano la «flemma della polizia egiziana».</p><figure><img alt="" src="https://cdn-images-1.medium.com/max/1024/1*9CzwDCb5Z_hMzmA9Y7GUfQ.jpeg" /></figure><p>Gli amici di Giulio si sono fatti più insistenti. Che una banda l’avesse rapito per chiedere un riscatto? Una fonte interna alla sicurezza dell’AUC ha risposto a Rabab el Mahdi: «Finché la famiglia o gli amici non ricevono una richiesta di riscatto, è un’ipotesi da escludere». Ne sono allora emerse altre. Verso la fine di gennaio, un membro della squadra investigativa del commissariato di Doqqi dice a un testimone: «Se una persona fosse trattenuta al commissariato di Aguza, a poche centinaia di metri da Doqqi, noi non ne sapremmo nulla».</p><p>All’alba del 3 febbraio quella di Ahmed Khaled, autista di minibus, sembrava una giornata come tante altre. Aveva caricato i passeggeri e dato inizio al suo solito tragitto sulla strada del deserto tra il Cairo e Alessandria d’Egitto, ma poi una gomma anteriore a terra lo aveva costretto ad accostare e far scendere i passeggeri nello spiazzo fra il tunnel che porta in piazza Rimaya e la leggera salita che curvando a destra porta al deserto intorno alle Piramidi. Secondo la dichiarazione di Khaled al pubblico ministero del Cairo, mentre sostituiva la ruota diversi passeggeri si erano messi a urinare in quello spazio, ed è così che poco distante hanno scoperto il corpo di un giovane uomo. A un primo sguardo, i suoi lineamenti non sembravano quelli di uno straniero.</p><p>I passeggeri hanno avvertito il conducente, il quale ha avvertito il proprietario del minibus, che a sua volta ha avvertito la polizia, per arrivare infine alla procura di Giza, nella persona del procuratore aggiunto Hossam Nassar. Recatosi sul luogo, e dopo aver ispezionato la scena, Nassar ha emesso un comunicato stampa annunciando il ritrovamento di un cadavere in un fosso.</p><blockquote>La stampa ha rilanciato la notizia intorno alle 11 con queste parole: «La procura di Giza Sud ha aperto un fascicolo di indagine per chiarire le circostanze relative al ritrovamento di un cadavere non identificato appartenente a un uomo di circa trent’anni. L’ipotesi è che sia morto in seguito a torture, e il pubblico ministero ha autorizzato un’autopsia per determinare la causa del decesso, oltre all’esame del DNA e alla pubblicazione della descrizione del cadavere per permetterne l’identificazione».</blockquote><p>Più o meno contemporaneamente, erano quasi ultimati i preparativi per l’incontro fra il presidente egiziano Abdel Fattah al Sisi e il ministro italiano dello sviluppo economico Federica Guidi, accompagnata dai rappresentanti di trentasette grandi aziende italiane. Khaled Abu-Bakr, presidente del Business Council italo-egiziano, dichiarava: «L’Egitto ha preparato numerosi progetti di investimento, soprattutto in materia di energie rinnovabili, petrolio, gas, petrolchimica, industria manifatturiera e ambiente». Ma erano in arrivo brutte notizie. Dopo un incontro mattutino con il presidente al Sisi, inframmezzato da alcune domande sulla scomparsa di Giulio, i lavori — riferiscono fonti italiane a <em>Al Masry al Youm </em>— si sono conclusi a mezzogiorno.</p><p>Poche ore dopo, intorno alle 17, l’ambasciatore italiano — che non ha voluto parlare con <em>Al Masry al Youm </em>— ha ricevuto una telefonata da un amico nel governo egiziano: lo informava che il giovane italiano era stato trovato morto, apparentemente dopo essere stato torturato. «L’ambasciatore ha cercato di scoprire dove si trovava il corpo», prosegue la fonte, «ma nessuna delle sue telefonate al ministero dell’Interno ha ricevuto risposta. Solo nella tarda serata del 3 febbraio un vecchio amico gli ha comunicato che il corpo di Giulio si trovava all’obitorio di Zeinhom».</p><p>All’interno dell’obitorio regnava sovrana la confusione. Due medici legali stavano per cominciare l’autopsia dopo gli esami preliminari durati circa mezz’ora, quando improvvisamente — stando a una fonte interna all’obitorio che ha preferito rimanere anonima — hanno ricevuto l’ordine di fermarsi.</p><p>Ai due medici era stato ordinato di aspettare il capo della struttura, Hisham Adel-Hamid, perché potesse sovrintendere alla stesura del rapporto finale. Alcune fonti, che hanno preferito rimanere anonime, riferiscono a <em>Al Masry al Youm</em> che il telefono di Giulio era stato nuovamente acceso per pochi minuti nella mattina del 26 gennaio, il giorno dopo la sparizione. Aveva squillato, ma senza risposta, dopodiché era stato spento di nuovo. <em>Al Masry al Youm </em>lo ha comunicato al procuratore capo Ahmed Nagi, nell’eventualità che l’informazione potesse rivelare il luogo in cui si trovava Giulio il giorno successivo alla scomparsa. Il procuratore ci ha risposto dicendo di non poter né confermare né smentire.</p><p>Quando gli abbiamo chiesto il rapporto finale sull’autopsia, ha lanciato uno sguardo al grosso fascicolo poggiato sulla sua scrivania, contenuto in una cartella blu con la parola «omicidio» scritta a grandi lettere nere, quindi ha alzato lo sguardo e con un sorriso ha rifiutato di diffondere qualsiasi informazione contenuta nel rapporto, che era stato depositato il 14 febbraio.</p><blockquote>«Rivelare questi dettagli», ha detto, «non farebbe che complicare un caso già difficile, riducendo le possibilità di catturare i responsabili», aggiungendo però che il rapporto «aveva individuato il lasso di tempo preciso durante il quale Giulio era stato torturato”.</blockquote><p>Una fonte interna all’Autorità di medicina legale che ha visto la relazione finale prima che venisse consegnata alla procura fornisce altri dettagli: «Il giovane è stato torturato per cinque giorni alterni, non continui. La tortura non è stata ininterrotta. In alcuni dei suoi dieci giorni di sparizione non è stato aggredito». Il procuratore capo ha negato che Giulio sia stato torturato con scosse elettriche sui genitali, mentre l’ambasciatore italiano dichiarava alla BBC: «Ho notato ferite, ecchimosi, bruciature e costole rotte. Non c’è alcun dubbio che il ragazzo sia stato duramente picchiato e seviziato».</p><p>Ma la seconda autopsia condotta in Italia ha confermato, secondo il ministro dell’Interno italiano, che Giulio fu sottoposto a «violenze disumane, bestiali». Una fonte che ha potuto vedere alcune foto della vittima dichiara: «Aveva il volto coperto di lividi, le orecchie sembravano tagliate sulla sommità con un rasoio, e i palmi delle mani presentavano segni di legature».</p><p>Siamo andati sul luogo del ritrovamento di Giulio nello stesso giorno della settimana e alla stessa ora. Al mattino presto la strada è molto trafficata, e di pedoni se ne vedono pochi. Ci sono però alcune guardie che bevono tè sedute intorno a un fuoco, davanti a un edificio affacciato proprio su quello spazio triangolare che separa il tunnel verso piazza Rimaya e la rampa di accesso e di uscita dalla strada per le piramidi. Inizialmente non vogliono parlare, ma poi indicandoci un punto dicono: «Lo hanno trovato lì».</p><blockquote>«Nessuno ha visto niente», dice uno di loro. «È impossibile vedere qualcosa, a meno che non ti fermi, parcheggi la macchina e sali sul marciapiede». Con un accento rurale, un’altra guardia chiede: «Quello straniero che hanno trovato, cosa stava facendo?» La stessa domanda che sentiamo fare a un poliziotto davanti all’ufficio del procuratore capo, ma in tono più acceso: «Che cosa ci fanno, con tutte queste ricerche?!»</blockquote><p>Hossam al Mallahi, direttore dei progetti universitari e del settore delegazioni, risponde alla domanda durante un intervista telefonica con il nostro giornale: «Attualmente in Egitto risiedono circa mille ricercatori, affiliati a università private e statali». E spiega: «Il processo di ricerca è ben noto. I ricercatori forniscono contenuti e importanti contributi umani al movimento accademico globale». Le sue affermazioni, considerato il ruolo che al Mallahi ricopre, non sorprendono. Ma altri episodi — per esempio quello di Marie Duboc, anche lei ricercatrice sul movimento dei lavoratori, che alla fine del 2011 si è vista negare l’ingresso in Egitto, nell’ambito delle sue ricerche sui lavoratori di Shibin el Kom — lasciano intendere che altri siano meno comprensivi.</p><figure><img alt="" src="https://cdn-images-1.medium.com/max/1024/1*mPUpE33b9mOsvzlH_CjxQw.jpeg" /><figcaption>25 febbraio: il sit-in Verità per Giulio Regeni</figcaption></figure><p>Durante un’intervista condotta nella redazione di <em>Al Masry al Youm</em>, il capo del sindacato degli ambulanti Mohammed Abdullah dimostra di conoscere bene il lavoro di Giulio: «L’ho incontrato più di dieci volte. Sono andato con lui alla stazione Ahmed Hilmi, dove insieme abbiamo incontrato alcuni venditori. E siamo stati anche a Eliopoli, per incontrarne degli altri».</p><p>In un’altra intervista Rabie Yamani, consulente dello stesso sindacato, si mostra ancora più comprensivo: «Queste sono persone che vogliono aiutarci», dice. «Giulio cercava di parlare di spirito sindacale, di come potevamo aiutare gli ambulanti e accrescere la loro sensibilità nei confronti del sindacato». Yamani ci mostra anche degli sms ricevuti da Giulio. In un messaggio si davano appuntamento il 17 gennaio in piazza Tahrir, ma poi Giulio aveva annullato l’incontro per cause indipendenti dalla sua volontà. Yamani si mostra dispiaciuto per Giulio, e dice che anche altri lo sono: «Tutti gli ambulanti che hanno avuto a che fare con Giulio sono tristi e addolorati. Il suo unico obiettivo era aiutarci», dichiara.</p><p>Mohammed Abdullah, invece, sembra indifferente.</p><blockquote>«Prima che Giulio partisse per le vacanze di Natale mi aveva accennato al progetto di un laboratorio per noi ambulanti con una organizzazione britannica. Da quel momento ho iniziato a diffidare di lui. Ho cominciato a stargli alla larga, non mi sentivo più a mio agio».</blockquote><p>Il che contrasta con la versione dei fatti fornita da Amr Assad, secondo il quale — come ricorderete — prima di partire Giulio voleva cercare di ottenere quel bando per i venditori ambulanti, ma al ritorno aveva lasciato perdere, e ad Assad che gliene chiedeva il motivo aveva risposto che lo infastidiva sentirsi sfruttato da uno dei dirigenti del sindacato.</p><p>Giulio, secondo le testimonianze, non voleva abbandonare il progetto di aiutare gli ambulanti ma voleva farlo senza che Mohammed Abdullah interferisse. Questo gli sarebbe costato la vita.</p><p>Mohammed Abdullah ammette di aver preso le distanze da Giulio perché non si fidava più, ma nega di aver riferito i suoi timori sul ricercatore alle autorità. «Noi, se vediamo un cadavere, ci giriamo dall’altra parte», dichiara. «Giulio parlava con tutti i venditori ambulanti. Magari anche loro si erano insospettiti. Lo vedevo sempre al mercato di Ahmed Himi circondato da un sacco di ambulanti. Chiacchieravano e ridevano, e metà di quelli sono informatori della polizia».</p><p>Le sue parole non corrispondono alla versione dei commissariati di Azbakiya e Shubra, che condividono la sorveglianza del mercato mediante un dispositivo di sicurezza permanente composto da un ufficiale, un poliziotto di grado inferiore e due reclute. Il colonnello Mamdouh Samir, capo del commissariato di Shubra, nega nel modo più assoluto che Giulio frequentasse quel mercato. «Noi lì abbiamo sempre degli agenti», dichiara. «Se il ragazzo fosse andato al mercato, ne sarei stato informato personalmente».</p><p>Il generale Bassem al Shaarawi, responsabile del commissariato di Azbakiya, ripete praticamente la stessa cosa: «Non veniva né al mercato, né alla stazione. Abbiamo telecamere dappertutto. Se fosse entrato nella stazione, per noi sarebbe stato impossibile nascondere la sua presenza».</p><p>Dopo tre settimane di indagini, nessuna ipotesi è stata confermata né smentita. Quando chiediamo al procuratore capo Ahmed Nagi quale sia asuo avviso lo scenario più probabile, ribatte all’istante: «Tutte le ipotesi sono ancora aperte. Finora non siamo riusciti a escluderne nessuna». Lo incalziamo chiedendo a che punto il caso verrà chiuso attribuendone la responsabilità a ignoti. «Non lo chiuderemo finché non avremo sentito tutti i testimoni», risponde rapido. «E anche una volta chiuso, qualora dovessero emergere nuovi dettagli verrebbe immediatamente riaperto».</p><p>Il 24 febbraio, nel corso della cerimonia di commemorazione organizzata per Giulio Regeni dal dipartimento di scienze politiche dell’AUC, Ferial Ghazul, direttrice del dipartimento di Inglese e Letteratura comparata, ha letto in onore di Giulio alcuni versi del poema «Murale» di Mahmud Darwish:</p><blockquote>Ripetono la storia? Qual è l’inizio?</blockquote><blockquote>Quale la fine?</blockquote><blockquote>I morti non si fermano a dirmi la verità…</blockquote><blockquote>Aspettami, morte, lontano dalla terra,</blockquote><blockquote>Aspettami nel tuo paese, mentre concludo</blockquote><blockquote>Questa fuggevole conversazione con ciò che resta della mia vita.</blockquote><p><em>(traduzione di Matteo Colombo)</em></p><img src="https://medium.com/_/stat?event=post.clientViewed&referrerSource=full_rss&postId=ebc05251ed1a" width="1" height="1" alt="">]]></content:encoded>
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            <title><![CDATA[CILD lancia #OpenMigration: i dati per capire, la dignità per tutti]]></title>
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            <category><![CDATA[migranti]]></category>
            <category><![CDATA[rifugiati]]></category>
            <category><![CDATA[medium-italia]]></category>
            <dc:creator><![CDATA[CILD]]></dc:creator>
            <pubDate>Mon, 28 Dec 2015 10:53:52 GMT</pubDate>
            <atom:updated>2015-12-28T10:59:31.278Z</atom:updated>
            <content:encoded><![CDATA[<p><em>Oggi CILD lancia </em><a href="http://openmigration.org/"><em>Open Migration</em></a><em>, un sito di informazione di qualità e analisi sul fenomeno delle migrazioni e dei rifugiati, per colmare le lacune nell’opinione pubblica e nei media. Ecco perché.</em></p><figure><img alt="" src="https://cdn-images-1.medium.com/max/960/1*DJvsSKXh0tpoDIXJuqNxBg.jpeg" /></figure><p><strong>1,005,504 sono i migranti “irregolari” e i rifugiati giunti in Europa nel 2015 </strong>secondo i dati dell’Organizzazione Internazionale delle Migrazioni (OIM) raccolti al 21 dicembre*: 816,752 di loro sono arrivati in Grecia, 150,317 in Italia. È dalla seconda Guerra mondiale che l’Europa non vede numeri di tale portata.</p><p>Il motivo? Sono principalmente siriani vittime della guerra civile, seguiti da afgani, eritrei e iracheni, anch’essi in fuga da conflitti decennali e governi repressivi.<br>Numeri significativi ma che non reggono il confronto con quelli registrati in Medio Oriente a causa degli stessi eventi. Sono infatti 2.2 milioni i siriani rifugiati in Turchia, 1.1 quelli in Libano e 633,000 in Giordania**. Alla stragrande maggioranza di loro, tali Paesi non riconoscono i diritti più elementari, come la possibilità di lavorare legalmente. Di fronte a tale scenario l’ultima possibilità di una vita più dignitosa è tentare di arrivare in Europa ed ottenere la protezione di tali diritti garantita dalla Convenzione di Ginevra del 1951.</p><p><strong>Ci sono poi altri numeri ancora più drammatici e tragici. Solo quest’anno sono oltre 3200 i morti registrati al largo delle coste greche, turche e italiane</strong>. 700 di questi sono bambini***. Sono numeri che fanno del Mediterraneo la frontiera più mortale al mondo.</p><p>Solo di uno, ricordiamo il nome: Aylan, 3 anni il cui corpo apparso il 2 settembre sulla spiaggia di Bodrum in Turchia ha commosso il mondo. Degli altri rimane solo il ricordo dei loro cari sopravvissuti.</p><figure><img alt="" src="https://cdn-images-1.medium.com/max/640/1*ln8JhTw2gVGJYqjG6WsRbQ.jpeg" /><figcaption>Refugees in Vienna (Source: <a href="https://www.flickr.com/photos/joshzakary/21195790461">Josh Zakary/Flickr</a> — CC BY-NC 2.0)</figcaption></figure><p><strong>Il 2015 che si sta per chiudere sarà ricordato anche come l’anno dei rifugiati</strong>.</p><p>Questi numeri li risentiremo spesso in questi giorni, ma non saranno loro — pur nella loro drammaticità e tragicità — a cambiare le cose.<br>Pensiamo che per cambiare le politiche che costringono queste persone a rischiare la vita, per ritrovarne una un po’ migliore, serve cambiare la narrazione globale dei fenomeni migratori e delle persone che ne fanno parte: #openmigration è il nostro contributo per andare in questa direzione.<br>Lo faremo partendo dai numeri del fenomeno per cercare di spiegarli e dare loro un volto, arrivando alle storie di gente come noi che il destino ha posto dall’altra parte delle nostre frontiere.</p><p>Al di là delle posizioni sul tema, <strong>c’è una generale e diffusa mancanza di conoscenza sui dati reali, le dinamiche globali e le motivazioni dei flussi migratori legati alla povertà e alle guerre</strong>. Tale fenomeno è aggravato dai media che spesso manipolano la rappresentazione dei fatti, perpetuando una disinformazione cronica che alimenta paura, intolleranza e la negazione dei diritti fondamentali delle persone.</p><p>Le continue tragedie in mare di cui sono vittime le persone che cercano di raggiungere l’Europa generano reazioni di indignazione e di solidarietà, ma anche allarme, indifferenza e razzismo, sia da parte della società che della politica.</p><p>Per questo vogliamo offrire <strong>una fonte indipendente e rigorosa per un dibattito equilibrato e ‘umano’</strong> su uno dei temi più controversi e cruciali del momento, con l’obiettivo non solo di difendere i diritti “negati” di migliaia di persone, ma anche di contribuire al futuro sociale ed economico di un continente come l’Europa, oggi pervaso da una retorica populista e razzista che trova ampio spazio sui media.</p><p>L’abbiamo chiamata “open” proprio per rinforzare i valori di apertura, rispetto e inclusione oltre che per richiamare al necessario lavoro di trasparenza attorno ai dati e alle informazioni sul tema, opera imprescindibile se vogliamo spingere verso una maggior responsabilità dei governi sul terreno delle migrazioni globali ed una riforma delle politiche migratorie che metta al centro la dignità e i diritti fondamentali delle persone.</p><p>Vogliamo affrontare la complessità del tema nel suo insieme, stare nel dibattito, e possibilmente alimentarlo offrendo ai media e alla politica, così come ai cittadini e alle organizzazioni della società civile strumenti di comprensione e advocacy efficaci. Per farlo attingeremo alla competenza e alla passione delle organizzazioni che gravitano attorno a CILD e ad un gruppo di professionisti esperti a livello nazionale e internazionale. Consapevoli dell’impresa che ci aspetta siamo inoltre aperti alla collaborazioni strategiche con tutti coloro che vorranno unirsi a noi.</p><p>L’obiettivo ultimo è quello di costruire attorno a <a href="http://openmigration.org/"><strong>#openmigration</strong></a> una piattaforma di advocacy ampia che riesca ad alimentare il cambiamento della politica migratoria italiana ed europea, con uno sguardo aperto alle grandi sfide che Italia ed Europa hanno davanti in ambito sociale, economico e culturale.</p><p>Andrea Menapace<br><em>Direttore </em><a href="http://www.cilditalia.org"><em>CILD</em></a></p><p>Fonti:</p><p>*<a href="http://www.iom.int/news/irregular-migrant-refugee-arrivals-europe-top-one-million-2015-iom">International Organization for Migration</a></p><p>** <a href="http://data.unhcr.org/">UNHCR</a></p><p>*** <a href="http://www.lastampa.it/2015/12/09/esteri/naufragio-nel-mar-egeo-morti-annegati-bambini-oDYA5yVHBzNhPGk5X0VXTL/pagina.html">La Stampa</a></p><img src="https://medium.com/_/stat?event=post.clientViewed&referrerSource=full_rss&postId=1093f5aed465" width="1" height="1" alt="">]]></content:encoded>
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            <title><![CDATA[Anything to Say? Un monumento al coraggio di dire la verità]]></title>
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            <category><![CDATA[snowden]]></category>
            <category><![CDATA[open-internet]]></category>
            <dc:creator><![CDATA[CILD]]></dc:creator>
            <pubDate>Tue, 01 Dec 2015 08:52:25 GMT</pubDate>
            <atom:updated>2016-05-21T20:44:42.165Z</atom:updated>
            <content:encoded><![CDATA[<h4>Intervista a Davide Dormino, autore della scultura che ritrae Snowden, Assange e Manning</h4><p>L o scorso aprile, durante il <a href="http://festivaldelgiornalismo.com/">Festival Internazionale del Giornalismo</a>, abbiamo organizzato alcuni incontri concentrandoci molto su privacy, sorveglianza di massa e ruolo dei whistleblower.</p><p>Due incontri hanno avuto particolare riscontro: <a href="http://www.cilditalia.org/blog/attesissimo-snowden-al-festival-internazionale-del-giornalismo/">un panel su privacy e sorveglianza di massa</a> (dove per la prima volta Edward Snowden si è rivolto a un pubblico italiano) e uno <a href="http://www.cilditalia.org/blog/whistleblower-senza-le-loro-informazioni-saremmo-meno-liberi/">sul ruolo dei whistleblower</a>.</p><p>In quei giorni abbiamo anche conosciuto l’artista Davide Dormino, che ci ha raccontato di una sua scultura itinerante dedicata a Snowden, Julian Assange e Chelsea Manning dal titolo “Anything to say?”. La scultura, in quel periodo, stava per iniziare il suo viaggio da Berlino, e, da allora, ha toccato diverse città europee.</p><p>Dormino parteciperà alla presentazione del libro <a href="http://www.stampalternativa.it/libri/978-88-6222-468-0/julian-assange/quando-google-ha-incontrato.html">“Quando Google ha incontrato WikiLeaks”</a> il prossimo 4 dicembre a Roma, <a href="http://www.piulibripiuliberi.it/Portals/23/File%20allegati/Press/Programma%20PLPL2015.pdf">durante la fiera Più libri Più liberi</a>. Lo abbiamo intervistato per farci raccontare dell’opera e di questo viaggio.</p><figure><img alt="" src="https://cdn-images-1.medium.com/max/800/1*HIH09Ete8Ab-MGrOlFuQhA.jpeg" /><figcaption>Berlino, 1° maggio 2015. La prima presentazione pubblica di Anything to say? (Fonte: <a href="http://davidedormino.com/2015/05/27/anything-to-say-a-monument-to-courage/#jp-carousel-532">DavideDormino.com</a>)</figcaption></figure><p><strong>Perché hai scelto di concentrarti sui whistleblower? Da dove è venuta l’idea?</strong><br>Il progetto ha avuto inizio insieme a un mio amico, Charles Glass, giornalista statunitense che ha passato la vita a viaggiare intorno al mondo per proteggere la libertà d’informazione. Ed è questo il valore centrale della mia opera d’arte: sapere la verità su quello che succede nel mondo.<br>Io e Charles abbiamo iniziato a parlare della possibilità di fare qualcosa a proposito del coraggio di queste tre figure simboliche, e infine ci siamo decisi: abbiamo avviato un crowdfunding per il progetto e ideato modi per portare l’opera in giro per il mondo. Man mano molte persone si sono unite a noi: è iniziata così.</p><p><strong>Iniziamo dal “corpo”, dai materiali: perché hai scelto proprio il bronzo?</strong><br>Quando ho iniziato a pensare a questo progetto, ho immediatamente deciso che la cosa più importante era realizzare qualcosa di estremamente chiaro, che mandasse un messaggio molto preciso al pubblico. Per questo ho scelto di raffigurare le tre figure di Assange, Manning e Snowden in maniera molto tradizionale, con uno stile quasi ottocentesco.</p><p>Inoltre, ho scelto il bronzo perché è un materiale che resiste al tempo: tutti i monumenti al mondo sono infatti realizzati o in bronzo o in marmo. È una tecnica molto antica: basta guardare Wikipedia per vedere come già nell’antichità l’uomo abbia usato il bronzo per fabbricare armi.</p><blockquote>Insomma, per me la cosa più importante era essere chiaro: quello che vedi è quello che è.</blockquote><blockquote>Quindi ci sono tre individui in piedi su altrettante sedie e una quarta sedia, vuota, accanto a loro. Quando le persone si trovano di fronte alla scultura, capiscono immediatamente che devono mettersi in piedi sulla sedia vuota — e questo è importante.</blockquote><p>Un’altra componente importante di quest’opera artistica è la volontà di informare le persone. Per questo motivo, in genere c’è un pannello che accompagna la scultura spiegando tutto quello che c’è da sapere su Assange, Manning e Snowden. Molte persone ancora ignorano chi siano, e noi vogliamo farglieli conoscere. Li ho scelti perché sono degli eroi contemporanei: questo vuol dire che sono ancora vivi, e che noi dobbiamo proteggerli — perché loro rappresentano la verità, componente fondamentale della nostra libertà. Solo conoscendo la verità possiamo sapere cosa è giusto e cosa è sbagliato.</p><p><strong>La sedia è la chiave simbolica dell’opera…</strong><br>Una sedia vuota è come una domanda, e le persone che si mettono in piedi su di essa hanno l’opportunità di chiedersi perché lo stanno facendo. Il grande potere dell’arte è proprio quello di coinvolgere le persone portandole a farsi delle domande, o darsi delle risposte, sulla propria vita.</p><blockquote>Una sedia dovrebbe essere qualcosa di comodo, ma quando siamo comodi siamo anche fermi. Per questo, l’idea di un’azione, e cioè il mettersi in piedi su quella sedia, il vedere qualcosa di diverso, qualcosa che ci vogliono nascondere: insomma, guardare oltre il muro, questa è l’idea.</blockquote><p>Ricordate il film “<em>L’Attimo Fuggente</em>”, con Robin Williams? Lui era l’insegnante di un gruppo di giovani poeti, che a un certo punto sale su un tavolo e chiede ai ragazzi: “Venite qui e mettetevi in piedi sul tavolo: cambiate il vostro punto di vista”. Per me, quello che è importante è proprio cambiare il nostro punto di vista, uscire dalla nostra <em>comfort zone</em>. Assange, Manning e Snowden hanno fatto questo, hanno detto la verità e ora ne stanno pagando il prezzo.</p><h3>Il coraggio è di un altro pianeta?</h3><p>L e loro scelte fuori dal comune hanno messo i tre whistleblower in evidenza davanti al mondo: obiettivi, ormai al centro dell’attenzione indipendentemente dalla loro volontà.</p><p>Nell’opera vestono però allo stesso modo, quasi una sorta di uniforme. “Vengono da un mondo diverso, è come se avessero viaggiato da un’altra galassia” ci spiega Davide quando glielo chiediamo.</p><p>I tre protagonisti di “Anything to say?” sono considerati eroi da molti, ma vengono additati come traditori dai propri governi. Anzi, guardando la scultura, con tre persone in piedi sulle sedie, si potrebbe quasi pensare a una pubblica esecuzione.</p><p>Ma non è così, ci spiega l’autore:</p><blockquote>Basterebbe mettergli una corda al collo e chiamarli traditori. Ma il significato è un altro: loro stanno lì, fermi, fieri di quello che hanno fatto. Gli altri possono dire e pensare quello che vogliono, possono anche puntare il dito contro di loro, dandogli dei traditori.</blockquote><blockquote>Non importa: loro si sono alzati in piedi, hanno fatto una scelta e lo dimostrano al mondo.</blockquote><p>In questo senso, è ancora più forte la scelta di far viaggiare l’opera, di metterla a confronto con i cittadini nelle piazze di tutta Europa.</p><p>“Le reazioni delle persone del pubblico sono molto naturali: si mettono in piedi sulla sedia, fanno e condividono foto,” spiega Dormino, “L’arte pone una domanda ed è una domanda che risuona in tutto il mondo: “Chi sarà il prossimo eroe che salirà vicino a loro per proteggerli?”.</p><figure><img alt="" src="https://cdn-images-1.medium.com/max/960/1*iGdqpAdNML1er45avuExFw.jpeg" /><figcaption>Ginevra, davanti al Palazzo delle Nazioni Unite e all’opera The Broken Chair (Fonte: <a href="https://www.facebook.com/ANYTHINGTOSAYproject/photos/pb.714341558601176.-2207520000.1448958017./866768750025122/?type=3&amp;theater">Anything To Say?/Facebook</a>)</figcaption></figure><p>Nel suo studio (che ci mostra attraverso la webcam durante la nostra chiacchierata) vediamo il progetto della scultura nella sua evoluzione, dai primi disegni ai modelli e alle foto dell’opera.</p><p><strong>Come hai deciso il percorso di viaggio del tuo monumento itinerante? Vi è un qualche significato dietro la scelta, ad esempio, di Berlino come prima tappa?</strong><br>Avevamo qualche idea sui posti dove andare. A dire il vero, la prima scelta era Parigi, poi sono stato contattato da diverse persone che volevano che portassi l’opera a Berlino, così siamo riusciti a organizzare la partenza da lì. Ovviamente la scelta finale del 1 Maggio ad Alexanderplatz, a Berlino, aveva un forte valore simbolico, sia per la data che per il posto.</p><p>La mia volontà è quella di portare il monumento in spazi pubblici, soprattutto nelle piazze più importanti e simboliche del mondo: ad esempio, a Parigi è stato nel Beaubourg, dietro al Centre Pompidou, e cioè uno dei centri culturali e artistici più importanti del mondo. Poi Strasburgo per il World Forum for Democracy del Consiglio d’Europa.<br>Ora vogliamo andare a Bruxelles, Barcellona ed in tante altre città; l’idea è quella di una scultura “virale”.</p><h3>Chi di noi proteggerà i whistleblower?</h3><p>Anche in questo viaggio non sono mancati episodi spiacevoli: lo scorso settembre, durante la tappa parigina, alcuni “writers” hanno imbrattato la scultura.</p><p>“Mi sono detto: non hanno capito. È normale che questo possa succedere, e ho comunque deciso di non predisporre personale di sicurezza perché avrebbe significato ingabbiare un’altra volta Assange, Manning e Snowden, ed io voglio invece che siano le persone a proteggerli”.</p><figure><img alt="" src="https://cdn-images-1.medium.com/max/960/1*OX44JNjzBJ2Y8c6kemzHbA.jpeg" /><figcaption>Parigi, settembre 2015 (Fonte: <a href="https://www.facebook.com/ANYTHINGTOSAYproject/photos/pb.714341558601176.-2207520000.1448958016./871387436229920/?type=3&amp;src=https%3A%2F%2Fscontent-frt3-1.xx.fbcdn.net%2Fhphotos-xtl1%2Fv%2Ft1.0-9%2F11221893_871387436229920_375508624636448829_n.jpg%3Foh%3Debad4eabb944be0b6f9977adfc95495e%26oe%3D56EAD3A9&amp;size=960%2C720&amp;fbid=871387436229920">Anything To Say? / Facebook</a>)</figcaption></figure><p><strong>La tua è un’opera che parla, in un certo senso.</strong><br>“L’anno scorso sono stato al Barbican a Londra in occasione del Logan Symposium a presentare il progetto. C’erano molti whistleblower e hacker, ho detto loro “<em>questa mia scultura è la traduzione esatta di quello che voi dite</em>”.</p><p><strong>Può una scultura, attirando l’attenzione del pubblico, avere l’effetto di cambiare le cose?</strong><br>Sono molto contento che il monumento sia ancora in viaggio, perché quello era il primo grande obiettivo. Il secondo sarebbe quello di riuscire, tramite la scultura, a cambiare un po’, in meglio, le storie di Assange, Manning e Snowden.</p><p>Questo è il nostro primo obiettivo. Se la scultura potesse cambiare un po’ la storia ne saremmo entusiasti. Ad esempio in Svizzera, a Ginevra, ora c’è una associazione che sta facendo pressione perché il governo dia asilo politico a Snowden. Io penso che questa sia una cosa splendida, e ne sono orgoglioso. Cambiare le cose, quello è il mio sogno.</p><p><strong>L’arte può quindi educare il pubblico ed eventualmente spingerlo alla mobilitazione?</strong><br>Abbiamo una scelta: accettare o no quello che il governo fa per noi. C’è un problema con la sorveglianza di massa, ma è difficile affrontarlo perché le persone hanno paura a esporsi. Tuttavia, ogni epoca ha i suoi eroi e grandi rivoluzionari, persone capaci di cambiare il mondo. Io credo che l’arte debba farsi carico della responsabilità di raccontare la realtà, e ho iniziato questo progetto perché sentivo la volontà viscerale di fare qualcosa per gli altri — perché iniziamo per noi stessi, ma alla fine quello che è importante è quello che condividiamo con gli altri.</p><p><strong>Quando dici che il coraggio è contagioso, cosa intendi?</strong><br>Questa è una frase che ha detto Assange e che io ho riadattato in “sii coraggioso perché il coraggio è contagioso”. Ci credo molto, è proprio questa la forza virale della mia opera.</p><p>Quando ho iniziato il mio progetto avevo in mente anche il valore del coraggio, perché penso che le persone coraggiose possano cambiare il mondo e che noi tutti dobbiamo saper essere coraggiosi nella nostra vita — e questo è infatti l’altro significato della mia opera d’arte.</p><p><strong>Parlando del contesto attuale, quali sono le tue impressioni sugli attuali sviluppi politici e legislativi con le recenti leggi sulla sorveglianza adottate in Inghilterra, Francia e Stati Uniti? [<em>nota: l’intervista è stata realizzata prima degli attacchi del 13 novembre a Parigi</em>]</strong><br>Ormai ogni giorno sui giornali si legge qualcosa a riguardo, se ne parla sicuramente di più che in passato, e questo è sicuramente un bene. Lo scopo della mia opera è proprio quello di fare luce su questo problema fondamentale, di farne parlare di più — perché dobbiamo imparare a difenderci, e questo è evidente.</p><p><strong>Quindi le leggi di sorveglianza sono un passo indietro?</strong><br>Questo è uno dei problemi che dobbiamo risolvere. È un dato di fatto che i governi statunitensi e britannici abbiano programmi di sorveglianza, ma questo avviene anche in Russia e in moltissimi altri paesi.</p><p>Pensiamo a quello che sta succedendo adesso con il TTIP. In Germania si fanno molte manifestazioni a riguardo, la gente scende in piazza, ma nel resto del mondo niente. Perché? Perché dobbiamo informare le persone su quello che succede. Bisogna fare informazione, perché quando siamo consapevoli siamo pericolosi, altrimenti siamo destinati ad essere pecore.</p><blockquote><strong>Qual è secondo te la strada verso la garanzia di maggiori libertà?</strong><br>Libertà vuol dire essere libero di decidere per me stesso. Bisogna cominciare dalle piccole cose, dal rispettare il pianeta e le altre persone e cose.</blockquote><figure><img alt="" src="https://cdn-images-1.medium.com/max/600/1*lGyEig7_ojHJxcSk3AQJhg.jpeg" /></figure><p><strong>Ci salutiamo con l’inevitabile domanda sui prossimi progetti…</strong><br>Certo, ho sempre qualche progetto in cantiere! E si tratta sempre di qualcosa che sia un ponte. Qualcosa che ne unisce altre due, come le persone e la politica, in questo caso. Il mio scopo è sempre quello di connettere persone e cose. Al momento, sto lavorando all’idea di vulcano. Scoprirete di più molto presto.</p><p>(<em>A cura di Camille Richard e Jessica Ruff)</em></p><img src="https://medium.com/_/stat?event=post.clientViewed&referrerSource=full_rss&postId=665734140211" width="1" height="1" alt="">]]></content:encoded>
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