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        <title><![CDATA[Stories by fé! on Medium]]></title>
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            <title>Stories by fé! on Medium</title>
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            <title><![CDATA[L’istantanea di uno spruzzo]]></title>
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            <category><![CDATA[narrativa]]></category>
            <category><![CDATA[racconto-breve]]></category>
            <dc:creator><![CDATA[fé!]]></dc:creator>
            <pubDate>Tue, 16 Jul 2024 14:31:42 GMT</pubDate>
            <atom:updated>2024-07-16T14:31:42.040Z</atom:updated>
            <content:encoded><![CDATA[<p>Essere a bordo di un autobus riduce parecchio la mia sopportazione dell’esistenza. Diminuisce in modo proporzionale ai tempi di attesa alle fermate. Entro in uno stato di percezione selettiva e noto una moltitudine di situazioni urticanti che altrimenti ignorerei.</p><p>Situazioni che appartengono all’affollato ecosistema dell’autobus, certo.<br>Chi parla al telefono ad alta voce, il <em>doom scrolling</em> senza auricolari su note piattaforme video (sovente operato da utenti che parlano lingue esotiche), la sigaretta elettronica alla fragranza di sotto-dita dei piedi, il rumore bestiale del mezzo che ad ogni buca raglia, strilla e vibra come una insalata di lamiere colpita da una pioggia di martelli e conchiglie. Da aprile a ottobre il caldo è insopportabile, da novembre a marzo il freddo è pungente. Mani che hanno raccolto, pulito, menato, grattato, stretto, rotto, accarezzato e scaccolato a lungo inumidiscono i pali di sostegno.</p><p>Ma anche ciò che è fuori non resta indifferente, quasi che nel mio avanzare fossero le cose brutte e immobili ad attraversarmi, lasciandomi addosso una bavosa striscia di <em>lamentumaca</em>. Mi lamento molto, accidenti quanto mi lamento. La doppia fila che blocca l’autobus, la macchina cui non basterebbe un battesimo nella vaselina per sgusciare in avanti ma finge di non saperlo e incastra la mia vita in un cuneo di brusche frenate e altrettanto brusche bestemmie. Il sole in faccia da aprile a ottobre e il buio che non posso leggere tra novembre e febbraio. Il passante che scaracchia muco elastico sul marciapiede di per se già poco accogliente.</p><p>Proprio mentre la mia <em>lamentumaca</em> procedeva attraverso il mondo, ed io a cavallo di essa li vedo. Una pausa di pura bellezza nel flusso di tutte le cose.<br>Tra due motorini, in uno spazio ad essi riservato, sosta comoda e bellissima e sontuosa una Porsche Carrera nera come una notte di nuvole di carbone.</p><p>Sul marciapiede la fauna universitaria passa distratta, in un via vai di auricolari e pessime playlist. Alcuni, come spinti da un istinto primordiale, allungano lo sguardo verso il sedile del passeggero per poi compiere una leggera rotazione della testa verso il punto di attenzione, cui segue l’inclinazione del volto tramite l’avvicinamento del mento al collo, la contrazione dei muscoli facciali adiacenti alla bocca, l’oscillazione arretrata del busto che posiziona l’intero blocco delle spalle all’indietro e provoca lo spostamento laterale della camminata e la relativa nuova traiettoria.</p><p>Nello spazio temporale limitato dall’intervallo che va circa 4 secondi oltre l’istante appena descritto, gli sportelli dell’auto si aprono. Il guidatore è una donna elegante, alta, con dei capelli neri ma pesanti e le mani incorniciate da un complesso sistema di bracciali ed ammennicoli dorati, riesco quasi a sentirne il tintinnare. Il viso è oltremodo allungato in una espressione alimentata da almeno due emozioni. La preoccupazione agisce soprattutto sull’area della bocca, che assume la forma di una specie di <em>O</em> non troppo aperta. La rassegnazione è invece nella fronte contratta, come spinta dalla rotazione dei bulbi oculari verso il cielo, in cerca dell’attenzione di entità divine distratte. La donna circumnaviga l’auto con una corsa sguaiata ma efficace per raggiungere il ragazzino, che nel frattempo ha guadagnato l’esterno del veicolo e sta, di fronte allo sportello ancora aperto, con l’espressione curva e sottomessa di chi sa che il proprio esofago sta funzionando contromano.</p><p>Chi doveva scendere è sceso, chi doveva salire ha spintonato. L’autobus chiude le porte e riparte verso i titoli di coda di questa storia, che scorrono dopo l’ultima immagine a colori del primo spruzzo di vomito sospeso lì, a metà strada tra l’umano legame di una madre con suo figlio e la tappezzeria di un auto di classe.</p><img src="https://medium.com/_/stat?event=post.clientViewed&referrerSource=full_rss&postId=ff444eee06a1" width="1" height="1" alt="">]]></content:encoded>
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            <title><![CDATA[Answering a Difficult Question Involving Parenting and Anti-Speciesism]]></title>
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            <category><![CDATA[speciesism]]></category>
            <category><![CDATA[veganism]]></category>
            <category><![CDATA[parenting]]></category>
            <dc:creator><![CDATA[fé!]]></dc:creator>
            <pubDate>Tue, 16 Jul 2024 09:48:37 GMT</pubDate>
            <atom:updated>2024-07-16T09:50:16.877Z</atom:updated>
            <content:encoded><![CDATA[<h4>I recently responded to a friend about raising children in a vegan family, or one where only some members are vegan. Here’s my perspective, which I hope others may find useful.</h4><p><em>Una versione di questo articolo in italiano è disponibile </em><a href="https://medium.com/@channelFe/rispondo-ad-una-domanda-difficile-in-cui-ci-sono-la-genitorialit%C3%A0-e-la-scelta-antispecista-ee7a6e9aa578"><em>qui</em></a><em>.</em></p><p><em>Premise: This article does not address the topic from a nutritional perspective because that is not the question being answered, and the subject has been extensively covered with ample literature available. A vegan diet is suitable for all stages of a person’s life, and this is assumed in the following discussion.</em></p><h4>The Question</h4><p>How do you manage with children regarding your dietary choices? I struggle to fully adopt veganism because I don’t want to impose it on my child, making it hard to balance meals and give up everything on the table. How do you handle it?</p><h4>Imposition</h4><p>The term “imposition” frequently comes up when discussing ethical choices, not just in speciesism. These discussions inevitably involve our personal experiences, leading us to re-examine our values. This process is often uncomfortable and it’s natural to want to avoid it. In such conversations, one person might feel exposed or challenged against their will.</p><p>While recognizing that this discomfort exists and is justified, it’s important to note that the word “imposition” is often overused and exaggerated. Describing a dialogue where no physical coercion is involved with such a term is misleading. The aim is to bring certain realities to light and compare them with our moral principles. The issue is internal, within our own conscience.</p><h4>Education</h4><p>When it comes to parenting, growth, and educating children, the word “imposition” becomes even more misleading. Parents constantly make decisions affecting their children’s lives, often without consulting them. This isn’t inherently wrong. Any parental decision could be seen as an imposition by nature.</p><p>Instead, we should consider the complexity of the word “education.” While the educational process involves authority, the relationship between this authority and the child is not about merely shaping clay or filling a container with concepts, rules, skills, or values. It involves recognizing that the child is a person with their own inclinations, reasoning, will, and desires, and establishing an honest dialogue with them.</p><h4>The Choice</h4><p>Speciesism is the first form of discrimination we learn and pass on to our children. They learn to attribute different values to other lives based on species, distinguishing between humans and animals, and further differentiating among animal species. It’s wrong to abuse, beat, or harm a dog or cat, and seeing a child care for an animal and form a deep bond fills us with joy, highlighting their empathetic capacity. However, it’s considered acceptable to abuse, exploit, and kill a chicken, pig, cow, etc.</p><p>This disconnection is possible through verbal gymnastics, omissions, half-truths, or outright lies, based on the belief that children can’t process such information or fear of their potential decisions.</p><p>And this is where choice comes into play. It’s not about making a moral judgment on how to be parents. Most of us weren’t born vegan but were raised in loving families concerned with providing for their children. Their lifestyle was based on beliefs and values that led them to omit or alter certain facts, suspending critical thinking for a greater good.</p><p>The point is: raising a child aware of what they are eating (or wearing) is a choice, just as not doing so is. In both cases, the parent decides for the child. They decide whether to involve them in the choice or not.</p><p>Considering children, an omnivorous attitude is understandable given the strong myths linking meat to well-being. Parents, driven by the desire to do their best for their child, may hesitate to question established practices and long-standing traditions.</p><p>Those who have freed themselves from carnist logic have profoundly changed their values and ethics. It’s absurd to expect these values to be excluded from the educational process. In no other context would we dream of asking a parent to educate without using their convictions and morals. It’s not problematic for a religious family to openly share their beliefs with their children, so it should be even less of an issue for someone rejecting an oppressive and violent system that is tangible, visible (if one seeks it out), and touchable (if one has the stomach for it) every day.</p><h4>Free and Conscious</h4><p>Children have a remarkable capacity for empathy towards animals, not viewing them as food or prey. A famous activist often used a hypothetical example: “Give a child an apple and a bunny, and call me when they start playing with the apple and have devoured the bunny.”</p><p>Respecting their nature is an effort worth making. Being honest about the origins of food, without exposing them to traumatic details, is crucial. Meat isn’t just meat; it’s a part of an animal’s body that was once alive and killed to be eaten. This straightforward explanation satisfies their curiosity and allows them to process and decide without deceit.</p><p>Parents are role models, and their behavior can pique a child’s curiosity, reassure them in the face of doubts, or help them understand differences. Being an example means also allowing the child to decide whether to follow that example or not.</p><p>When addressing their questions and interactions with the world, it’s important not to introduce concepts of guilt or blame. Whatever decision the child makes, the focus should be on the act of choosing rather than the content of the choice. Accept their thoughts and desires, irrespective of our views, and remove guilt from relationships, allowing others to make their choices freely.</p><p>None of these principles involve coercion, force, or threats. Parents and children influence each other through a mutual relationship.</p><p>Every parent is an example for their child, a point of reference for better or worse. We strive to be the best example, responding to their questions in a child-appropriate manner without lies.</p><img src="https://medium.com/_/stat?event=post.clientViewed&referrerSource=full_rss&postId=249a154fcc4b" width="1" height="1" alt="">]]></content:encoded>
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            <title><![CDATA[Rispondo ad una domanda difficile in cui ci sono la genitorialità e la scelta antispecista.]]></title>
            <link>https://medium.com/@channelFe/rispondo-ad-una-domanda-difficile-in-cui-ci-sono-la-genitorialit%C3%A0-e-la-scelta-antispecista-ee7a6e9aa578?source=rss-9c90c6548f5f------2</link>
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            <category><![CDATA[vegan]]></category>
            <category><![CDATA[antispecismo]]></category>
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            <category><![CDATA[genitorialità]]></category>
            <category><![CDATA[veganismo]]></category>
            <dc:creator><![CDATA[fé!]]></dc:creator>
            <pubDate>Sat, 16 Sep 2023 16:49:08 GMT</pubDate>
            <atom:updated>2024-07-16T09:49:00.817Z</atom:updated>
            <content:encoded><![CDATA[<h4><em>Mi è capitato di rispondere ad un’amica in merito alla questione di crescere i figli in una famiglia vegan, o in cui solo alcuni dei membri lo sono. Non è stato facile mettere insieme un punto di vista chiaro che riassumesse anche quello che era stato il mio personale processo, così lo pubblico qui, nella speranza che qualcun altro possa trovarlo utile.</em></h4><p><em>An English version of this article is available </em><a href="https://medium.com/@channelFe/answering-a-difficult-question-involving-parenting-and-anti-speciesism-249a154fcc4b"><em>here</em></a><em>.</em></p><p><em>Premessa: questo articolo non affronta il tema da un punto di vista nutrizionale perché non sta nella domanda cui si cerca di rispondere e perché la materia è stata affrontata ormai largamente ed esiste una lunga letteratura a riguardo. Una dieta vegana è compatibile con tutte le fasi della vita di una persona e nel discorso che segue la cosa si da per scontata.</em></p><h3>Domanda</h3><blockquote>Come fai con i bambini, rispetto alle tue scelte alimentari? Io non riesco a optare del tutto per la scelta vegan, perché non voglio imporla al piccolo, e diventa impossibile per me conciliare i menu e rinunciare a tutto ciò che è a tavola.<br>Tu come fai?</blockquote><h3>L’imposizione</h3><p>La parola <em>imposizione</em> è spesso presente quando si parla di scelte che riguardano la sfera dell’etica, non solo nelle discussioni sullo <em>specismo</em>. Ci confrontiamo su temi che inevitabilmente coinvolgono anche il nostro vissuto e non possiamo quindi fare a meno di metterci in discussione e dover guardare sotto una luce differente i nostri valori. Non sempre è un processo piacevole, anzi, è spesso accompagnato da un senso di disagio dal quale è più che normale ci si voglia sottrarre. In questi termini uno dei due interlocutori sente di essere esposto contro il suo volere.</p><p>Pur riconoscendo in parte che quel disagio esiste ed è motivato dobbiamo pure considerare che la parola <em>imposizione</em> sia tuttavia abusata e profondamente esagerata per descrivere un processo di dialogo in cui non avvengono costrizioni fisiche di nessun tipo ne si chiede di risolvere il dabitto tramite minacce o contropartite. Si tratta di esporre una certa realtà, portarla fuori da una zona in cui di solito è tenuta nascosta e confrontarla con i propri principi morali.</p><p>Il problema quindi non viene da fuori, è interno alla coscienza di ognuno di noi.</p><h3>L’educazione</h3><p>Quando si parla di genitorialità, crescita ed educazione dei figli la parola <em>imposizione</em> diventa ancora più fuorviante e confusionaria. Basti pensare che viene usata in modo diverso a seconda dell’oggetto cui ci stiamo riferendo. Un genitore prende infatti continuamente decisioni che influsicono sulla vita dei propri figli e lo fa anche senza condividerle con loro. Non c’è niente di male in questo. Qualunque cosa faccia, qualsiasi decisione prenda potrebbe essere considerata, per sua stessa natura, una <em>imposizione</em>.</p><p>Dovremmo invece considerare, nella sua complessità, la parola <em>educazione</em>. Se da un lato il processo educativo presuppone la presenza di un’autorità è anche vero che la relazione tra questa autorità ed il bambino non è la mera modellazione di un pezzo di argilla o il riempimento di un contenitore di concetti, regole, abilità o valori.</p><p>Ciò comporta la consapevolezza di avere di fronte una persona con le proprie inclinazioni, ragionamenti, volontà e desideri con cui instaurare un dialogo onesto.</p><h3>La scelta</h3><p>Lo specismo è la prima forma di discriminazione che ci hanno insegnato e, di generazione in generazione, la passiamo ai nostri figli. Imparano ad attibuire un valore diverso alla vita degli altri basandosi cioè sull’appartenenza di specie sia considerando l’uomo e l’animale, sia operando un’ulteriore separazione tra diversi tipi di animali.</p><p>È sbagliato abusare, picchiare o far del male ad un cane o un gatto. Vedere un bambino che si prende cura di un animale ed instaura con lui un profondo rapporto di amicizia ci riempie il cuore di gioia e ci fa beare della loro capacità empatica. Ma è giusto e moralmente accettabile abusare, sfruttare ed uccidere un <em>pollo</em> (<em>la stragrande maggiornaza dei bambini non sa che il pollo è una gallina</em>), un maiale, una mucca ecc.</p><p>Perché questo scollamento sia possibile si ricorre a vere e proprie capriole verbali, omissioni, mezze verità o palesi bugie, da una parte convinti che un bambino non abbia la capacità di processare quel tipo di informazione, dall’altra terrorizzati dall’eventuale decisione che potrebbe prendere di fronte ad una certa rivelazione.</p><p><strong>Ed è qui che si attua <em>la scelta</em>.</strong></p><p>Bisogna essere chiari su questo punto. Non è certo in ballo un giudizio morale su come si debba essere genitori. La maggior parte di noi non è nata vegan, ma in famiglie con genitori amorevoli e preoccupati di non far mancare nulla ai propri figli. Il loro stile di vita era impostato su delle credenze e dei valori in base ai quali hanno <em>scelto</em> di omettere o raccontare diversamente una serie di fatti, sospendendo la possibilità di critica per un bene più grande.</p><p><strong>Il punto è</strong>: crescere un bambino consapevole di cosa stia mangiando (<em>o vestendo</em>) è una scelta, così come lo è non farlo. In entrambi i casi il genitore decide per il bambino. Decide se coinvolgerlo nella scelta oppure no.</p><p>Parlando di bambini è più che comprensibile l’atteggiamento onnivoro alla luce del fatto che sono ancora troppo forti i falsi miti legati al benessere e alla carne per cui un genitore, spinto dalla sacrosanta voglia di fare il meglio per suo figlio, tende a non mettere in discussione pratiche consolidate e tradizioni centenarie.</p><p>Chi si è liberato dalle logiche e dalle dinamiche carniste ha cambiato profondamente i propri valori e la propria etica. È assurdo pretendere che questi valori vengano tenuti al di fuori del processo educativo. In nessun altro ambito ci si sognerebbe mai di chiedere ad un genitore di educare evitando di usare le proprie convinzioni e la propria morale. Non desta problemi che una famiglia religiosa condivida apertamente il proprio credo con i figli, figuriamoci qualcuno che a differenza della religione, che richiede una fede verso qualcosa di intangibile, rifiuta un sistema oppressivo e violento realmente esistente, fotografabile, che puoi vedere (ma te lo devi andare a cercare) e toccare (se hai pelo sullo stomaco) ogni giorno.</p><h3>Liberi e consapevoli</h3><p>I bambini possiedono una straordinaria capacità empatica nei confronti degli animali, non li vedono come cibo o prede. Un famoso attivista, usava spesso fare un esempio ipotetico: “dai ad un bambino una mela ed un coniglietto e chiamami quando starà giocando con la mela e avrà sbranato il coniglietto”.</p><p>Rispettare questa loro natura è uno sforzo che vale la pena di compiere e lo si può mettere in pratica seguendo tre principi.</p><p>Il primo è quello dell’<em>onestà</em>. Si può essere onesti, di fronte alla curiosità manifestata, nello spiegare da dove proviene il cibo che è in tavola, senza ovviamente esporlo a contenuti traumatici e raccapriccianti, non ce n’è bisogno. <em>La ciccia non è semplicemente ciccia</em>. È la parte del corpo di un animale che una volta era in vita ed è stato ucciso per essere mangiato. Non serve altro per assecondare, senza nascondere o ingannare, la sua curiosità e la sua capacità di processare e prendere una decisione.</p><p>Il secondo principio è quello dell’<em>esempio</em>. I genitori sono modelli di comportamento cui il bambino si riferisce quando si tratta di interpretare il mondo che lo circonda. Essere d’esempio può incuriosire il bambino sul perché si facciano alcune cose anziché altre, o rassicurarlo di fronte a dei dubbi o ancora aiutarlo a capire cosa ci differenzia. Essere <em>solo</em> un esempio significa anche lasciare il proprio figlio libero di decidere o meno se seguire quell’esempio.</p><p>Il terzo principio è la <em>sospensione del giudizio</em>. Nel porsi le sue domande, nel rapportarsi ai propri genitori come modelli e di conseguenza proiettarsi anche verso il mondo fuori (<em>altri parenti, amici, scuola ecc</em>) è importante che non subentri il concetto di colpa e di colpevole. Quale che sia la decisione che il proprio figlio intraprende dovremmo sempre privilegiare l’atto della scelta rispetto al contenuto effettivo della scelta. Accettare i suoi pensieri, le sue rimostranze ed i suoi desideri a prescindere dalla nostra visione. Non meno importante è eliminare il concetto di colpa dalle relazioni con gli altri così che anche loro siano liberi di operare le loro scelte.</p><p><strong>Nessuno di questi tre principi comporta o prevede una componente coercitiva, non c’è forzatura, non c’è costrizione o ricatto. Genitori e figli sono anzi in relazione e si influenzano tra di loro.</strong></p><p>Ogni genitore è un esempio per il proprio figlio, un punto di riferimento nel bene e nel male. Ci limitiamo con non poche difficoltà ad essere questo esempio, al meglio di come vorremmo e a rispondere alle sue domande forse in un modo adatto ad un bambino, ma privo di bugie.</p><img src="https://medium.com/_/stat?event=post.clientViewed&referrerSource=full_rss&postId=ee7a6e9aa578" width="1" height="1" alt="">]]></content:encoded>
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            <title><![CDATA[Quick as *u*k]]></title>
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            <dc:creator><![CDATA[fé!]]></dc:creator>
            <pubDate>Tue, 05 Jul 2016 13:52:27 GMT</pubDate>
            <atom:updated>2016-07-06T07:56:50.089Z</atom:updated>
            <content:encoded><![CDATA[<h4>Problems often lurk in the details</h4><p><em>//An italian version of this article is </em><a href="https://medium.com/@channelFe/veloce-dai-52be9e73023f#.pq3gwca41"><em>here</em></a></p><p>Designers know it, time management is a very precious skill. It is not just about having free time, but moments to run personal projects, doing research or developing new abilities. There are millions of blogs with millions of posts with millions of words written by designers cooler than me that said it better than I ever could. To make long story short, the quality of your work greatly depends on the ability to go outside the boundaries of a given project and to do that you need mental energies and time.</p><p>I have been working as motion and graphic designer for big television companies since 2007. Workflows in these companies are quite strict and besides creativity I do a lot of repetitive and standard tasks to assure the <em>onair</em> elements flow. I mean, it is not always like being <a href="http://assets.itsnicethat.com/system/files/052016/57456c9c7fa44cdcf800534c/images_slice_large/sagmeister-walsh-naked-studio_itsnicethat.jpg?1464167877">Sagmeister &amp; Walsh</a>.</p><p>This aspect taught me to optimize and dry my processes to produce recurring and boring elements, gaining valuable time and mental energies to use for much better things, or even just to avoid the risk of giving to <em>dead-line</em> a literal meaning. Now that I’m about to become a freelance I think this will be one of the most useful lessons learned. Every project needs preset steps, expect it and you solve half of the problem.</p><p>You have to take your time to get organized with your softwares and your project files and tools, in a word: <em>workflow</em>. It is a crucial step that I’ve underestimated for years in the past. I have always read great designers writing about how you should never be standardized, no pre-calculating, no making lists nor spending too much time on the machines ecc. But putting yourself in a state of <em>instinctive caos</em>, useful for a certain types of creative processes, can’t exist without a dose of maniacal order.</p><p>I’m not talking about quantum physics, just details, simple things. For example, I always have a list of rendering presets to fit my workflow, my software’s UI are set up according to my needs, when I learn a new software I strive to learn as many shortcuts as possible, I can access to all of my ftp addresses<em> </em>in a few clicks, and so my emails, my fonts and visual archives. These are small things, details. Pains in the ass, complications, problems, often lurk in the details.</p><p>It took me time to find my way but it helped me a lot, because I know what I need in terms of time and effort to achieve results.</p><p>I assure you that this attitude will positively condition also the way you imagine and so your creativity that, as Munari wrote, exists to solve problems.</p><p>Don’t worry, <strong>discipline</strong> in structuring workflows won&#39;t make you less cool. It is not a secret, designers with a bit of experience know it, they have their own maniacal order but it is not a matter which is discussed and shared a lot. I would have really appreciated if I had read something like this at the beginning of my career.</p><img src="https://medium.com/_/stat?event=post.clientViewed&referrerSource=full_rss&postId=df3690b9eb47" width="1" height="1" alt="">]]></content:encoded>
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            <title><![CDATA[Veloce, dai.]]></title>
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            <category><![CDATA[medium-italia]]></category>
            <dc:creator><![CDATA[fé!]]></dc:creator>
            <pubDate>Tue, 05 Jul 2016 13:51:29 GMT</pubDate>
            <atom:updated>2016-07-06T07:57:12.872Z</atom:updated>
            <content:encoded><![CDATA[<h4><strong>La rottura di coglioni è nei dettagli.</strong></h4><p><em>//An english version of this article is </em><a href="https://medium.com/@channelFe/quick-as-u-k-df3690b9eb47#.1ydjyyrzl"><em>here</em></a></p><p>I designer lo sanno bene, la gestione del proprio tempo è una cosa davvero preziosa. Non si tratta semplicemente di avere tempo libero, ma spazi in cui poter realizzare progetti personali, fare ricerca o ampliare le proprie skill. Il web è pieno di blog pieni di post pieni di righe scritte da designer molto più fighi di me, che lo hanno detto in modo molto più figo di come lo faccio io ma, per farla breve, la qualità del tuo lavoro dipende molto dalla possibilità di vivere anche fuori dai confini di un determinato progetto. O anche solo di vivere fuori.</p><p>Lavoro da diversi anni come motion e graphic designer in grandi aziende televisive, inserito in workflow standardizzati, in cui la parte creativa esiste ma convive con molto lavoro di mantenimento, meccanico e piuttosto ripetitivo. Insomma non è esattamente sempre come la raccontano <a href="http://assets.itsnicethat.com/system/files/052016/57456c9c7fa44cdcf800534c/images_slice_large/sagmeister-walsh-naked-studio_itsnicethat.jpg?1464167877">Sagmeister &amp; Walsh</a>.</p><p>Questa componente del lavoro mi ha insegnato ad ottimizzare ed asciugare al massimo l’impegno speso nel produrre tutto ciò che è ricorrente e barboso, guadagnando tempo prezioso ed energie mentali da usare per cose decisamente migliori o anche solo per non rischiare di dare ad una <em>dead-line</em> un significato letterale. Ora che sto per diventare un freelance credo che si rivelerà una delle lezioni più utili che porterò con me.</p><p>È un principio che si può applicare anche a situazioni lavorative diverse. C’è sempre, in ogni progetto, il momento fatidico in cui lo sforzo e lo stress della consegna superano di gran lunga quello impiegato nella creatività, in cui diventi un operatore o devi compiere dei passaggi obbligati. Aspettarselo è già un modo per affrontarlo.</p><p>Il punto è dedicare del tempo ad organizzarsi. Ad organizzare i propri software ed i propri file di progetto, i propri strumenti, il proprio workflow. Un passaggio importante che io in passato ho sottovalutato. Ho sempre letto grandi designer scrivere di come non devi mai fissare o standardizzare, pre-calcolare, fare una lista, metterti nella condizione di poterti aspettare qualcosa ma questo tipo di disordine istintivo, sicuramente utilissimo per un certo tipo di processi, non può esistere se non appoggiandosi ad una buona base di ordine maniacale, che nemmeno io pensavo di poter avere, anzi.</p><p>Non sto parlando di fisica quantistica, alla fine sono dettagli. Per esempio ho sempre una lista di preset di rendering pensati per i miei workflow, le interfacce dei miei software sono organizzate secondo le mie esigenze, quando affronto un nuovo software mi sforzo di imparare da subito quante più shortcut possibili, gli ftp con i quali lavoro sono organizzati in modo tale da poterci accedere in un paio di clic e così le mie email, i miei font e le ricerche che archivio. <strong>Si tratta di piccole cose e le complicazioni, i problemi, le rotture di coglioni spesso si annidano nei dettagli.</strong></p><p>Vi assicuro che questa attitudine strutturerà in maniera positiva anche il vostro modo di immaginare e la vostra creatività che, come scriveva Munari, serve proprio a risolvere problemi.</p><p>Mettere disciplina a monte di ogni progetto non è una cosa che vi renderà meno fighi. Non è certo un segreto, chi fa questo lavoro da qualche anno lo sa, ed avrà sviluppato il proprio ordine maniacale, ma non è un aspetto di cui si parla molto. Mi avrebbe fatto piacere leggere qualcosa del genere agli inizi della mia carriera e per questo lo condivido.</p><img src="https://medium.com/_/stat?event=post.clientViewed&referrerSource=full_rss&postId=52be9e73023f" width="1" height="1" alt="">]]></content:encoded>
        </item>
        <item>
            <title><![CDATA[Buon prossimo capodanno]]></title>
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            <category><![CDATA[riflessioni]]></category>
            <category><![CDATA[capodanno]]></category>
            <category><![CDATA[medium-italia]]></category>
            <dc:creator><![CDATA[fé!]]></dc:creator>
            <pubDate>Tue, 21 Jun 2016 15:25:17 GMT</pubDate>
            <atom:updated>2016-06-21T15:25:17.737Z</atom:updated>
            <content:encoded><![CDATA[<h4>Tattarattatta, Booooom, pe pee pe pe pe pe peeeee</h4><p>Capodanno è una festa comandata. Ce ne sono tante. Ma capodanno è una festa comandata in cui divertirsi non è una possibilità, è un obbligo. Ce ne sono tante in cui divertirsi è essenziale. Ma capodanno è una festa comandata durante la quale bisogna divertirsi facendo in assoluto la cosa più figa o magica che si possa immaginare. Ce ne sono tante di feste magiche ma capodanno è una festa comandata in cui bisogna divertirsi organizzando qualcosa di davvero magico per potersi rilassare i restanti 360 giorni, nei quali non devi pensare a cosa cazzo fare per capodanno.</p><p>A capodanno se vai in discoteca, la solita discoteca, non è come al solito. Il solito è svegliarsi una mattina a metà dicembre con la consapevolezza che ci sei cascato di nuovo. Eppure lo scorso anno te lo eri segnato, lo avevi giurato di fronte ai tuoi amici sbronzi, piegati in due da crampi allo stomaco, vuoi per la crema al whiskey del Todis vuoi per la temperatura sotto i 3 gradi. E poi il cotechino è come sempre sudato e odora di sottopalla, te lo ricordavi diverso.</p><p>Quando sei piccolo il capodanno è una ficata. Ci sono poche cose che puoi volere di più che la tua dose annuale di adrenalina, mentre valuti la percentuale di possibilità che tuo cugino più grande si faccia saltare quelle dita così importanti per il nostro processo evolutivo. Poi diventi tuo cugino, ma quel periodo è buio e triste e non voglio riviverne le sensazioni. Mi limiterò a dire che, nonostante l’adolescenza sia uno status fortemente in contrasto con il concetto di evoluzione, ho ancora tutte le dita. La parte drammatica arriva proprio qui, qui dove la libertà e l’autonomia per la quale hai sempre lottato diventa realtà:</p><blockquote>A natale stai con noi, capodanno fai come ti pare.</blockquote><blockquote>Come cazzo mi pareeeeeee!</blockquote><p>Si, fai come ti pare. Una conquista fatale.</p><p>Fortunatamente la libertà non si conquista da soli e la stessa sorte è toccata ai tuoi amici. Questo è l’inizio del conflitto, l’incipit di una decade fatta di lenticchie, brainstorming, ripieghi, buoni propositi e molte molte telefonate.</p><p>Alla fine tiri le somme. Hai provato il capodanno all’estero, il capodanno in italia ma lontano da casa, il capodanno all’estero ma da un’altra parte, il capodanno a casa di amici, il capodanno a casa di amici di amici, il capodanno in piazza, il capodanno in un’altra piazza, il capodanno con la febbre, il capodanno al parcheggio della discoteca, il capodanno che non te lo ricordi benissimo e il primo in cronaca diretta sui social network.</p><p>Io mi sono quasi sempre divertito. Di alcuni riguardo le foto, altri si è deciso di far finta non siano mai esistiti, uno, passato in due, con cena più quattro salti, lo porto nel cuore. Il punto è che non conta esserci, ma l’idea che ci si debba essere.</p><p>Oggi è il 21 Giugno, solstizio d’estate, l’aria condizionata mi accarezza la pelle mentre perdo tempo navigando sul web ed è il momento giusto, il momento di partorire qualche idea su cosa fare a capodanno.</p><p>Se non ci sentiamo prima buon 2017.</p><img src="https://medium.com/_/stat?event=post.clientViewed&referrerSource=full_rss&postId=84ec50d60d12" width="1" height="1" alt="">]]></content:encoded>
        </item>
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            <title><![CDATA[The Green Inferno]]></title>
            <link>https://medium.com/le-recensioni/the-green-inferno-2257cf61b54c?source=rss-9c90c6548f5f------2</link>
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            <category><![CDATA[recensione]]></category>
            <category><![CDATA[the-green-inferno]]></category>
            <category><![CDATA[eli-roth]]></category>
            <category><![CDATA[recensioni]]></category>
            <dc:creator><![CDATA[fé!]]></dc:creator>
            <pubDate>Wed, 29 Jan 2014 10:26:55 GMT</pubDate>
            <atom:updated>2016-06-21T16:19:59.827Z</atom:updated>
            <content:encoded><![CDATA[<h4>Tipo The Mission, ma senza la pietas cristiana</h4><p><em>The Green Inferno</em> è un cannibal movie. Io di cannibal movie non capisco un cazzo e questa paginetta non la volevo nemmeno scrivere. Ma poi <a href="https://twitter.com/ViolaSFX">@ViolaSFX</a> mi ha motivato, evidenziando il fatto che</p><blockquote>I cannibal movie fanno schifo. <em>The Green Inferno</em> no.</blockquote><figure><img alt="" src="https://cdn-images-1.medium.com/max/1024/1*tGUliUM_zGdsM49YOUgsJg.jpeg" /><figcaption>Questa foto l’ho fatta io. Lo so è un inquadratura idiota ma ero emozionato.</figcaption></figure><p>Giusto, e poi al festival del cinema di Roma è un tripudio già all’arrivo del maestro. E va bene, forse un po’di tripudio anche per <a href="http://www.voto10.it/cinema/uploads/foto/izzo-roth.jpg">Lorena Izzo</a>, protagonista del film, in mutande e tenda di pizzo, ma è ordinaria amministrazione da red carpet. Eli sfoggia invece sorrisi e saluti come se gli avessimo organizzato una festa di compleanno a sorpresa e conquista tutti. Si avvicina ai fan, firma autografi, stringe mani, si fa le selfie. Tutto questo mentre i veri amanti del cinema gli rendono onore gridando <em>ELI RUUUT ELI RUUUT lez meik a selfi!</em></p><p>Ah, guarda c’è pure quel coglione di Deodato. Uuuuuh l’ho detto, ho insultato un maestro del cinema di culto, uuuuh. No davvero, crechiamo di mettere le cose al posto giusto: sul tappeto sfila un vero poeta della violenza su pellicola, accompagnato da uno dei mestieranti più sopravvalutati della storia del cinema. Eli è il primo ad osannarlo e lo si capisce dal titolo stesso del film, ma non me ne faccio un problema, è americano, subisce il fascino degli italiani mattacchioni e ne adora l’opera cinematografica di una volta, fa molto <em>intenditore</em>, va che Tarantino ci ha costruito un impero. Taglio corto su questo argomento usando ancora una volta le attente parole di @ViolaSFX, che di violenza cinematografica se ne intende:</p><blockquote>Ricorda sempre che il successo, e conseguente fama/ammirazione mondiale, di un cannibal movie è legato alla loro censura, un cannibal che non viene censurato sa di birra analcolica. Teniamo a mente quindi che l’unica chance di sopravvivenza di un cannibal è inserire due o tre animali uccisi e sperare che i censori siano dotati di pali nel culo.<br>Se parte la censura è fatta.<br>Se Deodato ce l’ha fatta il mondo è un brutto posto.</blockquote><figure><img alt="" src="https://cdn-images-1.medium.com/max/630/1*lGZqfjLi1shc0k0jWkb7CA.jpeg" /><figcaption>che fame</figcaption></figure><p>L’estetica della violenza di Eli Roth è un’altra cosa, a partire dalla mano che la plasma, quella di Greg Nicotero. C’è messa in scena, c’è il gusto del racconto e della costruzione della paura, ci sono personaggi scritti in funzione di dinamiche tipicamente horror e soprattutto c’è lo sguardo <em>sarcastico</em>, <em>spietato</em> e <strong><em>divertito</em></strong> che da sempre spinge orde di fan a gridare <em>ELI RUUUUUUUT lez meik a selfi! </em>Non sono abbastanza ubriaco da lanciarmi in una discussione circa l’<em>incontro/scontro</em> tra civiltà e valori, <em>giusto/sbagliato</em>, <em>cultura/evoluzione</em>. Siamo lontani dal piacere estetico della violenza gratuita di <em>Hostel</em>, di fronte ad un altro modo di guardarla, amorale, che ne prende atto e ne accetta l’innegabile condizione di <em>legge di natura</em>, al punto che la realtà diventa comica ed il paradossale esorcizza la paura.</p><p>++ SPOILER ALERT ++ Da questo momento potreste incappare in spoiler. Ma tanto non ve lo vedete sto film.</p><p>Un gruppo di attivisti (tipo <a href="https://medium.com/le-recensioni/97ca38b1614a">questi</a>) combatte per salvare dalla speculazione edilizia un pezzo della foresta amazzonica peruviana. Ma si sa, suonare la chitarra acustica a piedi nudi nel campus universitario non ti prepara alle sfide della foresta amazzonica. Qualcosa va storto, tribù cannibale, bagno di sangue, ovazione.</p><figure><img alt="" src="https://cdn-images-1.medium.com/max/340/1*Txw4IFY--GhY_KVi5dlzTA.png" /><figcaption>faceva un freddo della madonna</figcaption></figure><p>Mi sono divertito come un bambino. Ho avuto la fortuna di sedere proprio dietro il regista durante la proiezione (2 file dietro) e non dimenticherò mai il momento in cui, dopo una abbondante vomitata di uno dei personaggi sulla sua stessa faccia, la sala abbia omaggiato il momento di poesia con un sonoro applauso ed Eli si sia girato commosso ed onorato da tanto affetto e sincera riconoscenza.</p><p>Vi lascio con una domanda. Uno dei protagonisti in preda alla disperazione, pur di non finire al forno, si uccide tagliandosi la gola, i suoi compagni lo imbottiscono di marijuana con l’intento di mandare i cannibali fuori di melone e scappare indisturbati. Piano oggettivamente geniale, nulla da dire, ma cosa succede quando una tribù di mangia uomini va in fame chimica?</p><img src="https://medium.com/_/stat?event=post.clientViewed&referrerSource=full_rss&postId=2257cf61b54c" width="1" height="1" alt=""><hr><p><a href="https://medium.com/le-recensioni/the-green-inferno-2257cf61b54c">The Green Inferno</a> was originally published in <a href="https://medium.com/le-recensioni">Le recensioni</a> on Medium, where people are continuing the conversation by highlighting and responding to this story.</p>]]></content:encoded>
        </item>
        <item>
            <title><![CDATA[Las brujas de Zugarramurdi]]></title>
            <link>https://medium.com/le-recensioni/las-brujas-de-zugarramurdi-d98079b287f4?source=rss-9c90c6548f5f------2</link>
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            <dc:creator><![CDATA[fé!]]></dc:creator>
            <pubDate>Tue, 10 Dec 2013 14:22:46 GMT</pubDate>
            <atom:updated>2013-12-10T14:22:46.527Z</atom:updated>
            <content:encoded><![CDATA[<h4>Cristo spara, il cinema impara</h4><p>L’immagine in testa dovrebbe avervi già fatto uscire di casa in cerca del film. In caso contrario vi racconto come è andata al Festival Internazionale del Cinema di Roma.</p><p>Nessuno al Festival sapeva pronunciare questo titolo. Io ho imparato solo ieri ed è stata dura, ma vuoi mettere poter dire in scioltezza con una birretta in mano durante un aperitivo al Pigneto: <em>madainonhaivistolasbrujasdezugarramurdi?! </em>Conoscere Alex de la Iglesia fa sempre <em>cool (</em>fico <em>ndr.). </em>Non tanto o non solo perché è uno dei registi più fichi (cool <em>ndr.) </em>in attività, ma anche perché nel nostro paese non ci è mai <em>davvero </em>arrivato, condannato dalle logiche della distribuzione italiana è stato relegato all’aureo ed agognato girone degli autori <em>di culto</em>, sul quale i bar del pigneto hanno costruito la loro fortuna<em>. </em>Tranquilli però, niente fuffa radical chic, qui parliamo di satanismo, stregonieria, sangue a litri, personaggi grotteschi, comici, disperati. Una visione del mondo assolutamente estrema, divertente, originale e sincera. Poi se i vostri amici al pigneto arricciano il naso potete sempre dire che Alex de la Iglesia è stato scoperto da <a href="http://www.imdb.com/name/nm0000264/?ref_=nv_sr_1">Pedro Almódovar</a>. Cin cin, mi passi una pizzetta?</p><figure><img alt="" src="https://cdn-images-1.medium.com/max/607/1*1YjFB7MgRwIERBn-3XsQ2g.png" /><figcaption>Vi ricordate la paura del mostro che vive sotto il letto pronto ad afferrarvi la caviglia? Ecco, questo è molto peggio</figcaption></figure><p>Un gruppo di disperati rapina un negozio dei pegni portando via una borsa piena zeppa di fedi nuziali. Pare che quando ne mettete un migliaio tutte insieme avete qualcosa di più del valore affettivo. La controindicazione? Se il vostro piano di fuga dovesse prevedere di passare a tutta birra per le strade di <a href="https://www.google.it/maps/preview#!data=!1m4!1m3!1d3734!2d-1.540035!3d43.2695409">Zugarramurdi</a>, potreste attirare l’attenzione di un branco di streghe cannibali mestruate, per altri motivi interessate ai vostri anelli gonfi di odio coniugale. Per fare un sabbah come si deve ci vogliono pochi ingredienti ma che siano quelli giusti. E poi se Peter Jackson è riuscito a fare 3 film usandone uno solo.. In conclusione, parafrasando un noto genio, la storia alla base de <em>Las Brujas de Zugarramurdi </em>è un atomica elettrica.</p><p>Come se non bastasse un così potente motore narrativo, il film apre con la scena d’azione più incredibile che abbia mai visto (e anche voi). Una rapina con inseguimento al cardio[Brian de]palma che va più o meno così: Gesù coinvolge il suo figlioletto, un soldatino, spongebob e l’uomo invisibile in un piano apparentemente perfetto. Qualcosa va storto, spongebob e l’uomo invisibile soccombono con onore, ma sapete meglio di me che non esiste posto di blocco in grado di fermare Gesù Cristo armato di fucile a pompa, in fuga dalle guardie, dalla moglie, dal grigiore di una vita da precario.</p><iframe src="https://media.embed.ly/1/frame?url=http%3A%2F%2Fwww.youtube.com%2Fwatch%3Fv%3D7hQ1CyUjQvg&amp;width=854&amp;secure=true&amp;key=d04bfffea46d4aeda930ec88cc64b87c&amp;height=480" width="854" height="480" frameborder="0" scrolling="no"><a href="https://medium.com/media/dcc5c2b066793017bbed9dd47555ce43/href">https://medium.com/media/dcc5c2b066793017bbed9dd47555ce43/href</a></iframe><p>Il giorno dopo la proiezione del film sfoggio un biglietto per l’incontro con il regista. Lo passo sotto il naso di una trentina di giornalisti in fila e sono dentro, spengo il telefono e sono emozionato. Tenete a mente questo dato: il biglietto prometteva una chiacchierata con il maestro di 80 minuti, ci servirà tra poco. Il costo del biglietto 8 euro, ma è un dato che non ci servirà.</p><p>La discussione inizia appassionata tra aneddoti, ricordi e curiosità. Molte risate quando la traduttrice si vede costretta ad usare la parola <em>patatina</em> (fica <em>ndr.</em>), meno risate per domande tipo</p><blockquote>Nei suoi film il rapporto tra i personaggi è sempre complicato, come mai?</blockquote><p>Attimo di silenzio imbarazzato seguito da una risposta gentile, articolata ma chiaramente riassumibile con un<em> grazie al cazzo, genio</em>.</p><p>Siedo in silenzio cercando il coraggio di porre la mia domanda al regista. Sono giorni che ci penso. Ma non è ancora il momento delle domande del pubblico. I due giornalisti moderatori ci tengono a tessere ragnatele di fili infinite che abbracciano l’intera filmografia di Alex De la Iglesia.</p><p>Mando veloce alcune parti noiosette</p><p>Bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla Sapete perché si dice che le streghe volino sulla scopa? Pare che durante i loro rituali si sballassero con un composto naturale, ricavato anche dal sangue di una specie di rana, dagli effetti molto simili a quelli dell’acido lisergico. Il magico liquido veniva assunto per via cutanea, strofinandolo sul corpo, soprattutto nelle zone più sensibili (inguine ed ascelle). A voi viene in mente uno strumento più comodo di un manico di scopa per cospargersi l’inguine di proto-lsd? Infatti. Eccovi spiegato il volare (fuori di testa) su una scopa. bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla</p><figure><img alt="" src="https://cdn-images-1.medium.com/max/1024/1*OXuOhtudUq79m62Z7o0RZg.png" /><figcaption>Così, capito?</figcaption></figure><p>Finalmente il momento delle domande del pubblico. Sono carico. Ce l’ho. Sono giorni, forse anni che aspetto. L’ho limata fino al punto che anche dovesse essere una domanda idiota non posso non farla, mi sembra perfetta. Alcuni si prenotano prima di me. E va bene mi dico, adesso alzo la mano. Voglio chiedere cosa si prova a presentarsi di fronte ad un finanziatore, un produttore, con una sceneggiatura così senza essere cacciato a calci nel culo. Come si fa a farsi finanziare un film su streghe femministe cannibali che apre con una scena in cui Gesù Cristo rapina un negozio di pegni?</p><p>Un ragazzo fa una domanda spoilerando il finale di <em>La chispa de la vida</em>, pellicola che il 90% della sala non ha visto, compreso me. Praticamente chiede a De la Iglesia lo spiegone sul finale del film. Un po’ come quando la Dandini ha chiesto a Tarantino di spiegare al pubblico di RaiTre il finale di Pulp Fiction. Insomma uno dei momenti più vergognosi del giornalismo intellettuale italiano. Ma sono ancora in ballo e voglio ballare.</p><p>Gli dirò che ho immaginato un dialogo tra un regista italiano che presenta un progetto del genere ad un produttore italiano e non va a finire proprio bene. Quale è il segreto per conquistare una libertà espressiva come la sua? Come ha fatto? Ce lo dica! Salvi il cinema italiano. Mi butterò in ginocchio, lo supplicherò perché non ce la facciamo più, lo metterò di fronte al fatto che probabilmente <em>La Brujas de Zugarramurdi</em> neanche uscirà nelle sale italiane. Cos’ha la Spagna che a noi manca?</p><p>Ve l’ho detto che era una domanda scema.</p><p>Ma tanto non lo sapremo mai. Uno dei moderatori ci comunica che dobbiamo lasciare la sala. L’incontro è finito. Durata: un’oretta scarsa. Riguardo il mio biglietto ché magari ho letto male. No no, dice 80 minuti. Ho rosicato, non avrò mai modo di porre la mia domanda, di fare la mia scenata. Il cinema italiano è salvo.</p><img src="https://medium.com/_/stat?event=post.clientViewed&referrerSource=full_rss&postId=d98079b287f4" width="1" height="1" alt=""><hr><p><a href="https://medium.com/le-recensioni/las-brujas-de-zugarramurdi-d98079b287f4">Las brujas de Zugarramurdi</a> was originally published in <a href="https://medium.com/le-recensioni">Le recensioni</a> on Medium, where people are continuing the conversation by highlighting and responding to this story.</p>]]></content:encoded>
        </item>
        <item>
            <title><![CDATA[Gravity]]></title>
            <link>https://medium.com/le-recensioni/gravity-7c8d3f811dfd?source=rss-9c90c6548f5f------2</link>
            <guid isPermaLink="false">https://medium.com/p/7c8d3f811dfd</guid>
            <dc:creator><![CDATA[fé!]]></dc:creator>
            <pubDate>Mon, 04 Nov 2013 14:25:09 GMT</pubDate>
            <atom:updated>2014-02-11T11:40:37.720Z</atom:updated>
            <content:encoded><![CDATA[<figure><img alt="" src="https://cdn-images-1.medium.com/max/1024/1*Jex1_BRlIy-GnXUnj00gyA.jpeg" /></figure><h4>Meglio sognare di fare il calciatore da grande</h4><p><em>Questo articolo contiene spoiler, ma fatti col cuore</em></p><blockquote>Oh mio dioooooooh! <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Richard_Branson">Richard Branson</a> ha davvero costruito uno shuttle per i voli turistici nello spazio! Visionario! Genio! L’uomo comune finalmente così lontano dalla terra, quale traguardo, che emozione! Inserirò <a href="http://www.virgingalactic.com/booking/">questa</a> pagina tra i preferiti e non appena i prezzi saranno abbordabili (o io sarò diventato milionario) prenoterò il mio pezzo di trip stellare ed il mio account instagram non sarà più lo stesso.</blockquote><p>Poi ho visto <a href="http://www.imdb.com/title/tt1454468/?ref_=fn_al_tt_1">Gravity</a>.</p><p>Non ci voglio più andare. Nello spazio.</p><figure><img alt="" src="https://cdn-images-1.medium.com/max/249/1*uAtlmQtHt1MidxtjITd2Rw.png" /><figcaption>Grazie Alfonso. Non sarò mai un astronauta.</figcaption></figure><p>In compenso continuerò ad andare al cinema se sulla locandina vedrò scritto il nome di Alfonso Cuarón. Nonostante abbia smolecolato uno dei miei sogni più ancestrali è riuscito a sorprendermi ed emozionarmi come pochi registi hanno potuto, senza ricorrere all’uso di supereroi o Scarlett Johanson.</p><p>Non ci si stupisca però, le aspettative erano alte. Stiamo parlando dell’uomo dietro la sequenza del Nottetempo in Harry Potter: il Prigioniero di Azkaban. Inoltre dovrebbe essere chiaro ormai, no? Gli spagnoli sono meglio. Purtroppo non è questo il luogo per analisi e paragoni sul lavoro internazionale di un Muccino rispetto a quello di un Guillermo del Toro qualunque. Neanche dovremmo sottovalutare una considerazione tra il lavoro della famiglia Muccino e quello della famiglia Cuarón (Gravity è scritto a 4 mani con il figlio). Ma basta parlare di cose tristi.</p><p>Dato che nessuna recensione può raggiungere il valore di un voto espresso in stelline su imdb iniziamo col dichiarare che io ne ho concesse ben 8. Mi ha stupito.</p><p>Due astronauti. Il veterano dello spazio e prossimo alla pensione George Clooney e la novizia dott.ssa Sandra Bullock alle prese con la sua prima missione sono nel bel mezzo di una passeggiata spaziale quando una smitragliata di detriti, che gravitano attorno al pianeta, li prende in pieno mandando in frantumi: <em>a)</em> lo shuttle con il quale erano arrivati, compresi i componenti dell’equipaggio <em>b) </em>la struttura orbitante alla quale stavano lavorando (Hubble Space Telescope) <em>c) </em>la mia umana propensione alla scoperta dell’ignoto, con conseguente abbandono di qualsiasi fanciullesco sogno lukasiano (proprio ora che stava diventando possibile). In un ambiente così estremo la lotta per la vita e la riconquista della gravità terrestre assumono un carattere estremamente epico ed universale. Pure troppo, mi sudano ancora le mani.</p><p>Un film da antologia. Con Sandra Bullock. Cioè dico mica è roba da poco, con Sandra Bullock</p><p>Una storia semplice attorno alla quale si sviluppa una magistrale lezione dal titolo <em>Divertirsi con la macchina da presa.</em> Merito anche del set, certo, Cuarón esplora ogni singola possibilità e prospettiva. Lunghi piani sequenza, soggettive mozzafiato,slanci vertiginosi, senso del vomito, nausea, malditesta. La camera ti sospende, proprio lì, sei nel vuoto, ti aggrappi ai braccioli della tua poltroncina e solo l’idea di avere ossigeno a sufficienza ti fa star bene.</p><p>Ed ora, un argomento scomodo. La <em>verosimiglianza</em>.</p><figure><img alt="" src="https://cdn-images-1.medium.com/max/495/1*gMCHH8DwN_-OwaeebQS9hQ.jpeg" /><figcaption>Si sta ancora chiedendo come facciano delle moto ad eseguire curve a 90 gradi</figcaption></figure><p>Tutti noi abbiamo un amico/a astrofisico nucleare con il quale litigare riguardo al grado di verosimiglianza di un film ambientato nello spazio. Io mi rifaccio ad un sistema di misura molto preciso, che organizza il grado di pedanteria cinematografica che il vostro scienziato della domenica si sentirà obbligato a condividere con voi. Si tratta di una scala che va dalla scientificità maniacale di <em>2001: Odissea nello Spazio </em>alla scientificità maniacale di <em>StarWars</em>. In parole povere</p><blockquote>Nello spazio non c’è suono</blockquote><p><em>vs</em></p><blockquote>Questo è il suono di una formazione di TIE/ln starfighter in avvicinamento, sorpasso e successivo allontanamento dalla macchina da presa</blockquote><p>Gravity si pone in una posizione piuttosto corretta (per il vostro amico). Alcune cose sono al limite del documentaristico (molte immagini sono state fornite direttamente dalla NASA), alcune meno, altre richiedono una laurea (all’estero) per essere considerate. Per approfondire l’argomento suggerisco <a href="http://www.ilpost.it/2013/10/06/gravity-secondo-giovanni-bignami/">questo</a> breve ed acuto articolo del sempre attento Giovanni Bignami. In soldoni ci avvisa che per il pieno godimento del film dovremo avere <em>voglia di crederci. </em>Grazie.<em> </em>Io ne ho a pacchi, un po’ perchè avendo pagato 10 euro il biglietto sono pronto a credere a qualsiasi principio fisico a me sconosciuto, un po’ perchè la <em>sospensione del dubbio</em> è la base del linguaggio e della forza narrativa del cinema. E chi sono io per metterla in dubbio? Ma soprattutto chi cazzo si crede di essere il vostro amico?</p><p>Quello che conta è che in Gravity non avrete tempo di pensarci. Vi tremeranno le mani, avrete voglia di respirare a grandi boccate, vi commuoverete, capirete di essere piccoli, ringrazierete il cielo di sentirvi <em>agganciati</em> al suolo, perdonerete molte cose a Sandra Bullock.</p><p>Da vedere. Meglio in versione stereoscopica. Meglio se la sala è vuota.</p><img src="https://medium.com/_/stat?event=post.clientViewed&referrerSource=full_rss&postId=7c8d3f811dfd" width="1" height="1" alt=""><hr><p><a href="https://medium.com/le-recensioni/gravity-7c8d3f811dfd">Gravity</a> was originally published in <a href="https://medium.com/le-recensioni">Le recensioni</a> on Medium, where people are continuing the conversation by highlighting and responding to this story.</p>]]></content:encoded>
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            <title><![CDATA[F*ck for forest]]></title>
            <link>https://medium.com/le-recensioni/f-ck-for-forest-97ca38b1614a?source=rss-9c90c6548f5f------2</link>
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            <dc:creator><![CDATA[fé!]]></dc:creator>
            <pubDate>Wed, 11 Sep 2013 22:52:34 GMT</pubDate>
            <atom:updated>2014-01-29T10:50:38.507Z</atom:updated>
            <content:encoded><![CDATA[<figure><img alt="" src="https://cdn-images-1.medium.com/max/1024/0*rABA6oDzY_hKToTE.jpeg" /><figcaption>Image source samsonix.deviantart.com</figcaption></figure><h4>La natura è bella, scopare è bello. Cosa ne può venire di male se unisco le due cose?</h4><p>Come era facilmente intuibile da questo <a href="https://medium.com/medium-italia/431f29eb02cb">post</a> ho iniziato a dare soldi a Vimeo on demand. Non potevo che iniziare da qui:</p><iframe src="https://media.embed.ly/1/frame?url=http%3A%2F%2Fwww.youtube.com%2Fwatch%3Fv%3DRgxVYjrWfM8&amp;width=854&amp;secure=true&amp;key=d04bfffea46d4aeda930ec88cc64b87c&amp;height=480" width="854" height="480" frameborder="0" scrolling="no"><a href="https://medium.com/media/c56208621b637f1f2fb97bebb10c53a9/href">https://medium.com/media/c56208621b637f1f2fb97bebb10c53a9/href</a></iframe><p>Cosa ha di incredibile questo documentario? Provate voi a fare qualcosa che non sia INCREDIBILE avendo a disposizione la più stramba e geniale organizzazione di disadattati ambientalisti mai creata. <a href="http://www.fuckforforest.com/">Fuck For Forest</a>, come tutte le cose geniali, è basata sulla semplicità, ovvero l’unione di due concetti innegabilmente veri: <em>la natura è una cosa bellissima</em> e <em>scopare è una cosa bellissima</em>.Bum. Successo.</p><p>Iniziamo facendo la conoscenza di Andy. Bastano pochi minuti per capire che pochi minuti sono fin troppi per capire che siamo di fronte all’evoluzione mutante di un hippie. Quello che pone Andy al di sopra nella scala evoluzionistica della specie hippie sono la sua nazionalità Norvegese ed il fatto che la prima romantica ballata acustica che dedica allo spettatore è cantata secondo i più rigidi principi dell’antica arte del black metal. Total respect. Andy è stato un grande cavallerizzo. La sua casa è piena di trofei. Quando gli è stato chiesto di far parte della squadra norvegese alle olimpiadi di Beijing ha rifiutato per via del trattamento riservato ai cavalli impegnati in manifestazioni di così alto livello. Chapeau Danny, ora però rimettiti le mutande.</p><figure><img alt="" src="https://cdn-images-1.medium.com/max/250/0*SPmHhNIRMRe47H_1.jpeg" /><figcaption>Tommy Hol Ellingsen</figcaption></figure><p>Con un curriculum così non sfuggi certo all’occhio attento di Tommy Hol Ellingsen, fondatore assieme a Leona Johansson, di un collettivo di eroi armati di macchine fotografiche, videocamere e una faccia come il culo. Danny, sei arruolato, vieni a Berlino. Puoi anche togliere le mutande.</p><p>Se siete arrivati a leggere fin qui probabilmente non avete visto il trailer che compare ad inizio pagina, altrimenti sareste già su vimeo a guardare il film, quindi provo a spiegarvi cosa succede. I nostri eroi gestiscono un sito porno che porta il nome dell’organizzazione: Fuck For Forest. Fin qui sono eroi come tanti altri. La particolarità è che questo sito ed i suoi contenuti sono il loro unico mezzo per raccogliere donazioni, tipo Suicide Girls ma senza puzza sotto il naso. Il fine è chiaramente nobile: salvare il pianeta. Guardate che non è facile.</p><p>Ci sono due modi per aiutare l’organizzazione. Pagare per la fruizione dei video e delle foto sul sito o fornire materiale da mettere on line. Giuro. Non voglio anticiparvi nulla ma c’è un momento particolarmente esplicativo che va più o meno così:</p><p><em>Berlino. Esterno giorno. Festival non meglio identificato, milioni di persone vanno e vengono ed i nostri eroi sono alla ricerca di qualcuno disposto a farsi fotografare nudo ed avere un rapporto sessuale dietro un cespuglio. Fidatevi è più difficile per un attivista di green peace farsi firmare una petizione a piazza del popolo. Trovano un’italiana.</em></p><p><em>Tommy: …one day if you want to meet us</em></p><p><em>Italiana: no aiii aiii…ai stèi in olidei uit mai frien stadi berlin ènd ai gooo</em></p><p><em>Tommy: Are you Italian</em></p><p><em>Italiana: eh eh eh</em></p><p><em>Tommy: eh eh Italy has a kind of sexual problems</em></p><p><em>Italiana: aaaah very. de pipol èv problem uit sex…uit ol eh eh eh</em></p><p><em>Tommy: Maybe you want to help Fuck For Forest before you go back to Italy</em></p><p><em>Italiana: oh ies! (pausa) No. (pausa) Forest?</em></p><p><em>Tommy: Fuck For Forest you can halp us by making some naked photos, togheter with us</em></p><p><em>Italiana (facendo di si con la testa): oh! aiii…ai mast. (pausa) NAU?!</em></p><p><em>Leona: Yeah we can go somewhere in private</em></p><p><em>Italiana: Mh, hem bat ui mai foto ior foto?</em></p><p><em>Leona: We have a photocamera as well</em></p><p><em>Italiana: aah aaaaah</em></p><p><em>Ci va.</em></p><p>Ora, mentre aspetto che esca il documentario sulla vita di questa italiana a Berlino e dei suoi amici che la stanno ancora cercando, capisco che sono totalmente preso dalla storia di queste persone. Sono estreme. In tutto ciò che fanno, e nulla di quello che fanno sembra avere un senso. Nell’assurdità delle situazioni in cui si infilano spicca sempre un senso di poesia potentissimo, una deficienza imbarazzante, una volontà quasi non umana, nel combattere una guerra palesemente più grande di loro. Mi è chiaro, sono di fronte all’unica manciata di persone che ha capito di vivere su un pianeta in pericolo e non ha paura di usare armi pericolose per salvarlo. Poi non so magari ci riesce pure Al Gore, o qualche scienziato illuminato ma vuoi mettere? Salvare il pianeta a suon di trombate. Vale la pena provare.</p><p>Il loro percorso è in salita. Dopo una videocall su Skype con un perfetto sconosciuto che gli offre una settantina di acri di foresta amazzonica da salvare per una milionata di dollari…esatto, partono per l’amazzonia. Immaginate una capanna, il fuoco e gli indigeni seduti. Ora visualizzate 3 tedeschi, un indiana di Bombai diseredata dalla famiglia per la sua vita promisqua ed un norvegese che ballano attorno a quel fuoco intonando canti degli antichi indiani d’America.</p><p>F I G A T A.</p><p>Insomma. Per gente così non può che finire male. Giustamente. Al termine di una riunione con gli indigeni, in cui offrono i loro soldi alla popolazione, sentono rispondersi NO GRAZIE VAFFANCULO EUROPEO DI MERDA NON CI FACCIAMO NIENTE COI TUOI SOLDI VOI PARLATE DI AMORE LIBERO QUI SI PROSTITUISCONO I BAMBINI NOI ABBIAMO BISOGNO DI LAVORARE E MENO MALE CHE NON USIAMO SOLO LE ERBE MEDICINALI SENNò SAI LA MALARIA COME CI AVEVA PRESI A CALCI NEL CULO? Gli indigeni passano a qualcosa di più interessante. Un venditore ha appena fatto il suo ingresso e con abile maestria espone ai locali le nuove brillanti caratteristiche di quella che sembra essere la motosega più cazzuta mai costruita.</p><p>Tutti ci rimangono male. Tranne me.</p><p>Il gruppo si separa e ritroviamo Danny nella sua accogliente Bergen. Si avvicina ad un gruppo di immigrati ai quali si unisce un po’ per scaldarsi e un un po’ perché rimane un hippie rompi coglioni. Ascolta i racconti di uno di loro poi chiede se il giorno dopo sarebbero voluti andare con lui a manifestare nudi sotto il palazzo del governo contro la distruzione ambientale. <em>Guarda</em>, gli fa uno di loro, <em>abbiamo già abbastanza problemi per cazzi nostri</em>.</p><p>Nero. Titoli.</p><p>Ultima nota sulla regia di Michal Marczak. Il doc è ben strutturato. Il percorso di questi disadattati sembra quasi avere un senso e ci sono delle buone trovate. La cosa più curiosa è l’uso della camera a mano che in molte situazioni è piuttosto frenetica, tende ad inseguire, come se non avesse un punto privilegiato per mostrare la scena ed è sempre un po’ tremolante, il chiaro segno che a stare in mezzo a degli spostati di tale portata si accusa un senso di angoscia, è normale.</p><img src="https://medium.com/_/stat?event=post.clientViewed&referrerSource=full_rss&postId=97ca38b1614a" width="1" height="1" alt=""><hr><p><a href="https://medium.com/le-recensioni/f-ck-for-forest-97ca38b1614a">F*ck for forest</a> was originally published in <a href="https://medium.com/le-recensioni">Le recensioni</a> on Medium, where people are continuing the conversation by highlighting and responding to this story.</p>]]></content:encoded>
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