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        <title><![CDATA[Stories by ColorJam on Medium]]></title>
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            <title>Stories by ColorJam on Medium</title>
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            <title><![CDATA[Freddie Gibbs è semplicemente il migliore]]></title>
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            <dc:creator><![CDATA[ColorJam]]></dc:creator>
            <pubDate>Wed, 06 Aug 2025 17:45:03 GMT</pubDate>
            <atom:updated>2025-11-26T13:41:12.296Z</atom:updated>
            <content:encoded><![CDATA[<h4>Il “Big Boss Rabbit” lo fa sembrare facile, ma una tecnica del genere non si sente tutti i giorni.</h4><p>Durante i miei anni all’università ho avuto modo di approcciarmi a tanti artisti diversi che non avevo mai considerato durante la mia adolescenza, alcuni per paura di non comprenderli davvero, alcuni per una mia sincera ignoranza. Un’intera sezione di rapper che appartengono alla prima categoria sono tutti quelli che chiamerei “figli di MF DOOM”. L’unica canzone dell’MC mascherato che conoscevo ai tempi era<em> Rap Snitch Knishes</em>, forse il suo brano più accessibile, ma non tentai mai di spingermi troppo oltre “MM..FOOD”, che sentii solamente dopo la sua morte, reputandolo un disco non adatto al me diciasettenne.</p><p>Fu solamente sotto consiglio di Pietro, il mio compare di ColorJam, che un paio di anni dopo diedi una chance a “Madvillainy”, il collab album di MF DOOM e Madlib, e tutto cambiò. Sarà che magari ero più maturo, sarà che il contesto in cui mi trovavo era completamente diverso, ma quel disco ebbe un effetto che nessun altro ebbe sulla mia “carriera” di ascoltatore musicale. Questo progetto così oscuro, sporco e strano alle mie orecchie mi aprì una porta significativa nella libreria dell’hiphop, introducendomi ad artisti chiaramente ispirati a DOOM, tra cui Earl Sweatshirt, MIKE, MAVI e molti altri, e a MC stilisticamente diversi, ma con la personalità eccentrica dell’”Illest Villain”, come i membri di Griselda. Non è solo merito di DOOM però. Madlib ha saputo creare un’atmosfera unica e difficilmente replicabile su “Madvillainy”, abituandomi a dei tappeti musicali che saranno la mia “getaway drug” verso un altro artista di cui non posso fare a meno oggi: Freddie Gibbs.</p><p>Il mio amore per Freddie Gibbs è stato lento, ho dovuto concedergli molte chance per capirlo ma ne è valsa la pena. Il primo vero approccio che ho avuto con la sua musica è stato attraverso $oul $old $eparately nel 2022, disco che mi era sì piaciuto, ma che non fece scattare la scintilla. In quel periodo conobbi una persona che divenne uno dei miei più grandi amici degli ultimi anni, Marcello (ospite ricorrente del podcast di ColorJam). Fu proprio lui che mi presentò “Piñata”. A Marcello piace l’hiphop crudo, non sul piano delle sonorità (da quel punto di vista lui non disdegna il buon vecchio chipmunk soul e dei campioni vibranti di qualche gruppo di ottoni), ma per quanto riguarda le parole. Vuole che non si abbiano mezzi termini, che si parli con convinzione di quello che si vive, sotto un velo di flow intricati e double entendre brillanti. “Piñata” è proprio questo: una “semplice” collezione di ciò che Freddie sa fare meglio, cioè rappare. E non sto dicendo che sappia fare solo una cosa. Sto dicendo che a rappare è uno dei migliori e sono fermamente convinto di ciò. Alcune delle strumentali proposte da Madlib sarebbero seriamente un incubo per la maggior parte dei rapper. <em>Scarface</em> per esempio: tra il ritmo veloce, i continui sample vocali sparsi per la canzone e le ripetizioni di sirene e clacson che inquinano la melodia, sono sicuro che un rapper normale non riuscirebbe mai a cavalcare questo cavallo imbizzarrito di beat.</p><p>Il range stilistico di questo progetto è enorme: Freddie passa da raccontare il suo rapporto con la marijuana su <em>High</em>, a raccontare di come la sua vita criminale abbia impattato la sua vita sentimentale su <em>Deeper</em>, a del semplice <em>shit-talking</em> sull’ansiogena <em>Shitsville</em>. Ritornando a parlare delle strumentali di Madlib, si percepisce una sorta di menefreghismo, il non voler strafare e il non voler dimostrare con un esercizio di stile di essere il migliore. I beat sono dei semplici loop, con sample tagliuzzati e ricomposti per creare delle specie di mostri di Frankenstein musicali. A lui non interessa di essere il più bravo su FL Studio, di avere i migliori preset su Ableton. La musica hiphop è semplice. I loop sono hiphop. Una volta si lavorava con poco, non c’erano grandi studi pieni di robe inutili. Basta un tablet e sei a posto. Dare nuova vita ai suoni del passato è quello che dovrebbe fare questo genere e Madlib lo sa. Non lavora in studio con gli artisti ma si limita a inviare loro delle mega cartelle piene di strumentali che ha creato nel tempo libero, come se avesse lavorato all’uncinetto per creare loro il maglione perfetto. Se va bene al destinatario del regalo se lo può tenere. Se no, non importa, verrà passato al prossimo rapper, a cui forse non starà stretto sulle spalle.</p><p>Freddie sguazza su queste atmosfere rozze e imperfette, ma è capace anche di essere un uomo di classe. E chi meglio di The Alchemist riesce a giocare con dei suoni puliti creando dei beat timidi ma pieni di personalità? Nel 2020 esce “Alfredo”, il primo collab album tra i due e le intenzioni sono chiare fin dalla prima traccia: realizzare un disco rap-noir, in cui Freddie sembra voler personificare un boss della malavita. Diciamocelo: Gibbs non si distanzia troppo dai suoi soliti temi, ma a nessuno verrebbe mai in mente di scambiare questo disco per “Piñata”. Sono troppo diversi.</p><blockquote>God made me sell crack so I’d have somethin’ to rap about</blockquote><p>Freddie non può e non vuole nemmeno allontanarsi da ciò che ha sempre vissuto. Ha intenzione di continuare a raccontarsi senza pensarci troppo, anche se ci sono voluti anni per arrivare a potersi permettere di sentirsi così sicurò di sé sopra dei beat del genere. Ci vuole personalità da vendere per risultare energico anche sopra dei sample soul senza una batteria o degli 808 che spaccano le casse. Con “$$$” e dischi come “Freddie” o “You Only Die 1nce”, è capace anche di spingersi in territori più mainstream, ma, per assurdo, non saranno mai apprezzati allo stesso modo dei suoi classici. Nel frattempo, infatti, sono usciti anche “Bandana” con Madlib e “Alfredo 2” con The Alchemist, e ogni volta il pubblico ha gridato al miracolo. Com’è possibile che ogni volta la stessa solfa funzioni? In un panorama discografico in cui ogni album deve essere accompagnato da merchandising fuori di testa, statue promozionali che compaiono in giro per il mondo, tour galattici e strategie social esagerate, Freddie dimostra che la qualità crea il vero successo. Non quello del primo posto in classifica Billboard (solo la prima settimana e poi si scende in basso) o quello che ti fa andare virale su TikTok (anche se nessuno sa di chi è la tua canzone), ma la fama del migliore nel proprio sport, di chi ha saputo reinventarsi senza snaturare le proprie doti. Un paio di giorni fa ho guardato per la prima volta <em>Casinò</em> di Martin Scorsese. Premetto che non sono il più grande cinefilo della storia, e per questo l’idea di guardare l’ennesimo mafia movie del regista italo-americano un po’ mi faceva storcere il naso. Ma dopo aver finito la pellicola ed averla apprezzata mi sono reso conto del punto di tutto: Scorsese non è il migliore per la sua abilità di capovolgere le aspettative per ogni suo film, di trasformarsi completamente, ma ha saputo prendere in mano una formula (con le dovute eccezioni) e svilupparla con tutte le variazioni possibili, avvicinandosi ogni volta sempre di più alla perfezione. Freddie ha fatto lo stesso con il rap, portandolo al suo livello più alto. Non servono grandi universi extramusicali attorno a un progetto, strumentali che fanno le capriole per rimanere interessanti e grandi messaggi. Quando la tecnica è eccezionale, non serve nient’altro.</p><img src="https://medium.com/_/stat?event=post.clientViewed&referrerSource=full_rss&postId=5c910b80a5cd" width="1" height="1" alt="">]]></content:encoded>
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            <title><![CDATA[Avevamo bisogno dell’underground UK]]></title>
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            <dc:creator><![CDATA[ColorJam]]></dc:creator>
            <pubDate>Wed, 04 Jun 2025 09:50:06 GMT</pubDate>
            <atom:updated>2025-06-04T15:39:31.829Z</atom:updated>
            <content:encoded><![CDATA[<h4>Chi lo avrebbe mai detto che Londra sarebbe diventata la capitale della nuova scena?</h4><figure><img alt="" src="https://cdn-images-1.medium.com/max/640/1*qg0aVp48_rHVZ2jILT0nSw@2x.jpeg" /></figure><p>Ogni volta che parlo con qualcuno di rap americano arrivo a menzionare il 2016. Da moltissimi, quel periodo storico è ancora considerato come uno dei più iconici. La nuova scena del tempo è stata rivoluzionaria ed era composta da nomi che tutt’ora sono tra i più rilevanti: Uzi, 21, Yachty, Kodak, e così via. Se non fosse per loro, sicuramente mi sarei avvicinato molto più lentamente a questo genere. Tutti loro sono riusciti a dare molto, non solo a me, ma una generazione di nuovi artisti: l’attuale scena underground. Faccio fatica a non vedere un po’ di quella “spocchia” del 2016 nei nuovi artisti rage, quelli di 0PIUM e, di conseguenza, dei nuovi artisti jerk che sono cominciati a spuntare l’anno scorso. Sono abbastanza sicuro che un Nettspend non possa esistere se non ci fosse stato un Playboi Carti a spianargli la strada.</p><p>Soffro di una certa FOMO per quanto riguarda il mondo della musica e non posso farmi scappare l’ultima uscita del nuovo artista del momento uscito da Soundcloud. Tuttavia, non posso non ammettere che è da molto che non provo lo stesso livello di entusiasmo che provavo una volta. Forse è perché sto invecchiando, oppure la musica è oggettivamente meno interessante rispetto a una volta. In ogni caso, sono sempre costretto a esplorare nuovi ambienti. E’ così che sono arrivato alla UK jerk. Non so nemmeno io come definire quello che sto ascoltando ma, in pratica, sto parlando della nuovissima scuola britannica, lontana dalla drill a cui siamo tutti abituati. Se Pop Smoke ha portato la UK drill in America e ha saputo trasformarla a proprio favore, questi rapper inglesi hanno saputo portare il Jerk americano a Londra e lo hanno completamente trasformato.</p><p>Grazie ad un intervista di Kidstakeover (che non riesce a smettere di farmi scoprire artisti nuovi) ho conosciuto YT, rapper londinese che è salito alla ribalta con il singolo virale “Arc’teryx” nel 2021. Il successo del singolo non è stato un trampolino di lancio per il successo immediato, dato che YT ha deciso di rimanere indipendente e non affidarsi a una label. “Prada or Celine”, uscita nell’ottobre 2024, è stata la canzone con cui l’ho scoperto e che mi ha portato in un universo di cui non ero alla conoscenza. Una musica divertente, accompagnata da un’aesthetic diversa da quella che mi aspettavo da un rapper inglese. I video delle sue canzoni sono per la maggior parte curati da LAUZZA, un misterioso regista di cui anche io in primis voglio sapere di più. I video sono ispirati all’aesthetic degli anni 2000, molto <em>frutigero aero</em>, che riprende le grafiche delle console dello scorso decennio con una certa vivacità nei colori.</p><p>Il 28 marzo è uscito il suo ultimo progetto, intitolato “OI!”, come l’ad-lib che si sente continuamente durante le sue canzoni. Il disco dura poco, ed è questo il bello: è diretto, divertente, abbastanza mono-flow, ma riesce in ogni momento ad intrattenere.</p><blockquote>Oxford n***a, I’m a nerd, I love commas, check my grammar</blockquote><p>Su <em>Panda (Nanana)</em>, dice esplicitamente chi è davvero. Non serve “fare il gangster” per fare rap oggi, basta saper trovare un pubblico che si rispecchia in te. YT è laureato ad Oxford ed è fiero di parlarne. Ha addirittura dedicato l’intro del suo scorso progetto a questo traguardo. Il flow non sarà il suo punto di forza però bisogna ammettere che la laurea in letteratura inglese lo sta portando ad avere una padronanza tale della lingua da scrivere alcuni dei migliori <em>one-liner</em> della scena.</p><blockquote>With a — with a posh girl, think her parents voted Brexit</blockquote><blockquote>Got Toronto girls, some out in Cologne and some in Bath<br>I just touched a broke n***a, now I need to take a bath</blockquote><p>Sì, sono sarcastico: non c’è nulla di super rivoluzionario e di troppo intellettuale, ma l’attitudine è tutto. Anche l’autoironia non manca. Nella versione originale di “1000 (spin again)”, registrata in live da Plaqueboymax, YT dice:</p><blockquote>I just blew through a thousand, like I’m Bonnie Blue<br>Pause, nigga, I ain’t Bonnie Blue</blockquote><p>Anche i feat sono scelti in maniera accurata. Gli unici a comparire sono il trio di <em>Conglomerate</em>, cioè Fimiguerrero, Lancey Foux e Len. Questa nuova scena di artisti UK sembrano una famiglia. Si supportano l’uno con l’altro, si portano in tour a vicenda, i loro stili si complementano.</p><iframe src="https://cdn.embedly.com/widgets/media.html?src=https%3A%2F%2Fopen.spotify.com%2Fembed%2Falbum%2F5STEWFVqkwcmBw6R1g38SN%3Futm_source%3Doembed&amp;display_name=Spotify&amp;url=https%3A%2F%2Fopen.spotify.com%2Falbum%2F5STEWFVqkwcmBw6R1g38SN&amp;image=https%3A%2F%2Fimage-cdn-fa.spotifycdn.com%2Fimage%2Fab67616d00001e02bd7d475b7c2e8eb987e92c5b&amp;type=text%2Fhtml&amp;schema=spotify" width="456" height="352" frameborder="0" scrolling="no"><a href="https://medium.com/media/218fc06f9cef60561ab70d0628493037/href">https://medium.com/media/218fc06f9cef60561ab70d0628493037/href</a></iframe><p>Sempre nell’intervista su Kidstakeover, YT menziona più di una decina di artisti coetanei che non possiamo perdere di vista quest’anno. Tra questi c’è 5EB, nome d’arte di Sebastian Weal, rapper londinese che lo scorso gennaio ha pubblicato ##MOTIONMUZIK. 5EB, però, è operativo sulla scena dal 2021 e, come i suoi colleghi, è riuscito a trovare le proprie sonorità navigando attraverso i trend degli anni 2020. In questo caso, le ispirazioni sono palesi: le produzioni più colorate di BNYX con un pizzico di plugnb. Gli artisti da cui prendere spunto però non sono solamente americani, ma c’è chi guarda alla propria Europa per creare qualcosa di nuovo.</p><iframe src="https://cdn.embedly.com/widgets/media.html?src=https%3A%2F%2Fopen.spotify.com%2Fembed%2Falbum%2F31poFvXB8ciLoUulSDsbgM%3Futm_source%3Doembed&amp;display_name=Spotify&amp;url=https%3A%2F%2Fopen.spotify.com%2Falbum%2F31poFvXB8ciLoUulSDsbgM&amp;image=https%3A%2F%2Fimage-cdn-fa.spotifycdn.com%2Fimage%2Fab67616d00001e02420a246926a26349d55d54a6&amp;type=text%2Fhtml&amp;schema=spotify" width="456" height="352" frameborder="0" scrolling="no"><a href="https://medium.com/media/4cab2159f7ca928d00a5178f0043d7df/href">https://medium.com/media/4cab2159f7ca928d00a5178f0043d7df/href</a></iframe><p>Ascoltando fakemink, artista londinese classe 2005, non si può non notare l’influenza svedese di un Yung Lean che non sentiamo da tempo, quello di “Hurt” e “Ginseng Strip 2002”. Il suo primo e unico progetto ufficiale, <em>London Savior</em>, del 2023, è una perla lo-fi autoprodotta, in cui le strumentali sembrano quasi mangiarsi la sua voce. Negli scorsi 2 anni, fakemink ha continuato ad evolversi, toccando sonorità jerk (“Training”, “Face to Face”), witch house (“Easter Pink”) e arrivando finalmente al suo singolo più “nordico”: “MAKKA” con lo svedese Ecco2K, prodotta da Mechatok.</p><iframe src="https://cdn.embedly.com/widgets/media.html?src=https%3A%2F%2Fopen.spotify.com%2Fembed%2Falbum%2F5O8EHFCvaJ6a111H0YLgTP%3Futm_source%3Doembed&amp;display_name=Spotify&amp;url=https%3A%2F%2Fopen.spotify.com%2Falbum%2F5O8EHFCvaJ6a111H0YLgTP&amp;image=https%3A%2F%2Fimage-cdn-ak.spotifycdn.com%2Fimage%2Fab67616d00001e027cf84348b4f6f8d268619906&amp;type=text%2Fhtml&amp;schema=spotify" width="456" height="352" frameborder="0" scrolling="no"><a href="https://medium.com/media/433b387d2d127e9217fc25128050fe21/href">https://medium.com/media/433b387d2d127e9217fc25128050fe21/href</a></iframe><p>Un ultimo emergente su cui voglio scommettere è Jim Legxacy, che ho potuto scoprire nell’ottobre del 2023 con l’uscita di “ten” di Fred Again… Ai tempi, Jim aveva da poco pubblicato il suo ultimo progetto <em>homeless n*gga pop music</em>, che fondeva una buona dose di uk house, edm, garage (o come la volete chiamare) con l’rnb, rendendo esplicita una volontà: scrivere una buona musica pop. Negli ultimi mesi è tornato e anche lui è riuscito ad abbracciare questa nuova scoperta del jerk. Con “father”, prodotta da lui stesso (come il resto della sua musica) insieme a YT e accompagnata dal video di Lauzza, e “stick”, Jim Legxacy si presenta come uno dei nomi più facilmente accessibili per chi non è ancora familiare con questa nuova scena britannica. La sua musica riesce a suonare allo stesso tempo intima e diretta, rimanendo super orecchiabile.</p><iframe src="https://cdn.embedly.com/widgets/media.html?src=https%3A%2F%2Fopen.spotify.com%2Fembed%2Falbum%2F5j9zothL0paSMkfcdjCdHA%3Futm_source%3Doembed&amp;display_name=Spotify&amp;url=https%3A%2F%2Fopen.spotify.com%2Falbum%2F5j9zothL0paSMkfcdjCdHA&amp;image=https%3A%2F%2Fimage-cdn-ak.spotifycdn.com%2Fimage%2Fab67616d00001e0201afbb74aba05686a109921a&amp;type=text%2Fhtml&amp;schema=spotify" width="456" height="352" frameborder="0" scrolling="no"><a href="https://medium.com/media/bf256fe1fe81f45e36ab98738d2d77ba/href">https://medium.com/media/bf256fe1fe81f45e36ab98738d2d77ba/href</a></iframe><p>Questa nuova scena UK, a mio parere, è uno dei movimenti più interessanti del rap/pop mondiale e sta autonomamente mantenendo in vita la mia passione per questo genere. Era da tempo che cercavo qualcosa di così fresco e sono riuscito a trovarlo relativamente vicino a casa.</p><img src="https://medium.com/_/stat?event=post.clientViewed&referrerSource=full_rss&postId=e3071dcdf6e8" width="1" height="1" alt="">]]></content:encoded>
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            <title><![CDATA[“Fuck The World” di Brent Faiyaz è il “disincanto” fatto musica]]></title>
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            <dc:creator><![CDATA[ColorJam]]></dc:creator>
            <pubDate>Tue, 25 Mar 2025 16:07:28 GMT</pubDate>
            <atom:updated>2025-03-25T16:10:55.204Z</atom:updated>
            <content:encoded><![CDATA[<h4>Un disco che parla di una vita che non mi appartiene, ma che ha saputo parlarmi nell’anno più strano di sempre.</h4><figure><img alt="" src="https://cdn-images-1.medium.com/max/1024/1*t9uCzc-afnWciyEiQ6fh8A.png" /><figcaption>Brent Faiyaz</figcaption></figure><p>11 marzo 2020. Ci ricordiamo tutti la situazione in cui ci trovavamo. Le giornate erano condite di paura e incertezza sul futuro, nessuno sapeva cosa ci sarebbe potuto capitare nei mesi successivi. L’unica certezza era che, almeno per un po’, saremmo dovuti rimanere a casa. Ma senza poter uscire la domanda per noi giovani era una sola: come mi sarei potuto intrattenere? Per uno come me, una delle poche cose che mi poteva portare un minimo di conforto era quello di aggrapparmi a una delle costanti della mia vita da adolescente, cioè la musica. Lil Uzi Vert, Drake, Lil Baby, DaBaby, Gunna, Pop Smoke e molti altri hanno dominato il panorama rap più mainstream, scambiando la possibilità di poter performare dal vivo con la chance di crescere sulla “nuova” TikTok. La potenza di questa musica è stata, forse, la sua capacità di andare dritta, di rimanere uguale a prima: su <em>Eternal Atake</em>, Lil Uzi Vert parla di quanto è alto stando i piedi sui suoi soldi, esattamente come faceva pre-Covid, Gunna su <em>Wunna</em> ha continuato ad essere poco impattante liricamente, senza discorstarsi dai suoi lavori precedenti. Ovviamente ci sono delle eccezioni, come Lil Baby, che nell’estate ha sorpreso tutti con la sua “The Bigger Picture”, commentando le proteste del movimento BLM, oppure DaBaby, che nella copertina di “Blame It On Baby” ha avuto l’accortezza di proteggersi con la mascherina. In ogni caso, la musica che il pubblico sembra aver preferito durante questo periodo è quella che ha voluto ricreare un certo clima di normalità, come se non fosse affetta dalle limitazioni, allo stesso modo della scena pop internazionale post-crollo della borsa di Wall Street nel 2008 (e della conseguente crisi) che ha portato all’esplosione della musica elettronica da party di artisti come i Black Eyed Peas, i LMFAO e altri. I tentativi di voler creare dei “Quarantine Anthem”, come “Stuck With U”, di Ariana Grande e Justin Bieber, invece, sono risultati troppo artificiali, banali e poi, diciamocelo, nessuno voleva sentir parlare della pandemia anche nelle canzoni.</p><p>Detto questo, però, uno dei miei progetti preferiti di quei primi mesi di segregazione è stato un EP di un artista che già da un po’ stavo osservando e che ha saputo incapsulare i miei sentimenti contrastanti nei confronti di quello che stavo vivendo prima ancora che lo vivessi. Sto parlando di Brent Faiyaz e del suo EP <em>Fuck The World</em>, uscito il 7 febbraio 2020, poco prima dell’inizio della fine. Ho conosciuto Brent un po’ come tutti gli amanti dell’R&amp;B alternativo degli anni 2010, cioè tramite “Crew” con Gold Link e Shy Glizzy, in cui canta uno dei miei ritornelli preferiti di quel periodo. “Fuck The World”, ai tempi, era uno dei suoi progetti più aperti, spacconi, in cui aveva avuto la possibilità di mettersi a nudo. Molto distante dai suoi lavori con i Sonder a livello di brutalità, ma sempre incredibilmente talentuoso dal punto di vista della scrittura.</p><iframe src="https://cdn.embedly.com/widgets/media.html?src=https%3A%2F%2Fopen.spotify.com%2Fembed%2Falbum%2F3vi20DRHkqv4HyVg9Rt9wC%3Futm_source%3Doembed&amp;display_name=Spotify&amp;url=https%3A%2F%2Fopen.spotify.com%2Fintl-it%2Falbum%2F3vi20DRHkqv4HyVg9Rt9wC&amp;image=https%3A%2F%2Fimage-cdn-fa.spotifycdn.com%2Fimage%2Fab67616d00001e026a463f436bbf07f3c9e8c62a&amp;type=text%2Fhtml&amp;schema=spotify" width="456" height="352" frameborder="0" scrolling="no"><a href="https://medium.com/media/4b0422b863cafd7604a2c91de3ae9703/href">https://medium.com/media/4b0422b863cafd7604a2c91de3ae9703/href</a></iframe><blockquote>“Fuck the World to me is embracing the good shit. The overindulgence of sex, money, bullshit but also saying fuck the world. Shit is fucked up. The good shit and the bad shit, the yin and the yang. That’s why I like that specific expletive because it can mean both things.”</blockquote><p>Brent ha descritto così questo progetto in un’intervista su <a href="https://www.vice.com/en/article/brent-faiyazs-fuck-the-world-makes-lifes-tough-questions-sound-sexy-new-album-listen/">Vice</a>. Ora potreste chiedermi cosa dovrebbe avere a che fare tutto questo con la quarantena. Il punto è che l’essenza di “Fuck The World” traspare dall’atmosfera che viene creata nell’EP. Il titolo stesso calza a pennello al periodo in cui è uscito, non serve elaborare su ciò. Il disincanto nelle parole di Brent rappresentava esattamente il modo in cui vedevo ciò che mi circondava:</p><blockquote>Took a trip to London just to hear how they talk</blockquote><p>Nella <em>title track</em> del disco, nemmeno un ambiente diverso dal solito interessa a Brent. C’è la voglia di sembrare il lupo solitario, circondato da un alone di mistero, ma senza cadere nel banale. A nessuno verrebbe in mente di renderlo un meme, come è successo a certi artisti che si sono presi troppo sul serio (vedi Jaden e il suo “I’m just an icon living”). Anzi, è da anni che cerco un artista che, almeno ai miei occhi, abbia solo un quarto dello stile di Brent (banalmente, è stato lui la causa del mio acquisto di un paio di Converse All Star, indossate nella copertina dell’EP).</p><iframe src="https://cdn.embedly.com/widgets/media.html?src=https%3A%2F%2Fwww.youtube.com%2Fembed%2F7V0DuANCdec%3Ffeature%3Doembed&amp;display_name=YouTube&amp;url=https%3A%2F%2Fwww.youtube.com%2Fwatch%3Fv%3D7V0DuANCdec&amp;image=https%3A%2F%2Fi.ytimg.com%2Fvi%2F7V0DuANCdec%2Fhqdefault.jpg&amp;type=text%2Fhtml&amp;schema=youtube" width="854" height="480" frameborder="0" scrolling="no"><a href="https://medium.com/media/202ba30411c8c7576f5f0942b7a2f225/href">https://medium.com/media/202ba30411c8c7576f5f0942b7a2f225/href</a></iframe><blockquote>I was fuckin’ superstars when I was nineteen <br>The shit we did, you won’t believe me<br>Now I’m at the turn up, lookin’ lonely<br>Then they wonder why I’m quiet at them house parties</blockquote><p>Su <em>Clouded</em> sembra già stanco dell’ambiente in cui si trova, quello dell’industria musicale e, in più generale, dello star system, un tema sempre più ricorrente nei testi degli artisti di questo periodo. E questo suo essere stanco e annoiato della propria situazione rifletteva esattamente quello che provavo io, anche se non mi trovavo in un club a fumare e a spendere soldi, anzi.</p><p>Nell’outro di “Fuck The World”, <em>Make It Out (Outro)</em>, ha aggiunto la ciliegina su una torta fatta di <em>swagger</em>, dopo che l’ho vista calata nel contesto più stiloso di tutti, cioè “Godspeed”, il film di Davonte Jolly pubblicato sul canale YouTube di Illegal Civ. Il montaggio racchiude 1 ora di trick incredibili sullo skateboard, intervallato da scene di vita quotidiana losangeline. Tutto questo è accompagnato da una soundtrack memorabile. Tra i Jackson 5, Baby Keem, Otis Redding e molti altri compare Brent Faiyaz, ben 2 volte (la seconda volta con <em>Burn One (Interlude)</em>). <em>Make It Out (Outro)</em>, compare alla fine, ai titoli di coda, subito dopo l’ultimo trick di Alex Midler, uno spettacolare flip-360-qualcosadelgenere (perdonatemi la mancanza di tecnicismi in ambito skateboard vi prego) partendo da un tetto di un autolavaggio e scivolando giù per una rampa. Un’impresa epica che viene celebrata da tutta la squadra di skater.</p><iframe src="https://cdn.embedly.com/widgets/media.html?src=https%3A%2F%2Fwww.youtube.com%2Fembed%2FZYAzo5OdqHM%3Ffeature%3Doembed&amp;display_name=YouTube&amp;url=https%3A%2F%2Fwww.youtube.com%2Fwatch%3Fv%3DZYAzo5OdqHM&amp;image=https%3A%2F%2Fi.ytimg.com%2Fvi%2FZYAzo5OdqHM%2Fhqdefault.jpg&amp;type=text%2Fhtml&amp;schema=youtube" width="854" height="480" frameborder="0" scrolling="no"><a href="https://medium.com/media/c03ece691c2126575f481521ee95711a/href">https://medium.com/media/c03ece691c2126575f481521ee95711a/href</a></iframe><p>Sarà solo un EP, ma per me ha significato tanto. Mi ha insegnato che puoi sentire la musica anche se non sta parlando direttamente a te. Le cosiddette “vibes” sono qualcosa di reale. Lo stile conta tanto quanto, se non di più della musica stessa, e Brent ne è la dimostrazione. Negli anni successivi al 2020 ha saputo confermare tutto ciò. Su “Wasteland” interpreta la parte di un “Ghetto Gatsby” capace di stare sia sullo stesso livello di leggende come Alicia Keys, e di saper abbracciare correnti imprevedibili, come riuscire a conciliare Drake e un beat dei Neptunes (<em>WASTING TIME</em>) e integrare nomi emergenti come Joony e Tre’Amani al proprio stile. Su “Larger Than Life”, Brent continua per la propria strada, una strada inedita, cantando di una vita che lo affascina ma che in fondo non gli appartiene. Una disillusione per ciò che lo circonda, ma anche una specie di disprezzo verso un mondo contraddittorio, a cui si può rispondere solo guardando avanti, con sincerità e con un sacco di stile.</p><p>Un articolo di Tommaso Bagnara (@tommy_bagnara su IG)</p><img src="https://medium.com/_/stat?event=post.clientViewed&referrerSource=full_rss&postId=d8e37427058e" width="1" height="1" alt="">]]></content:encoded>
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            <title><![CDATA[2hollis: quando la scena rap underground incontra l’EDM]]></title>
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            <dc:creator><![CDATA[ColorJam]]></dc:creator>
            <pubDate>Thu, 27 Feb 2025 14:32:14 GMT</pubDate>
            <atom:updated>2025-02-27T20:38:20.788Z</atom:updated>
            <content:encoded><![CDATA[<h4>Era da tempo che serviva un artista che incorporasse questi due mondi e 2hollis ci è riuscito</h4><figure><img alt="" src="https://cdn-images-1.medium.com/max/640/1*jkg5gTlmOux9rYeDXw6EXw@2x.jpeg" /></figure><p>Vi ricordate di quando bastava trovarsi con i propri amici e passare ore ed ore davanti ad una Wii per divertirsi? Sono convinto che la maggior parte dei miei coetanei della gen z possano condividere questa esperienza, ricordando dei bellissimi momenti di fronte ad alcuni dei videogiochi che hanno più influenzato un’intera generazione di gamer. <em>Mario Kart</em>, <em>Wii Party</em>, <em>Zelda</em>, c’era qualcosa per ognuno, anche per i bambini più movimentati (eccomi qua), che non disdegnavano un po’ di sano movimento per spezzare le 12 ore di fila su <em>Donkey Kong Country</em>. Ed è qua che entra in gioco <em>Just Dance</em>. In particolare sono legato al quarto capitolo uscito nel 2012. Ho amato la tracklist di questo gioco, tra cui spiccava ai miei occhi una canzone in particolare: <strong><em>Rock N’ Roll (Will Take You To The Mountain)</em></strong> di <strong>Skrillex</strong>, contenuta nel suo EP del 2010 <em>Scary Monsters and Nice Sprites.</em></p><iframe src="https://cdn.embedly.com/widgets/media.html?src=https%3A%2F%2Fwww.youtube.com%2Fembed%2FIDn3Kimu4DU%3Ffeature%3Doembed&amp;display_name=YouTube&amp;url=https%3A%2F%2Fwww.youtube.com%2Fwatch%3Fv%3DIDn3Kimu4DU&amp;image=https%3A%2F%2Fi.ytimg.com%2Fvi%2FIDn3Kimu4DU%2Fhqdefault.jpg&amp;type=text%2Fhtml&amp;schema=youtube" width="854" height="480" frameborder="0" scrolling="no"><a href="https://medium.com/media/a5995214703d674fcfe49c5299c5cf51/href">https://medium.com/media/a5995214703d674fcfe49c5299c5cf51/href</a></iframe><p>Ero affascinato da questi suoni aggressivi, quasi fastidiosi, ma che, insieme, riuscivano a creare dipendenza. Ed è in quest’epoca ormai dimenticata dell’EDM che una parte della nuova scena hyperpop ha messo le proprie radici. Skrillex oggi è più orientato verso la uk house e, in generale, il panorama della musica elettronica mainstream predilige suoni più gentili all’orecchio. Chi sono, quindi, i veri eredi di questo sound? Forse l’artista la cui madre è stata manager dello stesso Skrillex? Sto parlando di <strong>2hollis</strong>, l’artista classe 2004 nato a Chicago, che ha accompagnato <strong>Ken Carson</strong> nel “The Chaos Tour” e che si esibirà da solo a Milano il 24 marzo ai Magazzini Generali.</p><figure><img alt="" src="https://cdn-images-1.medium.com/max/375/1*xFvW4mPVOHMSoEvubeczuQ.jpeg" /><figcaption>2hollis</figcaption></figure><p>Inizio dicendo che la mia prima impressione di 2hollis non è stata delle migliori. Mi era stato presentato come la brutta copia americana della nord europea <em>drain gang</em>. In realtà c’è poco in comune. Se lo svedese Bladee, per esempio, sembra dare il meglio di sé essendo brutalmente sé stesso, 2hollis l’ho sempre visto come una popstar rinchiusa dentro il corpo di un raver dei primi anni 2010. Dico questo perché non gli manca l’orecchio per le melodie orecchiabili tipiche di un Justin Bieber, come su <strong><em>afraid</em></strong>, la sua ultima uscita per Interscope Records, in cui è in compagnia di <strong>nate sib</strong>, artista molto simile allo stesso hollis ma con un’ulteriore marcia in più dal punto di vista vocale.</p><iframe src="https://cdn.embedly.com/widgets/media.html?src=https%3A%2F%2Fwww.youtube.com%2Fembed%2FDnmgy81Dh8A%3Ffeature%3Doembed&amp;display_name=YouTube&amp;url=https%3A%2F%2Fwww.youtube.com%2Fwatch%3Fv%3DDnmgy81Dh8A&amp;image=https%3A%2F%2Fi.ytimg.com%2Fvi%2FDnmgy81Dh8A%2Fhqdefault.jpg&amp;type=text%2Fhtml&amp;schema=youtube" width="854" height="480" frameborder="0" scrolling="no"><a href="https://medium.com/media/c29f4d4c56612fd39a4352c357926d3d/href">https://medium.com/media/c29f4d4c56612fd39a4352c357926d3d/href</a></iframe><p>A prova di ciò, possiamo prestare attenzione alla struttura di alcuni dei suoi pezzi più famosi, tra cui <strong><em>crush</em></strong>, <strong><em>jeans </em></strong>e <strong><em>you once said my name for the first time</em></strong>. Iniziano tutti con uno stile ben definito: <em>crush </em>con una cassa dritta e un basso molto minimale, <em>jeans </em>come se fosse uscita dall’ultimo progetto di Ken Carson e, <em>you once said my name for the first time</em>, con degli accordi che sembrano accoglierti in paradiso. Questo viene ribaltato nella seconda metà del pezzo. Le tre idee iniziali dei brani vengono corrotte e attaccate da ciò a cui 2hollis realmente aspira: stravolgere le nostre aspettative. Quello che è pop può diventare EDM, quello che è EDM può diventare pop. O rap, o qualsiasi genere a dirla tutta. Mi sono dimenticato di aggiungere che 2hollis produce tutta la sua musica, ed è forse per questo che ha davvero il controllo del proprio suono. Può decidere la direzione che vuole prendere in qualsiasi momento e nessuno può dirgli niente.</p><p>Anche dal punto di vista lirico, si allontana dalla maggior parte dei suoi colleghi. Non parla mai dei tipici argomenti che ti aspetteresti ascoltando questo genere musicale, prediligendo il buon vecchio tema dell’amore e abbracciando una certa dose di fragilità, nascosta tra i synth distorti, le urla grattate e i suoni dei fuochi d’artificio di Minecraft (che sembrano essere diventati la sua tag da produttore).</p><iframe src="https://cdn.embedly.com/widgets/media.html?src=https%3A%2F%2Fwww.youtube.com%2Fembed%2FCWQNWbRiC6I%3Ffeature%3Doembed&amp;display_name=YouTube&amp;url=https%3A%2F%2Fwww.youtube.com%2Fwatch%3Fv%3DCWQNWbRiC6I&amp;image=https%3A%2F%2Fi.ytimg.com%2Fvi%2FCWQNWbRiC6I%2Fhqdefault.jpg&amp;type=text%2Fhtml&amp;schema=youtube" width="854" height="480" frameborder="0" scrolling="no"><a href="https://medium.com/media/b469189f9fabccc16918574659c9488b/href">https://medium.com/media/b469189f9fabccc16918574659c9488b/href</a></iframe><p>Nella scena rap underground è da un po’ in corso la battaglia su chi sia il vero re di una scena che sembra voler rimanere per pochi. <strong>star boy</strong>, <strong>gab3 </strong>e molti altri hanno nel mirino la stessa audience di 2hollis ma c’è un elemento che li contraddistingue: la volontà dell’artista di Chicago di non esagerare con la quantità di “mistero” che lo circonda. E’ pronto a produrre per nomi controversi come <strong>ian</strong>, ad andare in un tour europeo, e ad associarsi a nomi “troppo” grossi e rumorosi per l’underground, come <strong>Playboi Carti</strong>.</p><p>2hollis punta al grande pubblico senza paura e il suo essere una figura inedita per il panorama musicale attuale lo porterà lontano.</p><p>Un articolo di Tommaso Bagnara (@tommy_bagnara su IG)</p><img src="https://medium.com/_/stat?event=post.clientViewed&referrerSource=full_rss&postId=475f4109dfd9" width="1" height="1" alt="">]]></content:encoded>
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            <title><![CDATA[Il 2024 DIY — 3 dischi autoprodotti che devi recuperare]]></title>
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            <category><![CDATA[454]]></category>
            <category><![CDATA[laila]]></category>
            <category><![CDATA[rnb]]></category>
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            <category><![CDATA[cash-cobain]]></category>
            <dc:creator><![CDATA[ColorJam]]></dc:creator>
            <pubDate>Mon, 17 Feb 2025 19:23:54 GMT</pubDate>
            <atom:updated>2025-02-19T12:20:58.270Z</atom:updated>
            <content:encoded><![CDATA[<h3>Il 2024 DIY — 3 dischi autoprodotti che devi recuperare</h3><h4>Sempre più artisti decidono di fare tutto da soli e, spesso, i risultati sono sorprendenti.</h4><figure><img alt="" src="https://cdn-images-1.medium.com/max/674/1*sZKxHPIgOR8yYRtxXhqnaQ@2x.jpeg" /></figure><p>Al giorno d’oggi, ci si può arrangiare ad imparare quasi tutto, inclusa la produzione musicale. Non voglio incentivare nessuno a farlo ma basta scaricare una versione “non del tutto legale” di FL Studio e il gioco è fatto. Si condisce il tutto con una serie di tutorial degli youtuber del settore e si è pronti per produrre, almeno, il più basilare dei beat trap. Negli ultimi anni, le piattaforme per farsi conoscere nel panorama sono cambiate, ma hanno tutte favorito un approccio molto <em>DIY. </em>Il pubblico ha imparato ad adorare l’underdog che nella propria cameretta riesce a far concorrenza ai nomi grossi delle major, apprezzando suoni non sempre puliti e strategie di marketing non troppo elaborate. Se nei tempi di Soundcloud si puntava sull’immediatezza delle release e una certa distorsione generale dei suoni, oggi su TikTok è tutto leggermente più studiato: più che sull’energia della propria musica, ci si vuole concentrare sull’acchiappare il pubblico in meno tempo possibile con suoni generalmente più ipnotici e orecchiabili, e questo si sente, non solo nei singoli ma anche in alcuni dei progetti più interessanti dell’anno scorso.</p><p>Eccoli qui:</p><h4><strong>Laila! — <em>Gap Year!</em></strong></h4><p>Devo ammettere che avevo incasellato Laila! nella categoria sbagliata. Pensavo potesse essere una delle poche artiste che hanno avuto la fortuna di aver trovato il ritornello perfetto per i vari remix e mashup di TikTok (credo di aver sentito il ritornello di <em>Not My Problem</em> convertito in ogni genere) ma mi sbagliavo di grosso.</p><figure><img alt="" src="https://cdn-images-1.medium.com/max/1024/1*gVjuD5vdiB3xTxtmUEE-MQ.jpeg" /><figcaption>Laila!</figcaption></figure><p>Quando a soli 18 anni riesci a giocare con un concept sì semplice, ma coeso e non troppo pretenzioso per un progetto, vuol dire che hai le idee abbastanza chiare su dove vuoi arrivare. Con <em>Gap Year!</em>, Laila! rende chiare le sue ispirazioni, mescolando l’RnB classico con le sonorità più goffe e colorate di un Pharrell o di un Tyler The Creator, senza eccedere nella scopiazzatura più banale. La performance canora è di un livello inaspettatamente alto, ma il punto che colpisce di più dell’album è la produzione. Laila! sembra divertirsi prendendo alcuni piccoli rischi poco convenzionali per il suo genere: gli snare di <em>Not My Problem </em>che sembrano riprendere la nuova wave del jerk rap, gli 808 di <em>IDONTNEEDYOUANYMORE </em>che ricordano alcune delle più eccentriche strumentali dei Neptunes, e i synth ipnotici di <em>Want 2</em>. Per tutti i miei coetanei che hanno avuto la sfortuna di vedere interrotti gli ultimi anni di scuola, questo progetto può sicuramente aiutare a rivivere degli attimi di innocenza e nostalgia, tra la ricerca di un partner per un eventuale ballo, i compiti a casa e le prime delusioni in amore.</p><p>Laila! è già stata notata da molti big, su tutti SZA e Tyler (per cui ha suonato al Camp Flog Gnaw lo scorso novembre), ma rimane ancora incredibilmente sottovalutata nella scena dei giovanissimi.</p><iframe src="https://cdn.embedly.com/widgets/media.html?src=https%3A%2F%2Fopen.spotify.com%2Fembed%2Falbum%2F2ObDRU1wRJ2fZ2yD9WXNYy%3Futm_source%3Doembed&amp;display_name=Spotify&amp;url=https%3A%2F%2Fopen.spotify.com%2Fintl-it%2Falbum%2F2ObDRU1wRJ2fZ2yD9WXNYy&amp;image=https%3A%2F%2Fimage-cdn-ak.spotifycdn.com%2Fimage%2Fab67616d00001e02183763e7c530277f720af3fe&amp;type=text%2Fhtml&amp;schema=spotify" width="456" height="352" frameborder="0" scrolling="no"><a href="https://medium.com/media/7962c5229cb49b830e0a406fc58e38a9/href">https://medium.com/media/7962c5229cb49b830e0a406fc58e38a9/href</a></iframe><h4><strong>Cash Cobain — <em>PLAY CASH COBAIN</em></strong></h4><p>Lo stile di Cash è subdolo, non arriva subito al punto ma ha in pugno la scena rap da un annetto ormai. Anche se non lo conosci, è probabile che il tuo rapper preferito sia stato sopra un suo beat o su una delle tante imitazioni.</p><figure><img alt="" src="https://cdn-images-1.medium.com/max/1024/1*YuIP3qJ1PyL973e0D-SEjg.jpeg" /><figcaption>Cash Cobain</figcaption></figure><p>La <em>sexy drill </em>(almeno lui la chiama così) è l’alternativa più morbida e tendente all’RnB della classica <em>drill</em> che tutti conosciamo e sta raggiungendo livelli che non avremmo mai immaginato. Il potere di questo stile è proprio la sua replay value: a differenza, per esempio, della <em>NY drill</em> che richiede un certo livello di abilità per non stancare nel lungo termine, i beat di Cash Cobain si fanno ascoltare e riascoltare, creando dipendenza, anche se le variazioni di ogni canzoni, a dir la verità, sono minime. <em>PLAY CASH COBAIN </em>non vuole stupire, si parla sempre delle stesse cose e nello stesso modo. Ma quindi, cosa c’è di speciale in questo album? Non lo so nemmeno io onestamente, ma negli scorsi mesi è stato l’album su cui schiacciavo <em>play </em>quando avevo bisogno di qualcosa da ascoltare senza impegno. Ci si diverte ascoltandolo: tra i sample vocali di <em>act like</em> (che sembra uscita da un disco di Drake), la chimica con Quavo su <em>slizzyhunchodon</em>, la partenza in ritardo del beat di <em>fisherrr</em>, il club rap di <em>dunk</em> e l’interminabile <em>problem</em>, <em>PLAY CASH COBAIN</em> sembra fatto per essere ascoltato con il cervello spento ma la cassa al massimo.</p><iframe src="https://cdn.embedly.com/widgets/media.html?src=https%3A%2F%2Fopen.spotify.com%2Fembed%2Falbum%2F1nMDe5h9FEfmCSm6nwA66s%3Futm_source%3Doembed&amp;display_name=Spotify&amp;url=https%3A%2F%2Fopen.spotify.com%2Fintl-it%2Falbum%2F1nMDe5h9FEfmCSm6nwA66s&amp;image=https%3A%2F%2Fimage-cdn-fa.spotifycdn.com%2Fimage%2Fab67616d00001e02c4d684ea1803eb66c3ef04e4&amp;type=text%2Fhtml&amp;schema=spotify" width="456" height="352" frameborder="0" scrolling="no"><a href="https://medium.com/media/88c35243abb54301117101fc048024e2/href">https://medium.com/media/88c35243abb54301117101fc048024e2/href</a></iframe><h4><strong>454 — <em>CASTS OF A DREAMER</em></strong></h4><p><em>Quasimoto meets cloud rap</em>. 454 è un personaggio bizzarro e fuori dagli schemi.</p><figure><img alt="" src="https://cdn-images-1.medium.com/max/1024/1*huKJk_-SFEwJtgOgO4xTrQ.jpeg" /><figcaption>454</figcaption></figure><p>Il rapper, originario della Florida, vuole allontanarsi dagli schemi tipici degli artisti della sua zona, non puntando sull’aggressività, ma preferendo la velocità. 454 insegue il beat con la sua vocina pitchata in alto, percorrendo diverse atmosfere, dalle più cupe alle più paradisiache. Su <em>Bittersweet</em> si avvicina all’RnB con il sample di <em>Cheers 2 U </em>dei Playa, mentre su <em>Tem’s Flip </em>dona alla pluri-campionata <em>Higher </em>di Tems un pizzico di frenesia. Non mancano dei momenti più <em>grime</em>, come su <em>Globetrotter </em>ed <em>Extraordinaire</em>, senza rinunciare alla goffaggine della sua voce. Questo album scorre come pochi, sembra abbia fretta di finire esplorando in fretta un sacco di generi a cui 454 dà il proprio tocco personale, creando momenti inaspettati, come le tracce strumentali <em>Amiga, Close2me </em>e <em>DR5</em>, e la strofa in portoghese di TUTU su <em>Pao Doce</em>, ed integrandoli nel proprio sound in maniera coerente. 454 è un artista unico nel suo genere e sono certo che sempre più nomi grossi si accorgeranno di lui e della sua vocina.</p><iframe src="https://cdn.embedly.com/widgets/media.html?src=https%3A%2F%2Fopen.spotify.com%2Fembed%2Falbum%2F3VmlU6Z3dzpeNqP1VVVhrF%3Futm_source%3Doembed&amp;display_name=Spotify&amp;url=https%3A%2F%2Fopen.spotify.com%2Fintl-it%2Falbum%2F3VmlU6Z3dzpeNqP1VVVhrF&amp;image=https%3A%2F%2Fimage-cdn-ak.spotifycdn.com%2Fimage%2Fab67616d00001e020eb4ade4ee4521337930bef7&amp;type=text%2Fhtml&amp;schema=spotify" width="456" height="352" frameborder="0" scrolling="no"><a href="https://medium.com/media/94348fa5caa90ca8e4e26403202049fd/href">https://medium.com/media/94348fa5caa90ca8e4e26403202049fd/href</a></iframe><p>Un articolo di Tommaso Bagnara (@tommy_bagnara su IG)</p><img src="https://medium.com/_/stat?event=post.clientViewed&referrerSource=full_rss&postId=1ed27b2c14c5" width="1" height="1" alt="">]]></content:encoded>
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            <title><![CDATA[Il momento più difficile dei BROCKHAMPTON]]></title>
            <link>https://medium.com/@color.jam03/il-momento-pi%C3%B9-difficile-dei-brockhampton-926c2250e419?source=rss-c9dad7292b45------2</link>
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            <category><![CDATA[boy-bands]]></category>
            <category><![CDATA[brockhampton]]></category>
            <dc:creator><![CDATA[ColorJam]]></dc:creator>
            <pubDate>Wed, 12 Feb 2025 11:02:19 GMT</pubDate>
            <atom:updated>2025-02-12T11:02:19.956Z</atom:updated>
            <content:encoded><![CDATA[<h4>In ogni relazione, prima o poi, i problemi vengono a galla.</h4><figure><img alt="" src="https://cdn-images-1.medium.com/max/1024/1*0MdNWXqaMxUG2dmzItOBKg.jpeg" /><figcaption>I BROCKHAMPTON nel 2018</figcaption></figure><p><em>GINGER</em> dei BROCKHAMPTON non è stato un album facile. Dopo aver avuto il tempo di metabolizzare l’uscita di Ameer Vann dal collettivo (dovuto alle accuse di abusi da parte di due donne), il gruppo si è messo a nudo esprimendo liberamente le proprie debolezze e frustrazioni, mettendo da parte i banger tipici della trilogia di <em>SATURATION</em> in favore di momenti più riflessivi.</p><p><em>Dearly Departed</em> è forse il fulcro delle difficoltà di cui i vari membri della boyband hanno dovuto fare esperienza. Sono tutti accomunati dalla perdita di qualcuno e l’approccio con cui affrontano ciò li contraddistingue.</p><iframe src="https://cdn.embedly.com/widgets/media.html?src=https%3A%2F%2Fwww.youtube.com%2Fembed%2FSfYUUB2uZLA%3Fstart%3D240%26feature%3Doembed&amp;display_name=YouTube&amp;url=https%3A%2F%2Fwww.youtube.com%2Fwatch%3Fv%3DSfYUUB2uZLA&amp;image=https%3A%2F%2Fi.ytimg.com%2Fvi%2FSfYUUB2uZLA%2Fhqdefault.jpg&amp;type=text%2Fhtml&amp;schema=youtube" width="854" height="480" frameborder="0" scrolling="no"><a href="https://medium.com/media/5d8e6cbf1c12d722658d1bc1789ca0be/href">https://medium.com/media/5d8e6cbf1c12d722658d1bc1789ca0be/href</a></iframe><p>Kevin Abstract è il primo al microfono e, come specificato in un’intervista, il primo ad aver registrato la propria strofa. Kevin, o sarebbe meglio dire Ian, il suo vero nome, sente un vuoto che non può riempire:</p><blockquote>What’s the point of havin’ a best friend if you end up losin’ him?</blockquote><figure><img alt="" src="https://cdn-images-1.medium.com/max/1000/1*bC3RlrrNiw8wf0W5p3T8PA.jpeg" /><figcaption>Kevin Abstract</figcaption></figure><p>Allo stesso tempo però non vuole che il mondo veda la sua sofferenza: i social servono solo per mostrare la parte migliore di sé. Anche la musica non può più aiutare: Ian ha bisogno di una pausa per trovare le parole giuste per descrivere come si sente davvero ma non gli viene concesso. L’industria musicale necessita continuamente di nuova musica e Kevin è costretto a “continuare a cantare questi ritornelli” al posto di provare a uscire da questo inferno.</p><p>Dopo l’incredibile ritornello di Joba è il turno di Matt Champion.</p><figure><img alt="" src="https://cdn-images-1.medium.com/max/512/1*RNER6XNF6p7mWXGZyQCi5A.jpeg" /><figcaption>Matt Champion</figcaption></figure><blockquote>“Rest in peace Wako, Ray, Rita</blockquote><blockquote>Wish you could’ve took me to Japan”</blockquote><p>In questo caso, Matt parla dei suoi nonni. Ricorda dei momenti che non potrà più rivivere, mentre il resto della vita scorre. A differenza di un tempo, però, Matt si conosce bene. Conosce le proprie abilità e pensa di conoscere anche i suoi compagni di viaggio. Ma, in fin dei conti, non è vero. E’ stato tradito da un suo fratello e non può crederci.</p><blockquote>“They stretch the truth longer than the Nile”</blockquote><p>Non può capacitarsi di aver sbagliato per tutto questo tempo e di essersi fidato di una persona che ha voluto giocarsi la sua unica possibilità di fare la storia con il proprio gruppo.</p><blockquote>“Only one life is offered to you”</blockquote><p>Ecco che arriva il colpo al cuore. L’ultima strofa è di Dom McLennon, forse il membro della band che si è sentito più ferito dai comportamenti di Ameer che, a quanto pare, avrebbe incastrato un suo amico molto stretto per rapinarlo.</p><figure><img alt="" src="https://cdn-images-1.medium.com/max/266/1*OYxK6EAya2v6u04qrLXNyA.jpeg" /><figcaption>Dom McLennon</figcaption></figure><p><em>DEARLY DEPARTED</em> è il culmine di una montagna di canzoni che sono state scartate durante le sessioni di registrazione di <em>GINGER</em> e la concentrazione di tutta la rabbia per le offese subite. <em>GINGER</em> non è solo l’album in cui i BROCKHAMPTON hanno subito le conseguenze di un’amicizia tossica, ma anche il risultato degli scarti di vari progetti (<em>PUPPY</em> e <em>Team Effort</em>) in cui sarebbe dovuto comparire anche lo stesso Ameer. Anni di lavoro sono stati buttati per favorire i progetti della band che abbracciassero la loro musica “Post-Ameer” ma andava fatto. Vann ha lasciato una cicatrice in una realtà che poteva rappresentare il sogno di ogni gruppo di giovani musicisti americani e non si poteva non lasciare passare tutto l’accaduto, sia per liberarsi dal peso dei traumi che si sono accumulati, sia per far vendicarsi e fare nascere un senso di colpa.</p><blockquote>“Now we ride your repercussions, n***a</blockquote><blockquote>Do we look like fuckin’ stunt men, n***a?</blockquote><blockquote>I ain’t gone, I ain’t function, n***a</blockquote><blockquote>I was overdue for an eruption, n***s</blockquote><blockquote>You ain’t even have the heart to face me</blockquote><blockquote>When your problem changed me</blockquote><blockquote>Go f*cking figure” (Dom su <em>The Longest Summer in America</em>)</blockquote><p>La collera di Dom McLennon culmina con gli ultimi due versi. Sbatte il microfono a terra e sottolinea l’ipocrisia dell’ex compagno di squadra. Ameer non può essere così vicino a Dio se arriva a comportarsi così con i propri fratelli e, anche se lui stesso aveva già anticipato le proprie contraddizioni (“Don’t let God see me, I got a lot of demons and I’ve been sleepin’ with ‘em” su <em>BLEACH</em>), non si sapeva potesse arrivare a tanto.</p><p><em>DEARLY DEPARTED</em> è un capitolo amaro nella storia del gruppo texano e racconta di un evento cruciale nella storia del collettivo e dell’amicizia personale tra i membri di esso. La figura di Ameer sarà un fantasma che continuerà a perseguitare i BROCKHAMPTON fino alla fine dei loro giorni, portando disordine e causando uno dei presupposti per il loro scioglimento definitivo.</p><blockquote>“N***s mad Ameer and me started talking again” (Kevin Abstract su Brockhampton, 2022)</blockquote><p>Un articolo di Tommaso Bagnara (@tommy_bagnara su IG)</p><iframe src="https://cdn.embedly.com/widgets/media.html?src=https%3A%2F%2Fopen.spotify.com%2Fembed%2Falbum%2F1jToVugwBEzcak8gJNZG2f%3Futm_source%3Doembed&amp;display_name=Spotify&amp;url=https%3A%2F%2Fopen.spotify.com%2Fintl-it%2Falbum%2F1jToVugwBEzcak8gJNZG2f&amp;image=https%3A%2F%2Fimage-cdn-ak.spotifycdn.com%2Fimage%2Fab67616d00001e0246f07fa4f28bf824840ddacb&amp;type=text%2Fhtml&amp;schema=spotify" width="456" height="352" frameborder="0" scrolling="no"><a href="https://medium.com/media/f4a30173326327b29168e7322d6ef0b9/href">https://medium.com/media/f4a30173326327b29168e7322d6ef0b9/href</a></iframe><img src="https://medium.com/_/stat?event=post.clientViewed&referrerSource=full_rss&postId=926c2250e419" width="1" height="1" alt="">]]></content:encoded>
        </item>
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            <title><![CDATA[CHROMAKOPIA: Tyler e i suoi fantasmi]]></title>
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            <category><![CDATA[tyler-the-creator]]></category>
            <category><![CDATA[musica]]></category>
            <category><![CDATA[chromakopia]]></category>
            <category><![CDATA[recensione]]></category>
            <category><![CDATA[pharrell-williams]]></category>
            <dc:creator><![CDATA[ColorJam]]></dc:creator>
            <pubDate>Tue, 11 Feb 2025 11:02:14 GMT</pubDate>
            <atom:updated>2025-02-11T11:02:14.923Z</atom:updated>
            <content:encoded><![CDATA[<h4>Tyler si nasconde dietro una maschera di influenze per mostrarsi com’è veramente</h4><figure><img alt="" src="https://cdn-images-1.medium.com/max/316/1*wMouCwjN-LC-BA-mpviinA.jpeg" /><figcaption>Tyler, The Creator — CHROMAKOPIA</figcaption></figure><p>Devo dire che aver aspettato un paio di settimane per la recensione di questo disco è stata la mossa migliore per me. Un rollout così veloce, dritto al punto e senza perdite di tempo non si vedeva da tempo per un artista mainstream hip hop e siamo stati tutti travolti dalla nuova <em>aesthetic</em> di Tyler.</p><p>Non ho mai visto così tanta attenzione mediatica verso un disco di Tyler e proprio per questo sono arrivato a stancarmi di questo disco ancora prima della sua uscita. Sarà il fatto che ho passato troppo tempo su Reddit a leggere le teorie sui papabili <em>featuring</em> di questo album e su Instagram per non perdermi nessuna mossa di Tyler, ma già prima del mio primo ascolto ne avevo abbastanza di <em>Chromakopia</em>.</p><figure><img alt="" src="https://cdn-images-1.medium.com/max/1024/1*Ut9NFny-6yCfT8yvIF4Cfw.jpeg" /><figcaption>Tyler, The Creator nel video di Thought I Was Dead</figcaption></figure><iframe src="https://cdn.embedly.com/widgets/media.html?src=https%3A%2F%2Fwww.youtube.com%2Fembed%2FQer3lwd5hyA%3Fstart%3D61%26feature%3Doembed&amp;display_name=YouTube&amp;url=https%3A%2F%2Fwww.youtube.com%2Fwatch%3Fv%3DQer3lwd5hyA&amp;image=https%3A%2F%2Fi.ytimg.com%2Fvi%2FQer3lwd5hyA%2Fhqdefault.jpg&amp;type=text%2Fhtml&amp;schema=youtube" width="640" height="480" frameborder="0" scrolling="no"><a href="https://medium.com/media/d5a78dc560e0967ff93f749aff6180e0/href">https://medium.com/media/d5a78dc560e0967ff93f749aff6180e0/href</a></iframe><p>Il primo impatto effettivo con il disco mi ha lasciato con un leggero amaro in bocca. Mi aspettavo tutt’altra direzione sia dal punto di vista sonoro, sia da quello contenutistico e sono corso a rifugiarmi da <em>CMIYGL</em>, un disco da cui Tyler non mi sembrava avesse fatto un passo in avanti. Ora, per capirci, le mie aspettative da <em>Chromakopia</em> erano queste: un Tyler più sperimentale rispetto al solito, tendente alle sue influenze N.E.R.D.iane (in particolare al rap-rock di <em>In Search Of</em>) come ci aveva fatto intendere il singolo pre-album <em>Noid</em> (che fin dal primo ascolto mi ha ricordato anche <em>Tantor</em> di Danny Brown). Gli argomenti di questo disco sarebbero stati la controparte negativa di quelli di <em>CMIYGL</em>, cioè il lato oscuro della fama. Ma <em>Chromakopia</em> non è questo e mi ci è voluto del tempo per capirlo ed apprezzarlo appieno. <em>St.Chroma</em> rende esattamente l’idea di quello che possiamo aspettarci da questo disco a livello sonoro: le tipiche produzioni raffinate di Tyler accompagnate da momenti più caotici. E di momenti caotici in cui il rapper sembra più affamato che mai ce ne sono. <em>Rah Tah Tah </em>fa capire a tutti che Tyler è ancora “<em>really him</em>” e non che non è secondo a nessuno quando si parla di rap (o quasi). A proposito di tracce energiche, una menzione d’onore va a <em>Sticky</em>, in cui Tyler, Glorilla, Sexyy Red e Lil Wayne sembrano fare freestyle su questo beat che non può non essere un omaggio al Pharrell di <em>Grindin’</em>.</p><figure><img alt="" src="https://cdn-images-1.medium.com/max/700/1*xOiGT9xnFeL7x5PdDYpRGA.jpeg" /><figcaption>Pharrell e i Clipse</figcaption></figure><p>Il punto forte del disco, però, sono le tracce più intime, che raccontano degli errori di Tyler, delle sue insicurezze. Il tormento del fantasma di un padre assente lo accompagna ancora e, per la prima volta, sente di avere qualcosa in comune con lui quando inizia a immaginare di allontanarsi da un figlio che potrebbe un giorno avere. Tutto sommato, <em>Chromakopia</em> potrebbe essere il disco più variegato di Tyler dal punto di vista contenutistico: si passa da questi racconti più biografici a riflessioni sul successo (come su <em>Balloon</em>) e sulla scelta di voler allontanarsi o no dalle proprie radici (come su <em>I Killed You</em>).</p><p>Altro tema ricorrente dell’immaginario di <em>Chromakopia</em> è anche quello della maschera che siamo costretti ad indossare tutti i giorni, volontariamente o forzati dagli altri, ma che ci definisce e ci rende quello che siamo, nel bene e nel male.</p><p>Ma se c’è qualcosa che mi ha fatto capire <em>Chromakopia</em> è che abbiamo bisogno più che mai di figure come Tyler nella scena musicale attuale. In un mondo in cui la hit perfetta per TikTok è dietro l’angolo, è bello vedere un nerd della musica seguire le proprie fonti di ispirazione senza porsi dei limiti. <em>Chromakopia</em> è un po’ N.E.R.D., un po’ Clipse, un po’ Odd Future, un po’ <em>IGOR</em>, un po’ <em>Flower Boy</em>, un po’ <em>CMIYGL</em>: <em>Chromakopia</em> è Tyler e tutto quello che lo ha reso Tyler.</p><p>Un articolo di Tommaso Bagnara (@tommy_bagnara su IG)</p><p>(Questo articolo è stato pubblicato per la prima volta su Instagram il 13/11/2024. <a href="https://www.instagram.com/p/DCTwZfWMlNt/?utm_source=ig_web_copy_link&amp;igsh=MzRlODBiNWFlZA==">Clicca qui</a> per vederlo!)</p><iframe src="https://cdn.embedly.com/widgets/media.html?src=https%3A%2F%2Fopen.spotify.com%2Fembed%2Falbum%2F0U28P0QVB1QRxpqp5IHOlH%3Futm_source%3Doembed&amp;display_name=Spotify&amp;url=https%3A%2F%2Fopen.spotify.com%2Fintl-it%2Falbum%2F0U28P0QVB1QRxpqp5IHOlH&amp;image=https%3A%2F%2Fimage-cdn-ak.spotifycdn.com%2Fimage%2Fab67616d00001e02124e9249fada4ff3c3a0739c&amp;type=text%2Fhtml&amp;schema=spotify" width="456" height="352" frameborder="0" scrolling="no"><a href="https://medium.com/media/0cd0219f0198fab001186fe4ad135c15/href">https://medium.com/media/0cd0219f0198fab001186fe4ad135c15/href</a></iframe><img src="https://medium.com/_/stat?event=post.clientViewed&referrerSource=full_rss&postId=38ea384b2773" width="1" height="1" alt="">]]></content:encoded>
        </item>
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            <title><![CDATA[L’esibizione di Kendrick Lamar al Super Bowl è stata incredibile]]></title>
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            <category><![CDATA[kendrick-lamar]]></category>
            <category><![CDATA[not-like-us]]></category>
            <category><![CDATA[hip-hop]]></category>
            <category><![CDATA[sza]]></category>
            <category><![CDATA[super-bowl]]></category>
            <dc:creator><![CDATA[ColorJam]]></dc:creator>
            <pubDate>Mon, 10 Feb 2025 14:30:55 GMT</pubDate>
            <atom:updated>2025-02-10T14:47:15.254Z</atom:updated>
            <content:encoded><![CDATA[<h4>Uno show non convenzionale e unico come il rapper di Compton è solito fare</h4><figure><img alt="" src="https://cdn-images-1.medium.com/max/900/1*gcjZaCcwq9u1oIlS_qOFVw@2x.jpeg" /><figcaption>Kendrick Lamar all’Halftime Show del Superbowl 2025</figcaption></figure><p>È dall’8 settembre dello scorso anno che aspettavamo questa esibizione, e veramente non sapevamo cosa aspettarci: di solito negli Halftime Show gli artisti si concentrano sul cantare le proprie hit più grandi che li hanno resi famosi, regalandoci alcune delle esibizioni più eclatanti della storia della musica, ma Kendrick ha voluto fare qualcosa di diverso.</p><p>Il rapper di Compton si è soffermato soprattutto sullo <strong>storytelling</strong>, basandosi sui richiami o sulle lodi di un <em>Uncle Sam</em> (interpretato perfettamente da <strong>Samuel L. Jackson</strong>) che rappresenta tutto ciò che l’industria musicale statunitense desidera da un artista come lui: un rapper, per di più afroamericano. Kendrick Lamar dopo aver cantato <em>squabble up</em> viene rimproverato per il testo e le movenze troppo esuberanti, troppo “ghetto”, inadatte ad un pubblico come quello del Superbowl; d’altra parte, viene premiato dopo tracce come <em>luther</em> o <em>All The Stars</em>, più convenzionalmente accettabili, che a detta dello zio Sam sono ciò che l’America vuole veramente sentire.</p><figure><img alt="" src="https://cdn-images-1.medium.com/max/549/1*HVZjokfXDBRNasucX_Pn4w@2x.jpeg" /><figcaption>Samuel L. Jackson nei panni di “Uncle Sam”</figcaption></figure><p>Dal momento in cui è stato annunciato che <strong>SZA</strong> avrebbe cantato all’Halftime Show come ospite si sono sparse innumerevoli voci su chi altro sarebbe apparso a sorpresa, ma alla fine Kendrick non ha portato nessun altro con sé sul palco se non <strong>Mustard</strong> nel finale, sul drop di <em>tv off</em>, traccia del suo ultimo album <em>GNX, </em>prodotta da quest’ultimo. La mancanza di altre figure celebri dell’Hip Hop statunitense (tra tutti <strong>Tyler, The Creator</strong>, la cui apparizione a sorpresa sembrava praticamente certa secondo alcuni fan) è stata del tutto colmata da un corpo di ballo esperto che ci ha regalato un’esibizione al contempo ordinata e caotica. Anche i colori non sono casuali: gli outfit dei ballerini vengono utilizzati sia per rappresentare la bandiera statunitense sia per simboleggiare la coesistenza di due realtà opposte, <strong>Crips</strong> e <strong>Blood</strong>, che ultimamente sembrano starsi avvicinando tra loro anche a seguito del <a href="https://en.wikipedia.org/wiki/The_Pop_Out:_Ken_%26_Friends"><strong>Pop Out Show</strong></a> dello scorso giugno.</p><figure><img alt="" src="https://cdn-images-1.medium.com/max/512/1*dXUZd-UHWdUbEMo7t_Dy2g@2x.jpeg" /><figcaption>Kendrick Lamar e SZA durante “luther”</figcaption></figure><p>Anche solo a distanza di poche ore questo show sta facendo parlare di sé, e i responsi negativi non sono pochi: la principale critica è che questo Halftime Show non sia abbastanza appariscente e troppo noioso, nulla di speciale rispetto a quelli degli anni scorsi. Personalmente a noi, enormi fan di Kendrick Lamar, non può non essere piaciuto: l’artista ci ha regalato 13 minuti che non ci dimenticheremo così facilmente, all’interno dei quali non solo si è esibito alla perfezione, ma ha anche lanciato un messaggio “socio-politico” (come è solito fare) che non tutti però sembrano aver compreso. Siamo certi che le forme d’arte che rimangono più impresse nella nostra mente non sono quelle che stupiscono fin da subito, bensì quelle che ci inducono a riflettere e Kendrick Lamar, durante uno degli show più visti dall’interno pianeta e persino davanti al Presidente degli Stati Uniti, non ha voluto smentirsi o piegarsi ai dettami dello Zio Sam, mantenendo la coerenza artistica che da sempre lo contraddistingue.</p><blockquote>“40 acres and a mule, this is bigger than the music”</blockquote><p>Un articolo di <strong>Pietro Varisco</strong> (@pietro_varisco su Instagram)</p><p>Se vi abbiamo incuriosito potete recuperarvi delle <strong>clip dell’esibizione</strong> dal <a href="https://www.instagram.com/p/DF4mU6QMUiO/?utm_source=ig_web_copy_link&amp;igsh=MzRlODBiNWFlZA==">nostro post su <strong>Instagram</strong></a>:</p><figure><img alt="" src="https://cdn-images-1.medium.com/max/480/1*ChrhhXO28VVe234Kca46Rg@2x.jpeg" /><figcaption>Cover del nostro post @colorjam_ su Instagram</figcaption></figure><img src="https://medium.com/_/stat?event=post.clientViewed&referrerSource=full_rss&postId=bdecd3ea5e9d" width="1" height="1" alt="">]]></content:encoded>
        </item>
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            <title><![CDATA[Quando il mondo era contro Lil Uzi Vert]]></title>
            <link>https://medium.com/@color.jam03/quando-il-mondo-era-contro-lil-uzi-vert-1c0187c60bfd?source=rss-c9dad7292b45------2</link>
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            <category><![CDATA[rap]]></category>
            <category><![CDATA[trap]]></category>
            <category><![CDATA[playboi-carti]]></category>
            <category><![CDATA[lil-uzi-vert]]></category>
            <category><![CDATA[musica]]></category>
            <dc:creator><![CDATA[ColorJam]]></dc:creator>
            <pubDate>Sun, 09 Feb 2025 11:30:02 GMT</pubDate>
            <atom:updated>2025-02-09T16:02:50.113Z</atom:updated>
            <content:encoded><![CDATA[<h4>Il 2016 è stato un anno incredibile. Un’ondata di freschezza stava per cambiare definitivamente il rap, ma molti non lo avevano capito.</h4><figure><img alt="" src="https://cdn-images-1.medium.com/max/850/1*eTU8QjxHgQ0JAXf8nclGnA.jpeg" /></figure><p>Nel <strong>2016 </strong>un’esplosione di colori ha stravolto una scena musicale che ha sempre voluto mostrare il proprio lato più duro e che non vuole avere nulla a che fare con il fare giocoso degli adolescenti. Bisognava sembrare più grandi, adulti con già esperienza nella vita e pronti a far capire anche agli altri chi comanda. Il <strong>party rap</strong> è sempre esistito ma non si è mai spinto oltre la parentesi della festa e chi voleva ascoltare la “roba vera” sicuramente avrebbe storto il naso se avesse dovuto sentire l’ennesimo singolo di T-Pain in radio.</p><p>Dal 2016 tutto cambiò: tra autotune, capelli colorati e un enorme desiderio di prendersi tutto, l’allora nuova generazione di artisti ci regalò dei momenti che hanno dato forma a ciò che è tuttora il panorama rap statunitense e, addirittura, mondiale. Un progetto che può essere definito un caposaldo di questo periodo storico è sicuramente <strong><em>Lil Uzi Vert vs. The World</em></strong> di <strong>Lil Uzi Vert</strong>, rapper di <strong>Philadelphia </strong>che nel 2014 cominciò a farsi un nome attirando l’attenzione prima di <strong>Don Cannon</strong> e <strong>DJ Drama</strong>, che lo fecero firmare con la loro etichetta <strong>Generation Now</strong>, e poi dell’<strong>A$AP Mob</strong>.</p><figure><img alt="" src="https://cdn-images-1.medium.com/max/390/1*Oudy4Gq8baAcVxbpJqW_bw@2x.jpeg" /></figure><p>Dopo una serie di mixtape, tra cui <strong><em>Purple Thoughtz Vol. 1</em></strong><em> </em>e <strong><em>The Real Uzi</em></strong><em>, </em>che lo misero sotto i riflettori anche del grande pubblico, Uzi doveva trovare il modo per diventare la<em> next big thing</em> del rap game. E quale potrebbe essere un modo migliore di diventarlo se non facendo uscire un mixtape breve, senza featuring e con beat firmati dai producer del momento? Uzi forse non sapeva di star facendo la mossa giusta ma a distanza di anni possiamo con certezza dire che <em>LUV vs. The World</em> è il blueprint per i progetti di debutto di artisti che hanno tutto da dimostrare.</p><p><strong>33 minuti</strong> di puro Lil Uzi Vert, con i suoi flow ripetitivi e sporche piene di energia (la quantità di “yeah” in questo disco mi stupisce ogni volta), sono perfetti per far capire all’ascoltatore medio che è tempo di divertirsi, non prendersi troppo sul serio e parlare del nulla. Questo è proprio il punto di questo album: è così facile godersi il sound che riesce a creare perché non viene messo nulla sul tavolo dal punto di vista lirico e le rare volte che accade, si ritorna in un attimo a parlare di quanto sia assurdo che Uzi abbiamo pagato $150 per un panino.</p><p>Anche le citazioni a <strong><em>Scott Pilgrim</em> </strong>nella copertina e nel titolo servono solo a creare un contesto cartoonesco per l’album dato che in tutto il progetto il focus non è assolutamente sulle relazioni, quanto sui soliti temi che rendono il rap un genere facilmente stereotipato.</p><p>A questo punto una domanda sorge spontanea: se l’impegno del rapper nella scrittura è pari a 0 e i flow sono ripetitivi, perché non si dà credito solamente al lavoro dei produttori?</p><p>Sarà il fatto che i brani evolvono in maniera molto veloce, sarà il fatto che Uzi in qualche modo riesce a risultare estremamente carismatico durante tutta la durata del disco ma ciò che questo mixtape riesce a creare è notevole. Potrebbe essere la nostalgia a parlare, ma i ritornelli e anche il vibe generale del progetto continua ad essere fresco e questo non è scontato, soprattutto in un ambiente musicale in cui il materiale diventa sempre più usa e getta.</p><p>Questo disco è diventato, infatti, simbolo di un’era, un’era fatta di iconiche produzioni di <strong>Metro Boomin</strong> e <strong>Maaly Raw</strong>, divertimento puro e meme che risorgono anni dopo, come il synth “alieno” di “<strong>Money Longer</strong>” e il beat “italianeggiante” di “<strong>Ps &amp; Qs</strong>”. Il bounce di “<strong>You Was Right</strong>” saprà sempre dei miei innocenti primi anni da ascoltatore di musica e il synth arpeggiato di “<strong>Canadian Goose</strong>” riuscirà sempre a caricarmi nella maniera giusta. Non sarò mai in grado di giudicare in maniera imparziale uno dei progetti che mi ha introdotto in questo mondo che è diventato la mia più grande passione ma sono molto convinto nel dire che questa industria ha bisogno di più artisti come Lil Uzi Vert: ci vogliono giovani con voglia di divertirsi, di divertire e pronti a abbracciare le proprie stranezze senza farsi piegare dalla tradizione.</p><p>Un articolo di Tommaso Bagnara</p><iframe src="https://cdn.embedly.com/widgets/media.html?src=https%3A%2F%2Fopen.spotify.com%2Fembed%2Falbum%2F7mgdTKTCdfnLoa1HXHvLYM%3Futm_source%3Doembed&amp;display_name=Spotify&amp;url=https%3A%2F%2Fopen.spotify.com%2Fintl-it%2Falbum%2F7mgdTKTCdfnLoa1HXHvLYM&amp;image=https%3A%2F%2Fimage-cdn-ak.spotifycdn.com%2Fimage%2Fab67616d00001e02086b8e1278f816512a571057&amp;type=text%2Fhtml&amp;schema=spotify" width="456" height="352" frameborder="0" scrolling="no"><a href="https://medium.com/media/94ab04c14ac2f53b403705e811dd9202/href">https://medium.com/media/94ab04c14ac2f53b403705e811dd9202/href</a></iframe><img src="https://medium.com/_/stat?event=post.clientViewed&referrerSource=full_rss&postId=1c0187c60bfd" width="1" height="1" alt="">]]></content:encoded>
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