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        <title><![CDATA[Stories by MPB on Medium]]></title>
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            <title>Stories by MPB on Medium</title>
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            <title><![CDATA[IL GIUSTIZIERE DI VIENNA]]></title>
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            <dc:creator><![CDATA[MPB]]></dc:creator>
            <pubDate>Fri, 01 Apr 2022 14:30:56 GMT</pubDate>
            <atom:updated>2023-05-30T16:28:12.358Z</atom:updated>
            <content:encoded><![CDATA[<p><em>Andare in gita con la scuola è una figata dalla prima elementare fino alla quinta superiore. Rispetto alle vacanze coi genitori hai con te quell’accozzaglia di disagiati che in ossequio al politicamente corretto viene chiamata classe. Rispetto alle vacanze da adulto hai invece la quasi totale deresponsabilizzazione su tutta la parte noiosa come dove dormire, dove mangiare, cosa fare e la tua area di competenza si limita esclusivamente a fare delle stronzate fortissimo, fin quando fa male, fin quando ce n’è.</em></p><figure><img alt="" src="https://cdn-images-1.medium.com/max/1024/1*Tf-dUCtRE9aj8IasKiYZ3g.png" /></figure><p>Allora immaginatevi una classe delle superiori talmente ingestibile e dal rendimento talmente imbarazzante che non viene mai portata in gita per tutti i cinque anni. Immaginatevi che molla carica possa aver in canna una classe che quindi arriva in quinta con all’attivo gite da più di un giorno: zero. E che in quinta ci arriva con solo 5 su 27 che c’erano anche in prima e che nel tragitto ha raccolto reietti e rinnegati da altre classi e altri ritirati e poi iscritti che avevano già fatto il militare e il carrozzaio e avevano frattanto ammucchiato quasi trent’anni. E un fantasma di nome Atti Davide, per un anno intero chiamato all’appello ogni giorno che dio mandava in terra e mai e dico mai visto, una specie di Godot mitologico. Atti Davide, l’alunno del mistero. Circolavano leggende a un certo punto. Chi diceva fosse morto strozzandosi con la terrificante pizzetta big-buble del merendaio — che o ci bevevi sopra del Mister Muscolo oppure potevi stare anche mezze giornate intere a biascicarla e giù ci finiva solo la mastella di olio da freni di cui era intrisa — e poi occultato dai bidelli Peruzzi &amp; Rampulla — verso la terza divenuti Rampuzzi &amp; Perulla — ché eran due che non facevi neanche fatica a immaginarli a occultare un cadavere e uno dei due (Perulla) a compiere anche indicibili atti di libidine anzi Atti di libidine. In ogni caso era il capro espiatorio di tutto, il volontario per l’interrogazione che si voleva offrire ma oggi non c’è quindi oggi si spiega, l’amico di tutti, il protagonista di mirabolanti avventure che lo vedevano compiere atti eroici anzi Atti eroici. Alla fine, a distanza di tanti anni ho concluso che Atti Davide, semplicemente, era dentro di noi.</p><p>Morale, in quinta i professori impietositi decidono di aggregare la nostra piccola fabbrica del degrado alla quarta e alla quinta C che andavano a Vienna, città di cui sappiamo solo essere dopo Rovigo. Quindi pensiamo che ci farà da guida e da interprete la nostra personalissima ambasciata rovigotta in Italia che ogni mattina guadava il Grande Fiume con barconi di fortuna, zattere o addirittura a nuoto, con le navi delle Ong a Pontelagoscuro a tirare su i naufraghi e che era composta da Manzalini da Ficarolo, Pellegrinelli da Fiesso Umbertiano, Berveglieri da Gaiba, Furini da Canaro e Finatti anche lui da Canaro. A parte quest’ultimo però gli altri disertano la gita perché hanno probabilmente da scuoiare animali da pelliccia, scolpire suppellettili e monili, lavorare la selce per le lance, non so.</p><p>Riusciamo con l’inganno a raggiungere il numero minimo iscrivendo il sosia di Andrea Giani il pallavolista e dividendo la quota in realtà per uno in meno per poi presentarsi col certificato medico di Andrea Giani la mattina della partenza. Sennò saremmo stati a casa, pensa te.</p><p>Allora io dico che una corriera di disadattati di questa portata non l’ha mai vista neanche l’autista del pullmino di un manicomio criminale, che poi quelli di quarta e quinta C erano anche quasi tutti normali, ma noi, messi lì in fondo al pullman anche zitti, semplicemente a esistere, eravamo la Guernica della civiltà occidentale. Brutti, stupidi, vestiti male, maleodoranti, impresentabili, con l’asticella del pudore che non la saltava Sergej Bubka, in una parola: incantevoli.</p><p>La futura classe dirigente del Paese parte verso Vienna a fine febbraio del 2000 e per il viaggio costringiamo tutti a guardare Monella di Tinto Brass, ma sulla scena del fornaio Bucci professor Antonio si alza paonazzo e ferma il videoregistratore, poi ci attaccherà alla porta della stanza un cartello fatto con le sue manine con scritto Do not masturb. Bucci Antonio detto Buccia Ntonio era un personaggio di South Park prima di South Park. In un autogrill in Austria limono con un’austriaca in gita anche lei, che poi mentre noi stiam ripartendo, sale sulla nostra corriera per darmi il biglietto da visita col suo numero e poi mi bambana qualcosa in tedesco e poi l’avevo chiamata subito da una cabina solo per dirle cose in italiano che non capiva ma le capivano poi i miei compagni che eran lì con me mentre gliele dicevo. Che poi dico io austriaca, ma magari era solo di Bolzano. Finatti diceva che a Canaro non l’aveva mai vista quindi escluderei.</p><p>È la nostra prima e ultima gita, l’unica, e capiamo subito che l’istituto tecnico statale per geometri Giovan Battista Aleotti presieduto da The Voice, il preside che ansimava ai cavalli, non aveva badato a spese. Un ostello che è un gradino sotto un lazzaretto manzoniano e un gradino sopra Auschwitz, è collocabile lì in mezzo. Locandiere e scenografia usciti da un episodio del Commissario Koster, atrii immensi e ovali con le porte delle stanze tutte intorno, ogni stanza con la moquette fino al soffitto in cemento neanche intonacato, letti a castello, finestra che dà su un muro, armadietti stile Guantanamo, reti ortopediche mono doga che era una tavola di compensato, materassi di gomma piuma alti tre dita, lenzuola plurimedagliate a occhio da coevi della principessa Sissy. Menomale che eravamo degli animali, da adulti si diventa troppo rompicazzo, dopo i trenta non ci stai in un posto così, dopo i quaranta chiami i carabinieri, entro i venti non te ne frega assolutamente niente e non ho mica capito bene cosa capita nel tragitto, il perché.</p><p>Un pomeriggio ci danno libera uscita e la prima cosa che facciamo è andare in un sexy shop a spendere non so quanti Marchi in popper, mentre la prima cosa che fa Finatti Moreno da Canaro, con le sue meches e le sue belle Buffalo ai piedi, è entrare in una bottega di alcolici e riempire lo zaino Invicta di bottiglie a caso. E sembra di sentirlo ancora chiedere al mercante di liquore Tu che lo vendi, cosa ti compri di migliore.</p><p>Tornati in camera, come prevedibile, ci ingozziamo come un’oca in Po e ho delle foto dove abbiamo tutti le orecchie bordò per il popper che io non avevo mai provato, ma quando davamo le annusate nel serbatoio dei Ciao l’effetto era identico.</p><p>Allora io mi affeziono particolarmente a una bottiglia di terrificante vodka alla pera e alla pesca, perché mi era toccata quella, ma sarebbe andata bene qualunque cosa, come Biavati Michele che a un compleanno si è bevuto dalla bottiglia il profumo che avevano regalato al festeggiato. Dopo un po’ sono morbida creta nelle mani della efferata vodka, gli altri dormono e io prendo la bottiglia (sempre quella, reggevo poco), uno sgabello ed esco dalla stanza per far irruzione in una camera a caso. Entro e trovo il pigiama party delle femmine di quarta C, guadagno il centro dello stanzone tutto senza dire una parola, mi metto in piedi sullo sgabello e inizio a sproloquiare attingendo a intervalli regolari dalla bottiglia che nel frattempo finisce. Non ricordo una sola sillaba pronunciata, ho dei flash di ragazze che ridono, altre che mi compatiscono, morale, all’alba mi ritiro barcollando nella mia stanza e sorpresa: nel mio letto sudicio c’è una di quarta C, carica come una mina, ma io avevo già dato tutto e narrano le cronache che mi sono steso di fianco a lei e poi latrando mi sono addormentato. Alla mattina (dopo un’ora) mi sveglio e lei è comprensibilmente già andata via, si alzano i miei compagni che avevano smaltito, a differenza mia. Proprio quel giorno io dico che abbiamo visitato tutti gli edifici di Vienna, compresi garage e bagni pubblici, facendo kilometri a piedi, visitando anche il ristorante che gira sopra la torre, il tutto portato a spasso dai miei compagni tipo week end con il morto e con una nausea mai più provata prima, una specie di via crucis lunga un giorno con un cinghiale nel gargarozzo e un frigorifero sulle spalle.</p><p>Ritorniamo nel mattatoio in cui alloggiavamo, mi metto in pigiama e mi collasso a letto. Voglio dormire fino a cena, quando l’attore de Il commissario Koster, come poi tutte le sere, ci darà qualcosa a caso coi crauti.</p><p>Sono le 18 e nell’atrio su cui danno tutte le stanze c’è un casino da matti tra chi urla, chi rutta, chi si picchia, chi gioca a ping pong (la cui presenza da sola tiene l’edificio quel gradino sopra Auschwitz). Approfittando della bolgia, quella di quarta C si intrufola nella mia stanza mentre sono da solo che tento di prendere sonno e lì diciamo che sono stato un po’ più reattivo. Sai quando hai la sensazione di avere qualcuno alle spalle e poi ti giri e non c’è nessuno? Oppure ce l’hai mentre stai allegramente amando una ragazza, ti giri e c’è effettivamente qualcuno. Più precisamente il professor (che qui chiameremo) Viaanale, un vecchio nano bavoso che poi son venuto a sapere aveva un debole per quella di quarta C, hai capito. Ma dava la sensazione di essere lì da un po’, non so se mi spiego. Fa a lei Vestiti, e sta lì. Lei scoppia a piangere e lui la porta fuori attirando l’attenzione di tutti i 50 ragazzi e mettendosi con lei di fianco al centro di una specie di arena. E racconta tutto quello che ha visto, hai capito la merda. Con tutto un gran pippone sulle responsabilità e gli altri professori che lo guardano come Non possiamo mandarlo a cagare solo perché il ruolo lo impone. E intanto espone al pubblico ludibrio una ragazzina di diciotto anni il giorno dopo. Allora nel frattempo mi rivesto anch’io e poi vado a sfidarlo sullo stesso terreno, ma fa ridere la scena perché avevo un pigiama della Irge da casa di cura Salus, perché certi eroi non indossano un mantello, ma un pigiama della Irge.</p><p>Gli rigiro la frittata contro dandogli del compagno di merende che si era introdotto di soppiatto ché se non mi giravo eri ancora là a guardare caro il mio professor Viaanale. Mi dà dell’idiota e da qui in poi parte l’ode alla vena chiusa, ho fatto una cosa sbagliata perché la violenza non è mai la soluzione, ma se questa esperienza a me ha causato 10 giorni di sospensione, minacce da parte della scuola di denunciarmi perché lei era minorenne per 6 ore, quasi la bocciatura alla maturità presa alla Steven Bradbury col punteggio di 59 e tre figure, il biasimo della mia famiglia (che avevo avvertito un minuto dopo il fatto per dargli la prima versione io, con la mia voce e senza ricamare, si fa così sempre), ma mi ha anche regalato la gratitudine di molti studenti per i mesi a seguire che mi fermavano nei corridoi e mi dicevano solo T’ha fat sol ben l’è un aldamar, al professor Viaanale mi auguro abbia comunque insegnato qualcosa di prezioso per il suo avvenire.</p><p>Tipo che se non mi portava via sottobraccio come un giornale arrotolato San Fabbri Luca da San Nicolò ero ancora là a dargli dei calci nel culo a due alla volta finché non diventavano tre.</p><p>Sono felice di aver avuto quella età allora e non vent’anni dopo, perché un episodio così mi avrebbe probabilmente rovinato la vita o sarei finito da Giletti che poi è uguale. Nel 2000 un pezzo di merda lo potevi ancora picchiare e finiva lì o quasi e la realtà somigliava ancora alla realtà e allora va bene così.</p><img src="https://medium.com/_/stat?event=post.clientViewed&referrerSource=full_rss&postId=86f5085007bf" width="1" height="1" alt="">]]></content:encoded>
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            <title><![CDATA[EUROPA, EUROPA]]></title>
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            <dc:creator><![CDATA[MPB]]></dc:creator>
            <pubDate>Wed, 30 Mar 2022 14:38:55 GMT</pubDate>
            <atom:updated>2022-03-30T14:51:23.664Z</atom:updated>
            <content:encoded><![CDATA[<p><em>L’Europa non esiste. Dire “in Europa” è come quando a Ferrara vogliamo indicare un posto a caso fra Santa Maria Maddalena (RO) e Zagabria e diciamo “in tal venezian”, nel veneziano, riducendo a un’unica entità una galassia di comunità, identità, usi, costumi, tradizioni e dialetti che cambiano ogni 20 metri. Abbiamo bisogno di semplificare perché siam gente semplice. Se fossimo gente complicata avremmo bisogno di complicare, se fossimo gente muta avremmo bisogno di mutare e via discorrendo. In Europa ti porti dietro proprio quella singolarità che hai assorbito nel piccolo lembo di terra in cui sei venuto al mondo e in cui sei cresciuto e se ci vai solo temporaneamente non hai mica modo di assorbire niente dal luogo. Altro che quelli che dopo un mese a lavare i piatti a Londra tornano e Com’è che dite qua in Italia? oppure In Islanda ho trovato me stesso, ascolta ben qui cittadino del mondo vatti a coricare una mezzoretta. Sei tu che porti a spasso la tua piccola porzione di mondo che a volte, a contatto con altri elementi, esplode; la maggior parte delle volte invece dici Questa cosa mi è successa all’estero ma l’estero non c’entra proprio niente, sei te che hai portato là quella cosa, in perfetta coerenza con il tuo habitat naturale. Perché puoi togliere il ragazzo dal paesino, ma non puoi togliere il paesino dal ragazzo.</em></p><figure><img alt="" src="https://cdn-images-1.medium.com/max/1024/1*8ynsgKI4SBV7Ir2QFPirIA.png" /></figure><p>Come quando una sera d’agosto del 2002 eravamo lì al bar e ho detto completamente a caso Andiamo a Montecarlo, e siam saltati sulla mia Punto dopo essere passati da casa a prendere due stracci (qualcuno addirittura a comunicarlo ai famigliari) e siamo partiti davvero io, il Tasso, il Ghiro e Lollino — anche detto L’uomo incredibile perché è il sosia di quello del cartone animato ché quando era uscito eravamo andati al cinema io dico con almeno cinque macchinate piene solo per vedere un cartone animato con protagonista un nostro amico perché vi giuro che è proprio identico identico, e gli altri spettatori non capivano mica perché una ventina di cristiani rideva con le lacrime dove non c’era da ridere. Flep no perché il giorno dopo doveva aggiustare l’antenna sul tetto della morosa. All’alba dormivano tutti, io mollo l’autostrada e per tenerli svegli faccio da La Spezia a Rapallo sui tornanti a picco sul mare che però scopro essere quasi sempre senza guardrail. Ché a guidare in provincia di Ferrara tutti i santi aiutano visto che fate conto che per fare la partenza in salita all’esame di scuola guida devi andare in un garage sotterraneo sennò ti tocca guidare fino a Porretta Terme. Dopo aver abusato dei freni e della possente frizione della Punto, con l’abitacolo che puzzava da cotto, entriamo a Rapallo e Lollino, che durante il viaggio si era seccato una caraffa di gin lemon che si era fatto travasare in una bottiglia (grande) di plastica dal barista Crepaldi, viene, pensa i geni, incaricato di entrare in una bettola a chiedere una stanza mentre noi aspettiamo in macchina. Esce e dice Sì ce l’hanno dai scendete, e noi Ma quanto costa? e lui Boh non ho mica chiesto, e noi Vai ben a chiedere, e lui Ah ormai ho già firmato e dato il documento. Ovviamente Mimmo, così si chiamava il locandiere, ci ha poi brutalizzato al momento del conto e non abbiamo detto bao perché alla fine ce lo meritavamo anche. Dormo tutto il giorno mentre quegli altri tre hanno girato tutti i bar credo del comune di Rapallo perché quando tornano nel tardo pomeriggio e io sto ancora dormendo, Lollino sfonda la porta della stanza e io mi tiro su di scatto mentre lui in piedi sull’uscio mi guarda fisso e muovendosi sinuoso intona Je t’aime moi non plus e voi immaginate di essere svegliati così, sentendo più o meno SBABAM, Je t’aime… na, na, na, na, na, na e vedendo come prima cosa un ciccione che fa un balletto sexy e due che si rincorrono con lo scopino del water. Scendo per la cena sempre da Mimmo e me li vedo arrivare che il Tasso e il Ghiro ridono e si danno ripetutamente l’un l’altro dei cricchi nei maroni e quell’altro parla fortissimo con la voce di Al Bano. Durante la cena a intervalli regolari intona Stanotte ma perché questa no-o-otte, e accompagna delle terrificanti trenette al pesto con della grappa secca che chiama ogni cinque minuti urlando a Mimmo Garsson, una grappa secca! sempre con la voce di Al Bano, finché Mimmo si rompe in bocca e gli lascia la bottiglia. La serata è finita in giro per Rapallo con io che guido, Brian e Gerrison dietro ancora a darsi i cricchi nei maroni e di fianco Lollino nel “posto del morto” quasi letteralmente perché in effetti per me a una certa ha proprio smesso di respirare appoggiato allo sportello senza cintura di sicurezza, col finestrino completamente giù e lui con testa e braccia a penzoloni, ma capivamo che era vivo perché vomitava incessantemente mentre io giravo per la città e la gente copriva gli occhi ai bambini. Poi è svenuto e dopo aver portato su per le scale un verro da più di un quintale a peso morto il minimo era adagiarlo sul letto e poi farci delle foto mentre gli appoggiamo le palle sulla faccia. I negativi ce li ho io.</p><p>Alla mattina andiamo a prendere Flep in stazione a Genova perché aveva aggiustato l’antenna del suocero e gli mancavamo molto e fino a Varazze quel vagone di liquame di Lollino ci fa fermare ogni 2 o 3 km perché deve finire di espellere il Danubio di gin lemon e grappa e credo anche Vetril che ha ininterrottamente ingoiato nelle ultime 48 ore. Dopo una sosta in spiaggia ripartiamo ed essendoci cambiati in strada tra le macchine parcheggiate, Lollino si accorge di aver lasciato il telo sul cofano di una Citroen e inizia a dar di matto fino a Mentone. Chissà se chi lo ha trovato ha notato che lo avevo usato la notte prima per pulirmi la fiancata della macchina dal vomito di quel maiale da fiera campionaria. Mi piace pensare che sua figlia fra qualche anno possa leggere queste righe.</p><p>A Mentone scendo poi io a chiedere una stanza. Ci sono due doppie e una singola e neanche c’è da discutere: nella singola va il maiale. Ci sistemiamo per la notte, ma non possiamo dormire perché Lollino ha trovato una bibbia scritta in francese nel suo comodino e gira le nostre camere a leggerla a voce altissima, traducendola in modo creativo, ricordo che diceva una cosa tipo Lo shampoo degli Ac Dc, semplicemente inarrestabile. A Montecarlo arriviamo di giorno e per prima cosa spendo 75 dei miei ultimi 100 euro per comperare la maglia del Monaco di Marco Simone (che peraltro il giorno dopo passa al Nizza rendendo la mia maglia uno strofinaccio) e costringo quindi tutti a mangiare al McDonald per i restanti giorni che non erano molti visto che a Quando tornate? al telefono rispondevamo Quando abbiamo finito i soldi. Passiamo dal porto e su una bagnarola c’è un signore brizzolato e Lollino inizia a urlare che è Briatore, ma dovevate vedere la barca. Però Lollino era proprio convinto e gli corre incontro solo che quello si gira e vediamo tutti che è senza un braccio e Lollino lì un po’ si arrende. Poi niente, una foto in posa davanti a una Fiat Uno vecchia come la tosse parcheggiata chissà perché davanti al casinò con intorno giapponesi in posa davanti alle Lamboghini e alle Ferrari e poi basta, cosa cazzo vuoi fare a Montecarlo senza soldi e allora siam tornati al bar.</p><p>Un paio d’anni dopo invece andiamo a vedere gli Europei in Portogallo e decidiamo di farcela in camper. Io, Flep, Edo e Fabbri Luca da San Nicolò partiamo da davanti al bar con questo catafalco destinazione Guimaraes per l’ultima partita del girone ovvero Italia-Bulgaria, ovvero quella del manino tra Danimarca e Svezia, ovvero che avevamo altri quindici giorni di camper noleggiato, ma l’Italia era fuori. Ad andare tentiamo un esperimento: fino ai Pirenei ascolteremo solo ed esclusivamente, ininterrottamente in loop, Maracaibo di Lu Colombo. Già a Modena Nord siam lì che iniziamo l’esegesi del testo e Fabbri Luca da San Nicolò fa notare che dice indubbiamente “Porno Miguel tornò” e quindi chi era questo Porno Miguel? Che vita conduce uno che tutti chiamano Porno Miguel? E via discorrendo.</p><p>Facciamo sosta a Tolosa e in un’area di sosta coi bagni all’aperto e solo dei muretti senza porte vengo assalito da un senzatetto che sbuca dal buio e mi urla qualcosa in francese. Praticamente da dentro il camper tutti gli altri vedono me correre fortissimo a ginocchia alte, in infradito, nell’atto di riporre il pistulino ancora fiottante, salire e urlare Via, via, via, c’è uno. A Guimaraes facciamo un giro per la cittadina e troviamo ovviamente anche gruppi di tifosi bulgari. Una ragazza con la maglia di Lechkov ci avvicina e in un ottimo italiano ci chiede se possiamo farle una foto davanti al castello. È molto simpatica e a questo punto inizia uno di quei racconti che richiedono all’ascoltatore un atto di fede importante. Ci chiede da dove veniamo e Edo fa Ferrara, e lei Bellissima, la conosco, mi piace tanto l’Italia, e io per fare lo spiritoso Guarda in realtà veniamo da un paesino che sicuramente avrai sentito, e tutti Ah, ah, ah e lei Quale? Le diciamo il nome ridendo e lei Ah sì, lo conosco, ho telefonato al vostro prete, Don Antonio credo, volevo venire a visitare la chiesa perché nell’affresco della cupola pare ci sia dipinto un ufo e io sono appassionata di ufo. Silenzio. Ci guardiamo. Faccio Puoi ripetere, lei ripete, poi la salutiamo quasi sgomenti e restiamo in silenzio. Cioè, a Guimaraes, Portogallo, abbiamo trovato una bulgara che ha parlato al telefono col prete del nostro paese. E poi l’ufo, ma che ufo, ma voi lo sapevate? E tutti Macché. Son quelle cose che racconti con parsimonia perché chi ti crede. È più grossa, ma molto simile a quando quelli più grandi di noi erano andati in Scandinavia in macchina e in piazza a Copenaghen fa uno Guarda quello là che si gratta i maroni come assomiglia al Bomber, e tutti ridono, solo che si avvicinano e vedono che è veramente il Bomber, cioè un altro del bar visto in paese peraltro pochi giorni prima, che aveva spesso necessità di saggiare il proprio apparato urogenitale e che li saluta così Be mo ragazit, cusa fev a Copenaghen? così, come se fosse normale trovarlo in piazza a Copenaghen a grattarsi i panetti.</p><p>Comunque, ci presentiamo allo stadio travestiti volutamente da italiani che vanno a vedere la Nazionale e cioè maglie brutte con scritto Italia o azzurre, parrucche tricolori, segni tricolori in faccia (io mi ero pitturato i baffi, non fatelo). La partita va come va e io rischio di non vederla perché fuori dallo stadio ci perquisiscono, io sono l’ultimo della fila, gli altri entrano e tiran dritti, io no. Vengo trattenuto con solerzia da alcuni agenti portoghesi coadiuvati da poliziotti italiani in borghese. Nel mio zaino hanno rinvenuto lo striscione che avremo esposto per farci riconoscere da quelli al bar, perché poi lo scopo era principalmente quello. Mi aprono lo striscione per leggerlo perché si fa così e il portoghese non capisce cosa c’è scritto. Arriva l’italiano che da come si presenta e da come parla c’ha scritto in faccia Mussolini chiavami, e io ho i rasta fino a metà schiena e quindi senz’altro parte prevenuto. Legge lo striscione a terra e fa al collega lusitano Ci penso io. Mi guarda, io lo guardo, lui mi riguarda, io lo riguardo, fa Cosa cazzo significa “Vogliamo 11 Bandus”? e io Veramente glielo devo spiegare? e lui incazzatissimo Sennò non entri e vado anche a prendere tutti i tuoi amici. Non ho alternative e vedo questo che tira fuori un taccuino e una penna per segnare ciò che dirò. Allora prendo un bel respiro e dico Bandus è uno del nostro paese in provincia di Ferrara che ha un bar, ma faceva il cantante. Il suo produttore era il marito di Sabrina Salerno, non a caso l’anno scorso è venuta a cantare da noi, e gli aveva fatto fare il trapianto da Cesare Ragazzi e poi lo aveva intrigato a Sanremo con la canzone Che ora è che vita è, ma quell’anno Annalisa Minetti aveva vinto Miss Italia ma non l’avevano fatta vincere perché è cieca e già avevano fatto vincere una nera poco prima e allora lei voleva piantare un casino ma le han detto Ferma, te canti anche, no? Bene, ti facciamo fare Sanremo, e lei Non basta, e loro Te lo facciamo vincere ché tanto lì i ciechi sono già stati testati e funzionano. E chi estromettono per risarcire lei? Bandus, che non è il suo nome, ma lo pseudonimo scelto dal produttore e che in dialetto trevigiano vuol dire Tana, e lo dicono i bambini quando giocano a nascondino.</p><p>Giuro che gliel’ho detta esattamente così, me l’aveva chiesto lui eh. Fa, Ma che bella storiella che ti sei inventato, morale io sono entrato e lo striscione no perché Ora telefono a Roma e faccio delle verifiche, quando ho scoperto che cosa significa ti vengo a prendere tanto so dove sei. E finalmente sono entrato e ancora oggi penso a questo che chiama “Roma” col suo bel taccuino e chiede di Bandus e Annalisa Minetti.</p><p>La primissima volta che sono andato all’estero era stato in gita in quinta superiore a Vienna e qui bisognerà fare un discorso a parte perché è capitato un bellissimo casino. L’ultima è stata invece a Istanbul nel 2005 e siccome oltre a essere Istanbul e oltre a essere il 2005 era anche il 25 di maggio ho deciso che io è meglio che all’estero non ci vada mai più e infatti non si sono mica più andato.</p><img src="https://medium.com/_/stat?event=post.clientViewed&referrerSource=full_rss&postId=9aecdd51fb01" width="1" height="1" alt="">]]></content:encoded>
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            <title><![CDATA[ROTOLANDO VERSO SUD]]></title>
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            <pubDate>Tue, 29 Mar 2022 15:35:01 GMT</pubDate>
            <atom:updated>2022-03-29T15:35:01.663Z</atom:updated>
            <content:encoded><![CDATA[<p><em>Posso affermare che Ai ho sempar zirà datorn a cà com’una ramà — Ho sempre girato intorno a casa come una recinzione — che è un modo di dire dialettale per far capire come solo i dialetti sanno fare che non ho mai viaggiato molto. Quando mi chiedono perché rispondo come rispondeva mio nonno alla stessa domanda e cioè Tanto poi devi tornare indietro. Non lo penso, ma è una risposta talmente bella, chiara e disarmante che poi nessuno mi dice più niente e io sono a posto così. Preparatevele anche voi delle risposte che la gente non si aspetta. Funzionano e le persone fan delle facce troppo belle. Tipo da piccolo quando mi chiedevano Ma tuo papà chi è che non l’abbiamo mai visto? e io una volta al campetto avevo provato a rispondere subito serissimo Mio papà è quello che fa le televendite della Eminflex su Telesanterno, e mi ricordo che poi, quel bambino lì, ha fatto una faccia tipo Ah, e dopo non l’ha mai più chiesto e problema risolto. Comunque secondo me è stato l’imprinting con l’estero che ha un po’ generato la questione, perché l’Italia l’ho girata un po’ tutta a dire il vero e, sarò impopolare, ma lasciatemelo dire, come si mangia in Italia non si mangia da nessuna parte.</em></p><figure><img alt="" src="https://cdn-images-1.medium.com/max/1024/1*3TW3ytWXTktlItrSvxN2dA.png" /></figure><p>Una volta io e la mia morosa di allora tornavamo da Bisceglie perché lei ovviamente veniva da quella regione della bass’Italia® che da un paio di decenni sta perpetrando una brutale politica espansionistica colonizzando di fatto quella lingua di terra pacifica e prosperosa che comprende Ferrara e Bologna tra il silenzio assordante dell’Europa e di tutto l’Occidente. La mia morosa era in Italia da pochi mesi e tra Natale e Capodanno 2013, anziché farsi salire lo scatolo, aveva sceso il moroso, ché là ci tengono a queste ritualità tribali e io all’epoca prendevo lo Zoloft sennò non si spiega mica che ho detto Veh, certo che scendo con te cinque giorni a casa dai tuoi anzi te lo stavo per chiedere io guarda preparo già la valigia anche se siamo in agosto. Che poi ero già sceso l’estate di quell’anno, ma da solo in aereo per raggiungerla, star giù qualche ora, riprendere l’aereo e poi andare dritto a lavorare, sai quelle cose che si fanno quando all’inizio delle relazioni la tabella di marcia di quei pochi mesi la stabilisce un pull composto dal cuoricione e dal pistulino e tu ti ritrovi a fare cose che non sai mica bene perché stai aspettando un aereo per Bari Palese a mezzanotte né perché 24 ore dopo, al ritorno, l’hostess non ti vuole aprire il cesso che è chiuso da un comando della cabina visto che stiamo decollando, ma te stai per vomitare non per l’aereo che avrà fatto sì e no 50 metri ancora piantato per terra, ma per quello che hai mangiato che eri allergico, ma non lo sapevi e con la mano davanti alla bocca e la cena del ristorante Da Sailcazzo il Meridionale già nell’ugola fai cenno all’hostess che ha tre secondi poi le argatti addosso e allora chiama la cabina e il comandante non vuole e tutti guardano e mugugnano e mugugno anch’io fortissimo un commovente Ohho hhio che tutti hanno capito perfettamente cosa vuol dire e morale mi aprono e passo tutta la tratta Bari Palese — Bologna Marconi decollo e atterraggio e tutto a vomitare anche i bilini della cresima abbracciato al water.</p><p>In dicembre era tutto un po’ più istituzionale e allora prenotiamo i treni e tutto. Allora giù mi viene la febbre a 49 mila coi linfonodi grandi come nespole, come ogni venti giorni praticamente, e il papà della mia morosa aveva ovviamente un suo CARISSIMO! amico che faceva il professore all’ospedale di Bisceglie e figurati se il 30 di dicembre si fa dei problemi a telefonargli Pronto CARISSIMO!, e io Ma guardi non si disturbi prendo il cortisone e non disturbiamo nessuno che siam anche sotto le feste, e lui mi guarda come si guarda un ingenuo e con gli occhi mi dice chiaramente È il meridione bellezza. Fa praticamente aprire l’ospedale per me, in mezzora mi fanno esami e visite per i quali non sarebbe bastato un anno di attesa e in più il suo CARISSIMO! amico è addirittura l’unico in Italia che ha fatto studi sulla bartonella, questa malattia rarissima trasmessa dal graffio del gatto che lega, imbavaglia e sodomizza il tuo sistema linfatico e di cui nessuno sa niente. A parte il professore CARISSIMO! Mi fa Qui vengono da tutta Italia per la bartonella e tu hai la bartonella, indubbiamente. Io subisco un po’ il fascino del meridione e non sono più imbarazzato, mi dico Minchia che buco di culo per una volta sono nel posto giusto al momento giusto e questo è il luminare della bartonella. Lo guardo e come se avessi di fronte Cristo Salvatore gli dico Quindi professore cosa devo fare adesso? e lui Ah, niente, non c’è mica una cura, aspetta che ti si facciano gli anticorpi e basta. E grazie al CARISSIMO!</p><p>Rinfrancato dalla scienza che non mi aveva venduto sogni, ma solide realtà, riparto su un Freccia Bianca con la morosa, due zaini e, nota bene, quattro valigie enormi e piene solo di vestiti suoi che si era presa da giù Perché mi servono tutti io non mi vesto, io indosso forte. Parte il treno della speranza da Barletta diretto a Ferrara carico di sogni e scatoli. Tengo botta fino ad Ancona e la considero una vittoria contro i limiti dell’essere umano che sono innanzitutto dentro di noi e la volontà può piegare le nostre sbarre interiori e tutto, ma io devo assolutamente fumare sennò ammazzo una donna anziana. Alla stazione di Ancona si aprono le porte e io vado in felpa a fumare sul predellino, mancava io dico mezzo tiro e sento il rumore dei pistoni della porta automatica che ne precede la chiusura e siccome avevo la paglia in mano, d’istinto, anziché ritrarmi verso l’interno, balzo fuori tanto penso Poi premo l’apposito pulsante per riaprire e risalgo. Ma l’apposito pulsante, premuto e ripremuto, apre un apposito cazzo perché i Freccia Bianca sono così, dolcemente complicati. Fischiano, il treno comincia a camminare lentamente, sono fuori, è pieno inverno, non ho né soldi né documenti né altre sigarette, mi passa davanti tutta la vita, ma anche lo scompartimento da cui la mia morosa mi guarda, sgrana gli occhi, dice chiaramente Che cazzo fai idiota, il treno accelera, io gli corro di fianco per un po’, guardo la morosa con gli occhi fuori dalle orbite e le faccio il gesto del freno d’emergenza tirato come nei film di Steven Seagal, lei fa in tempo a dire arrabbiatissima Ma che cazzo dici e a mandarmi a cagare con la mano di richiamo e poi sparisce dalla mia visuale insieme al treno, ai sogni e agli scatoli.</p><p>Come McGyver devo cavarmela con quel che trovo in tasca e cioè: 80 centesimi, un accendino e più che altro il telefono. Corro dal capostazione e nel tragitto chiamo la morosa che risponde e si sente a scatti perché si vede che è in una galleria, ma sento una sequela di insulti in barese a singhiozzo e con voce metallica e riattacco. Entro dal capostazione e col fiatone esordisco con Buonasera sono un coglio… e mi interrompe lui alzando solo gli occhi e dicendo tra due baffi enormi Eri sceso a fumare, ho visto tutto. E poi mi spedisce a un binario per prendere un Intercity che ferma a Bologna ma che parte dopo un minuto. Ce la faccio. Allora chiamo mia mamma e compagno e dico Allora è successo così e così, non giudicatemi che ci ha già pensato la vita, IO vado a Bologna e da lì mi faccio venire a prendere da un amico e VOI andate a Ferrara in stazione a prendere lei là che è inaiarita come una pantera e ha due zaini e quattro armadi di vestiti fondamentali, chiaro? Fa Sì. Tutto talmente chiaro che sono ancora in treno e mi chiama mia mamma per dire Siam qui e lei non c’è, poi mi chiama lei e mi riempie di altre contumelie perché aveva appena scaricato il magazzino di Oviesse da sola e fuori dalla stazione non c’erano i miei. Infatti loro erano alla stazione sì, ma di Bologna. Ma no, ma sa fat, ma tornate a Ferrara che lei è là. Nel frattempo arrivo a Bologna a tarda sera e il mio amico ci metterà ancora un’oretta ad arrivare e io ho freddo. Il mio McGyver interiore mi suggerisce che mi restano ancora due strumenti da utilizzare, così con l’accendino accendo la sigaretta che con gli 80 centesimi ho appena acquistato da un senzatetto nel sottopassaggio. Prima ho chiesto se me la offriva e lui No. Gli volevo dire, soppesando i miei 80 centesimi, Vediamo se questi ti inteneriscono un po’ il cuore, invece gli ho detto Te la pago tieni ti prego. Di fronte al potere del denaro nessuno resiste non c’è niente da fare, ma ho idea di avergli fatto più che altro pena.</p><p>La magia della bass’Italia® l’avevo già potuta toccare con mano qualche anno prima, nell’estate 2005, quando siamo andati in macchina dal bar ad Acri, in Calabria. Io, Smanofla, il Conte Mezzetti e il Signorino Carta dovevamo raggiungere Pippo Orsacchiotti che era andato a fare l’orsacchiottico estivo nel negozio che la sorella aveva aperto col moroso appunto di Acri. Guidava il Signorino Carta perché gli piace guidare e più che altro perché la macchina era l’Alfa famigliare intestata all’azienda del papà, il temibile ingegner Manzoli Eden. Morale, ha guidato lui da davanti al bar alla piazza di Acri senza batter ciglio. Da ogni autogrill uscivamo, addirittura pagandoli, con i bustoni Gran Sorpresa e all’arrivo avevamo la macchina piena di macchinine, libri da colorare, chitarrine di Winnie dei Pooh e potevamo anche sembrare dei pedofili in gita. Allora Pippo Orsacchiotti era ospite della famiglia di suo cognato e per estensione lo eravamo anche noi e ci fa Mi raccomando ovunque andate, se non ci sono io, dite che siete ospiti della famiglia (che qui chiameremo) Calabrese. E noi Va bene, ma perché? e lui si mette a ridere. Dopo un primo giorno di timido ambientamento, al secondo avevamo già capito il giochino: praticamente tu andavi al ristorante, al bar, al supermercato, ti chiedevano tutti Chi siete? noi dicevamo la formula magica Siamo ospiti della famiglia Calabrese, e abra calabria: cene luculliane pagate 6 euro a cranio, carrelli pieni NON pagati, aperitivi barattati con un sorriso. Cambiavano proprio faccia, ci trattavano da star. Due sere dopo c’è De Gregori all’anfiteatro di Acri e Pippo Orsacchiotti in quattro minuti ottiene i biglietti gratis al telefono e poi sento che fa Un attimo che gli chiedo, mi guarda e dice Vuoi aprire il concerto di De Gregori? e io pur grato declino dopo un po’ di insistenza perché va bene tutto, ma non me la sento. Robe da matti. Una sera il Signorino Carta ha la cervicale e sta in stanza (albergo pagato forse 10 euro a notte a testa), ci dà le chiavi della macchina e noi usciamo. Guida Smanofla. Andiamo in un locale e tra una cosa e un’altra attacchiamo pezza a due ragazze e decidiamo di spostarci in un altro locale tutti e sei. In macchina. Risolvo la questione dicendo Mi metto nel baule io che tanto è grande, quindi mi sdraio con la chitarra sul petto e partiamo tra risate e schiamazzi. Dopo un po’ faccio Com’è che ci siamo fermati? e Smanofla Ci han fermato i carabinieri — pausa — ragazzi ho lasciato la patente in albergo. Sono certo sul tavolo accanto alla frutta peraltro. Bene. Ricapitolando: siamo in sei su una macchina intestata a una ditta di Ferrara del padre di uno che non è qui e che ha staccato il telefono, al volante c’è uno senza patente, nel baule uno steso sotto una chitarra e abbiamo su due ragazze di cui ignoriamo anche i nomi, probabilmente minorenni, sicuramente figlie e magari anche sorelle di qualcuno di Acri provincia di Cosenza.</p><p>Documenti. Smanofla, Buonasera, ho lasciato la patente in albergo e non troviamo il libretto di circolazione. Ah, le signorine chi sono? E Smanofla Non lo sappiamo proprio bene. Scendete. Intanto un carabiniere aveva fatto il giro dietro la macchina e siccome non c’era il pianale mi vede dal lunotto e mi fa Apra, e io Ma i bauli non si aprono da dentro, allora ci ragiona su e poi apre lui da fuori e io sono costretto a scendere con la chitarra in braccio e faccio Buonasera, allora adesso vi spieghiamo tutto. Non credono a una sola parola e le ragazze non collaborano perché anche loro dicono che non sanno bene chi siamo. Glielo dice Pippo Orsacchiotti chi siamo e ovviamente dice Siamo ospiti della famiglia Calabrese, e io son lì che penso Ma sì figurati, adesso chiamano il temibile ingegner Manzoli Eden e gli dicono che gli hanno rubato la macchina tre tizi che dovevano rapire due ragazzine e un chitarrista a cui è già venuta la sindrome di Stoccolma. E invece i carabinieri si guardano e uno fa Arrivederci e salutatemi il dottore. Sto volando Jack. Il carabiniere che mi aveva fatto uscire mi aiuta anche a rientrare e mi chiude il baule. Stiamo in silenzio un minuto consecutivo, scarichiamo anche malamente quelle due là e mi voglio togliere un dubbio, faccio Pippo, ma il papà di tuo cognato non hai detto che è in pensione? e lui Sì, e io Ma che lavoro faceva? La risposta fu perfettamente esaustiva e illuminante. Per tutta la vita ha svolto un lavoro assolutamente legale, sia chiaro.</p><p>Ma è un mestiere di quelli che poi anche quando vai pensione e per almeno altre sei generazioni in faccia ai maligni e ai superbi il tuo nome scintillerà.</p><p>E abra calabria.</p><img src="https://medium.com/_/stat?event=post.clientViewed&referrerSource=full_rss&postId=6c36946612b7" width="1" height="1" alt="">]]></content:encoded>
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            <title><![CDATA[ANIMALI FANTASTICI E DOVE TROVARLI]]></title>
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            <dc:creator><![CDATA[MPB]]></dc:creator>
            <pubDate>Mon, 28 Mar 2022 15:08:54 GMT</pubDate>
            <atom:updated>2022-03-31T09:12:30.665Z</atom:updated>
            <content:encoded><![CDATA[<p><em>Amo gli animali. Che però non sono meglio delle persone. Se sono meglio delle persone allora come mai non c’è un solo gattino che abbia vinto una medaglia alle olimpiadi? O come mai non c’è un solo delfino tra i cento più ricchi del mondo? Gli animali sono sicuramente meglio di altre cose come l’olocausto, le malattie e Rovigo. Ecco perché chi li maltratta è un codardo. Vai a maltrattare l’olocausto o vai a Rovigo se sei un uomo. Li amo talmente tanto che qua e là li ho addirittura coinvolti in qualche zingarata buffa. Per alcuni mi illudo sia stato regalato loro anche un momento di evasione dalla routine alienante della loro vita piatta da animale che essere animali dev’essere di una noia mortale senza televisione, senza internet e senza da fumare</em>.</p><figure><img alt="" src="https://cdn-images-1.medium.com/max/1024/1*d2_Ypxy_obYnm9fIdG0RxA.png" /></figure><p>Vivendo in campagna, ma non in aperta campagna, ho visto più che altro animali domestici in perfetta armonia con tutto ciò che mi ha sempre circondato e cioè fare cose totalmente nonsense. Per dire io ho avuto un’anatra vinta alla fiera di San Giorgio che si chiamava Quaqqui che credeva di essere un gatto, ma si comportava come un cane da guardia cagacazzo di piccola taglia, che è campata nove anni mangiando cuore di maiale e dividendo di notte la bugadara con un gatto nero per i quali d’inverno accendevamo anche il camino e io non ho mai voluto sapere cosa succedesse là dentro di notte per l’amor di dio, “Beata ignoranza” diceva credo Winston Churchill. Comunque alla Quaqqui mancava solo la parola, per fortuna i merli indiani invece ce l’hanno.</p><p>Quello di Gigi Vecchi d’estate si sentiva in tutto il paese. Gli aveva insegnato a chiamare il figlio Diego talmente bene che il merlo urlava proprio Ciama Diego dai! (Chiama Diego dai) o In du èl Diego? (Dov’è Diego). Diceva proprio così, tutto insieme. Ogni tanto, siccome l’avevano preso “usato” e si vede che aveva abitato presso una famiglia un po’ movimentata, diceva Im vol sempar piciar! (Mi vogliono sempre picchiare). Il merlo indiano di Checchi il carrozzaio invece stava in una voliera enorme, appunto, in carrozzeria. Un anno, sotto Pasqua, Don Antonio va a benedire la carrozzeria in cambio dell’offerta ed eran quei momenti di imbarazzo in cui sapevi che una volta all’anno dovevi far questa cosa e vedevi gente, come dire, poco avvezza alla preghiera per star bassi, in raccoglimento ed era bellissimo passare davanti al barbiere o al macellaio e vedere dentro il prete in alta uniforme con intorno a capo chino gente che se fosse entrata in chiesa sarebbero esplose le acquasantiere. Allora un anno c’è Checchi il carrozzaio, suo figlio e suo cognato, in tuta da lavoro, tutti raccolti intorno a Don Antonio e nel silenzio si sente un Porco*** che fa tremare le vetrate e Don Antonio diventa paonazzo e tutti Eh ben, ben mi scusi Don Antonio è stato il merlo venga a vedere, non so dove le abbia sentite queste cose. Il prete gli arriva di fronte e rabbiosamente gli dà una sguazzata di acqua benedetta, ma poi gli han dovuto coprire la gabbia con un telo perché continuava a tirare dei cristi.</p><p>Oppure da piccolo mi è capitato a volte di sentirmi rivolgere la frase Dai Matteo che andiamo a Quartesana così te dai da mangiare alla leonessa, che non credo sia una frase che molti bambini abbiano potuto sentire a meno che non siano cresciuti in Tanzania o in una famiglia di circensi — un cugino di mio nonno aveva una leonessa nel cortile in un paese vicino e non chiedetemi perché. Se una cosa la vedi da piccolissimo poi ti sembra non dico normale, ma poi capita che a diciotto anni sei lì che metti i volantini nelle buchette in paese a Mizzana, dalla siepe spunta la testa di uno struzzo e non rimani neanche poi così tanto sbalordito. Anzi: ci lucri sopra la sera stessa scommettendo con quelli al bar Se adesso andiamo a Mizzana e nel cortile di una villetta a schiera in paese c’è uno struzzo mi pagate da bere e se non c’è ve lo pago io per una settimana, portandoli sul posto e non solo lasciandoli di sasso, ma trovandoci anche un cavallo bianco che al mattino non c’era. Ed eravamo tutti perfettamente sobri. Al cavallo gli abbiam dato anche una mela ed era contento da matti.</p><p>Fra primi e ultimi anni Ottanta poi c’era Johnson, al verr ad Pasin, che questo Pasini, contadino sessantenne e rubicondo con la terra e il porcile vicino al santuario del Poggetto, praticamente trattava come un famigliare dal momento che mentre tutti gli altri maiali grufolavano all’aperto in attesa del loro destino segnato, Johnson stava nella sua suite al coperto per il semplice fatto che non riuscivano più a farlo passare per la porta visto che era almeno 400 kili. Solo che oltre che grosso non era neanche tanto comodo quindi oltre a mettergli la broda non è che Pasini ci entrasse con tutta questa serenità a rifargli la stanza. Morale a forza di cagare si era praticamente alzato il pavimento e Johnson diventava sempre più grosso e un altro po’ e picchiava la testa sul soffitto. I ragazzini andavano a vederlo (da fuori) come fosse una celebrità, la conferma dell’esistenza di una leggenda. Nel bar Johnson era diventato un epiteto frequente per darsi del verro l’un l’altro, in particolari nei confronti del celebre Dario, corpulento gestore del Bar Cristallo, già Taiuflon, poi auto soprannominatosi Drago e infine, per tutti e per sempre, Jason, misterioso soprannome che secondo fonti attendibili sarebbe la derivazione storpiata proprio di Johnson, al verr ad Pasin. A fine anni Ottanta è poi morto d’infarto e l’han dovuto portar fuori a tranci (il maiale, non Pasini).</p><p>Se Johnson era riuscito a entrare nel parlato comune tra i frequentatori dei bar, Mario addirittura era direttamente uno dei frequentatori. Mario era un cane simile al pastore belga, con un gran pelo lungo, nero, che nella seconda metà degli anni Novanta, semplicemente, andava al bar. “Il cane con la fannullite” faceva la spola tra il bar davanti alle scuole e il pub Robin Hood perfettamente integrato nella compagnia la quale, nota bene, non comprendeva il suo proprietario di cui non si conosceva l’identità. Semplicemente un giorno si presenta al bar, si trova evidentemente bene e poi ci torna tutti i giorni. Erano anni in cui poteva ancora capitare di trovare cani liberi che giravano, ma obiettivamente nessuno aveva mai visto né vedrà mai più un cane autonomo che va tutti i giorni al bar, si mette in un angolo vicino a chi gioca a carte e si accascia tranquillo. Mai sentito abbaiare, Mario. Tutti gli volevano bene, d’estate gli davano il Cornetto Algida per cui andava matto e se qualcuno si azzardava a lamentarsi della sua presenza veniva preso a insulti. Lo percepivano e quindi lo trattavano come fosse uno del bar come un altro, ecco. E come uno qualunque del bar un paio di notti non aveva proprio cazzi di tornare a casa dopo chiusura e allora lo han lasciato a dormire nell’ingresso. Addirittura quando i ragazzi si spostavano nei paesi vicini, ma comunque distanti qualche km, a volte se lo vedevano arrivare e poi stava con loro. Alla sagra della piadina a Marrara una volta è riuscito addirittura a trovare la loro tavolata sotto il tendone pieno. Dice Zabini “Poi tornò da solo, ma quella sera sarebbe stato l’unico in grado di guidare”. Poi è finito sotto una macchina, ovviamente davanti al bar, facendosi fortunatamente solo male. Arrivata la misteriosa padrona, quelli del bar si sono anche presi due versi. Ma vaglielo a spiegare che Mario voleva solo andare al bar sognando di poterci abitare. Come poi tutti.</p><p>Ma non solo volatili e quadrupedi. Io sono legatissimo anche ai pesci, i sottovalutatissimi pesci. Ermes, il pesce rosso che visse due volte venendo trovato secco bresco per terra da mia mamma mentre spazzava il soggiorno e chissà da quanto tempo era lì, poi messo d’istinto nella boccia e resuscitato dopo cinque minuti buoni che galleggiava, e infine campato, un po’ messo in una qualche maniera, altri tre anni per un totale di ben cinque. Oppure gli schicioni (carrassi in italiano) messi vivi di notte in lavelli, lavandini, secchiai, bidet e vasca da bagno nella casa incustodita di due miei amici che il giorno dopo si sposavano. Mi han raccontato che dopo l’interminabile giornata della cerimonia e della festa e tutto, si son trovati la casa che puzzava come una pescheria di Comacchio e siccome lei era animalista, ha costretto il neo marito — giustamente — a metterli dentro dei secchi e a portarli nel canale vicino casa. (A margine: gli avevamo anche riempito due stanze di pallini di polistirolo e dislocato venti sveglie puntate a orari diversi in posti che fate conto che almeno a metà han fatto in tempo a scaricarsi le pile e ancora non le avevano trovate). Quella degli schicioni l’avevo vista in Radiofreccia anche se i loro erano pescegatti messi sul letto sotto le coperte. Sempre da Radiofreccia avevo salvato in memoria la scena del pesce siluro che negli anni in cui è ambientato il film era ancora tipo il mostro di Lochness o lo Yeti, ma che nel 2004 è indubbiamente una realtà assodata.</p><p>Una coppia di catechisti del paese compie l’errore madornale di mettere in cortile una piscina di quelle grandi prefabbricate. Passando la vedo, arrivo al bar e dico per ridere Sai che bello metterci un siluro, e tutti ridono. Passano almeno tre mesi, son seduto davanti al bar di Crepaldi rivolto verso la strada e vedo una macchina che si ferma di fronte. Col motore lasciato acceso scende Negri Francesco, pescatore amatoriale, che senza dire una parola viene verso di me e mi molla sui piedi un sacco del rusco nero e poi come era arrivato rimonta in macchina e se ne va. Così, in silenzio. Io sono ancora seduto che tento di dare una spiegazione a quel che è appena successo e vedo il sacco che inizia a muoversi, lo apriamo e dentro c’era dell’acqua e almeno 60 cm di pesce siluro ancora piuttosto brioso. Stai attento ai tuoi desideri perché potrebbero realizzarsi. E se te li dimentichi può anche essere che comunque se li ricordi Negri Francesco.</p><p>Insomma partiamo io, Scandulino, Checchino il carrozzaio e ovviamente il siluro e con il favore delle tenebre decidiamo di attraversare due appezzamenti per arrivargli nel cortile senza essere visti. Per passare da un campo all’altro ci sarebbe da guadare un canalone pieno e senza ponti. Mentre sono lì che penso di liberare il siluro e abortire il piano sento un fruscio e una madonna detta nell’atto di compiere uno sforzo importante, mi giro e vedo Checchino che sta spingendo una rotoballa di paglia enorme. Gli diamo una mano fino a che non la facciamo cadere in acqua ed ecco il nostro ponte. Attraversiamo e a quel punto dico Fermi ragazzi, da qui andiamo da soli noi due, se ci beccano voi scappate. Insistono, ma poi capiscono che certe cose vanno fatte da soli. Arrivo con passo felpato al cortile, mi appoggio alla piscina, apro il sacco e bisbiglio Vai Free Willy. Il giorno dopo ho poi saputo che era ancora in forma smagliante.</p><p>Frattanto i pesci, dai quali discendiamo tutti, assistettero curiosi al dramma collettivo di questo mondo che a loro indubbiamente doveva sembrare cattivo.</p><img src="https://medium.com/_/stat?event=post.clientViewed&referrerSource=full_rss&postId=5121badd65ca" width="1" height="1" alt="">]]></content:encoded>
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            <title><![CDATA[FERRARA CALIBRO 9]]></title>
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            <dc:creator><![CDATA[MPB]]></dc:creator>
            <pubDate>Wed, 23 Mar 2022 15:50:46 GMT</pubDate>
            <atom:updated>2022-03-23T15:50:46.008Z</atom:updated>
            <content:encoded><![CDATA[<p><em>Io non so se sia tanto normale non aver mai frequentato giri loschi, non aver mai avuto pregiudicati in casa, non aver mai abitato a Foggia o Scampia anzi, mai mosso da questa buca di nebbia che Barbareschi e la Rai han girato a Ferrara Nebbia e delitti in un posto dove è più facile trovare 100 euro per terra che un cadavere misterioso e i delitti allora se li sono inventati, ma dice almeno la nebbia quella c’è e gli ha incredibilmente detto sfiga che negli anni in cui han girato giuro che era completamente sparita e la dovevano fare coi macchinari delle discoteche, praticamente in Nebbia e delitti di vero c’era solo e; dicevo non so se sia tanto normale tutto questo se consideriamo che mi sono trovato con un’arma da fuoco puntata contro non una, ma quattro volte. Oh, quattro volte.</em></p><figure><img alt="" src="https://cdn-images-1.medium.com/max/1024/1*MrmTB9z7cuh7GpJPvf-tIw.png" /></figure><p>Allora una volta non la racconto ché lì bisogna parlarne a parte. Una è stata nel 2003 mentre portavo da mangiare a una colonia di gatti in mezzo a campagna ed è venuto fuori Ariatti Claudio, ex membro del Clan di Celentano che, dice lui, gli avrebbe anche inculato delle canzoni e poi cacciato e sì insomma per consolarsi negli anni l’aveva un po’ buttata in bere e in collaboratrici domestiche coi pieni poteri ecco. Morale io ci andavo spesso e non era mai successo niente, certo dovevo mettere le ciotole in un pezzo del suo cortile, ma pulivo sempre tutto. Un pomeriggio son lì che metto il pastone nelle scodelle in mezzo a ‘ste bestie e viene fuori l’omino con in mano una schioppa da caccia, me la punta e inizia a farfugliare delle madonne a tutta voce. Mi alzo di scatto gli vado incontro, lo disarmo con un calcio e lo immobilizzo è senz’altro un’opzione affascinante, ma mi oriento su: mollo lì tutto, sparpaglio i gatti e poi gamba sì, sì ho capito perfettamente le sue ragioni.</p><p>Un’altra è stata quando nel 2001 d’estate consegnavo gli elenchi e le pagine gialle strada per strada, casa per casa e dovevo per forza suonare per farmi dare il vecchio da riciclare. Una mattina comincio dalla palazzina di un rione del mio paese dove abita anche Nano, un ragazzo del bar che per hobby fabbricava ordigni esplosivi nel suo garage e poi li andava a scoppiare in aperta campagna. Una volta tutto il rione era uscito in pieno giorno dopo un boato e una nube di fumo proveniente dal suo garage. Dalla nube era emerso Nano anche con l’aria del Beh cosa c’è da guardare, dicendo solo Ai ho sbaglià al dosagg, per poi andarsene via a piedi. Insomma, trovo la palazzina aperta e gli suono il campanello dell’appartamento. La porta si apre dopo qualche secondo, lentamente, quel tanto che basta da far uscire una mano che appoggia delicatamente una pistola alla mia fronte. Ecco io me lo ricordo ancora il freddo sulla fronte. A parte che apprendo empiricamente che cagarsi addosso dalla paura non è soltanto una frase astratta, ma dico, con una vocina molto poco virile, Nano, son Pedro con l’elenco per l’amor di dio. Schiude un po’ di più la porta, mi riconosce, spalanca e fa tutto cordiale Eh, grande Pedro! Scusami, ma aspettavo gente, si gira per andare in cucina, butta la pistola sul divano come si fa tipo col telecomando e fa Dai vien dentar che as fumen un bonzer. Così. E io pietrificato sull’uscio Grazie Nano ma dammi l’elenco e a sen a post acsì.</p><p>Un’altra è stata nel 2011 tornando da Bologna all’uscita di Ferrara Sud. Esco dal casello e c’è un pezzo di Ferrara-Lidi da fare prima dell’uscita vera che sbuca sull’Adriatica. Bon, in quel pezzettino tra il casello e l’uscita telefono a mia mamma senza vivavoce, tenendo il telefono in mano come facevamo quando eravamo ribelli. Mi affianca, dio delle città, una macchina della stradale restando appaiata e i due poliziotti mi fanno un cenno con la mano e io ce li ho proprio di fianco mentre stiamo andando quindi d’istinto sorrido e alzo la mano destra dal volante in segno di Scusate scusate tanto oddio, ma con la sinistra tenevo ancora il telefono sull’orecchio quindi di fatto lascio completamente il volante e guardo solo loro anziché la strada letteralmente sotto gli occhi di due poliziotti. Poi sbraccio il telefono dietro, rimetto le mani sul volante, tutto andando con loro che guardano eh, mi scuso ancora, loro mi guardano malissimo e mi sorpassano. E io penso che sia finita lì, porca vacca che culo che ho trovato due comprensivi. Li ritrovo un km dopo fermi sotto il cavalcavia in corrispondenza della mia uscita a fare un posto di blocco e passando per forza vicinissimo rallento e li saluto anche sorridendo con la faccia del Grazie davvero eh. Mi viene però un po’ il sospetto che ci sia stato un misunderstanding sull’interpretazione del rispettivo linguaggio gestuale dal momento che sgranano gli occhi, corrono in macchina e lungo tutto l’infinito tornante mono corsia in salita, con la curvatura talmente stretta che devi fare i 30 sennò voli via, mi inseguono a sirene spiegate. Ai 30. E io tramite lo specchietto gesticolo e urlo isterico Ma come cazzo farò a fermarmi sul tornante di uno svincolo vigliacca la galera. Loro non capiscono le mie ragioni e quindi c’è questo lunghissimo, estenuante inseguimento a passo d’uomo, ma coi poliziotti arrabbiatissimi e le sirene e tutto e insomma, io ho fissa in testa questa scena e me la immagino vista da fuori tipo con le riprese dagli elicotteri come in America e rido e piango e mi fondo con il cielo e con il fango. Dopo un’eternità il tornante finisce e io metto una freccia enorme verso il guardrail del cavalcavia che urla Sto accostando, mi consegno spontaneamente. Vedo che aprono gli sportelli e stando dietro uno mi punta la pistola (quello cattivo) e l’altro (quello buono) con l’altoparlante della macchina mi dice una frase che mi sembra di sognare, fa Esca con le mani in alto. Cioè io dovevo uscire con le mani in alto dalla mia macchina e giuro che in quel momento mi sono soffermato su un problema: siccome le mani le avevo già in alto seduto in macchina ho detto Ma come faccio ad aprire lo sportello, e ho titubato un attimo e allora il poliziotto buono secondo me ha capito che ero solo un povero sfigato e non Renato Vallanzasca fuggito a un posto di blocco ed è venuto verso la mia Punto e ho proprio sentito che ha detto Lo sportello lo apro io dai. Insomma vede la situazione, fa calmare Rambo e lì faccio Giuro che non avevo capito che il cenno diceva accosta e non riattacca. E lui con l’accento umbro più pesante che riusciate a immaginare, In realtà voleva dire tutte e due le cose, comunque siamo qui dai, documenti. Io esco un po’ dalla trance agonistica perché il Dio delle Facce Come il Culo ha ricevuto il bat-segnale (che lo immagino uguale ma con un culo al posto del pipistrello). Allora imbastisco una vera e propria docufiction che al telefono ero con mia mamma (docu) e che non la sentivo da sei mesi (fiction) che era successo un litigio che non le sto a raccontare agente (fiction) e che finalmente stavo andando da lei (docu) e insomma era un momento difficile (non ricordo quale ma sicuramente docu). Vedo che si appassiona alla vicenda e insomma mi fa una mini multa simbolica per la targa sporca e illeggibile che poi era pulita e leggibile, ma era proprio per darmi il minimo.</p><p>Un paio di anni dopo mi fermano per un controllo appena fuori da Arcoveggio e uno era il poliziotto buono e mi ha riconosciuto lui e mi ha anche chiesto di mia mamma e ancora adesso c’ho il dubbio se avesse capito o no che era semplicemente la pantomima di un uomo allo sbando.</p><img src="https://medium.com/_/stat?event=post.clientViewed&referrerSource=full_rss&postId=389712c95430" width="1" height="1" alt="">]]></content:encoded>
        </item>
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            <title><![CDATA[TUTTO QUESTO CORAGGIO NON È NEVE]]></title>
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            <dc:creator><![CDATA[MPB]]></dc:creator>
            <pubDate>Tue, 22 Mar 2022 17:09:30 GMT</pubDate>
            <atom:updated>2022-03-27T10:54:22.218Z</atom:updated>
            <content:encoded><![CDATA[<p><em>In stal paes chì s’a gh’è da lavurar a n’a s’mov nissun; s’a gh’è da far gl’imbezil i lavora com’i negar.</em></p><p><em>Semmai sotto al cartello col nome del paese un giorno qualcuno volesse scrivere una frase che compendi in modo chirurgico, caravaggesco, tridimensionale l’essenza e la storia di chi ha pestato quella terra lì, dovrebbe scolpire nel granito questo aforisma di Borsetti Oriode, professione: anziano, gracchiato ad alta voce una volta ritrovata la macchina sotto una slavina di neve messa a badilate da un gruppo di ragazzi e poco prima data per rubata (I m’ha rubà la machina! Prima chì a gh’era la mié machina e adess a gh’è un mucc ad nev), una sera durante la famosa nevicata dell’85.</em></p><figure><img alt="" src="https://cdn-images-1.medium.com/max/1024/1*fVfYC9W2BgKrWNNZeMy9cQ.png" /></figure><p>Perché quando nevicava era assolutamente normale trovare in piazza anche decine di persone nel pieno di una qualunque notte infrasettimanale. Anzi, uscivi vestito appositamente per stare fuori a fare cose. C’era gente che teneva automobili solo per quando veniva la neve e il piazzale del mercato ghiacciava e a volte a forza di derapate e testacoda andava in scena una specie di autoscontro però con macchine vere, peraltro esattamente nel punto in cui a Pasqua e per la sagra si metteva l’autoscontro vero American Disco dei F.lli Bisi, Io la donna la rapisco e la porto all’American Disco, dicevano al microfono, slogan pazzesco.</p><p>Con tutto che i bambini non avevano mai meno di diciotto o vent’anni, ma anche trenta o quaranta, spesso cinquanta, il paese di notte con la neve diventava un enorme kindergarden a cielo aperto in cui nessun temerario in divisa osava arrischiarsi, a parte l’eroico maresciallo Matteucci da Sulmona che una notte, sempre dell’85, in mezzo alla tormenta e a un blackout totale, aveva trovato Biavati Michele sotto il pingpong di marmo fuori dal Bar Cristallo e mentre con una mano reggeva l’ombrello, con l’altra lo percuoteva con la torcia urlando solo Biavati, che da par suo riusciva a dire solo Ahia, ahi.</p><p>Una notte per dire troviamo dietro il bar una boa rossa di quasi due metri, con tanto di fune, rubata anni prima al Lido di Spina da qualcuno di ritorno dai falò di Ferragosto prendendola direttamente dal mare. E con 20 centimetri di neve e 5 gradi sottozero trovi una boa di segnalazione dietro al bar e vuoi non legarla al gancio di traino della Panda della mamma di Smanofla, con la quale era uscito quella sera lì, e non cavalcarla trascinato in giro per il paese? Per attaccarmi meglio davo le spalle alla macchina diciamo, quindi praticamente andavo all’indietro col mio bel passamontagna e vedo una macchina che ci si accoda e mi sfanala negli occhi a pochi metri. Con ampi cenni e anche qualche madonna faccio segno di sorpassarci quando incredibilmente Smanofla accosta e si ferma. Mi fermo quindi anch’io. Si ferma anche la macchina dietro, sempre con gli abbaglianti. Scende il papà di Smanofla.</p><p>Avvinghiato a una boa da mare con addosso un passamontagna guardo in su e faccio ‘sera Umberto, e lui, calmissimo e cordiale, Uhé ciao Matteo. Va alla Panda elegantissimo come sempre, Smanofla tira giù il finestrino e lì sento la tipica terribile strigliata della famiglia di Smanofla, cioè suo papà che dice, calmissimo e cordiale, con la voce fine fine, Iv finì ad far i cretin? E basta. Torna indietro, calmissimo e cordiale, Ciao Matteo, Buonanotte Umberto.</p><p>Insomma una delle sere con la neve, poteva essere gennaio del 2003, ovviamente usciamo almeno in venti e ci troviamo a vagare per la piazza perché era giorno di chiusura del nostro bar e tutti gli altri avevano tenuto chiuso proprio per la neve. Ed è lì che il postulato di Oriode di cui sopra, unito alla neve, innescano un progetto a suo modo ambizioso, ma assolutamente alla nostra portata.</p><p>Bisognava individuare innanzitutto il punto: la panca di marmo sull’incrocio di fronte al bar e all’asilo delle suore. Mi fanno Ma perché proprio lì? e io Domattina te ne accorgi. Recuperate nei cortili incustoditi delle case carriole, badili e attrezzi in genere, creiamo due squadre che faranno la spola col campo dietro la chiesa per portarci carriolate di neve intonsa. Un’altra squadra sta sulla panca di marmo per creare una solida base costituita da due enormi sfere talmente tondeggianti da dar l’dea di dover scoppiare da un momento all’altro. Una terza squadra si posiziona su una piccola panchetta vicino per scolpire quella che sarà la cupola da applicare più tardi, quando la torre cilindrica eretta sulle due sfere sarà ultimata.</p><p>Trovata anche una scala di legno e applicata (sorreggendola in due) la gigantesca punta in cima al cilindro, strappo da una scopa di saggina una decina di sottili e irregolari ramettini e li conficco nelle due sfere alla base e infine il Pibe, muratore, che fino a quel momento aveva più che altro guardato, estrae dalla tasca una mini cazzuola che sembrava nuova, si arrampica sulla scala, applica una feritoia di qualche centimetro sulla punta della punta e scendendo, con mosse tipo moschettiere, distribuisce lungo tutto il cilindro solchi irregolari a creare venature degne di Michelangelo.</p><p>Quando lungo la provinciale, a pochi metri da noi, un camionista dell’est di passaggio accosta, abbassa il finestrino, fa Scusate, perché si era perso, noi ci giriamo verso di lui aprendo il capannello di persone all’opera e schiudendo quello che era tranquillamente un 2 metri e mezzo di cazzo di ghiaccio marmoreo, lui si interrompe, alza le mani a mo’ di resa, non dice più niente e riparte.</p><p>La Valeria della Tana del Drago si affaccia da una finestra di fronte verso mezzanotte, Be’ mo cusa si dré far ragazit? e noi in coro Un caz! e lei Dario, vien a vedar chi ragazit chi è dré far un caz! e Dario da dentro E indu èla la nuvità?</p><p>Ecco facciam finta che sia un film. Risate, stacco. Esterno giorno, poco prima di pranzo, dalla stessa finestra Dario (meglio noto come Jason o Taiuflon) sta contemplando due carabinieri allertati dalle suore con in mano un badile che stanno decidendo come interfacciarsi con la nostra scultura. Quello senza badile si fa dare il badile. Lo impugna con entrambe le mani e con tutta la forza che ha carica un colpo tipo baseball, con la parte piatta del badile e non sa che io il Pucazzo di neve l’ho voluto fare lì perché quello e solo quello è l’unico punto dove d’inverno non fa in tempo a batterci neanche un po’ di sole e la neve pressata era passata da essere ghiaccio a essere cemento armato con dell’altro cemento armato e il badile gli torna indietro e a momenti se lo dà sui denti e poi capiscono che il badile lo devono usare di taglio e Jason dice che con la piazza piena ci han messo un’ora a romperlo e a sgretolarlo. E comunque i maroni coi peli di saggina io dico che saran rimasti lì altri dieci giorni. Tutti i giorni osservavamo dei coglioni enormi che si disfacevano lentamente. E loro uguale.</p><img src="https://medium.com/_/stat?event=post.clientViewed&referrerSource=full_rss&postId=5eff0ee00c74" width="1" height="1" alt="">]]></content:encoded>
        </item>
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            <title><![CDATA[CINDY]]></title>
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            <dc:creator><![CDATA[MPB]]></dc:creator>
            <pubDate>Mon, 21 Mar 2022 14:25:53 GMT</pubDate>
            <atom:updated>2022-03-22T08:17:53.271Z</atom:updated>
            <content:encoded><![CDATA[<p><em>La serendipità è una parola che non odiamo poiché non c’erano i social quando ha improvvisamente cominciato ad andare di moda nel senso che la mettevano anche nelle piadine per far vedere che erano sul pezzo. La serendipità è la nonna della resilienza. Per la stessa ragione per la quale non la detestiamo neanche se ne è stravolto il significato e ancora oggi vuol dire che te cerchi una cosa e ne trovi un’altra che non stavi cercando. È andata esattamente così: cercavo uno scherzo buono per una notte e ho trovato involontariamente una pagina di Storia.</em></p><figure><img alt="" src="https://cdn-images-1.medium.com/max/1024/1*apgBSH_kvWCFeO-jLVH3Tg.png" /></figure><p>Allora una sera d’estate del 2001, un’estate che quando ci penso adesso mi sembra sia durata 5 anni ché tutti i giorni ne succedevano o ne facevamo succedere anche cinque o sei di giorno e cinque sei di notte, sono in svacco seduto su un motorino sotto il tendone della Maiarina in piazza. Sto raccontando a un capannello di persone uno scherzo che ho fatto un mese prima e alla fine dico Sai cosa, io avrei sempre voluto fare uno scherzo con un manichino, ma non ne ho mai trovato uno. Salta su Scandulino che aveva un intercalare caratteristico nel parlato: grugniva. Quel grugnito che veniva a Galeazzi quando respirava tra una frase e l’altra, ma più acuto, rapido e scandito. Insomma Scandulino inizia a grugnire freneticamente e anche con una certa teatralità fa Io lo so dov’è che c’è un manichino.</p><p>C’è quel momento in cui, non so se avete presente la sensazione, ti trovi a scegliere tra il fidarsi e il non fidarsi ad andare di notte in una casa abbandonata appena fuori dal paese con scritto pericolo di crollo da quando hai memoria su invito di uno che da bambini era venuto a casa mia per chiedermi di andare a giocare a pallone al campetto ma non si ricordava come mi chiamavo e quando mia nonna ha aperto ha detto C’è quel bambino che sta qui? Uno che alle medie non sapeva la sua data di nascita e non lo diceva per scherzare. Decido di fidarmi e a oggi è ancora la sola pessima decisione presa che non mi ha causato casini brutti. Vedi che la cosa di tornare indietro nel tempo ma con la coscienza attuale è una cagata? Che fai Ah tornassi indietro… ma tornassi indietro cosa: a quarantun anni nel corpo del te ventenne a Scandulino gli dici Ma no, ma no, ma no. E magari ti perdi una cosa che dopo vent’anni i vecchi sono ancora là che la raccontano.</p><p>Andiamo in questa casona che sta su perché tirano quattro venti, che comunque, a margine, era ovviamente di qualcuno quindi c’erano anche alcuni reati in essere, e dobbiamo anche salire di sopra in quattro o cinque quanti eravamo, con le torce, e insomma io non ho mai voluto sapere come e perché Scandulino ne fosse a conoscenza, ma troviamo questo manichino di donna con anche alcune soluzioni per vestirla. Usciamo da questa stamberga con in spalla una donna nuda e calva e torniamo trionfanti al bar portandola in macchina tipo processione del santo.</p><p>Oh, cosa facciamo adesso? Perché io non avevo mica pensato a quale scherzo, volevo solo avere a disposizione un manichino. Fa Scandulino La impicchiamo al lampione in piazza. Capito no che ero in mano a Gesù Cristo solo pochi minuti prima. Fermo Scandulino e mi viene in mente tutto. Lascio un attimo al bar a vestire il manichino un pull composto da ovviamente Scandulino, con Squoque, il Conte Mezzetti e Crepaldi che era peraltro il barista.</p><p>Io vado a casa, come un ninja faccio le scale ed è circa la una e mezza di notte quando mia mamma accende la luce e mi assale ma non mi dice Questa casa non è un albergo, bensì Cosa cazzo stai facendo, poiché mi trova immobile con in una mano una parrucca e nell’altra un paio di suoi collant. Faccio cenno che devo proprio scappare e torno al bar.</p><p>La chiameremo Cindy, dice Crepaldi, senza alcun motivo. Siamo lì che ammiriamo la nostra Cindy col suo vestitino azzurro appena sotto il perineo, le collant Golden Lady, i suoi bei riccioli corvini, un paio di occhiali scuri e una mezza Philip Morris incollata alle labbra, tocco magistrale di Squoque, appoggiata sotto al lampione di fianco alla fermata, con una gambetta maliziosamente piegata per mostrare la coscia, davanti alla Tana del Drago, di fronte al bar e al panificio, cioè nel centro esatto del paese e della strada principale che chiamavamo piazza per darci un tono.</p><p>Crepaldi chiude il bar, spegne tutto e noi cinque più il povero Zamba seduto col gambone artificiale appoggiato a un’altra sedia, ci nascondiamo dietro la siepe del bar e ci godiamo per un’oretta padri di famiglia che inchiodano, fanno retromarcia, realizzano, si guardano intorno e poi sgommano via come Diabolik. Ma anche una macchinata di nostri amici che inchioda, tira giù il finestrino e lì però siamo saltati fuori urlando e ridendo e loro ci hanno lavato con delle bottiglie d’acqua che avevano in macchina. Insomma dai, finita lì, la cazzata l’abbiamo fatta, ridere abbiamo riso, la Cindy la porto a casa domani che adesso non ho voglia, buonanotte.</p><p>La mattina alle 10 mi chiama a casa Crepaldi dal bar e mi dice solo Corri al bar, e poi riattacca. Esco e sento immediatamente che in paese si respira aria frizzantina. Arrivo al bar e c’è la corriera della linea B davanti alla fermata con la porta aperta, ma alla fermata c’è solo la Cindy e dopo un po’ l’autista le urla qualcosa poi si rende conto e si accascia sul volante ridendo, poi riparte. Non c’è una macchina che non rischi un frontale per guardarla. Non c’è un vecchio che non passi in bicicletta senza rischiare di stamparsi sulla pensilina della fermata. Chi ride, chi squassa la testa. In lontananza vedo i vecchi del barino con le sedie tutte girate verso la fermata e Bacanon il giornalaio cementato sull’uscio dell’edicola che a tutti quelli che entrano dice At vist? L’è là da stamatina a sié or, la s’ha incora da movar.</p><p>Alcune signore vanno nel panificio a lamentarsi di “Quelle sporche” che sono arrivate anche nel nostro paese e dove andremo a finire e la commessa del panificio a una dice Ma signora no, è una bambola, e la signora le fa Ma pensa te, ma chi è quell’imbecille che ha fatto una cosa del genere? e la commessa del panificio abbassa la testa e dice con un filo di voce Non lo so, e invece sì che lo sa perché la commessa del panificio è mia madre.</p><p>Sono seduto fuori dal bar con Crepaldi e sono in pace con l’universo. Al pomeriggio ho le prove con il mio gruppo e mentre siam lì nel garage che suoniamo male arrivano i carabinieri e dei carabinieri alla porta di una sala prove con dentro dei ventenni non sono mai una cosa gradevole, ma per fortuna vogliono solo me, mi caricano su e mi portano a prendere la Cindy in modo anche tranquillo, quasi distaccato.</p><p>La Cindy ha poi vissuto per sempre nel mio garage. Per anni i vecchi del barino mi hanno chiesto di lei. Ogni tanto la mettevo in cortile per far cagare addosso i miei nonni.</p><img src="https://medium.com/_/stat?event=post.clientViewed&referrerSource=full_rss&postId=78878dba7a99" width="1" height="1" alt="">]]></content:encoded>
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            <title><![CDATA[DOLORES VITANZA]]></title>
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            <dc:creator><![CDATA[MPB]]></dc:creator>
            <pubDate>Mon, 21 Mar 2022 10:23:17 GMT</pubDate>
            <atom:updated>2022-03-22T09:11:11.188Z</atom:updated>
            <content:encoded><![CDATA[<p><em>È il 2001 e ho vent’anni. Sono nell’anno della chiamata militare, ché poi avevo firmato da obiettore, ma non cambiava niente. C’era questa spada di Damocle che oggi sembra cronaca del pleistocene, ma che per un anno grosso modo ti paralizzava la vita perché poteva arrivare veramente in ognuno dei giorni di quell’anno lì. Peraltro, l’anno è abbastanza passato, la cartolina non mi è arrivata, ma onestamente non mi è neanche mai arrivato il congedo che formalmente ti libera. Ma sì insomma, io me lo aspetterei anche, non ci vedrei mica niente di incoerente, se a 54 anni mi dovesse arrivare una convocazione per fare l’obiettore alla Lipu o alle macchinette per il ticket del Sant’Anna.</em></p><figure><img alt="" src="https://cdn-images-1.medium.com/max/1024/1*7Hi_FFEnvUtrRntQzMehVQ.png" /></figure><p>Fatto sta che quell’anno mi ha forgiato, come se il militare l’avessi fatto davvero, sai quelle frasi che dicono i boomer che son stati un anno a Peschiera del Garda a giocare a briscola, ma io non sono un boomer e soprattutto il militare non l’ho fatto, ma sì insomma, ho tribolato e mi sono divertito molto, ho visto cose brutte e ho fatto splendide puttanate e quindi ci può anche assomigliare. Tra una cosa e un’altra un giorno di settembre sono al bar sotto l’alberone dai cui rami pendono visibilmente brandelli di mutande maschili, un albero che secondo me lo hanno abbattuto qualche anno fa perché aveva visto troppo, insomma son lì che leggo il giornale e vedo un annuncio. Praticamente alla sede Rai di Bologna c’è Ennio Vitanza di Tutto il calcio minuto per minuto che seleziona i venti ragazzi per l’Emilia-Romagna per un master a Milano per diventare telecronisti sportivi. Tra i docenti c’era anche credo Pizzul. Bon, telefono per iscrivermi e mi danno la data. Partiamo io e Fabbri Luca da San Nicolò a bordo della mia Golf seconda serie grigio canna di fucile signori avete capito bene il carrarmato con la guidabilità di una cavabietole in ztl. Io a Bologna in macchina c’ero stato sì e no due volte e sempre con delle problematiche, morale, ci perdiamo e chiediamo indicazioni. E quando dovevi chiedere indicazioni a un bolognese era una roba che o trovavi quello smaronato che faceva due segni con le mani senza aprire bocca e poi tirava dritto o trovavi quello che non vedeva l’ora che qualcuno lo fermasse per chiedergli un’indicazione e per dargli in cambio un po’ di calore umano. Se poi si accorgeva, dalla targa o da una elle, che eri di Ferrara si impietosiva capendo il dramma, cambiava proprio registro, come se stesse parlando a un Neanderthal e diventava ancora più ossequioso e, soprattutto, iper dettagliato che dio bono devi dire poche e semplici cose se non ho idea di dove mi trovo che a un certo punto io perdo il filo e se un uomo perde il filo è soltanto un uomo solo. Insomma, non ricordo come, arriviamo in ritardo, parcheggio alla brutto boia, lascio due dita di finestrino giù per Fabbri Luca da San Nicolò e corro dentro. Mi indicano lo studio televisivo in cui andare ed entro. Allora dico Scusate il ritardo e di alcune cose ci accorgiamo reciprocamente, io e quegli altri cinquanta che erano già seduti ad ascoltare Ennio Vitanza, se ne accorge anche Ennio Vitanza e cioè che tutti quelli seduti sono vestiti eleganti, sbarbati, pettinatissimi e hanno quasi tutti una valigetta con dentro cose varie, videocassette, fogli; invece quello in piedi che è arrivato per ultimo e che tutte le teste si erano girate a guardare, io, avevo una paio di Adidas disintegrate, dei jeans che imploravano pietà, una maglia verde militare con le ascelle pezzate dalla corsa, la barba, i capelli fino alle spalle con in mezzo un dread. Il look che Mauro Magri in una striscia di Veleno chiamerà giustamente “modello: Lorenzo Lamas si sveglia una mattina al Parco Massari”. Quindi questo lo notano tutti. Quello che però non sanno è che, non solo sono arrivato in ritardo apparecchiato in una qualche maniera ma giuro che mi aspettavo tutto tranne trovare l’anonima catechisti lampadati, ma mi sto probabilmente anche per cagare addosso.</p><p>Mi siedo nell’unica sedia vuota che ha due caratteristiche peculiari decisive per la nostra storia: è l’ultima dell’ultima fila, quindi a destra hai il muro e dietro hai il muro, e come le altre ha la seduta in pvc misto legno. Insomma appena mi siedo, completamente in autonomia, mi esce una scoreggia di per sé non fragorosa, ma amplificata dal materiale su cui si infrange e signore iddio mi è tornato indietro il karma per quella volta alle medie che mi è successa la stessa cosa durante un tema e ho dato la colpa al mio compagno di banco e tutti lo hanno deriso e questa volta dov’è il tuo Dio delle Facce Come il Culo eh sentiamo? Ma è qua il mio Dio delle Facce Come il Culo, eccolo qui dove vuoi che sia. Mi dice come sempre Dai campione, stupore e nonchalance, stupore e nonchalance e vedi che la portiamo a casa anche stavolta. Però si è evidentemente rincoglionito perché quando tutti guardano verso me e quello alla mia sinistra, lui guarda me e io, con stupore e nonchalance/stupore e nonchalance, guardo prima alla mia destra e poi dietro ma c’eran due muri e io ho finito la mia vita in quel momento lì, un secondo di assoluto silenzio dopo che mi ero seduto.</p><p>E passo il provino. Ma al master non ci sono andato ché quelli là volevano 7 milioni delle vecchie lire vitto e alloggio (a Milano) esclusi e noi avevamo appena comperato la Punto supon con l’autoradio di serie ma col mangianastri e non il lettore cd perché Zigoni dell’Autoromea si è sbagliato e alla fine l’ho tenuta così.</p><img src="https://medium.com/_/stat?event=post.clientViewed&referrerSource=full_rss&postId=6c628838e6bb" width="1" height="1" alt="">]]></content:encoded>
        </item>
        <item>
            <title><![CDATA[I DUE GIOVANI MATTEO E DANIELE SI INCONTRARONO NELLA RADURA DI SHERWOOD]]></title>
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            <dc:creator><![CDATA[MPB]]></dc:creator>
            <pubDate>Sun, 20 Mar 2022 16:24:02 GMT</pubDate>
            <atom:updated>2022-03-21T09:56:54.216Z</atom:updated>
            <content:encoded><![CDATA[<p><em>Sinceramente non so quante persone abbiano creduto a una delle cose più — appunto — incredibili che mi siano accadute. Proprio per questo credo sia l’aneddoto che ho raccontato meno volte. Il suo essere comprensibilmente incredibile non risiede nella epicità che di solito molti assemblano forzatamente con una serie di dettagli tutti indirizzati a far sembrare il protagonista (che quasi sempre è lo stesso che la racconta) un duro del roadhouse senza macchia e senza paura, capace di sangue freddo, azioni o battute perfette e un po’ tutto ciò che serve ad apparecchiare la tavola del viaggio dell’eroe. Macché, qua di epico non c’è proprio niente, a parte una caratteristica, la stessa che lo rende difficile da raccontare con credibilità: l’unica probabilità su cento miliardi che potesse accadere.</em></p><figure><img alt="" src="https://cdn-images-1.medium.com/max/1024/1*1dZzFNFo-mqlHFAGvv5gJg.png" /></figure><p>È il 2002, ho ventun anni e tanto per cambiare sto cercando lavoro. Tramite il compagno di mia madre vengo a sapere che la Coca Cola cerca un apprendista per montare e rifornire le spinatrici dei locali. Sarà proprio lui a fare da tramite con tal Daniele che prima di mandarmi in sede vuole conoscermi, giustamente. Ma io con questo Daniele non mi sento mai, so solo che devo farmi trovare due giorni dopo alle 15 davanti al bar San Giorgio per fare una chiacchierata.</p><p>Mi presento con un quarto d’ora di anticipo davanti al bar e fuori non c’è un’anima. Mi giro verso il prato di fronte e su una panchina vedo uno, seduto a circa 40 metri. Io lo guardo, lui mi guarda, io lo riguardo, lui mi riguarda. Allora io gli sorrido, lui mi sorride, io gli risorrido, lui mi risorride. Allora io lo indico, lui mi indica, allora io gli vado incontro, lui mi viene incontro e insomma sì dai, quelle situazioni lì. Morale, io e questo, a occhio, trentenne abbondante siam uno di fronte all’altro ed è da qui che il racconto assume i contorni di una balla clamorosa e quindi è da qui che l’ascoltatore deve compiere un atto di fede. Ché poi tutte le fedi funzionano così, se uno ci pensa.</p><p>Perché quando gli sono a tiro faccio sorridendo Daniele? e lui, sorridendo anche lui, E tu sei Matteo! e poi abbiamo fatto quelle risate da sfigati che si fanno in questi casi. Bon, mi fa Vieni sediamoci sulla panchina! e io Veh, sì che c’è il sole e si sta anche bene. Ci sediamo. Fa, mi cascassero tutte e due gli occhi, Innanzitutto scusa ma sono molto emozionato. La mia faccia. La mia cazzo di faccia. Ecco io pagherei per avere una foto della mia faccia quando questo Daniele ha iniziato la conversazione con Innanzitutto scusa ma sono molto emozionato. Era tipo quando gli occhi ti devi sforzare a non spalancarli e ti viene quella specie di mini paresi lungo il viso, come una specie di sorriso. Faccio No, scusa, aspetta un attimo, perché sei emozionato? e lui Be’ sai, ho riletto tutte le tue lettere almeno dieci volte. In quel preciso istante vedo in lontananza svoltare giù per la via del bar un Ducato rosso con scritto Coca Cola ovunque.</p><p>Io sfido voi a realizzare di vivere in diretta una cosa che se la vedessi in un film diresti tu stesso Ma va’ a cagare dai, di rendervene conto e di restare calmi. Allora mi alzo lentamente dalla panchina e la mia reazione, mentre questo continuava a bambanare di lettere che io gli avrei spedito, la mia reazione è che inizio a dire raffiche di Pian, pian, pian, pian, così a quattro alla volta, con una micro pausa tra una raffica e l’altra. Poi riesco a dire Ascolta qui Daniele, allora: te sei Daniele e io sono Matteo, ma io è quel Daniele là che aspettavo (indica il furgone). La sua faccia. La sua cazzo di faccia. Resta catatonico sulla panchina e vado verso l’ingresso del bar dove il Daniele giusto mi sta aspettando. Allora, ci sediamo dentro e lui nota che sono agitato e io penso Cioè questo mi deve valutare per farmi dare un lavoro e metterci la faccia con l’azienda solo perché conosce il compagno di mia mamma e la mia partenza è che ho gli occhi fuori dalle orbite e il respiro affannoso e sono a un bivio: se non dico niente sembro un drogato in astinenza, se gliela racconto tipo No, guarda non puoi capire che cazzo mi è appena successo, sembro un drogato che s’è appena mangiato la droga. Opto per il drogato in astinenza. Beviamo un caffè e dopo dieci minuti la chiacchierata termina. Usciamo, ovviamente il mio occhio va subito verso la panchina e c’erano Daniele e Matteo che si stavano dando voracemente la lingua in bocca e di lì a poco ho idea che avrebbero fatto come i due giovani Giorgio e Piero nella radura di Sherwood.</p><p>In contemporanea con la visione, il Daniele della Coca Cola va per darmi la mano e mi fa Allora in bocca al lupo per il colloquio, io gli do la mano a mia volta solo che stavo vedendo quello che stavo vedendo e che cazzo di roba incredibile e tutto e mi parte in automatico una risata lancinante, proprio urlata, che sembrava voler essere la risposta al suo in bocca al lupo, ma immaginatevi che cazzo avrà pensato. Non mi hanno assunto.</p><img src="https://medium.com/_/stat?event=post.clientViewed&referrerSource=full_rss&postId=bc8d08a7badb" width="1" height="1" alt="">]]></content:encoded>
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            <title><![CDATA[UN CAMPO SPORTIVO AL GIORNO (LA COLLEZIONE COMPLETA)]]></title>
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            <category><![CDATA[calcio]]></category>
            <category><![CDATA[campo-sportivo]]></category>
            <dc:creator><![CDATA[MPB]]></dc:creator>
            <pubDate>Sat, 11 Jul 2020 19:33:10 GMT</pubDate>
            <atom:updated>2020-07-17T10:52:08.474Z</atom:updated>
            <content:encoded><![CDATA[<figure><img alt="" src="https://cdn-images-1.medium.com/max/1024/1*w2dbk3Z6OGCfEWl1tc4zCw.png" /></figure><p><strong><em>Raccolta di tutti gli episodi della omonima rubrichetta andata in onda su Twitter durante il lockdown</em></strong></p><p><strong><em>Introduzione dell’autore</em></strong></p><p><em>L’incipit del primo episodio fa il verso (anzi, è uguale, nda) alla fortunata rubrica “</em><a href="https://sport.sky.it/calcio/2020/04/02/stadi-piu-belli-paolo-condo-twitter"><strong><em>Uno stadio al giorno</em></strong></a><em>” di e con </em><a href="https://m.dagospia.com/condo-il-caos-milan-giampaolo-le-critiche-a-ancelotti-e-la-nazionale-in-maglia-verde-215815"><strong><em>Paolo Condò</em></strong></a><strong><em> </em></strong><em>(giornalista italiano, maschio, nda) la quale ha allietato la clausura forzata (a causa di questo famoso “</em><a href="https://ospedalinokoelliker.it/coronavirus-spiegato-bambini/"><strong><em>coronavirus</em></strong></a><em>”, nda) degli utenti di Twitter sbarcando poi, visto il successo riscosso, sul portale di Sky Sport. Anche l’idea è uguale. Il titolo un po&#39; meno (cambiano due parole, nda). Paolo Condò mi ha poi querelato, ma davanti al giudice di pace di </em><strong><em>Codigoro</em></strong><em> si è messo a frignare come una </em><strong><em>mammoletta</em></strong><em> e ha ritirato le accuse sostenendo che in effetti era consenziente e aveva bevuto e non ricordava bene, allora noi gli abbiamo detto </em><strong><em>Temo tu ti stia confondendo</em></strong><em>, e lui ha fatto una faccia che immaginate e tutto si è concluso con una bella risata nervosa da parte di tutti. Per dissimulare si è offerto di scrivermi la prefazione. Gratuitamente. Anzi, ha insistito per darmi 200 euro lui.</em></p><p><strong><em>Prefazione di Paolo Condò</em></strong></p><p>È probabile che l’idea di presentarmi all’udienza del giudice di pace di Codigoro accompagnato dall’avvocato Taormina non sia stata la più geniale della mia vita. Avrei dovuto pensare che l’enormità del risalto mediatico garantito da una simile situazione avrebbe spinto il mio legale alla solita intemerata sui vizi delle giovani generazioni, peraltro ben rappresentate dalla trasandatezza del Pedrissimo (lo conoscevo come Pedrini, ma ho rinunciato a capire i suoi continui cambi di account: okay, ne ho bloccati una ventina, ma il mare non si recinta). Le lacrime - parlare di frignata è francamente eccessivo - mi sono uscite al pensiero dell’onorario che il Taormina si sarebbe pappato non per difendermi, ma per cercare la solita candidatura con un partito di destrissima. Da cui il tentativo di chiudere la questione porgendo i 200 euri al suddetto Pedrissimo, così pollo da accettarli pur essendo evidente che, in quel momento, ne avrei sborsati dieci volte tanti per trarmi d’impaccio (wait: “trarmi d’impaccio” è bellissimo, devo ricordarmi di usarlo a Sky e sulla Gazza). Fra i termini dell’accordo c’è anche questa prefazione, positiva altrimenti non vale, ma come potrei mai parlar male di uno scritto del Pedrissimo... Insomma, l’ho scoperto io, un po’ come Al Gore sosteneva di aver inventato Internet. Mister Pedrini è un talento di campagna come le sue ridicole - nel senso che fanno ridere, e qui sono serio - storie di campi polverosi, nonni premurosi, maglie troppo larghe (a me non è mai successo, mi sta sempre tutto stretto cazzo), aspettative troppo alte. La differenza fra i miei stadi e i suoi sta nella fatica per raggiungerli - passate voi un quinto delle vostre vite negli aeroporti, a lumare fighe da sfilate Intimissimi (cit. FF) che poche ore dopo saranno dall’altra parte del mondo, e se puta caso vengono nella vostra sono attese allo scalo da un qualsiasi Big Jim - e nei bar dell’intervallo: panini di plastica nel grande calcio che frequento io, deliziosi toast farciti con pollame allo stato brado da Mamma Rosa o come diavolo si chiamavano i baretti del Ferrarese. Credo che con l’aggiunta dei 200 euri l’impegno sia rispettato, dunque vi saluto. Mi sono perso l’avvocato Taormina, se nei prossimi mesi vedrete Pedrissimo girare in Jaguar da quelle parti vuol dire che i due erano d’accordo. E quindi, a fine ottobre comprate il mio libro sugli stadi per farmi limitare le perdite (sì, questa è una pubblicità progresso).</p><h3>UNO.</h3><p>Starmene in casa comincia a pesare, e allora mi metto in viaggio con la memoria. Da oggi un campo sportivo al giorno: vicini, lontani, famosi, sconosciuti. Partiamo da qui: <strong>Campo Sportivo Comunale di Ospital Monacale, Ferrara</strong>.</p><figure><img alt="" src="https://cdn-images-1.medium.com/max/886/1*FcWtLg7pU2cymIp6qAWjCw.jpeg" /></figure><p>Il mio esordio in una partita ufficiale. Settembre &#39;90, tardo pomeriggio. Arrivo con mio nonno Raoul su una Fiat 128 bianca famigliare che sembra la Ecto1 dei Ghostbusters. Mi sto cagando addosso. Letteralmente. Entro negli spogliatoi, butto la borsa e corro sulla turca.</p><p>Fatto tutto mi pulisco col fazzoletto da naso poiché il rotolo di carta appariva, ecco, già utilizzato. Indosso la divisa da portiere della Meyba grigionera, i guanti Uhlsport azzurrirosa e solo dopo le Pantofola d’Oro a 13, n.38. Esco e vado dal nonno Raoul: me le allacci?</p><p>Mi fa notare che so allacciarle da solo e io replico che con i guanti non riesco. Lui lancia uno strale contro Sant’Antonio, mi invita con la sua proverbiale sensibilità a togliere i guanti e arrangiarmi, ma il tempo stringe: s’inginocchia e lo fa lui taggando almeno 3 santi.</p><p>1° tempo della mia prima partita della vita contro sole. Quello basso del tramonto. Ho un cappellino della Ferrari, ma non conta un cazzo. Dopo 30&quot; subisco il mio 1° gol. Da Piron Daniele*. Un mio compagno. Vuole rinviare in rovesciata, la prende di stinco e me la spara nel 7.</p><p>*<em>(Soprannominato Fame o più spesso Agonia per la struttura lunga e rachitica. Un bambino del Biafra alto, bianco, gobbo e senza pancia gonfia. Terzino sinistro tutto mancino e lento come una processione, ha giocato fino ai Giovanissimi del S. Bartolomeo Calcio. Ora fa il gommista, nda).</em></p><p>Il buongiorno si è visto dal mattino. Ho un attimo di smarrimento. Il mister insulta Piron che risponde &quot;Ma va&#39; caga anca ti&quot;. Guardo Raoul, mi fa cenno con gli occhi &quot;Tranquillo&quot;. Mi passa. Subisco altri 2 gol, ma nel 2°tempo compio una doppia parata: piede, ribattuta, faccia.</p><p>Ma proprio faccia piena. Mi ero buttato d’istinto sui piedi dell’avversario che stava concludendo in tap-in. Sento un boato, ma non ci vedo niente. Mi alzo, mi strofino gli occhi, guardo Raoul, ride. &quot;Bravo Bigo&quot;, dice. Se me l’ha detto lui allora è vero, penso. Sono un portiere.</p><figure><img alt="" src="https://cdn-images-1.medium.com/max/1024/1*Ts0JVh3YltWn3LejEGcZRg.jpeg" /></figure><figure><img alt="" src="https://cdn-images-1.medium.com/max/1024/1*bj4CGmmqQQpE3epZNU2X3Q.jpeg" /></figure><h3>DUE.</h3><p><strong>Il Campetto in cemento dietro la Confartigianato di Gaibanella</strong>, <strong>Ferrara</strong>. È quello sotto quei tendoni.<br>Teatro dell’allora annuale torneo estivo a 5 fra i bar dei paesi limitrofi. Tornei (a 5, a 7 o a 11) che erano più sentiti dei campionati veri.</p><figure><img alt="" src="https://cdn-images-1.medium.com/max/1024/1*oL4XhuR2jjFxAWNDSeQrAQ.png" /></figure><p>Una volta trovato lo sponsor (solitamente bar, ristoranti, imprese edili) potevi infatti: 1- allestire dei veri dream team locali; 2- tesserare anche alcolizzati e tossicodipendenti da mettere in campo verso la fine per far spettacolo e 3- sublimare l’odio latente fra paesi.</p><p>Quel torneo è ricordato da tutti perché aveva il telecronista: un tizio sui 60 (scelto in quanto unico individuo di Gaibanella in grado di mettere in fila 3 frasi in italiano senza bestemmie) che veniva microfonato e sistemato sopra un trabattello da imbianchino vista campo.</p><p>Leggeva formazioni, sponsor e commentava (senza spalla tecnica) con una cadenza ferrarese talmente potente che a ogni L rischiava di afferrare e inghiottire il microfono con la lingua tipo camaleonte con la cavalletta. È il 2002 e il torneo ha un competitor: i mondiali.</p><p>A ogni mondiale perdevo la testa per un portiere e volevo essere lui: Conejo nel &#39;90, Campos nel &#39;94, Roa nel &#39;98. Il 2002 fu la volta di Recber Rüstü. Ma nel frattempo ero diventato un adulto. Niente da fare: dovevo essere lui. Partivo avvantaggiato grazie a codino e barba.</p><p>Al &quot;Mondiale Gaibanella 2002&quot; difendo i pali del Circolo La Magnolia di S. Bartolomeo in Bosco e alla prima partita mi siedo negli spogliatoi in lamiera col tetto in ethernit montati al volo per il torneo, apro la borsa e tiro fuori un vasetto di Nutella. Mi guardan tutti male.</p><p>Tutti sanno della mia cotta estiva per Rüstü, ma solo Menegatti Marco detto Sprupu realizza e dice solo Non ci credo. A quei mondiali Rüstü sconvolge il mondo scendendo in campo con due strisce nere sugli zigomi per limitare l’abbaglio dei fari visto che si gioca solo di sera.</p><p>Mia mamma non viveva più con me e quindi neanche i suoi trucchi. Non avevo pennarelli neri carichi. Col nero gomme magari mi ciecavo. O diventavo Carlo Conti. La Nutella era la cosa più scura e &quot;applicabile&quot; a disposizione. Mi vesto da portiere e mi vergo gli zigomi di marrone.</p><p>Sembra che ti han cagato in faccia, dice ilare qualcuno. Invidia, penso. Inizia la partita. Inizio a sudare. La mia protezione dai fari si scioglie e si dilata. E ancora non sapevo 2 cose: 1- sono ed ero allergico alle nocciole e 2- il regno degli insetti va ghiotto di Nutella.</p><p>Dopo 10 minuti ho gli occhi iniettati di sangue, gli zigomi della Ferilli (ma marroni) e un rave di mosche, moscerini, zanzare e tafani intorno alla faccia. Inizio a darmi manate davanti al viso e con una mi colpisco. La gente ride, non capisce bene, ma ride. Mister, cambio.</p><h3>TRE.</h3><p><strong>Il Campetto di fianco alla Bocciofila di S. Bartolomeo in Bosco, Ferrara.</strong> Ora trasformato in parchetto con scivolo, altalena e pista per i biciclini, tra fine 80 e metà 90 è stato il luogo di migliaia di battaglie senza esclusione di colpi.</p><figure><img alt="" src="https://cdn-images-1.medium.com/max/886/1*VHVUZWpyIRu_pJwLQQ_KCA.jpeg" /></figure><p>Negli irripetibili 80 ci facevano la Festa dell’Unità. Col nonno Raoul ci ho visto cantare in playback Jo Squillo e i Gaznevada. Alla tombola ci ho vinto un set di saponette con un terno. Raoul lo dimenticò lì. Quanta opulenza in quegli anni.<br>Ma torniamo alle partite selvagge.</p><p>All’inizio mi ricordo che c’era l’erba e le 2 porte erano fatte con 2 mattoni o 2 magliette ché tanto a volte le si doveva togliere per distinguere le 2 squadre. Nudi contro Vestiti era infatti la sfida più frequente. Ma i contenziosi sui gol fantasma erano febbrili e infiniti.</p><p>Ricordiamo che non era stata ancora inventata la Goal Line Technology, ma a noi sarebbe bastata e avanzata la traversa la quale era invece un’invenzione già ampiamente diffusa e piuttosto utile. Il gestore della Bocciofila ci monta così 2 porte di legno. Abusivamente.</p><p>Fatte con pali marci recuperati da Pirìn il falegname. Di dimensioni diverse, coi pali un po&#39; quadrati e un po&#39; tondi. Nel posare una delle traverse l’uomo cade dalla scala e la traversa medesima colpisce in testa in contemporanea Gurioli Nicola e Baraldi Luca detto Greystoke.</p><p>Intanto l’erba era via, via sparita per lasciare spazio a terra battuta e qualche giarone, ma oh: avevamo le porte. E 2 contusi, ma roba da ridere. Il campetto divenne il nostro campo ricreativo estivo full-time e il doposcuola nelle rimanenti stagioni. E senza educatori.</p><p>C’erano le consuete 3 dinamiche da campetto: 1- i 2 più forti o i 2 più scarsi fan le squadre; 2- in porta non vuol star nessuno. Io ero l’unico che si offriva per starci e per questo ero spesso la prima scelta a ogni draft. Poi c’era la 3: il pallone. Oggetto abbastanza utile.</p><p>Possedere un pallone abbatteva ogni barriera tecnico-atletico-empatica. Malimpensa Marco era scarso, vessato di scherzi, sputacchiava, ma: aveva SEMPRE il pallone. E abitava lì di fronte (NB: la casa col tetto grigio). Ci fissava dalla finestra.</p><p>Ci teneva in pugno per le palle. Anzi, per LA palla. Vabbè, va&#39; a chiamare Malimpensa. E lui a volte se la tirava pure: Mah, dovrei studiare... Ma va&#39; a cagare, dai culone. Solo che spesso sua mamma lo richiamava in casa per la cena che il match era ancora in pieno svolgimento.</p><p>Vabbè vai pure Marco, il pallone te lo riportiamo dopo. Mi raccomando eh. Sì, sì, vai che si fredda. In fondo dovevamo solo attraversare la strada e lasciarglielo nel cortile. Ma tra i 10 e i 13 anni sei stupido, pigro e anche sfigato. Finiamo. Lollino deve riportare la palla.</p><p>Decide che è troppa sbatta e dal campetto calcia a mo&#39; di rinvio una parabola destinata al cortile dei Malimpensa.<br>Passa un camion a rimorchio dell’Edil Park.<br>Esatto.<br>Greystoke a torso nudo lo rincorre per 200m. Inutilmente. Glielo andiamo a dire. Non ci crede. E dagli torto.</p><figure><img alt="" src="https://cdn-images-1.medium.com/max/1024/1*0XyOZa3FF8a0-T7wY6unFw.jpeg" /></figure><h3>QUATTRO.</h3><p><strong>Campo sportivo Donada di Porto Viro, Rovigo</strong>.<br>Luogo in cui mi si manifestò il concetto di gioia e dolore come facce della stessa medaglia, con la vita a dirmi Ragazzino, è la fottuta realtà bellezza, dannazione (fissa il vuoto, fuma, stacco).</p><figure><img alt="" src="https://cdn-images-1.medium.com/max/543/1*EZgIpTZRwDDbDoSoVBgYZA.jpeg" /></figure><p>Febbraio &#39;96. Gioco nel più sfigato dei settori giovanili d’Europa: quello del S. Bartolomeo Calcio ovvero &quot;Là dove non osano gli osservatori&quot;. A parte quelli delle società dilettanti limitrofe, come vedremo nelle prossime puntate. Ma di squadre grosse neanche la puzza.</p><p>Da bambino, alla fatidica domanda, non ricordo di aver mai risposto nulla di diverso da &quot;Da grande voglio fare il portiere del Milan&quot;. Tutti mi prendevano per il culo, Ahahah Vabbè a parte questo? Ma come A parte questo? Allora cazzo chiedi? Questo. Questo e basta, babbeo/a.</p><p>A 15 anni non avevo minimamente cambiato idea e iniziavo a sembrare un ritardato. A me per primo eh. Vivi e giochi nel culo del mondo, alcuni tuoi coetanei già lavorano e fumano, dai su. Retroattivamente ero tipo Herbert Ballerina che vuole fare l’usciere. Però paravo tanto.</p><p>Entra in scena Buriani Guerrino, il biciclaio del paese, nel ruolo di: Uomo del Destino. Non tanto per la sua professione, ma in quanto presenza fissa dietro la mia porta e, soprattutto, fratello di Buriani Ruben, ex giocatore e all’epoca DS del settore giovanile del: Milan🔥.</p><p>&quot;A gh’è al nvod ad Raoul c’al fa al purtier e al par un gataz&quot;. Me la immagino così la segnalazione. In paese ancora oggi sono &quot;Il nipote di Raoul il muratore&quot; e quando andavo a gonfiare le gomme della Benotto mi chiamava Al Gataz, &quot;Il gattaccio&quot;. Mi piacevano entrambe le cose.</p><p>Mi convocano per un provino &quot;intal venezian&quot; (a Ferrara tutto il Veneto è &quot;intal venezian&quot;). Famiglia di milanisti da 3 generazioni, paese dimenticato da dio. Un biciclaio come chiave per lo scrigno dei sogni. Mi comprano una divisa nuova, tipo vestito per la cresima. Si parte.</p><p>Ovviamente col nonno Raoul, ma stavolta con la macchina da festa: una Fiat 132 grigia del &#39;79. Ci perdiamo 4 volte. Tiro giù spesso il finestrino per far sgasare l’abitacolo dalle madonne. 5 anni e mezzo dopo l’esordio tutto era cambiato, ma niente era cambiato. Arriviamo.</p><p>C’è Marchino, mio ex compagno, ora nelle giovanili dell’Argentana, serie D. Un 10 da stereotipo. Poi riconosco chi ci avrebbe valutati e ho un mancamento: Italo Galbiati in persona. Il vice di Capello. Cazzo allora è una roba seria. Aiuto. Dico un Padre Nostro a mente. Giuro.</p><p>Non servirà. Ci dividono per ruolo per organizzare 2 diversi 11vs11. Siamo quindi 4 portieri. Ci mettono vicini. Il più basso dei 3 è la mia custodia e ha già la barba. Alzo la testa e gli dico Ma di che anno sei? Con la voce di Luca Ward fa &quot;82&quot;. Cioè: pure più giovane di me.</p><p>Vengo di fatto scartato lì, negli spogliatoi. Sono 1,73, diventerò 1,78. Troppo normale. Ok. Mi fanno comunque giocare e penso &quot;Se c’è un dio ora mi arriva una mitragliata e gli faccio vedere che cazzo sa fare Al Gataz&quot;. Non sfioro un pallone. Anzi uno: per rinviare dal fondo.</p><p>C’era infatti la crème de la crème &#39;81 e &#39;82 di 2 regioni e davanti ho praticamente 4 Franchibaresi. Ai portieri poco impegnati fanno una scarica di tiri dopo la partita. A me no. Esco dal campo guardando Galbiati. Non piangere. NON piangere. Piango. Ma con discrezione.</p><p>Doccia. Esco. Raoul punta l’ufficio in cui c’erano Galbiati e collaboratori. Io No dai, è da sfigati, non fare come i papà che fan vergognare i miei amici. Non l’ha mai fatto, è impazzito. Entra senza bussare con me dietro a tirarlo. Li fissa, punta il dito, stringe gli occhi.</p><p>&quot;An as fa brisa acsì parchè al ragazet l’ha pers un dì ad scola. Branc d’imbezil&quot;. A lui quello rodeva. Non rivendicare la mia presunta bravura. Il giorno di scuola perso. E glielo dice in ferrarese. Perché quello che deve capire sono solo io. L’ho capito dopo. Ma l’ho capito.</p><h3>CINQUE.</h3><p><strong>Campo di Calcio Frutteti, Ferrara</strong>.<br>Il centro sportivo dell’US Frutteti, allora Portamare Frutteti: IL settore giovanile di Ferrara. Succursale della Spal prima, dell’Inter poi. Da qui uscì Santon. Sono desolato. Arrivo da infante, esco da ometto.</p><figure><img alt="" src="https://cdn-images-1.medium.com/max/886/1*DvkNIrqCFrhr8zhY63McrQ.jpeg" /></figure><p>Estate &#39;96. Il S. Bartolomeo trascinato dai miei cugini e da bomber Baldin centra una storica 1a categoria dopo aver allestito un dream team allenato da Ciccio Callegari, indimenticato Mourinho del calcio locale e papà di Massimo, che conoscete bene. Presidente: Geson Taiuflon.</p><p>E ben due DS: uno per la provincia di Ferrara (Gango Taddia) e uno per &quot;l’estero&quot;: un tizio bolognese detto &quot;Al bisèssuèl&quot; o solo &quot;Sessuèl&quot;. Gango mi gira in prestito al S. Martino, &quot;coi grandi&quot;: un anno titolare in 3a categoria a farmi le ossa per poi tornare da Ciccio. Ci sto.</p><p>Il DS del S. Martino Casoni Gianni detto Jean Le Casonì mi convoca per firmare nel suo ufficio: il retro della sua bottega da barbiere. Tra una voliera con due cocorite e cataste di giornali di donne nude firmo il mio primo cartellino da adulto. Ma ho 15 anni e serve un’altra cosa.</p><p>&quot;La visita PISCOFISICA&quot;. Lo ripete almeno 5 volte a mia nonna Ivana nel nostro cortile. &quot;Par zugar al dev far la visita PISCOFISICA&quot; e quindi serve la firma di un famigliare. &quot;Cus’èla la visita PISCOFISICA?!&quot; chiede l’Ivana. Io li contemplo estasiato per una mezzora buona.</p><p>Inizio la preparazione col S. Martino scarrozzato da Casoni Gianni in persona. A S. Martino vengo accolto e coccolato dai dirigenti e tuttofare Lauro &amp; Fratta: uno senza un braccio, l’altro senza un occhio. &quot;Occhio Fratta che a Lauro serve una mano&quot; dice un mio compagno una sera.</p><p>Un pomeriggio di fine agosto mi sto grattando le balle davanti alla Bocciofila steso sull’F.10. Vedo arrivare Geson Taiuflon, su una Graziella praticamente inglobata dalla sua mole. Sembra un centauro grasso e con le ruote. Tutto trafelato mi urla Hai già firmato? e io Sì.</p><p>Straza tut, straza tut! Ma come Straccia tutto?! Ribatte: Im dà tri miliun! Tri miliun! Ma chi ti dà 3 milioni?! Il Porta Mare! Straza tut!<br>Allestire il dream team per andare in Prima lo aveva indebitato fino al collo. Era tempo di vendere i pochi giovani che avevano mercato.</p><p>Avrei fatto il piccolo-grande salto: dai Giovanissimi provinciali dritto a una Juniores regionale e aggregato alla prima squadra. Avrei trovato un centro sportivo attrezzato con 6 spogliatoi, fisioterapista e medico. Un preparatore vero mi avrebbe rivoltato come un calzino.</p><p>Un custode mi avrebbe portato il tè caldo dietro la porta d’inverno. Un autista mi sarebbe venuto a prendere a scuola col pullmino e allietato con aneddoti porno. Un DS mi avrebbe amato come un figlio e sostenuto anche extracampo. Avrei esordito in Coppa Emilia a 15 anni.</p><p>Li avrei traditi per 4 mesi perché mi chiamarono dall’Eccellenza, salvo poi tornare indietro col mercato di novembre tipo &quot;In ginocchio da te&quot; come Morandi. Avrei giocato, più di una volta: sabato con la Juniores, domenica mattina con gli Allievi e domenica pomeriggio in 1a.</p><p>Sarei stato capitano. E lì, nella porta a sinistra, un brutto giorno sarei stato fregato dalla mia stessa colonna vertebrale che mi avrebbe lasciato steso, senza dolore, ma immobile, facendo cominciare tutta un’altra storia.<br>Ma prima di tutto bisognava dirlo a Casoni Gianni.</p><p>Entro nella bottega. Sta tosando uno mentre Toselli Eugenio detto Niki Lauda sfoglia un calendario con le donne nude.<br>Non mi fa neanche dire A. Non alza neanche gli occhi. Sono sull’uscio e dice solo &quot;So già tutto&quot;. Poi appoggia forbici e pettine e va &quot;in ufficio&quot;.</p><p>Esce col cartellino e me lo straccia davanti. Mi guarda deluso, gli trema un occhio, ma sa che quel treno va preso. &quot;Va&#39; fora, a sen a post acsì&quot; poi, girandosi e con un tono diverso &quot;A tié fort. L’è giust acsì&quot;. Grazie, dico.<br>Mentre esco sento &quot;E di&#39; a Geson cl’è n’aldamar&quot;.</p><h3>SEI.</h3><p><strong>Campo Sportivo Comunale di Francolino, Ferrara</strong>.<br>Nella memoria collettiva per essere talmente sconnesso che dovrebbe chiamarsi &quot;Dottor Gibaud Stadium&quot;.<br>Torneo di Francolino &#39;98, categoria Allievi regionali.</p><figure><img alt="" src="https://cdn-images-1.medium.com/max/871/1*kf-pbNDo0gPnN8ZVRo-ajA.jpeg" /></figure><p>C’erano squadre forti. Il Porta Mare Frutteti aggrega perciò agli Allievi anche gli Juniores ancora in età. Ma i portieri li aveva buoni (Pasetti, ex Spal e Albiero, figlio di Massimo, in serie A col Como) e io non stavo neanche benissimo con qualche parte del corpo a scelta.</p><p>Stacco quindi la spina e mi preparo a un’estate di bar, mondiali e cosacce zozze in mezzo a campagna con la fidanzatina. Squilla il telefono di casa. È Occhiali Adolfo, mister degli Allievi. Albiero si è rotto una mano. Son fermo da un mese mister. Eh, ma vieni solo in panca.</p><p>C’era la semifinale contro la temuta Copparese. Vado per fare il 12° che infortunio a parte era anche giusto così. Poi la sera della finale Pasetti sparisce e devo giocare io ciucco di Aulin la finale-derby contro l’odiato S. Luca. Vinciamo 2-1. Miracolo al 90°. Ma non importa.</p><p>Vado in panca contro la Copparese e appena l’arbitro fischia, bar, imminenti mondiali e cosacce zozze si perdono come lacrime nella doccia ed entro in clima partita. Praticamente urlo più del mister. La partita è tesa e davvero bella. Ma noi abbiamo bomber Beccati, loro no.</p><p>Francolino tutta è intorno al campo e per questioni rurali tifa Copparese, in quanto noi eravamo i fighetti di Ferrara. In effetti io ero l’unico &quot;non cittadino&quot; della rosa. E lo dimostrerò. 2-2, 5 minuti alla fine, cambi finiti. Il mister manda in doccia i due rimasti in panca.</p><p>Mal volentieri io e Trambaioli Mattia detto La Gazzella (ala tutta corsa. Solo corsa) guadagniamo gli spogliatoi, ci denudiamo ed entriamo in doccia. Rapidi, per poi vedere gli imminenti supplementari. Ho il Badedas in mano. Non ho ancora aperto il rubinetto. Si sente un boato.</p><p>Un tuffo al cuore, spalanco gli occhi. Corro fuori di scatto, mi ritrovo coi piedi in campo e mi accorgo di due cose: 1- ha segnato Beccati! e 2- sono completamente nudo.<br>Tutta Francolino mi insulta oltre le reti di recinzione.</p><p>La Gazzella si mette l’accappatoio ed esce per riportarmi dentro perché sa cosa sta per accadere, ma arriva tardi. Mi rivolgo al pubblico, urlo ripetutamente &quot;Copparo merda&quot; accompagnando il canto con il più classico degli elicotteri col cazzo.</p><p>Il presidente del Francolino mi punta il dito sul pistulino: &quot;Quel coso vallo a tirar fuori all’Harmony&quot; dimostrandosi esperto di night club locali. La Gazzella mi salva dal linciaggio. In finale verrò scortato fino agli spogliatoi e in campo mi urleranno spesso SPOGLIARELLISTA.</p><h3>SETTE.</h3><p><strong>Campo Sportivo Audax Dribbling, Ferrara.</strong><br>Nel &#39;99 mi frantumai pesantemente la schiena. Mi sistemarono nel 2007, ma tutti i trenini di una dignitosa carrierina dilettantistica erano già passati. Sopra la mia schiena peraltro. Reinventarsi o morte.</p><figure><img alt="" src="https://cdn-images-1.medium.com/max/886/1*C7xh_utbPpBI1ZGBc9STtQ.jpeg" /></figure><p>&quot;Smetti o puoi finire in sedia a rotelle&quot;. Il dott. Droghetti neanche finisce la frase che mia madre piange e io già penso a come restare un giocatore. Per &quot;Smetti&quot; intende chiaramente &quot;col calcio&quot;, ma io mi appello a un vizio di forma e lo interpreto &quot;di fare il portiere&quot;.</p><p>Abbasso drasticamente le categorie. Tiro fuori vecchie esperienze obbligate. Studio - letteralmente - Pippo Inzaghi. Divento un Nueve. Tra Terza categoria e Amatori segno 94 gol. Negli Esordienti a S. Bartolomeo eravamo spesso 4 gatti e io correvo. Toccava qua e là star fuori.</p><p>Nei Giovanissimi vengo spesso usato a la Campos, ma tutto comincia nel secondo anno di Esordienti. Il mister Zagni Franco si mette in testa che sono un libero. A me fa cagare perché sono un portiere, ma facciamo così schifo che uno che corre veloce in porta non può permetterselo.</p><p>Così una mattina, in questo campo, stupisce tutti dando la formazione: io (libero) col 9, Gurioli Nicolino (portiere) stopper e Grandini Filippo detto Emmental (panchinaro grasso) in porta. Poi Emmental dimagrirà e in porta farà pure una discreta carriera giovanile. Pensa.</p><p>Gennaio &#39;93. Tengo nascosta un’influenza a mia mamma e dopo la partita apprendo che ho giocato con 38,3. Il mister mi dà la mia prima maglia di lanetta gialla col 9 tridimensionale e mi sistema sul braccio la fascia da capitano fatta col nastro adesivo bianco. Quanta indigenza.</p><p>In campo scopro che il centravanti è solo un portiere senza guanti. L’1 e il 9 non fanno due ruoli, ma due sport individuali all’interno di uno sport di squadra. Sono soli, vistosi, decisivi, agli estremi opposti della squadra. Non ho mai visto un egocentrico fare il terzino.</p><p>L’1 e il 9 stanno senza toccar palla per decine di minuti e devono lavorare di psiche per &quot;restare in partita&quot;. Possono anche solo sfiorare anche un solo pallone ed essere decisivi. Devono pensare che quel pallone lì prima o poi arriverà e comportarsi di conseguenza.</p><p>Soli in mezzo agli altri. Soli coi propri pensieri. Immaginare un’azione e capire come comportarsi nel caso. Farsi trovare pronti, muoversi mezzo secondo in anticipo. Tutte le energie mentali dirette verso una possibilità.</p><p>Stiamo buscando 5-1. Ferraguti Alfonso scende sulla destra e io, ovviamente senza accorgermene, compio un movimento che avevo visto fare a Massaro: fingo di andargli incontro, il 5 mi segue, ma poi cambio direzione, &quot;mi stacco dalla marcatura&quot; avrei poi imparato a dire.</p><p>Alfonso me la mette rasoterra al limite dell’area, la stoppo di sinistro per portarmela sul destro, vado per incrociarla di piatto sull’uscita del portiere e mi parte una ciabattata non sporca: putrida, che rimbalza almeno cinque volte prima di entrare ai 2 all’ora.</p><p>Vacca boia ho fatto gol. Esulto come Tardelli, ma è il 5-2 e non mi caga nessuno. E non me ne può fregare di meno. È come la prima pugnetta: resti sbalordito dalla sensazione (con la differenza che puoi correre e urlarlo) e la ricerchi tutta la vita. Sarà il mio splendido piano B.</p><figure><img alt="" src="https://cdn-images-1.medium.com/max/360/1*dsUSWAxGodDQduyw5iWgtw.jpeg" /></figure><h3>OTTO.</h3><p><strong>Campo di Volania, Comacchio.</strong><br>Non ho scritto &quot;provincia di Ferrara&quot; perché i confini li decidono uomini in giacca e cravatta intorno a un tavolo, mai i soldati al fronte. Quel lembo di mondo non è Ferrara. Né Italia. Né Europa. È LA BASSA.</p><figure><img alt="" src="https://cdn-images-1.medium.com/max/886/1*iNwt0dMl0oobzQEYtXIGPQ.jpeg" /></figure><p>Da ragazzino, quando partivo per andare a giocare nel comacchiese o zone limitrofe, mia madre mi salutava ogni volta come se fosse l’agosto &#39;41 e io stessi partendo per la Russia. Mi dava una foto di famiglia, una catenina col crocifisso e un tascapane con dentro i cappellacci.</p><p>Ceppo etnico e dialettale a sé, ci chiusero nella stessa provincia come i coloni che per non star tanto lì a sbattersi con goniometri, teodoliti e cartine barricarono insieme topi, gatti e cani. Bon, noi andiamo adesso, non bisticciate eh.</p><p>Ma a Volania non avevo mai giocato in più di vent’anni. Scoprii che i volanesi considerano finocchi borghesi i comacchiesi. Ecco, fate conto che i comacchiesi discendono da tizi che nel &#39;400 cacciarono a pugni e bastoni un esercito intero armato fino ai denti (la Serenissima).</p><p>Sono tornato a giocare (fisso col 9) dopo 3 anni fermo per un ginocchio malefico nei redivivi Columbia’s di S. Bartolomeo, leggendaria compagine nata nell’’83 (2 mesi dopo che partì lo shuttle Columbia, da cui il nome) e deceduta varie volte, ma con un alone mitologico intonso.</p><p>Eravamo gli eredi di autentici eroi come il Bomberino (uno in grado di far su un cannone sull’autoscontro), Mezzetti Stefano detto Zigoni, Zagni Edmo detto Toto (&quot;Ma sta&#39; zit un poc&quot;, &quot;Non capisci, io lavoro sulla psicologia dell’avversario&quot;), Bertocchi Gianin (ex Spal) ecc.</p><p>Sentivamo quel peso, ma il paese era con noi. Amatori CSI &#39;10-’11. Stravince la Brasserie Arlecchino e va dritto su e in finale di Coppa. Chi vince i playoff guadagna la seconda promozione e va a giocarsi la Coppa al Paolo Mazza di Ferrara. Quarta (noi) vs terza (Buonacompra) in gara secca.</p><p>E ovviamente in casa loro. L’anno prima (io non c’ero), la stessa partita finì con 9 espulsi. Tutti dei Columbia’s e tutti a partita finita. Mandano quindi Menegatti, il Collina degli Amatori. &quot;Sa fe&#39; gli imbezil anch’inqúó, i cartlin av’li fag magnar&quot;, ci disse all’appello.</p><p>Filò tutto liscio. 0-1 Sprupu, 0-2 Pedrissimo (su commovente cross mancino (😲) di Smanofla, ala dalla media impressionante di 1 assist ogni 6 campionati) nei primi 20’. Tra noi e il Paolo Mazza solo la seconda classificata che ci attende riposata da 15 giorni in casa loro: gli Amatori Volania.</p><p>Giugno &#39;11. Partiamo tra 2 ali di folla. Arriviamo dopo un’ora. Ad attenderci: tutta Volania e 4 miliardi di zanzare (nello spogliatoio ospiti ci fan trovare l’Autan al posto del tè). Tifosi al seguito 2: mia mamma e il suo compagno. Che si chiudono in macchina. A chiave.</p><p>Sono l’osservato speciale: il mio personalissimo cartellino stagionale recita 18 gol in 24 gare con un solo rigore. Ma me ne sono guadagnati 9 (gli altri 8 segnati dal mio partner: il Ketch Vitali). Tutti inesistenti, ma tutti netti: io non simulavo, ma &quot;generavo&quot; il contatto.</p><p>Ero, in tutto e per tutto, un Pippo Inzaghi dell’Eurospin. Specie di 9 in genere particolarmente poco gradita presso i difensori normali. Immaginatevi da questi. Mi marcano infatti a zona i loro due centrali: due cavabietole coi tribali e lo sguardo di Angelo Izzo.</p><p>Dopo 5 minuti, in uno spalla a spalla col 5, faccio il mio solito giochino: arrivato ai 25 m lo prendo &quot;a braccetto&quot; e me lo tiro addosso, cadendo. Punizione. Per me. Funzionava sempre. Funziona. Impazzisce. Lo guardo e rido. Ho appena firmato la mia meritata condanna a morte.</p><p>Da lì in poi è una carneficina. Appena mi arriva la palla mi entrano tutti e due: uno palla E gamba, l’altro: il resto del mio giovane corpo. A palla lontana è una burrasca di stravento di sberle o calci da dietro. C’è la terna. Vedono tutto ma c’han paura. E dagli torto.</p><p>Non reagisco nemmeno blandamente: sono diffidato e perderei la finale anche solo con un giallo. Quindi calmo, zitto e livido. Fa parte del gioco eh: tu simuli una spinta mia, io uno sgambetto tuo; tu mi dai una gomitata, io te la ridò. Almeno 1 ogni 10. Ma non posso rischiare.</p><p>Volania tutta accompagna ogni mia brutalizzazione con boati e insulti in quel latrato incomprensibile che è il dialetto comacchiese. 1-1 inchiodato. Supplementari. Mi passa la palla della vita a 1mm dalla mia spaccata a la Heather Parisi tra le gambe del 5. Rigori.</p><p>&quot;Pedro te la senti?&quot;. Ho i crampi anche nelle orecchie. Caviglie messe a caso dalle tane di talpa (giuro) sparse per il campo. Sono letteralmente livido. Ma dico sì. Sprupu calcia il suo nell’appezzamemto dietro la porta. Loro li segnano tutti. Tocca a me. Se sbaglio è finita.</p><p>Ora, viste le premesse, immaginate per un momento che colonna sonora mi potrà mai accompagnare nel tragitto da metà campo verso il dischetto. Ecco: di più. Il portiere è lungo: se indovina l’angolo la prende, penso. CAZZATA: non si deve MAI pensare prima di rigori del genere.</p><p>Sono sempre stato un rigorista così, così (comunque un onesto 8 su 11), ma, bene o male, ho sempre calciato rasoterra. Sono un portiere, erano quelli i più difficili. Faccio quel ragionamento e mi viene un’idea che mi sembra geniale: fingi di aprire e poi chiudila mirando l’incrocio ché se prendi l’incrocio non c’è portiere lungo che tenga.</p><p>Ah, prenderlo l’ho preso l’incrocio. In pieno. Il rigore di Trezeguet a Berlino, ma meno riga. Mi appoggio con la fronte al palo di destra. Scoppio a piangere. Volania è in festa. Negli spogliatoi mi consolano. Vorrei bere l’Autan. Ci penso ancora, tutte le sere. Pensa Baggio.</p><p><em>(Bonus track:<br>Te pensa che nel maggio 2005, sempre in semifinale, vengo messo in campo all’ultimo minuto dei supplementari solo per calciare uno dei rigori. Ero in panchina poiché non dormivo da forse 60 ore. Ero sceso poco prima dall’aereo di ritorno da Istanbul. Il mister era un gobbo e forse voleva darmi il colpo di grazia. O forse era uno squilibrato. O lo squilibrato fui io ad accettare. Non so. Segno. Tiro una madonna di gola con dentro anche Istanbul. Tre giorni dopo mi frantumo una caviglia e niente finale. Dio toglie, dio dà, dio ca).</em></p><h3>NOVE.</h3><p><strong>Campo Sportivo X Martiri, Porotto, Ferrara.</strong><br>Il campo in cui tornai a giocare per diverse ragioni. Il campo in cui mi riuscì una di quelle robe che tutti ti dicono &quot;Ok, ce l’hai fatta dopo 6 milioni di tentativi, ora però basta&quot;.</p><figure><img alt="" src="https://cdn-images-1.medium.com/max/886/1*x20eMBVndEJCQH2Hq6vmIA.jpeg" /></figure><p>Ieri ho raccontato lo psicodramma finale di una stagione cominciata qui. A maggio 2010 prendo un gancio destro-sinistro da Ivan Drago nella parte de Gli Eventi. Mi siedo all’angolo gonfio e stordito. &quot;Ne vedo 3&quot;, &quot;E tu becca quello di mezzo&quot; mi dico interpretando anche Paulie.</p><p>Quello di mezzo era il me stronzo che mi faceva il medio. Agli altri due avrei anche potuto dare mille pugni, ma avrei colpito solo l’aria. Ci sono degli Ivan Drago che non si possono colpire. Ma ce n’è sempre uno in mezzo. Ok. Torniamo a giocare a pallone. Il ginocchio capirà.</p><p>Sono fermo da 3 anni. Faccio una preparazione meticolosa e massacrante, sputo pacchetti di Marlboro a ogni giro di campo, ma il culo di noi altri magroni è che impieghiamo meno tempo a riprendere tono muscolare e fiato. Per tutto il resto c’è il Brufen. Tanto.</p><p>Settembre &#39;10. Coi Columbia’s ricomincio da qui. Contro gli Amatori di S. Martino che giocano le partite casalinghe a Porotto non so bene perché. Forse stavano rifacendo lo stadio coi ristoranti e i negozi che oggigiorno senza stadio di proprietà dove vuoi andare dove.</p><p>Sono emozionato quasi come alla prima partita vera, 20 anni esatti fa. Negli spogliatoi riprendo i miei piccoli rituali da mezzo Asperger interrotti 3 anni prima. Il polsino, prima la scarpa destra, la maglia della salute con stampato il Cobra Tovalieri. Mi scaldo bene.</p><p>L’appello. Esce l’arbitro. Le ultime indicazioni di mister Fluido, Pedro giocano in linea e alti, sai cosa fare. Lo so. Mi guardo intorno. Chiedo la parola. Dico solo che abbiamo una cosa in più rispetto alle altre squadre del girone: ci conosciamo tutti da che siamo al mondo.</p><p>Quella squadra che poi si schianterà a un passo dalla gloria era infatti composta dagli stessi che stavano tutto il giorno sul campetto di fianco alla Bocciofila. Che rompevano finestrini e tiravano i palloni di Malimpensa dentro i rimorchi dei camion di passaggio.</p><p>Ognuno con la propria piccola odissea personale di tappe e velleità calcistiche messe da parte per un lavoro, un infortunio, un matrimonio così così, un figlio, una testa di cazzo. Avevamo fatto dei giri immensi, ma esattamente come gli amori di Antonello, eravamo ritornati.</p><p>Altro rito: esco dagli spogliatoi per ultimo. Però ora ho una cosa in più da fare ogni volta prima di uscire, appena resto solo: tiro fuori una Polaroid dal giubbotto, le dico una frase, la bacio, la ripongo. Mi bagno i capelli, mi faccio il codino alto. Fuori.</p><p>I miei amici. Tutti dai 30 in su, ma cazzo se avevo ragione: giochiamo a memoria, ma non su uno spartito di schemi come le squadre vere, bensì sulle caratteristiche dell’altro. Dopo 10&#39; segno di rapina lo 0-1. I gol stupidi che però san fare in pochi, diceva un mio compagno.</p><p>In tribuna c’è Pippo Orsacchiotti, corro verso di lui, mi attacco alla recinzione. Dopo ogni gol in casa correrò sempre nell’angolino dove si mette il nonno Raoul, a volte anche dovendomi far tutto il campo di scatto. Ac fat barbagian, mi dirà la maggior parte delle volte.</p><p>Ci sono papà che non sono genitori: sono adepti. Il nostro magazziniere è Vecchi Gigi, papà del Pibe. Reincarnazione di Maradona, nel boschetto della fantasia di Gigi. Si chiama pure Diego. Ma di Maradona ha più che altro il rapporto altezza-panza. E, dettaglio: fa il terzino.</p><p>&quot;La pibata&quot; è un neologismo locale radicatissimo per indicare un difensore che anziché spazzare vuole uscire in palleggio, in dribbling, di tacco o che cazzo ne so, e che poi perde palla e subisce gol. La pibata, col suo eponimo in campo, è sempre dietro l’angolo.</p><p>Mantovani Mauro detto Goffman, mezzapunta sovrappeso, segna lo 0-2 con una puntata geniale e mi sembra di rivedere Ronaldo il Fenomeno fase obeso. A 5 minuti dalla fine il Pibe si invola sulla destra. Gli detto il movimento e se la mette sul dischetto ce l’ho sulla testa.</p><p>All’altezza dei 20m la mette bella tesa, di destro a uscire, ma non sul mio scatto. È un po&#39; dietro, circa sul limite dell’area. Il mio marcatore è scavalcato e oh, c’ho i testimoni: faccio il gol di Rooney contro il City, ma da un paio di metri più indietro e sull’altro palo.</p><p>Culo. Solo culo. Ma vi assicuro che quello volevo fare e che comunque sticazzi: un gol così me lo tengo stretto ché a noi scarsi capita una volta ogni 10 vite se va bene, e ai giardinetti. Ci provavo spesso eh. Ma prenderla così piena, così forte e metterla nel 7 è 99% culo.</p><p>Corro da Pippo Orsacchiotti Nikon munito che per un pelo non la immortala. Finisce la partita. Tutti, compagni, avversari, l’arbitro, TUTTI: Complimenti, gran gol.<br>Arriva Gigi: Oh, ac cross t’hal fat mié fiòl?!<br>Io: Sì, era solo da spingere dentro.<br>Lui: Sì, sì è vero.<br>Era serio.</p><figure><img alt="" src="https://cdn-images-1.medium.com/max/556/1*CjEEeUtbQ53DssIrvqZSIA.jpeg" /></figure><figure><img alt="" src="https://cdn-images-1.medium.com/max/1006/1*hQeqbH5xZB8ifmQ2tmLjSQ.jpeg" /></figure><figure><img alt="" src="https://cdn-images-1.medium.com/max/622/1*5xKc38zu2DTUjvY6H2Md4Q.jpeg" /></figure><p><em>(P.S. nella seconda immagine, in fondo, si vede il nostro guardalinee Schiavina Matteo detto Pinghino che si porta le mani in testa. Urlerà &quot;Diocan non ci credo&quot; per svariati minuti).</em></p><h3>DIECI.</h3><p><strong>Stadio Renato Dall’Ara, Bologna.</strong><br>Questo tecnicamente non è un campo sportivo, ma dopo aver narrato di luoghi improbabili e fatiscenti, se non raccontassi questa sarei un po&#39; scemo.<br>Non ci ho giocato in quanto calciatore, ma in quanto pirla. Pensa.</p><figure><img alt="" src="https://cdn-images-1.medium.com/max/884/1*AH1yIF6asa2eYRNvkTH3rg.jpeg" /></figure><p>&quot;Quando si tratta di calcio, Pedrini interromperebbe anche un amplesso&quot;. Paolino Franceschini mi conosce come le sue tasche e il giorno dopo, sul suo blog, scolpirà questa verità nel granito dandomi anche una bella idea per il mio futuro epitaffio.</p><p>Giugno 2016. A Bologna c’è una partita di beneficenza per finanziare un’associazione che assiste famiglie con bambini affetti da disabilità. L’undicenne scemo rimastomi imprigionato nel cervello scoppia a ridere quando scopre che l’associazione si chiama MONGOLfiera. Scusatelo.</p><p>Al Dall’Ara si affronteranno la vincitrice del torneo degli ordini professionali bolognesi e una All Stars composta da ex calciatori e artisti emiliani di dubbio gusto. I Thecommercialisti battono i Theavvocati e sbarcano allo stadio carichi come mine.</p><p>Paolo Franceschini - per chi non lo sapesse - è un comico e showman ferrarese (che va compulsivamente in bicicletta in giro per il mondo portando con sé il suo umorismo e la sua ormai ineluttabile prostatite) e speaker di Radio Kiss Kiss.</p><p>Ho tentato varie volte di stroncargli la carriera, prima scrivendogli testi discutibili e poi, mentre era inviato per Quelli che il calcio dal Paolo Mazza, generando il gelo solo inviandogli un messaggio, letto dalla sua compagna di collegamento, moglie di Peluso del Sassuolo.</p><p>Ma Franceschini mi vuole così bene che mi vuole ancora bene. A noi fottuti artisti maledetti o ci ami o ci odi, bellezza, dannazione. Lo convocano nelle All Stars, lui chiede di poter giocare stando sulla bicicletta. Non si può. Deve tornare per 90&#39; l’arcigno stopper che fu.</p><p>Intercede di sua iniziativa e convocano anche me in qualità di scrittore (!), autore (!), ma soprattutto bomber e allora sosia in scala di Moscardelli. Mentre cerco i cessi sotto la tribuna un bambino mi chiede se sono lui. Gli dico No. Allora sei TRIVAGO, ribatte e se ne va.</p><p>Decidiamo di giocare a Facciamo che io ero un calciatore vero. Ci presenteremo quindi allo stadio con cuffie enormi collegate a niente. Ma, rispetto a me, a Franceschini manca la seconda caratteristica fondamentale: i tatuaggi sulle braccia. Compra perciò dei trasferelli.</p><p>Mi passa a prendere a casa e sul lavello della cucina glieli applico. Anni 39 lui, 35 io. Il nonno Raoul ci guarda in silenzio come si guardano due graziati da Franco Basaglia. Con le braccia piene di farfalline, stelline e cuoricini colorati è soddisfatto e possiamo partire.</p><p>Negli spogliatoi ci fanno trovare i posti pre assegnati con tanto di cartello con nome e numero, maglia appesa, pantaloncini e calze piegate sulla panca. Porca vacca che roba. Mi han dato il 13. Come Gerd Müller! Mi entusiasmo. Poi guardo chi hanno messo vicino a me e svengo.</p><p>Guardo Paolino. Mi fa sì con la testa. Riguardo il cartello di fianco al mio posto e c’è proprio scritto 11- HÜBNER. Arrivano tutti. Con noi, fra gli altri, anche Beppe Signori, Giunti, Sussi, Nervo, Binotto e il maestro Fio Zanotti, quello che sembra il fantasma di Ghost.</p><p>Parto in panca, Paolo titolare, spaesato. Dopo 5&#39; suggerisco al mister di spostarlo da centrale a esterno sinistro perché i cazzi miei mai. Ma c’ho ragione: Paolo si riconcilia col calcio e ai bolognesi vien quasi da cantare 🎶Se Maldini gioca male Paramatti in Nazionale🎶.</p><p>Nell’intervallo corono un sogno: mi fumo una paglia e bevo una birra in lattina col MIO COMPAGNO Dario, ormai lo chiamo così. Si riprende. Entro. Lo speaker del Dall’Ara dice &quot;Nelle All Stars esce il n.10 Beppe Signori (boato) ed entra il n.13 (pausa) Matteo Pedrini (gelo)&quot;.</p><p>Mi sento poco bene quando il mister dice Ti metti davanti insieme a Hübner. Mi do il 5 con BEPPE e raggiungo DARIO. Gli faccio Come vuoi che ci mettiamo? e lui Ah, semplice: te corri, io no. Ok capo. Corro come un ustionato ovunque, lavoro sporco e non faccio gol, ma...</p><p>Siamo 4-3 per i Thecommercialisti. Hübner è piantato in campo come un silos di birra, ma cazzo: è pur sempre Hübner. Manca poco e gioco il jolly: posizione centrale ai 20m, un difensore va per lanciare, scatto, allargo la gamba, &quot;genero&quot; il contatto. Punizione, <a href="https://youtu.be/vYLG7UAxgII"><strong>Hübner</strong></a>, RETE!</p><p>Gli salto in groppa e lui fa Salta giù dio🐕 ché ho mal di schiena. Rigori. Vinciamo. Io e Paolo stiamo in campo a fare gli sciocchi. Son già quasi tutti lavati. Entriamo in doccia. Siamo in tre. Tra me e Paolo il maestro Fio Zanotti fa lo shampoo a occhi chiusi. Ci guardiamo.</p><p>In macchina sembriamo due bambini. Andiamo a festeggiare in una pizzeria.</p><p>- Paolo?<br>- Dimmi Pedro<br>- Ma ti rendi conto?<br>- Eh, sì<br>- No dico, ti rendi conto che ora sappiamo com’è fatto il cazzo di Fio Zanotti?</p><figure><img alt="" src="https://cdn-images-1.medium.com/max/1024/1*rTwXkdrxvUeadN-M54j4vw.jpeg" /></figure><figure><img alt="" src="https://cdn-images-1.medium.com/max/1024/1*Qx7QTHXe2ZOyHVebTciJrQ.jpeg" /></figure><figure><img alt="" src="https://cdn-images-1.medium.com/max/1024/1*ZK2eU64kPoiB-4BF2-12sw.jpeg" /></figure><figure><img alt="" src="https://cdn-images-1.medium.com/max/1024/1*rltquMRK2VeqfD132B_0sA.jpeg" /></figure><h3>UNDICI.</h3><p><strong>Campo Sportivo Vincenzo Zucchini, S.Bartolomeo in Bosco, Ferrara.</strong> Finiamo qui. Perché &quot;bisogna smettere con la voglia&quot;. Perché qui è dove sono nato e qui morirò. Un ultimo giro. Atena mi ha trasformato in un vecchio mendicante, nessuno mi scoprirà.</p><figure><img alt="" src="https://cdn-images-1.medium.com/max/885/1*uaH6mwzJc0iRU_CIqJYjwQ.jpeg" /></figure><p>Spero fra un po&#39; di tempo, ma spargetemi nelle due aree di rigore. Non ci sono altri metri quadrati di mondo in cui sia stato e sarò mai più felice. In alto a destra, solo una stupida villetta con uno sputo di giardino. Ma sarà la prima cosa che comprerò. Quando sarò ricco.</p><p>Intitolato all’unico figlio del paese arrivato in serie A, amato a Roma (Lazio), idolatrato a Pescara, poi mister e vice di Zeman. Nato in casa e non all’ospedale di Ferrara, portò quindi il nome del paese sull’album Panini. Suo cugino Tinone è al Barino a darci di briscola.</p><figure><img alt="" src="https://cdn-images-1.medium.com/max/1024/1*8FXEThyABhRqdX8WWCOG0A.jpeg" /></figure><figure><img alt="" src="https://cdn-images-1.medium.com/max/995/1*Nr0UEglqIh-h4U5JSl0vLg.jpeg" /></figure><p>Costruito nel &#39;70, 7 anni dopo la fondazione del S. Bartolomeo Calcio (si giocò per 7 anni al Poggetto con spogliatoi &quot;mobili&quot; in lamiera e un tubo di gomma come doccia), gli spogliatoi li hanno fatti mio nonno Raoul e il mio bisnonno &#39;Rigo, la tribuna mio zio Franco coi figli.</p><p>Giorgio e Andrea Battaglia, anche pietre angolari della squadra. Mi portavano con loro all’ingresso in campo che avevo 3 anni, come si fa oggi. Piangevo quando era ora di uscire. Anni dopo la cosa si sarebbe ripetuta, ma senza uscire dopo l’ingresso poiché ero il loro portiere.</p><p>D’estate ci entravamo di nascosto per giocare nel campo dei grandi, ma se Taddia Franco detto Giuly aveva appena seminato e ci vedeva, urlava invasato cose turpi. Una volta ci rincorse entrando in campo con la Ritmo. Cioè: per impedire che rovinassimo l’erba, ci passò sopra in macchina.</p><p>Scegliere un aneddoto solo, anche scartando tutti quelli non riferibili, è arduo. Mi aiuto con la bifamiliare in alto a destra. C’era il nipote di una vicina, aveva un anno meno di me. Non era del paese, ma nelle estati di metà anni 80 stava dai nonni con la sorella gemella.</p><p>Giocavamo un po&#39; a tutto per coinvolgere la sorella, ma gli piaceva fare il portiere e dopo un nascondino di circostanza, sempre lì si finiva. A cortili alternati io e il nipote dell’Iliana e di Nino al piculet, macinavamo Super Santos, Super Tele e reti di recinzione.</p><p>Un segmento della mia lo abbiamo &quot;impanciato&quot; a forza di pallonate. A settembre &#39;19 è venuto ad aiutarmi mentre traslocavo per l’ultima volta. Ci siamo fermati a guardare quel tratto di recinzione verde. Era ancora impanciato. Non c’è stato bisogno di una sola parola.</p><p>Diventiamo 2 portieri. Capitiamo insieme nei Giovanissimi &#39;94-’95 del S.Bartolomeo. Riprendiamo da dove avevamo interrotto, ma con l’erba al posto della ghiaia. Di portiere però ne gioca uno solo e il mister Totò Sagginario (ex Spal) mi tatua l’1 sulla schiena. E a lui il 12.</p><p>È la persona più tranquilla d’Europa e non fiata. Io paravo, giocavo coi piedi, uscivo ovunque, guidavo la difesa. Lui era più timido, più indietro in alcuni fondamentali, chiamava la palla con un filo di voce. In settimana lo spronavo, ma alla domenica giocavo io e lui no.</p><p>La nostra amicizia era d’acciaio, ma lui si stava comprensibilmente incupendo. Una mattina di pioggia giochiamo in casa contro la Virtus Acli di Ripapersico, bravini, ma un po&#39; meno di noi. Prima di prendere la borsa e attraversare la strada chiedo un favore a mia nonna Ivana.</p><p>Mi presento al campo con una convincente fasciatura alla mano destra. Vado dal mister. Son caduto dalle scale ieri sera, dico. Dice una madonna. Vabbè mister, dai oggi gioca Ale. Fa Ah, per forza. Altra madonna. Ma perché hai la borsa? Come perché? Io gioco in attacco.</p><p>Lo so che non è normalissimo che un tredicenne decida cosa fare al cospetto di un allenatore più che adulto, ma in quella squadra &quot;comandavamo&quot; io e Marchino, il nostro 10. Uno che quella stagione fece 54 gol di cui 15 in una partita. L’unico schema era: io paro, rinvio, Marchino.</p><p>Rispolvero così quanto ero stato &quot;costretto&quot; a imparare due stagioni prima. Ale è teso, gli dico soltanto Piove, usa solo i pugni, il resto lo sai. Prende un gol così così. Corro da lui, gli do una sberla in testa, Non è successo niente Ale. Nel 2° tempo pareggia Zaccarini Remo, uno che correva con gli avversari appesi alla maglia da quanto era potente e veloce, ma con un ferro da stiro al posto del piede destro, un tombino al posto del sinistro e un cratere al posto del culo. Una mattina contro la Poggese segnò una doppietta in 10 minuti sbananando due cross.</p><p>Come nella peggiore delle fiction Rai, Ale si riprende e fa anche una parata non semplice e io all’ultimo minuto segno il 2-1 in tuffo di testa e corro a esultare da lui, ma vengo braccato e seppellito nel fango da tutta la squadra. Lo abbraccerò dopo.</p><p>Il mister impara a fidarsi di lui e per il resto della stagione e tutta quella successiva mi impiega a la Campos, anche a partita in corso. Ma il calcio è guerra e quando ci ritroveremo contro, da adulti, gliene farò due in un derby. Mi manderà a fare in culo, io riderò forte.</p><p>Che quella mattina alla mano non avessi assolutamente niente, glielo rivelerò solo di recente. <br>A Totò Sagginario invece non lo dirò mai, sennò chi cazzo lo sente poi.</p><p>L’altra sera l’ho sentito.<br>- Quando finisce tutto andiamo a far due tiri da qualche parte, solo io e te?<br>- Magari</p><figure><img alt="" src="https://cdn-images-1.medium.com/max/1024/1*wwJyA9tZR_PpoBwWseRhnA.jpeg" /></figure><h4>Fine (?)</h4><img src="https://medium.com/_/stat?event=post.clientViewed&referrerSource=full_rss&postId=f44f9a265d2b" width="1" height="1" alt="">]]></content:encoded>
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