
La fantascienza come luogo ideale per una storia d’amore impossibile. La realtà, ovviamente, non esiste. O ne esistono troppe perché il concetto di realtà regga, perché la ragione che lo sostiene continui a sostenerlo. Se si parla ancora di sogni, e sui sogni s’immagina ancora, è perché di là si vive molto più che di qua. E, al contempo, di quel che accade di là si capisce ben poco. Ergo, si capisce ben poco della vita, o di quello che siamo soliti indicare con questa parola. E allora si inventano le regole del gioco, e al gioco si dà un nome, e questo nome è realtà, o universo, o realtà (al plurale). Ci si dimentica poi del gioco, ma a volerlo recuperare – a patto di ammettere di essersi persi e di essere perduti – si può giocare alla divinità, e aggiungere o sottrarre: perfino noi stessi, se ci sembra che questa realtà – nonostante tutto non riusciamo a chiamarla altrimenti, ma la realtà, fortunatamente, non esiste, ripetiamolo – possa essere migliore senza di noi. Si può diventare un sentore di anagramma in un sogno di un altro che non ricorderà la permutazione che siamo. Si può amare facendo a meno di esistere. Soluzione ideale: la più onesta, se non la più indolore.
Carlo Sperduti

