Appunti di lettura: “Dimenticami trovami sognami” di Andrea Viscusi

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La fantascienza come luogo ideale per una storia d’amore impossibile. La realtà, ovviamente, non esiste. O ne esistono troppe perché il concetto di realtà regga, perché la ragione che lo sostiene continui a sostenerlo. Se si parla ancora di sogni, e sui sogni s’immagina ancora, è perché di là si vive molto più che di qua. E, al contempo, di quel che accade di là si capisce ben poco. Ergo, si capisce ben poco della vita, o di quello che siamo soliti indicare con questa parola. E allora si inventano le regole del gioco, e al gioco si dà un nome, e questo nome è realtà, o universo, o realtà (al plurale). Ci si dimentica poi del gioco, ma a volerlo recuperare – a patto di ammettere di essersi persi e di essere perduti – si può giocare alla divinità, e aggiungere o sottrarre: perfino noi stessi, se ci sembra che questa realtà – nonostante tutto non riusciamo a chiamarla altrimenti, ma la realtà, fortunatamente, non esiste, ripetiamolo – possa essere migliore senza di noi. Si può diventare un sentore di anagramma in un sogno di un altro che non ricorderà la permutazione che siamo. Si può amare facendo a meno di esistere. Soluzione ideale: la più onesta, se non la più indolore.

Carlo Sperduti

Appunti di lettura: “Il giorno in cui diedi fuoco alla mia casa” di Francesca Mattei

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Non accadere e non muoversi come motore di narrazione. La sensazione di non esserci del tutto, come diceva quello. A tratti, la nostalgia di qualcosa di orribile e la domanda: si può provare – lettore, autrice, persona – o inscenare – autrice – la nostalgia di qualcosa di orribile? O è proprio questo il punto, il centro della paralisi che i personaggi non focalizzano? La questione starebbe quindi in una contraddizione non focalizzata, o in un autofraintendimento: non aver mai scoperto di aver subito un trauma, vivere nelle conseguenze del trauma e percepirlo come casa. Il corpo, quasi sempre, è più di pelle e ossa e organi: è un fatto psichico. O meglio: corpo e psiche sono due aspetti di un’unità. Per questo, il realismo è più tangibile quando i fatti narrati sembrano meno reali, più alterati: sono quelli più reali. Scartavetrarsi, aprirsi, sbucciarsi, percepire l’esterno da sé come montaggio inconseguente. La violenza degli altri è meno avvertita, si direbbe meno grave, dell’autoviolenza. Fissità di luoghi, azioni, abitudini contro il terreno sdrucciolevole della mente. Ci droghiamo come viviamo come sogniamo – da soli.

Carlo Sperduti

Appunti di lettura: “Diario di un sognatore” di Luigi Malerba

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Qualcuno ha trattenuto da questa parte i suoi sogni, nel 1979, un altro li ha letti nel 2021. Prenderli per una forma di narrativa a cui tendere e instaurare connessioni che non ci sono. Non ci sono? Questo ronzio questo ronzare che per me sono i sogni, di cui resta pochissimo o niente – quasi sempre niente –, e nero su bianco questa esattezza dell’incongruenza, forse tutta a posteriori, in un libro. Eppure non si esce da se stessi: anche questo libro parla di me, coi sogni di un altro. O sono solo io che parlo di questo libro perché sì? Un senso unico, quindi? Ma io non credo che il senso unico sia così frequente, e magari non esiste. Ne ho parlato già, appena l’ho letto, con due persone. Ne ho letto dei brani ad alta voce. Funzionano, mi sono detto e ho detto. Ne parlo perché piacerebbe anche a me essere uno spiffero, vedere sparire San Pietro, appuntare ogni sogno per farne un libro, reimpastarne la materia così da inserirla in altri libri. Ne parlo perché parlandone sto parlando di me, così come si parla sempre di sé quando si parla di qualcosa. Magari poter fare altrimenti, ma niente. Prima conseguenza, piuttosto prevedibile: aver appuntato un sogno in cui ho creduto che dei ladri mi avessero rubato dei libri per poi svegliarmi nel sogno, sollevato di aver sognato, per poi svegliarmi davvero sollevato di ricordarlo e poterlo appuntare. Un morto che dà una spinta a un vivo.

Carlo Sperduti