Archive for luglio 2008

Credo

luglio 21, 2008

Credo nella mia età, negli attributi di ogni età, nel dovere di intensificare questi attributi.
Credo nella non-esistenza delle esistenze imperiosamente necessarie.
Credo nel bronzo delle parole suonate nei secoli.
Credo nei gatti.
Credo nel miracolo delle parole vuote.
Credo nell’assurdo.
Credo nella perversità dei fiori, delle vergini.
Credo negli orizzonti estetici aperti dalla psicanalisi.
Credo in una finalità con forme inimmaginabili, ma con ripercussioni anticipatamente retroattive sullo spirito contemporaneo.
Credo nel sesso.
Credo nelle grida.
Credo nelle calosce e nei preservativi.
Credo nella voce degli antenati insinuata nel flusso del cuore.
Credo nella spada della penna.
Credo nei sogni.
Credo in una visione sessuale dell’intero universo vivente.

metalloide

luglio 21, 2008

Noi infondiamo dinamica all’atomo

elastici costruttivi
i polmoni delle città
vertebre di bronzo
i muscoli schegge di platino
siamo l’aorta del giorno
domani verranno altri
sportsmen
sconvolgeremo strati geologici
con ardore di metallo
vibranti
attraverso le latitudini
arterie di magnete
sangue
vertigine
incandescenza
respiro
la vita scardinata dai fusi
acciaio
flessibile incontestata
sintesi nelle vene fortezze
centimetro atmosferico
ecc. ecc.

 

(Stephan Roll)

Ulisse

luglio 19, 2008

(frammenti)

2
ma si affilano i rumori come pugnali
l’aria si dissolve sulle mani edera il latrato
ed ecco i fruttivendoli alzano le saracinesche del sonno
i tram le lattaie gli autobus accordano come un’orchestra

i loro strumenti
luccicano
le voci come mele cotogne nelle vetrine all’ora di colazione
i mobili ritrovano la loro esistenza abbandonata ieri sera
dagli angoli delle cantine dai magazzini
torna furtiva verso di noi l’esistenza abbandonata ieri sera
le coperte le voci squamano come i malati di scarlattina
e tu cerchi te stesso come un vicino che ti ha dormito accanto
le dita sanno il tuo contorno ti memorizzano ti seguono
come una carta geografica lente le linee si riconoscono s’intrecciano
come una coppa al loro posto le cosce le viscere
il volto si stacca come una parete
le labbra le labbra col sorriso delle scarpe
e le giunture d’ovatta
lentamente ti tiri fuori da te stesso
come da un pozzo il fango dei giorni delle ombre
ti riconosci ti stringi la mano dopo questa navigazione nella notte
si snodano come una ferrovia gli sguardi le voci
vecchie come francobolli su una lettera non spedita
sei uscito un altro lo stesso dal tunnel dell’immobilità dell’assenza
ti accarezzi come un’arancia la carne le parole
quanti misteri ti sorridi allo specchio
ecco i fruttivendoli gridano le loro primizie
la luce mette tintura di iodio sulle ferite dei manifesti
dedichi un inno al sapone CADUM
la tua essenza non intacca i tessuti del corpo
la schiuma scivola sulla pelle come una pelle rabbrividisce
come fogliame la faccia nell’acqua fresca come una servetta di 17 anni
al piano di sopra il rubinetto si apre come una palpebra
ti chini di nuovo su te stesso come sul piatto del cielo colorato
giri intorno a te come a una casa di cui hai dimenticato il numero
suoni gridi chiami il proprietario chiedi se tu abiti in te
panico panico
la disperazione lancia segnali
e il diramarsi della paura sulle caviglie
cerchi il ricordo di te stesso e le spalle come sandali
DOVE SONO
qual è la longitudine del tuo cuore
stephan roll porta il numero 35 nel cuore
cerchi di impigliarti in una rete di residui notturni

LO STESSO UN ALTRO
UN ALTRO LO STESSO

la mattina struscia i suoi seni sodi contro la finestra
le tende si avvicinano si allontanano come due eserciti
presto verrà il tè
e non sai se TU sei colui che lo berrà
ma scrivi un inno a questa bevanda che ha il colore delle foglie
autunnali l’autunno del sangue si apre un varco nel corno da caccia
un cervo avanza nel disegno del giorno
le tane si aprono come temperini
lamponi e foglie inumidiscono i passi
. . . . . .

3
ora la strada ti accoglie come una cassetta postale
l’abitudine è una camicia lisa sulle tue spalle
la strada è qui ai tuoi piedi come un cane fedele
l’aria sta sui tetti come uno zerbino
tu sei una lettera nella strada cassetta postale
il tuo destino è là distributore meccanico
esso ti condurrà alla destinazione scritta sulla tua meninge
certamente sei tu che cammini sotto le case imgrembiulate come panettiere
ma qualcun altro volge l’arco delle tue pupille
i rumori ti lambiscono le tempie le arterie
la giornalaia ti porge il giornale del mattino
oh! il giornale che merletto per la tua malinconia
lindbergh ha lanciato un arcobaleno tra l’america e l’europa
un professore di strategia assassinato sull’espresso parigi marsiglia
il prezzo del pane aumenterà di dieci centesimi
ma l’aria sventola una bandiera tra le tue dita
la solitudine è dritta come un urlo di sirena
i quartieri pulsano si riempiono di umore come ovaie
il muso degli astri ti fruga ti spaventa
è un continente la donna che ti cammina davanti
ed eccoti a casablanca sei senza lavoro
le casse rotolano nel porto come monete
c’è un odore forte d’olio e di fischi
avanzi nell’equazione del sangue
nei capelli dell’aria alberature sartiame
come le penne di falco di un capo indiano
ecco i cereali le balle di cotone come amuleti
le stelle abbrividano l’argenteria dell’acqua
un’imbarcazione fende la canna delle vene
ma non è che la vetrina di una compagnia navale
il passo esita come i timpani
e tuttavia il sole si fa posto a gomitate
un sorriso ti innalza fino all’ottavo piano
ogni parola è un dossier un dossier persino il cielo
è una macchina da scrivere il sonno
si allontana si avvicina come un bosco il silenzio

5
ti fermi dalla verduraia
ti sorridono come lucertole i fagiolini
la costellazione dei piselli naufraga le parole
i semi stanno nel bacello come bravi scolari nei banchi
come barche da pesca gli zucchini alzano il muso avanzano
imbruniscono le barbabietole come tappezzerie il prezzemolo il finocchio
conigli i ravanelli bianchi le melanzane
annottano ecco i pomodori come le guance delle ragazze transilvane
in scialli di carezze cristalli i passi
i cavolfiori come neve tardiva sui boschetti di sussurri
e bottiglie di acqua minerale le corte specchi il fiume
come ossa lunghe si distinguono le case le parole
con proprietà terapeutiche la strada scavata nella piantaggine lattughe
ed ecco il volto di cristo flagellato della patata
essa conosce i segreti della notte con otri di silenzio
la sua radice palpa le viscere della terra
bianche levigate come tubi le radici
avanzano nei nervi
succhiano la saggezza dei tempi le ossa della notte
dedichi un inno alla patata
voglio avere la tua limpidezza il tuo silenzio
frutto della terra simile alla terra
dal ventre del buio non dimenticarci
rafforza con l’olio della notte la nostra mano

tu conosci sotterranei abbecedari
ti hanno nutrita dio e le piogge
le tue proprietà le ricavi dalla terra come le pecore dall’ovile
i cieli ti accolgono in ogni paiolo

patata icona dell’umiltà e della pazienza
tu ti accontenti di poco e ci dai tutto
ed ecco il triangolo del volo nel metallo della sera
il cielo pende come la lingua dei cani da un lato

patata come le mani aspre del contadino
hai la frescura di un tunnel nel pomeriggio
tu sei la voce della terra l’occhio
degli angeli veglia su te senza tributi

tu premi l’orecchio contro al terra
lambisci i rumori le viscere tutte
hai in te tanti incantesimi come etichette di drogheria
tu sei un bicchiere di vitalità

mi piace la buccia la polpa che si fa umida
quando ti fai posto a spallate per crescere
ti aspetto ti ascolto e mentre palpitano battiti di cuore
nel tuo nero e nel tuo fango colori celesti

raccogli e poi ci dai amido sulla lingua
tu ricevi la benedizione del vento
le nubi t’innalzano un trono sotto gli spazi
e solo il poeta sa che tu sei il cane della terra

19
. . . . . .
parigi mi sono comunicato della tua comunione
ho incendiato i musei ho lacerato la carne delle statue
la domenica si offriva nei sobborghi come una capsula di cocaina
nel jardin des plantes ho lucidato il metallo dei nervi
ho visto orsi bianchi prendere pezzetti di pane come i pesciolini
e ho scritto il principio del poema ulisse
dedico un inno a te secolo della mediocrità
più non cacciamo l’orso bruno sui monti d’america
le nostre braccia non insanguinano più foreste selvagge
ci chiudiamo da soli nella muffa degli uffici
ma come amo la tristezza l’allegria della città
le panettiere grosse come mucchi di fieno e le venditrici di banane
come ridono i denti fosforescenti delle insegne
sul foglio del silenzio si disegna il timbro del cuore
parigi olio santo per la giuntura del pensiero
oscilla sulla carta geografica dell’occidente come un transatlantico
ti spegni come una seta sulle labbra dell’autunno

luglio 7, 2008

Strofa I

Monsieur l’archange est un bon chef contable
Euridice: ti chiudo gli occhi con spilli di sicurezza
ti prego fin qui senza allusioni matematiche
Euridice vado a dormire

 

Strofa II

Euridice vado a dormire
ti prego fin qui senza allusioni matematiche
Euridice: ti chiudo gli occhi con spilli di sicurezza
Monsieur l’archange est un bon chef contable

Constatazioni provinciali

luglio 7, 2008

Le pareti di cartone bianco tagliate da una finestra
rettangolare; il giorno si appoggia al cielo;
e una nuvola ammazza il tempo con un nastro azzurro.

Sui campanili il crepuscolo infittisce metallico
e accanto a me la vita è così regolata –
Il pozzo, ecco, riempie il secchio con un tonfo
e uno stormo di passeri saltella spiumando su un pasto frugale.

Poi una domestica, un gomito robusto nell’aria
raccoglie sul braccio panni freddi dalle corde
sì che il vento soccombe come strangolato da un laccio, –
ora si attende la sera con il livido pennacchio della luna,

con campane e farfalle gialle sulla volta e nei giardini.
Profumo: piangono limpide coppe sui conviti bianchi fuori…
Provincia – che animo ordisci in un’estate così?
Ascolta piuttosto come ti crescono nell’ombra larve di gigli.

Le stelle

luglio 7, 2008

Il silenzio ha ingrandito la luna.
I galli hanno allarmato tre volte il villaggio,
hanno taciuto anche le mucche dagli occhi grevi –
i campani, poi le fruste, gli uomini, alla fine anche i cani,
e il silenzio è così eterno che sento il passero del tempo
frusciare breve tra i rami
S’è coricato nella sua tenda di piume?
La luna impietrisce.

Ma ecco che sogno o demenza – non so più per chi me lo chiedo
perchè penso che il cielo è opaco come le sue palpebre
che questo silenzio non l’ha sentito da molto,

Amor mio con i nervi neri
la bocca chiusa e dura
i capelli di ferro tesi sulla testa
quali allucinazioni scavi sui cuscini con la fronte
quale dolore soffochi con le mani contratte sui seni
quale filtro ti mozza il respiro?
Il tuo animo è una colombaia invasa dai corvi,
è un pozzo in cui s’aggrovigliano le serpi
è un camino intasato da tramontana
è un’ala di mulino che si dibatte e chiama il deserto
– sei un uccello sorpreso dall’autunno
sorella mia, sorella mia del mattino
amica mia di sieste
amor mio di solitudine
balcone mio di tedio, campana mia di sogno
bibbia mia di bontà, detersore di sfinimento, locanda
mia di strada sconosciuta, fuoco rosso nel pensiero delle tenebre
valle con eremo di legno per il raccoglimento
amor mio, ascolta il lungo pensiero polare della luna sul villaggio di marmo
vedi come si sono distesi e dormono su ombre e lacrime i rami
come cadono i frutti grevi accanto ai recinti
come si umiliano i mucchi di fieno e profumi
come si spengono le luci alle finestre
come tutto si leviga limitato nelle sue linee chiare
i tetti geometrici e le cupole di carice
il profilo delle colline di boschi grandiosi e rugiada,
la seta del cielo tagliata dall’arcano delle vette e le stelle
le stelle
amor mio, ascolta il lungo pensiero polare della luna sul villaggio di marmo
vedi come si sono distesi e dormono su ombre e lacrime i rami
come cadono i frutti grevi accanto ai recinti
come si umiliano i mucchi di fieno e profumi
come si spengono le luci alle finestre
come tutto si leviga limitato nelle sue linee chiare
i tetti geometrici e le cupole di carice
il profilo delle colline di boschi grandiosi e rugiada,
la seta del cielo tagliata dall’arcano delle vette e le stelle
le stelle
amor mio, ascolta il lungo pensiero polare della luna sul villaggio di marmo
vedi come si sono distesi e dormono su ombre e lacrime i rami
come cadono i frutti grevi accanto ai recinti
come si umiliano i mucchi di fieno e profumi
come si spengono le luci alle finestre
come tutto si leviga limitato nelle sue linee chiare
i tetti geometrici e le cupole di carice
il profilo delle colline di boschi grandiosi e rugiada,
la seta del cielo tagliata dall’arcano delle vette e le stelle
le stelle
amor mio, ascolta il lungo pensiero polare della luna sul villaggio di marmo
vedi come si sono distesi e dormono su ombre e lacrime i rami
come cadono i frutti grevi accanto ai recinti
come si umiliano i mucchi di fieno e profumi
come si spengono le luci alle finestre
come tutto si leviga limitato nelle sue linee chiare
i tetti geometrici e le cupole di carice
il profilo delle colline di boschi grandiosi e rugiada,
la seta del cielo tagliata dall’arcano delle vette e le stelle
le stelle
amor mio, ascolta il lungo pensiero polare della luna sul villaggio di marmo
vedi come si sono distesi e dormono su ombre e lacrime i rami
come cadono i frutti grevi accanto ai recinti
come si umiliano i mucchi di fieno e profumi
come si spengono le luci alle finestre
come tutto si leviga limitato nelle sue linee chiare
i tetti geometrici e le cupole di carice
il profilo delle colline di boschi grandiosi e rugiada,
la seta del cielo tagliata dall’arcano delle vette e le stelle
le stelle
le stelle
le stelle

Settembre

luglio 7, 2008

(abbozzo)

I bambini piangevano assonnati,
l’erba morta aveva temprato le valli e il bestiame pascolava intristito,
più lontano scorgevo cavalli sbardati –
sono morti tutti gli uomini della terra ma non mi rendo conto se sia meglio.

Fermiamoci qui accanto al pozzo inaridito
perchè il salice della sera cade opprimente,
persino le vette si curvano prostrate
e il mulino a vento, vedovo e nero,
impazzisce sulla collina, impazzisce.

Ti sei alzato e non ricordi più, dunque scendi la strada conosciuta,
ti vedo a passo affranto ferire con un bastone la terra,
non voltarti se ti chiamo
perchè è molto più triste vederti partire
e non so quanto resterò così.
. . . . . . .
Assalonne morì fuggiasco con i capelli al vento,
cavalcava verso i boschi, spalle bianche e caviglie nei calzari,
aveva gettato la pianura come un mantello,
ma accese un incendio sontuoso con le chiome aggrovigliate agli artigli di rami secchi,
la sua fornte si distese nella morte
ed ebbe occhiate d’acciaio come una fanciulla.
. . . . . . .
L’autunno ha perso i vigneti,
l’aria è come le perle malate,
la luna fugge terrorizzata sui boschi,
Dio mio, devo andare a dormire,
Il vento accanisce le sue trombe di zanzare
e tutta la notte la pioggia batterà sulle lamiere del cielo.


Progetta un sito come questo con WordPress.com
Comincia ora