Archive for novembre 2010

L’uomo che cade

novembre 30, 2010

(Lo vedi,
l’uomo che cade? –

Che domanda cretina,
tutti lo stanno vedendo, tutti!,
in questo preciso momento. –

E se ne ricorderanno
“come se fosse adesso”,
fossilizzando il gesto…
Ma tu davvero lo vedi,
l’uomo che cade? –

Sì. Vedo anche che a nulla è servita
la lotta quotidiana, la polvere,
la paccottiglia in una nuova forma
d’amore e il movimento del viceversa. –

Non ti credo, e non soltanto perchè sei
falsa disperazione: tu non lo vedi davvero,
non lo vedi realmente, l’uomo che cade –

Si. –

No, che non lo vedi. –

Si. –

No. –

(…)

Non ti credo, ti sbagli,
non lo vedi. Te ne fornisco prova
appena si schianta. –

(…)

Ecco, non lo vedevi:
l’uomo morto, contrariamente a quanto sostenevi,
non aveva nessuna mela,
in mano.)

La stella

novembre 10, 2010

Perdettero la stella un giorno.
Come si fa a perdere
la stella? Per averla troppo a lungo fissata…
I due re bianchi,
ch’erano due sapienti di Caldea,
tracciarono al suolo dei cerchi, col bastone.

Si misero a calcolare, si grattarono il mento…
Ma la stella era svanita come svanisce un’idea,
e quegli uomini, la cui anima
aveva sete d’essere guidata,
piansero innalzando le tende di cotone.

Ma il povero re nero, disprezzato dagli altri,
si disse: “Pensiamo alla sete che non è la nostra.
Bisogna dar da bere, lo stesso, agli animali”

E mentre sosteneva il suo secchio per l’ansa,
nello specchio di cielo
in cui bevevano i cammelli
egli vide la stella d’oro che danzava in silenzio.

Il gatto in un appartamento

novembre 10, 2010

Morire – questo a un gatto non si fa.
Perché cosa può fare il gatto
in un appartamento vuoto?
Arrampicarsi sulle pareti.
Strofinarsi tra i mobili.
Qui niente sembra cambiato,
eppure tutto è mutato.
Niente sembra spostato,
eppure tutto è fuori posto.
E la sera la lampada non brilla più.

Si sentono passi sulle scale,
ma non sono quelli.
Anche la mano che mette il pesce nel piattino
non è quella di prima.

Qualcosa qui non comincia
alla sua solita ora.
Qualcosa qui non accade
come dovrebbe,
Qui c’era qualcuno, c’era,
poi d’un tratto è scomparso
e si ostina a non esserci.

In ogni armadio si è guardato.
Sui ripiani si è corso.
Sotto il tappeto si è controllato.
Si è perfino infranto il divieto
di sparpagliare le carte.
Che altro si può fare.
Aspettare e dormire.

Che provi solo a tornare,
che si faccia vedere.
Imparerà allora
che con un gatto così non si fa.
Gli si andrà incontro
come se proprio non se ne avesse voglia,
pian pianino,
su zampe molto offese.
E all’inizio niente salti e miagolii.

novembre 10, 2010

In te sono stato albume, uovo, pesce,
le ere sconfinate della terra
ho attraversato nella tua placenta,
fuori di te sono contato a giorni.

In te sono passato da cellula a scheletro
un milione di volte mi sono ingrandito,
fuori di te l’accrescimento è stato immensamente meno.

Sono sgusciato dalla tua pienezza
senza lasciarti vuota perchè il vuoto
l’ho portato con me.

Sono venuto nudo, mi hai coperto
così ho imparato nudità e pudore
il latte e la sua assenza.

Mi hai messo in bocca tutte le parole
a cucchiaini, tranne una: mamma.
Quella l’inventa il figlio sbattendo le due labbra
quella l’insegna il figlio.

Da te ho preso le voci del mio luogo,
le canzoni, le ingiurie, gli scongiuri,
da te ho ascoltato il primo libro
dietro la febbre della scarlattina.

Ti ho dato aiuto a vomitare, a friggere le pizze,
a scrivere una lettera, ad accendere un fuoco,
a finire le parole crociate, ti ho versato il vino
e ho macchiato la tavola,
non ti ho messo un nipote sulle gambe
non ti ho fatto bussare a una prigione
non ancora,
da te ho imparato il lutto e l’ora di finirlo,
a tuo padre somiglio, a tuo fratello,
non sono stato figlio.
Da te ho preso gli occhi chiari
non il loro peso
a te ho nascosto tutto.

Ho promesso di bruciare il tuo corpo
di non darlo alla terra. Ti darò al fuoco
fratello del vulcano che ci orientava il sonno.

Ti spargerò nell’aria dopo l’acquazzone
all’ora dell’arcobaleno
che ti faceva spalancare gli occhi.

Zia

novembre 10, 2010

Sono stanca, hai detto
levandoti il camice
così piccola, di colpo
con le scarpette di gomma
nei corridoi silenziosi
dove è padrone il dolore
La testa china su una cartella
pressione azotemia glicemia
i miei giochi di parole
per farti ridere
e portarti via. Zia. Non posso
devo finire
gli alberi sono rossi di sole
stanotte forse muore
la camera cinquantotto
e noi decidiamo se andare al cinema.
La mia malattia
è la tua. Il dolore
degli altri non si stacca
dalla pelle
nè lasciando un camice
nè finendo una poesia
e sono stanco, anch’io
che non salvo vite
e non curo ferite
neanche le tue e le mie.

da Un medico di campagna

novembre 10, 2010

Mio nonno era solito dire: “La vita è straordinariamente breve. Ora mi si stringe tanto nella memoria che non riesco a capire, per esempio, come un giovane può decidersi a cavalcare fino al paese vicino senza temere che, a non considerare le possibili disgrazie, il tempo di una vita ordinaria e felice sia infinitamente troppo breve per una simile cavalcata”.

da I cinque

novembre 10, 2010

non l’ho appreso oggi
lo so non da ieri
perché dunque ho scritto
futili poesie sui fiori (…)
di cosa parlarono i cinque
la notte prima dell’esecuzione
di sogni profetici
di una scappata al bordello
di pezzi d’automobile
di un viaggio in mare
del fatto che quando aveva picche
non avrebbe dovuto aprire
del fatto che la vodka è migliore
che il vino fa venire il mal di testa
di ragazze
di frutta
della vita
e allora è lecito
usare in poesia nomi di pastori greci
tentare di fissare i colori d’un cielo mattutino
scrivere d’amore
e anche
una volta ancora
con serietà mortale
offrire al mondo tradito
una rosa

Le parole dentro un sasso

novembre 10, 2010

Sotto il pavimento della Canonica del Rosario hanno trovato dei morti che stavano seduti. Avevano ancora le calze ai piedi di colori casuali come si usava fare una volta con i resti delle maglie disfatte.

Da un buco delle fondamenta è venuto fuori una specie di sasso, che non era veramente un sasso, gli somigliava. Più tardi hanno visto che si trattava di un libro, forse un quaderno alla buona cucito sul dorso con lo spago.

Un professore olandese, studia e ristudia, ha scoperto che si trattava del diario di un uomo santo sepolto nella chiesa a cui poi avevano rubato anche le ossa. Un anno dopo con delle lenti grosse come un fondo di bottiglia, il professore è arrivato a leggere qualcosa dentro il sasso. Prima di tutto queste parole: “Più solo di Dio non c’è nessuno”.

da Candele di giglio bianco

novembre 10, 2010

Di notte nel mio letto
realizzo il tuo desiderio:
sdraiarti su un fianco con le gambe piegate.
Poi nel sogno sprofondo
nel tuo camiciotto d’angora
marrone
morbido come l’amore,
semplice come una nocciolina

I confini del vero

novembre 10, 2010

I confini del vero
sono così estesi
che la menzogna
vi soggiorna comoda
e ci sentiamo liberi
in tale estensione
senza comprendere
che ci siamo persi


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