Archive for aprile 2014

L’alibi della pelle

aprile 22, 2014

Nel prendere sonno torniamo a essere bambini
e ti sorprendo a vestire bambole sull’orlo
del letto, a pettinargli silenziosamente i capelli.

Con uno sforzo metti a fuoco la pioggia sui vetri,
un punto qualsiasi del mio viso, la barba,
la linea del naso e lo fai non solo con gli occhi
ma anche con lo stomaco, con l’interno delle ossa.
Così voglio che ci ritrovi il respiro del ventilatore,
a scrutarci oltre lo scarto minimo, l’alibi della pelle
appena abbozzati col gesso nello spazio dell’intenzione,
immobili come le donne nella stampa giapponese.

Si sfaldano nello sguardo i margini: la macchina per cucire,
la bella stagione e noi due sul tappeto mescolati insieme
come il femminile e il maschile nell’onda di Hokusai.

E poi di seguito i colori, il rosso bruciato, il verde,
il blu sempre più rigido cui non riusciamo a dar forma.

Antonio Bassano (Roma, 1976), da L’imperfezione dei cardini (Le Voci della Luna, 2009)

aprile 22, 2014

accade che sia esperienza,
un’infanzia per qualche mattina
tra le mani, l’itinerario meticoloso
di un piede fuori dal cancello,
esaminare la cassetta delle lettere muta,
avere la meglio sul primo sorriso,
quello della beghina delle 8.40, che a fatica
fa scivolare il portone della chiesa
sui cardini riluttanti, rientrare in casa,
accendere una sigaretta, e scriverne

Pier Maria Galli (Orta San Giulio (Novara), 1962), da Prima che sia autoritratto (Zona, 2008)

Un antenato

aprile 22, 2014

Adesso accendo la luce e faccio la doccia.
Fintanto che c’è. Mi accendo persino la stufetta.
Poi scendo dal cinese a lasciargli i maglioni,
sarà un mattino terso.
Andrò a vedere al cantiere se hanno bisogno,
mi hanno detto che cercavano.
Sembro più vecchio di quello che sono, forse.
Questo è certo, l’attesa segna.
La colazione: al bar.
Il cameriere con il ghigno correrà tra i tavoli,
io farò sempre attenzione alle solite pagine degli annunci,
poi la spesa. Se è bello vado al parco
a vedere i cigni. Magari mi fumo un sigaro.
lo dico che prima o poi arriverà una lettera.
Credere al destino non logora mai.
Il destino di questa casa, mi copre,
ma non sa quanto mi costa.
Questo soffitto bianco è la pace raggiunta,
le formiche irretite nel loro tran tran…
le spugne erano animali che respiravano?
La luce l’ho accesa, ora alzarsi, fare la doccia.
Tutto intorno gli amici sottratti alle cure terrene:
la bici sul balcone, le maniglie consunte, la stessa
pattumiera, gli interruttori
nella loro mandorla di nume domestico.
Solo che non hanno una figlia loro.
Smetterla di cercare lavoro
spegnere la luce.

Jacopo Galimberti (Pavia, 1981) da Senso comune 2004 – 2009 (Le Voci della Luna, 2011)

Che cos’è la solitudine

aprile 22, 2014

Ho portato con me delle vecchie cose per guardare gli alberi:
un inverno, le poche foglie sui rami, una panchina vuota.

Ho freddo ma come se non fossi io.
Ho portato un libro, mi dico di essermi pensato in un libro
come un uomo con un libro, ingenuamente.

Pareva un giorno lontano oggi, pensoso.

Mi pareva che tutti avessero visto il parco nei quadri,
il Natale nei racconti,
le stampe su questo parco come un suo spessore.

Che cos’è la solitudine.

La donna ha disteso la coperta sul pavimento per non sporcare,
si è distesa prendendo le forbici per colpirsi nel petto,
un martello perché non ne aveva la forza, un’oscenità grande.

L’ho letto in un foglio di giornale.

Scusatemi tutti.

Mario Benedetti (Udine, 1955), da Umana gloria (Mondadori, 2004)

Vicinato

aprile 22, 2014

una poesia dei vivi è quanto di più vicino ai morti
una possibile tomba nascosta in cielo
come un’impossibile soffitta        chiude a chiave nella polvere
un ragno o una mosca
i cadaveri sono scatole intagliate che i fantasmi prenotano per abitarvi
aspettando che la mia mano       quando si apre lasci impronte
il topo della scala appena calpestato ritorna in vita

luce risvegliata cent’anni fa
che con stridule grida    taglia via l’ombra della fantasia del poeta
una nuvola in piedi sulle tegole
abituata a decomporsi in caviglie grigiastre
declama quanto di più vicino ai vivi
e come reliquie che rovistano fra le mie dita
esibisce     la vergogna che ogni uomo dovrebbe sentire

Yang Lian (Berna, 1955), da Dove si ferma il mare (Scheiwiller, 2004)

aprile 22, 2014

La gàbia del leun l’era de aria,
de aria la mia mama, quèl cappell,
el brasc del mè papà l’era de aria
sü la mia spalla, i mè man che streng,
e aria el rìd di öcc e duls de aria
de quèla vita ch’ù insugnâ‚ l’azerb.
Eren de aria lur, e mì, chissà,
che sun stâ‚ fermu a vardàj andà.

Franco Loi (Genova, 1930), da da L’aria (Einaudi, 1981)

La gabbia del leone era di aria,
di aria la mia mamma, quel cappello,
il braccio di mio padre era di aria
sulla mia spalla, le mie mani che stringono,
e aria il ridere degli occhi e dolce d’aria
di quella vita di cui ho sognato l’acerbo.
Erano d’aria loro, e io, chissà,
che sono stato fermo a guardarli andare.

aprile 22, 2014

siamo quasi a marzo e in testa
computavo il tempo
non mi capacitavo dove
avessi messo tutti quei mesi di freddo
a me che pareva di aver
avuto solo modo di sentire avviare la caldaia
l’acqua tiepida correre sui termi
sgelarmi le mani.

Quando sparisce un inverno lo fa di colpo
come certe perdite, arrivate dall’oggi al domani
solo che dopo l’inverno fa primavera

(Piero Simon Ostan)

aprile 22, 2014

I

El pez-geisha desayuna en las mañanas hielo cordillerano
lo escupe mientras lee el diario
tanta pureza, tanta piedra, se le atragantan en la escamas
y luego ya no le amarra el zapato 35, con el que aprieta el deseo ajeno,
con los que latiguea los ojos que le comen por su fragilidad de
mujer finita, escurridiza,
niña comestible por hibrida
por suavecita
Es un geisha este pez
Es una geisha este pez,
la espina le sirve para el pelo lacio
para anudar la memoria ya ida
¿yo era de piedra, yo era cordillera, yo era una isla?
¿cuándo lo fui o lo seré? ¿y la piedra y esta nieve tan infinita
para qué sirve? ¿qué sentido tiene? ¿para qué el recuerdo,
el recuerdo de qué?
La geisha en esta esquina se viste de pez,
el color aluminio le invade los ojos, repta
en su propia sombra, se resbala de catre en catre,
atraviesa el tiempo con las espinas, clava los días
salta de pecera en pecera,
el mar le pilla lejos, se sacude la sal cuando orina,
y ya sin esa carga mastica el olvido. Lo engulle.
¿Cordillera de qué?

Violeta Medina (Coquimbo, 1968), da Nos habita (Editorial Meninas Cartoneras, 2013 – di prossima pubblicazione)

Il pescegeisha fa colazione la mattina col ghiaccio della cordigliera
lo sputa mentre legge il giornale
tanta purezza, tanta pietra, le si strangolano nelle squame
e poi non le si ancora più al piede la scarpetta 35, con cui accende il desiderio altrui,
con cui frusta gli occhi che se la mangiano per la sua fragilità di
donna di classe, che si sfila tra le dita,
bimba commestibile, così ibrida,
così soffice
Questo pesce è un geisha,
Questo pesce è una geisha,
la spina le serve per i capelli lisci
per annodare la memoria sfuggita
ero di pietra io, ero cordigliera io, ero un’isola?
quando lo fui o lo sarò? e la pietra e questa neve infinita
a che serve? che senso ha? perché il ricordo,
il ricordo di che?
La geisha in quest’angolo si veste da pesce,
il color alluminio le invade gli occhi, striscia
nella sua stessa ombra, scivola di branda in branda,
attraversa il tempo con le spine, conficca i giorni
salta di acquario in acquario,
il mare la trova lontano, si scuote il sale di dosso mentre orina,
e senza più questo peso mastica l’oblio. Lo inghiotte.
Cordigliera di che?

(Traduzione in italiano di Laura Pugno)

aprile 22, 2014

“La forêt est pleine de nous”

Juan García

“La foresta è piena di noi”
Juan García

dans ma chambre je déplace une plante touffue, pousse du pied le pot de terre cuite puis descends l’escalier, m’enfonce dans la forêt, pousse du pied toutes les portes entre les arbres et cela craquète, grince un peu, je passe entre un mélèze et un sapin, ouvre une autre porte,

il y a un filet de lumière, je vais maintenant entre un érable et un bouleau, ressort entre un pin et un peuplier, mes pas s’arrachent du sol, les mains plongées dans mes cheveux : je suis lost in plantation,

debout dans l’embrasure, entre deux portes, en position verticale, je me dis : je n’aurais peut-être pas dû depuis ma chambre pousser la plante

avec mon pied

Francis Catalano (Montreal , 1961), da Nos habita (Editorial Meninas Cartoneras, 2013 – di prossima pubblicazione)

nella mia camera sposto una pianta frondosa, tocco con il piede il vaso di terracotta poi scendo le scale, m’inoltro nella foresta, tocco con il piede tutte le porte tra gli alberi e tutto ciò scricchiola, cigola un poco, passo tra un larice e un abete, apro un’altra porta,

c’è un filino di luce, adesso passo tra un acero e una betulla, vengo fuori tra un pino e un pioppo, i miei passi si divelgono da terra, con le mani affondate tra i capelli: sono lost in plantation,

in piedi nell’arcata, tra due porte, in posizione verticale, dico a me stesso : forse non avrei dovuto lì nella mia camera toccare la pianta

con il piede

(Traduzione in italiano di Laura Pugno)

Parlano

aprile 22, 2014

C’è intorno una tale quiete che quasi si può udire
il tintinnare di un cucchiaino che cade in Finlandia
(I. Brodskij)

Ma perché sempre dietro la mia parete?
Sempre dietro, le voci, sempre
quando scende la notte iniziano
a parlare, latrano o addirittura credono
che sussurrare sia meglio. Mentre mi sento
questo filo d’aria fredda delle loro parole
che mi gela, che mi lega
e mi tormenta nel sonno.
Sempre dietro la mia parete. Ero
ai confini del circolo polare, e anche laggiù
una coppia piangeva nella sua stanza
oltre un muro trasparente, piangeva,
luminoso, tenero come la membrana
di un timpano, e io stavo lì vibrando
facevo da cassa armonica
alla loro storia. Fino a che, a casa mia,
hanno rifatto il tetto, le tubature,
la facciata, tutto, e battevano
ovunque, sopra, sotto, e battevano sempre
chiacchierando tra loro solo quando dormivo,
solo perché dormivo,
solo perché facessi da cassa armonica
alle loro storie.

Valerio Magrelli (Roma, 1957), da Esercizi di tiptologia (Mondadori, 1992)


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