Archive for luglio 2015

Oscurità acida e alata

luglio 30, 2015

Una frase che contenga “ombra screziata”.
Un che di non dicibile
che sgorga dal silenzio del mattino
recondito come il tordo.

L’altro, l’ufficiale, che portava cipolle
e vino e sacchi di farina,
il maggiore con il ginocchio gonfio,
pretendeva una conversazione intelligente, dopo.
Non avendo scelta, lei gli forniva anche quella.

Potsdamerplatz, maggio 1945.

Quando il primo ebbe finito le aprì a forza la bocca.
Bashō aveva consigliato a Rensetsu di evitare argomenti a sensazione.
Se l’orrore del mondo fosse la verità del mondo,
aveva detto, non ci sarebbe nessuno a raccontarlo
e nessuno a cui raccontarlo.
Penso che raccomandasse di descrivere il vago e frenetico
sciamare degli insetti vicino a una cascata.

Le aprì a forza la bocca e ci sputò dentro.
Tramandiamo cose del genere,
probabilmente, perché siamo ciò che possiamo immaginare.

Un che di non dicibile nel silenzio del mattino.
La mente alla spasmodica ricerca di somiglianza. “Tenero cielo”, ecc.,
curve che le rondini tracciano nell’aria.

(Robert Hass, trad. D. Abeni)

La mia poesia

luglio 30, 2015

non spiega niente
non chiarisce niente
non rinuncia a niente
non abbraccia tutto
non adempie alla speranza

non crea nuove regole di gioco
non partecipa al divertimento
ha uno spazio delineato
che deve riempire

se non è un dettato esoterico
se non usa una lingua originale
se non desta meraviglia
si vede che dev’essere così

obbedisce alla propria necessità
alle proprie possibilità
e delimitazioni
perde con se stessa

invade altri spazi
e non si fa sostituire
aperta a tutti
senza segreti

ha molti compiti
non basterà

(Rudy De Cadaval
Da “Colloquio con la pietra”, prefazione di Roberto Sanesi,
Guanda Editore ‘I Poeti della Fenice’, Milano, 1985)

Chi

luglio 30, 2015

Per carità d’accordo va bene anch’io vorrei
dirlo come si conviene ma senza citare
senza sfilare un verbo dalle tasche
dalle pagine dalla lingua di un dio invano
che alla fine tanto si sa troppo di tutto
quello che muore. Che poi a pensarci bene
chi può più della forza che ha il tuo letto
della morsa della tua stanza
delle tue mura di casa sempre
con quell’unica porta da infilare
sulla punta della chiave. E chi più
del compenso che cerchi quando vorresti
lì fuori tutto immenso compreso il varco del bar
e infinita la tazzina del caffè. E chi più
di quel chiuso e del niente di quel locale
dove tutti girano le facce le pagine
le poche righe una foto, di tutte quelle
parole ammassate che restano dentro
come i coriandoli a terra quando il carnevale s’è spento.
E chi poi può più di noi a cena lì lì
sempre sul punto di esserci come la pasta al dente
con quell’animaccia nostra a resistere
inesorabile al centro che ancora niente di niente.

(Paolo Pistoletti, da Legni, Giuliano Ladolfi Editore, 2014)

Dentro

luglio 30, 2015

Sembrava tutto a posto, poi quello che ci teneva qua
s’è rotto come un coccio. La terra s’è mescolata con la terra.
Capita che si cresca nell’impasto più sottile del dolore.
In un campo non lontano da qui i rom hanno perduto
la loro battaglia accerchiati dal fuoco
un rogo di fiori in mezzo alla notte.
Tanto che alla fine sarebbe stato tutto
tiepido di cenere. Ma si dice che c’è
buio e buio e c’è il fosco più nascosto.
Eppure fino a un certo punto era stato tutto così chiaro
il freddo e il gelo che la sera s’era fatta piccola
nel carro come un fagotto. Che solo dopo
tanta tosse il fumo aveva coperto la paura
la culla di un bambino ladro dentro
una fiamma che ruba. E su tutto puzzo
da scansare oltre l’ombelico come uno zingaro
infilato in un vicolo, colpa come roba normale
un cartoccio di giornale una pagina con un pezzo
sul guadagno del male fatto così bene
con una foto dei fratelli di Abele.
Mentre dopo l’ultima colonna a destra
intanto uno scafo portava un carico
con le spalle girate la sorte verso il futuro.

(Paolo Pistoletti, da Legni, Giuliano Ladolfi Editore, 2014)

Ultima visita

luglio 30, 2015

C’è una poltrona di pelle
che regge appena.
Sarei venuto a dire delle cose,
a trovare un appiglio.

Ma tra noi qui
c’è una stanza
che non ne vuole sapere.

Come niente l’aria
e la luce oramai.

Poi ci si aggrappa.
Come se all’improvviso
volessimo stare
come se finalmente
di colpo si fosse.

(Paolo Pistoletti, da Legni, Giuliano Ladolfi Editore, 2014)

luglio 23, 2015

sai dire se anche di là c’è vita?
se anche di là bisogna nascere e morire
lottare per il pane faticare per l’amore
logorarsi per non perdersi? io qui
mi sono stancato se parto qualcuno
mi deve pur garantire che non
dovrò ricominciare daccapo

(Vera Lúcia de Oliveira)

Don Giovanni

luglio 23, 2015

Short in cotone, calze bianche, stivali con fibbie in ottone,

si portò le dune a casa, nel cuoio capelluto, nell’angolo angusto

dei suoi occhi azzurri. E come lo spazzolarono e sfregarono,

la nutrice, la sorella maggiore, la domestica col labbro leporino,

asciutto poi bagnato, con un grande asciugamano a strisce, rosse

e bianche come quello di un barbiere, ma non sanguinava, solo un po’

di graffi sulla guancia e sulla schiena, eppure piangeva; piangeva

come fosse stato sepolto nella sabbia, come fosse stato scorticato.

Mai più tornò alla spiaggia e mai più

nuotò (perché sapeva farlo) con radiose

sirene, anche se avrebbe ricordato, sognato

il risucchio di quelle labbra, il bagliore delle code azzurre,

e i capelli verdi e argentei, i seni freschi che gli diedero

il permesso di toccare, che offrirono ai suoi baci,

solidi e tondi come frutti che mai prima aveva visto

o toccato o assaggiato, coi capezzoli dolci e scuri,

dolci come mai avrebbe immaginato si potesse,

più scuri e appuntiti, una pelle come quella delle sue labbra.

A tentoni ne cercò le gambe, lunghe, ma non le avevano,

solo la bella pinna, l’aggraziata coda dov’erano morbide

le scaglie come velluto e carezzevoli in entrambi i versi,

dall’argento al turchese, dal turchese di nuovo all’argento;

lo guardavano mentre le blandiva nel mare.

Non fosse stato per la sabbia

sarebbe tornato tra di loro, sarebbe divenuto

tritone, non una povera creatura biforcata, sarebbe stato noto

restauratore di cuori lievi, un uomo che faceva l’amore

come altri facevano le scarpe, o la musica, o il formaggio.

Ma la sabbia entrò nel sangue, impantanando il cuore;

Ora cenere lo strazia sotto le costole, è infuocata

ancora dal suo eterno banchetto con il convitato

di pietra, padre putativo, e il cavallo e il plinto

e la lista delle mogli respinte di cui non sa rievocare

il volto, la voce, il profumo, o il gusto sulla lingua

anche se ha un’eternità per rintracciarle.

Le strade del suo paese sono lastricate con quel che

a prima vista sembrano ciottoli, ma di fatto sono

gusci spaiati di cuori spezzati. Un traffico di carri

che rincasano rimbalzandoci sopra, i conducenti

ragazzi che mai conobbero il padre, o hanno sabbia

dentro i cuori, e cenere, ardente, e rodere di topi

attorno agli inguini, come desiderio, fame e male.

Sarebbero belli se nelle cornici di cieche finestre

spuntasse una ragazza, sbiadita dal sogno, una sirena,

e fosse messa a fuoco gradualmente, fissata, potrebbero

essere gli uomini che i padri volevano che fossero.

A casa le donne vestono a lutto, hanno i volti velati.

Non sorridono, un tempo lo fecero. Vivono in ginocchio.

E i ragazzi guidano i carri sulla via di casa oltre la baia.

Non nuotano. Nessun volto emerge dalle onde a guardarli

pieno di desiderio, il mare si ritrae. Risucchia

ciottoli e sputa; risucchia, poi di nuovo sputa.

(Michael Schmidt; traduzione di Chiara De Luca)

Arcipelaghi

luglio 23, 2015

Alla fine di questa frase, comincerà la pioggia.
All’orlo della pioggia una vela.

Lenta la vela perderà di vista le isole;
in una foschia se ne andrà la fede nei porti
di un’intera razza.

La guerra dei dieci anni è finita.
La chioma di Elena, una nuvola grigia.
Troia, un bianco accumulo di cenere
vicino al gocciolar del mare.

Il gocciolio si tende come le corde di un’arpa.
Un uomo con occhi annuvolati raccoglie la pioggia
e pizzica il primo verso dell’Odissea.

(Derek Walcott, Mappa del Nuovo Mondo)

sembrano usciti dal libro (per Ida Travi)

luglio 21, 2015

la distesa è neve pettinata di fresco. e il circolo di
pietre slavate non riesce a tatuare il tappeto ove
consegnare gli arbusti al loro destino di fuoco.
nebbie, ad oltranza, penetrano nella stanza del riposo.
è fluido il libro, disteso, allettato come nel senso dell’altare
o dell’ara sacrificale. dalla finestra aperta stagna, al rovescio,
sui simulacri di legno l’illusione dell’oblio. ma c’è rumore di
fondo, che sale al soffitto “come cinque dita sul tronco
come trenta mani sul ramo / come la falce in casa
lasciata dietro la porta”[1]. e come filtra la luce, guarda,
filtra in strali, tra i vapori che sciolgono la condensa e
sfidano la trasparenza. sembrano usciti dal libro, e allora la
finestra è il punto di fuga ove immolarsi al buio della
disconoscenza, disse. ma non credeva nel disastro. e il colpo
d’ascia non provocava sussulti, l’erba continuava a bruciare
all’interno del cerchio di pietre di fiume. è un incendio pensò.
e gettò il libro dal punto di fuga recitando a memoria qualche
passo espunto dalle sole pagine dispari, perché gli impari, si sa,
sono i soli depositari del segreto a cui tendere la mano.

[1] (Ida Travi, Tà, Moretti & Vitali, 2011)

(Enzo Campi)

luglio 21, 2015

Le poesie che ho vissuto tacendo sul tuo corpo
mi chiederanno la loro voce un giorno, quando andrai.
Ma io non avrò più voce per ridirle allora. Perché tu eri abituata
a camminare scalza per le stanze, e poi ti rannicchiavi sul letto,
gomitolo di piume, seta e fiamma selvaggia. Incrociavi le mani
sui ginocchi, mettendo in mostra provocante
i piedi rosa impolverati. Devi ricordarmi così – dicevi;
ricordarmi così coi piedi sporchi; coi capelli
che mi coprono gli occhi – perché ti vedo più profondamente così. Dunque,
come potrò più avere voce. La Poesia non ha mai camminato così
sotto i bianchissimi meli in fiore in nessun paradiso.

(Ghiannis Ritsos)


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