Short in cotone, calze bianche, stivali con fibbie in ottone,
si portò le dune a casa, nel cuoio capelluto, nell’angolo angusto
dei suoi occhi azzurri. E come lo spazzolarono e sfregarono,
la nutrice, la sorella maggiore, la domestica col labbro leporino,
asciutto poi bagnato, con un grande asciugamano a strisce, rosse
e bianche come quello di un barbiere, ma non sanguinava, solo un po’
di graffi sulla guancia e sulla schiena, eppure piangeva; piangeva
come fosse stato sepolto nella sabbia, come fosse stato scorticato.
Mai più tornò alla spiaggia e mai più
nuotò (perché sapeva farlo) con radiose
sirene, anche se avrebbe ricordato, sognato
il risucchio di quelle labbra, il bagliore delle code azzurre,
e i capelli verdi e argentei, i seni freschi che gli diedero
il permesso di toccare, che offrirono ai suoi baci,
solidi e tondi come frutti che mai prima aveva visto
o toccato o assaggiato, coi capezzoli dolci e scuri,
dolci come mai avrebbe immaginato si potesse,
più scuri e appuntiti, una pelle come quella delle sue labbra.
A tentoni ne cercò le gambe, lunghe, ma non le avevano,
solo la bella pinna, l’aggraziata coda dov’erano morbide
le scaglie come velluto e carezzevoli in entrambi i versi,
dall’argento al turchese, dal turchese di nuovo all’argento;
lo guardavano mentre le blandiva nel mare.
Non fosse stato per la sabbia
sarebbe tornato tra di loro, sarebbe divenuto
tritone, non una povera creatura biforcata, sarebbe stato noto
restauratore di cuori lievi, un uomo che faceva l’amore
come altri facevano le scarpe, o la musica, o il formaggio.
Ma la sabbia entrò nel sangue, impantanando il cuore;
Ora cenere lo strazia sotto le costole, è infuocata
ancora dal suo eterno banchetto con il convitato
di pietra, padre putativo, e il cavallo e il plinto
e la lista delle mogli respinte di cui non sa rievocare
il volto, la voce, il profumo, o il gusto sulla lingua
anche se ha un’eternità per rintracciarle.
Le strade del suo paese sono lastricate con quel che
a prima vista sembrano ciottoli, ma di fatto sono
gusci spaiati di cuori spezzati. Un traffico di carri
che rincasano rimbalzandoci sopra, i conducenti
ragazzi che mai conobbero il padre, o hanno sabbia
dentro i cuori, e cenere, ardente, e rodere di topi
attorno agli inguini, come desiderio, fame e male.
Sarebbero belli se nelle cornici di cieche finestre
spuntasse una ragazza, sbiadita dal sogno, una sirena,
e fosse messa a fuoco gradualmente, fissata, potrebbero
essere gli uomini che i padri volevano che fossero.
A casa le donne vestono a lutto, hanno i volti velati.
Non sorridono, un tempo lo fecero. Vivono in ginocchio.
E i ragazzi guidano i carri sulla via di casa oltre la baia.
Non nuotano. Nessun volto emerge dalle onde a guardarli
pieno di desiderio, il mare si ritrae. Risucchia
ciottoli e sputa; risucchia, poi di nuovo sputa.
(Michael Schmidt; traduzione di Chiara De Luca)