Archive for novembre 2016

Lei ora elegante

novembre 22, 2016

Lei ora elegante,
vistosa come le madri,
si stacca dal niente e ride. Qualcosa
dei venti, d’urgente, una fuga,
un ritorno, mi lega
a lei che darei
tutto il corpo per quella risata.
È salita
col petto in su verso l’estasi delle nubi
a quella distanza più nere che altro; poi
è scesa; pioveva. Ha saltato la corda
coi piedi fiammanti di santa e al collo
perle vere.

 

(Cristina Annino, Anatomie in fuga, Donzelli)

Il Panda

novembre 22, 2016

Senza pace, con pena e senza girarmi
mai, pestando
non pepe o caffè ma gardenie, io amo
la mamma e i topi; li metto insieme chissà
perché. O ancora perché voler bene a quel
modo spezzato così in due, collo in giù,
polvere senza cerniere, bottone, qualcosa.
Sempre
senza girarmi. I perché chiarendo la vita
ai tram, alle piante. Lei, pura, mi dà
questa riserva di bambù. Nient’altro.
Poi via. Io su
che l’ho addosso oramai e non posso
schivarla, pestarla nemmeno, mettendo
con cura ogni piede tra l’erba.

 

(Cristina Annino, Anatomie in fuga, Donzelli)

novembre 22, 2016

Lasciare un ospedale con un lento
giro di umidità, poi le finestre
senza uccelli, in una mattina
fredda, dicembre 21, desiderare
te all’uscita che risolvi ogni frase maledetta,
col cappotto e le giarrettiere indorate,
feroce dolce scandalo! il tuo corpo
invade la cinta dei muri.
Ma non ci sei.
ti ricompongo allora:

le mani fuori che saluti sul cappotto duro,
cara presenza di questa radice
comune in cui si salta, buffi addendi
o ruote secolari. Ecco,
fuori dai vetri, aria fredda e lo spavento
che senti ti si ghiaccia negli occhi
dove saggiamente sbatti, e non lo sai,
il tuo modo di sorridere
rapido fisso come i gufi.
Tralasciare oggi pensieri muti
eppure vivi in qualche nervo gonfiato,
vuoti come vuote stanze di ospedale,
in una mattina senza ali, che pensi
la nebbia sale via da ogni densità
e ci fa meno densi,
passare dalla portineria…

 

(Cristina Annino, Anatomie in fuga, Donzelli)

Appuntamento

novembre 22, 2016

In memoriam J.G.D.*

Sia pure sulla riva del fiume che scende dalla cordigliera

e colpisce con l’acqua i tronchi e i metalli addormentati,

sul primo ponte che lo attraversa per il quale passa il treno

con un boato che si confonde con quello delle acque,

lì, sotto la lastra di cemento,

con tutte le sue ragnatele e le sue crepe

dove vivono i grandi insetti e i pipistrelli dormono;

lì, vicino alla schiuma fresca che salta contro le pietre;

lì sarebbe bene.

Oppure in una stanza d’albergo,

in una città dove arrivano i mercanti di bestiame,

i venditori di miele, i torrefattori di caffè.

All’ora del più grande chiasso sulle strade,

quando si accendono le prime luci

e si aprono i bordelli

e dalle cantine sale lo schiamazzo dei giradischi,

lo schioccare dei bicchieri e il colpo delle palle del biliardo;

a quell’ora andrebbe bene l’appuntamento

e nemmeno quella volta ci sarebbero testimoni scomodi,

né persone della nostra compagnia,

né nulla di diverso di ciò che prima ti ho riferito:

una stanza d’albergo, con il suo profumo di saponetta scadente

e il suo letto macchiato dal coito urbano

dei latifondisti sazi.

O forse dentro l’hangar abbandonato nella selva,

dove approdavano gli idrovolanti per portare la posta.

Lì c’è un certo sussiego, un gotico raccoglimento

sotto la struttura delle travi metalliche

divorate dalla ruggine

e ricoperte da un polline colore arancia.

Fuori, il lento disordine della selva,

il suo denso alito attraversato

a un tratto dal vocio delle scimmie

e dagli stormi di uccelli grassi e collerici.

All’interno, un’aria soave popolata da licheni

segnata dal suonare delle lastre.

Anche lì la solitudine necessaria,

l’indispensabile abbandono, l’acido arbitrio.

Altri luoghi ci sarebbero e circostanze molto diverse;

ma in fondo è in noi

che avviene l’incontro

e non serve a nulla prepararlo o aspettarlo.

La morte benvenuta ci esime da ogni vana sorpresa.

 

Álvaro Mutis

Bogotá, 25 agosto 1923 – Città del Messico, 22 settembre 2013

da “Le opere perdute”

traduzione di Martha Canfield

La città mi uccide

novembre 13, 2016

I

Datemi pure da mangiare il pane della questua
nero indurito, ho tanta voglia di lavorare.
Si sono mangiati i miei calcagni
queste strade d’asfalto dure a pestare.
Era nel vento una pioggia di piccoli prezzi
sulle immobili merci delle vetrine.
Sfolgorava sui cartelloni gente
che usciva quella volta dall’incognito
e io che minuzzavo alacremente
la cronaca viola dei miei passi perduti.
Oh stanco appendermi lo sguardo
alle luci al neon infinite,
donare il mio corpo a chi lo vuole
può mettersi a stare manichino.
Sentite furie: alberghi e panifici
e padroni che muovete questa ruota
orrenda che ci stride sulle carni,
ditte, navigatori, capitani sentite:
eccovela la testa del mercenario
accalappiata nel vostro frustone,
desidero anch’io il mio posto in città,
lì dove i giornali declamano
le guerriglie della civiltà.
Mi avete inutile respinto
ad alloggiare nelle ville
accanto agl’immondi vespasiani
e la notte mi bastonano i ladri
le prostitute mi sputano addosso.
Gerusalemme, Gerusalemme.
I porci hanno invaso gli ulivi
sotto la luna lontana
la moda ha trovato il suo posto
nei templi sontuosi.
Bari, Napoli, Roma, Milano
i fiori, gli uccelli, la donna
qui si comprano
e noi si cammina con la mano al cuore
perché a forza potrebbero rubarlo.

II

Tutte le ho girate queste vie
da lanzichenecco i posti di ristoro
e non ho visto un solo sorridere
degli uomini che camminano in fretta.
Non ho nemmeno raggiunta
la grazia dei poveri, astrusa.
E prendere la via del ritorno
non mi duole che per vergogna.
E quanto pesa questa sigaretta
a me viaggiatore delle nubi
or che invoco di rientrare in paese
di contrabbando, a luci spente.

(Bari 24-10-1947)

© Rocco Scotellaro, La città mi uccide in Franco Fortini, La poesia di Rocco Scotellaro, Roma-Matera, Basilicata editrice, 1974.

novembre 13, 2016

La parte principale del ferro
resta sulla terra in preda all’atmosfera
e il lavoro di approssimazione
finisce con la resa.

Noi ci trasformeremo
secondo percorsi analoghi
lasciando tracce sempre più deboli
dentro stagioni semplificate
dove il bisogno di nominare qualcosa
che ci assomigli alla fine cadrà
e con gli spazi rimasti
non avremo più nulla a che fare.

 

(Davide Valecchi)

novembre 13, 2016

Il ronzio della cabina elettrica
ai piedi dello sterrato
arriva come un presagio del freddo
quando le macchine non ce la fanno
e bisogna lasciarle in fondo
per risalire a piedi.

Di solito siamo alla fine dell’estate
e accolgo il contrattempo
per fissare lo sguardo sulla ghiaia,
dove si trovano a volte
monete incrostate di terra,
pezzi di filo bicolore
o certi piccoli dischi di plastica rossa
che se lanciati in aria seguono il vento:
a monte alcune case non sono ancora finite.

 

(Davide Valecchi)

novembre 13, 2016

Non erano in piedi neanche le pareti
quando sono finiti i soldi
e nel giro di qualche anno
tutti i discorsi sulla solidità del cemento armato
si sono sciolti come l’anima cattiva del ferro
venuta fuori in macchie rossastre
fin dalla prima pioggia.

Qualcuno è riuscito comunque a finirla
ma credo sia superfluo dire
che non siamo stati noi
anche se passandoci accanto
ogni volta abbiamo guardato
attraverso i rettangoli di vuoto
tra le colonne portanti.

 

(Davide Valecchi)

 

novembre 13, 2016

La realtà è la stessa bisogna vedere poi
con che filtro ognuno la interpreta,

dice la donna all’uomo
che attento ascolta mentre lentamente
svuota il carrello sistemando in esasperante ordine
la merce sulla cassa. Anche il dolore è interpretazione,
penso, oppure no, può ristagnarci dentro,
non fiorire mai, mai farsi bellezza.
Posa della prima pietra su cui nulla mai
verrà edificato. E la donna sta, ferma,
ascoltando l’eco delle sue parole spegnersi
tra gli spigoli del silenzio di lui.

 

Lucianna Argentino – Le stanze inquiete – La Vita Felice 2016

novembre 13, 2016

Tu mi capisci, è vero? mi scuote una donna,
che ascoltavo distratta e stanca,
mentre ripone la spesa nella busta,
sollecitando in me un’intesa improbabile
perché capisco poco di quanto intende
oltre il suo sguardo, intriso di probità
e di tiriamo avanti, ma verso dove
se non c’è strada diversa da prendi tre e paghi due,
se il risparmio è risparmio anche di sé?
Non immagina, dunque, la donna
che mi è più complice lo sguardo vacuo di Martina
– bambina senza terra, bambina marina –
e le sue domande sciocche, cantilenate,
quasi che le parole resistano a quell’uso
per poi arrendersi alla poesia dei suoi occhi
e cedere benevole al suo respiro.

 

 Lucianna Argentino – Le stanze inquiete – La Vita Felice 2016


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