In memoriam J.G.D.*
Sia pure sulla riva del fiume che scende dalla cordigliera
e colpisce con l’acqua i tronchi e i metalli addormentati,
sul primo ponte che lo attraversa per il quale passa il treno
con un boato che si confonde con quello delle acque,
lì, sotto la lastra di cemento,
con tutte le sue ragnatele e le sue crepe
dove vivono i grandi insetti e i pipistrelli dormono;
lì, vicino alla schiuma fresca che salta contro le pietre;
lì sarebbe bene.
Oppure in una stanza d’albergo,
in una città dove arrivano i mercanti di bestiame,
i venditori di miele, i torrefattori di caffè.
All’ora del più grande chiasso sulle strade,
quando si accendono le prime luci
e si aprono i bordelli
e dalle cantine sale lo schiamazzo dei giradischi,
lo schioccare dei bicchieri e il colpo delle palle del biliardo;
a quell’ora andrebbe bene l’appuntamento
e nemmeno quella volta ci sarebbero testimoni scomodi,
né persone della nostra compagnia,
né nulla di diverso di ciò che prima ti ho riferito:
una stanza d’albergo, con il suo profumo di saponetta scadente
e il suo letto macchiato dal coito urbano
dei latifondisti sazi.
O forse dentro l’hangar abbandonato nella selva,
dove approdavano gli idrovolanti per portare la posta.
Lì c’è un certo sussiego, un gotico raccoglimento
sotto la struttura delle travi metalliche
divorate dalla ruggine
e ricoperte da un polline colore arancia.
Fuori, il lento disordine della selva,
il suo denso alito attraversato
a un tratto dal vocio delle scimmie
e dagli stormi di uccelli grassi e collerici.
All’interno, un’aria soave popolata da licheni
segnata dal suonare delle lastre.
Anche lì la solitudine necessaria,
l’indispensabile abbandono, l’acido arbitrio.
Altri luoghi ci sarebbero e circostanze molto diverse;
ma in fondo è in noi
che avviene l’incontro
e non serve a nulla prepararlo o aspettarlo.
La morte benvenuta ci esime da ogni vana sorpresa.
Álvaro Mutis
Bogotá, 25 agosto 1923 – Città del Messico, 22 settembre 2013
da “Le opere perdute”
traduzione di Martha Canfield