Archive for dicembre 2016

Contrattempo

dicembre 21, 2016

La città, di notte,

piantagione abbandonata.

Abbronzato di mitologia

fa ritorno dalla biblioteca

 

e adesso sa che si può

cadere nel cielo come in un pozzo.

 

Una poesia non ha niente a che vedere

– si dice proprio niente a che vedere con –

 

lo spirito, una poesia è un plusvalore,

aspirazione del tutto imprescrittiva.

 

Nel cielo terso come un pdf

il viaggio del poeta e della storia

si sono incrociati nella zona

necrotizzata della lingua,

ciascuno rivelato dall’altro.

 

Edgardo Dobry 

Rosario, Argentina 27 4 1962

da “Contrattempo”

traduzione di Francesco Tarquini

Poesia per due solitudini

dicembre 21, 2016

Qui nella piscina di questo hotel che triste

scoprire quest’uomo solo

che guarda come una vacca malata le

ragazze

l’acqua la birra gli oggetti

Che triste mi sembra quest’uomo signore e signori

che triste il suo pullover la sua biro

la sua capigliatura danneggiata da stempiature

che tristi i suoi sandali i suoi bottoni il suo bicchiere

trattenuto in un gesto vuoto trattenuto

in un gesto simile alla morte.

Che voglia di cercargli una compagna.

Che voglia di chiedere a quella ragazza

di sedersi accanto a lui al tavolino

e che gli dica “non soffra più compare mi guardi le

carni

mi guardi il ventre e vedrà spuntare una stella

calorosa

mi guardi compare che dolce che ardente che

tiepida posso essere e sono

andiamo non faccia così uomo beviamo ancora

birra

e non pensi che il mondo stia finendo mentre

al contrario

qui nelle mie gambe brilla come se proprio adesso

lo stessero scoprendo”

Che gli dicesse la ragazza “andiamo signore

dimentichi le pene dimentichi l’ingrata o il male

che le procurò

dimentichi infine quel che è stato:

l’amico traditore o il cavallo morto andiamo

si metta il costume e non rovini la vita

agli altri

esibendo una simile espressione in pubblico”

Che gli dicesse la ragazza: “Andiamo che io lo

accompagno

a lanciarci dal trampolino e a tuffarci andiamo

che io l’aiuterò

ad accontentare quella vita che sembra così

sofferente”.

Perché davvero che triste

mi sembra quest’uomo signore e signori.

Che voglia di chiamare quella ragazza…

O bene… credo sia meglio chiamare due

ragazze.

Giugno del 1981

(Félix Luis Viera, trad. di Gordiano Lupi, Poesia pubblicata su El Lugareño)

Patagonia

dicembre 21, 2016

Dissi forse la Patagonia, e immaginavo
una penisola, grande abbastanza
per un paio di sedie a sdraio
su cui dondolare nell’alta marea. Pensavo

a noi in un freddo mozzafiato, davanti
a un orizzonte tondo come una moneta, avvolti
nell’intreccio del ripiglino che i gabbiani giocano
dal mare fino al sole. Pensavo di aspettare

finché le onde non si fossero addormentate
dalla noia, finché gli ultimi cirripedi
ancora aggrappati,
preoccupati dal silenzio, non si fossero
allontanati ai remi di piccole piroghe, finché

quegli uccelli inquieti, le tue mani d’attore,
non ti fossero caduti esausti in grembo,
finché, finalmente, non ti fossi rivolto a me.
Quando dissi Patagonia, volevo dire

cieli vuoti di un blu che fa male. Volevo dire
anni. Li volevo tutti con te.

(Kate Clanchy, da Nuove poesie d’amore)

che cosa è poesia?

dicembre 21, 2016

Una ragazza ti ha chiesto: Che cosa è poesia?
Volevi dirle: Già il fatto che esisti, ah sì, che tu esisti,
e che nel tremore e stupore,
che sono testimonianza del miracolo,
soffrendo mi ingelosisco della tua piena bellezza,
e che non posso baciarti e con te non mi posso giacere,
e che non ho nulla, e colui che è sprovvisto di doni
è costretto a cantare…
Ma non glielo hai detto, hai taciuto
e lei non ha udito quel canto…

Vladimir Holan (da “Una notte con Amleto”)
traduzione di Angelo Maria Ripellino

dicembre 21, 2016

La diversità che mi fece stupendo
e colorò di tinte disperate
una vita non mia, ancora mi fa
sordo ai comuni istinti, fuori dalla
funzione che rende gli uomini servi
e liberi. Morta anche la dolente
speranza di rientrarvi, sono solo,
per essa, coscienza.
E poiché il mondo non è più necessario
a me, io non sono più necessario.

Pier Paolo Pasolini, La diversità che mi fece stupendo, in Poesie inedite (1950-1951), in Le poesie, Milano, «I Meridiani» Mondadori (Milano, Garzanti, 1975).

La poesia esce dalla mia bocca…

dicembre 21, 2016

Per Roberto Bolaño, che considero già come il mio Maharishi
e iniziatore di 1 movimento di cui ignoro il nome
& nel quale prometto di realizzarmi pienamente

La poesia esce dalla mia bocca,
ficca il naso / il pene
nell’imprevisto /
nel brivido
nello splendore /
& anche nella bava
& tra i peli strappati a questo tempo
a forza di cavalcarne l’onda
& lucidargli la giostra /
& poi la forfora / & la pietrificazione
di tante erbe e radici
di questo mondo / che prima ancora
di morderle ci vediamo obbligati
a sputare…

La poesia esce dalla mia bocca,
dai miei pugni, da ogni poro
cocciuto della mia pelle /
da un posto volatile, improbabile /
ubicato nei miei testicoli /
arrotando la sua daga / le sue irritazioni
la sua propensione manifesta a
esplodere / & dare fuoco alla miccia
in cerca di 1 clima refrigerante
dove non c’è né bene né male
né dritto né rovescio
né un solo raffreddato
che meriti di definirsi tale,
né 1 solo caso di febbre-febbre
degno di un ricovero in questo
mio immobile paese

La poesia esce dalla mia bocca,
con 1 pellame & qualche antenna
& sparuti occhi di mosca /
Coi gorgheggi di 1 canarino
ingabbiato / & gli sbadigli
cacofonici del sorvegliante
del giardino zoologico /
Notte & giorno / Rossa & nera
con le ovaie di 1 ragazza
con la voce roca di 1 ragazzo
con lo sguardo vacillante
ma rabbioso / splendidamente rabbioso
di 1 giovane frocetto che non
vuole che lo si nasconda in 1
barile senza fondo

La poesia esce dalla mia bocca
con la limpida nerezza della benzina
con la lucentezza eloquente di 1 faro da 500 volt
con l’emozione & l’orgoglio
di bicipiti
onnipossenti
totalmente padroni del loro mondo
(& sempre dentro la relatività
del maestro Einstein, va da sé)
Con i colori di 1 vestito
fatto con scampoli di tessuto /
coi suoni confusi
caoticamente armonizzati
di cento & cento clacson
differenti /
1 giorno di imbottigliamento
sulla tangenziale

Nemica di uragani e inondazioni
(& in qualche modo
capace di crearli)
nemica delle case dalle porte chiuse
dei soli brulicanti di vermi
delle cirrosi estese ben oltre
il fegato /
delle bottiglie di bevande
contenenti piscio /
dei bambini & delle bambine
castrati / congelati
il giorno della loro nascita /
delle tonnellate
di terra & monnezza
che ci cadono addosso,
mentre tutto ciò che 1 vuole
è mostrarsi allegro & attraente
come prova tangibile
di 1 nuovo “rinascimento”

Salta e corre con quelli
agili / ficca 1 cerino acceso
nel buco del culo dei lenti /
programma pranzi & serate
con i più lucidi /
mette un impegno
assiduo nella risoluzione
dei problemi / da Ariete a Pesci
dal lunedì alla domenica /
da gennaio a dicembre
dal giorno 1 al giorno 31
dal legno tarlato del pavimento
alla ragnatela che ballonzola sul
soffitto /
da un’esplosione all’altra
dall’impressione di 1 cavernicolo
che conosce per 1ª volta
1 donna nuda /
all’ultima donna per il “tizio
qualunque”, mentre scoppia la
3ª Guerra Mondiale /

Visita i malati
saluta i sani
cospira nell’ombra
fa opera di sabotaggio apertamente
si trattiene / avanza
trangugia il suo beverone
lo assaggia
lo gorgheggia
lo gusta
se lo inietta
/ gratta, graffia
in cerca di 1 sole di mezzanotte
come 2 innamorati che ci danno dentro
come 2 innamorati che ampliano
fino alle estreme possibilità
i significanti & il significato
del sistema Braille
come 1 sbornia di
girasoli in cerchio / come 1
diadema di dalie, il fiore
preferito di Judith /
come 1 spizzico di marijuana
& tocchi il nirvana con le mani
muovi 1 dito & te ne rendi conto
fai rollare la canna & ti sorridi /
verme di vaso / verme di
terra rossa che non ti conosceva /

Come 1 allucinogeno dall’effetto galoppante
che sfarina la pietra
delle tue 4 pareti /
& ti mette alla prua della cometa Kohoutek
& libera tutta la tua euforia,
tutta la tua estensione
la tua riduzione,
ma sempre lesta a scuotersi /
a non dimenticare la giusta collera
contro le carognate inique /
una collera che alimenta
ne potenzia
la miccia al tritolo,
la utilizza
ne dilata la pupilla
Fa cantare quello che piangeva
fino a un momento fa
Grida / Salta / Scopa / Eiacula /
il tizio che già davano
per morto /
Ora è un canto duro
ora una cantata soave / uno squillo di tromba
& il retrogusto di chi ha sputato
la terra & le cispe
con cui gli avevano tappato gli occhi /

La poesia esce dalla mia bocca
col passo ampio del gerundio
come un flusso di acqua potabile
come un virus luminoso
capace di ogni contagio
Questa è la poesia /
& grazie a lei
non ho altro che lodi

Mario Santiago

Tra(s)duzione abbastanza seria di Lalo Cura

senza Amalia De Lana (comincia a far caldo, del resto).

dicembre 20, 2016

Nel mio stesso tavolo in un piccolo ristorante di

Erfurt

lei sorride

mentre lui le racconta qualcosa che naturalmente non

comprendo.

Lui chiede una birra e lei gli dice

– passandogli la mano tra i capelli, il

respiro sul volto –

che no, che non deve mescolare – credo di capire –

il cognac con la birra;

ma lui ride e già il calice è sul tavolo.

Lei ha delle lentiggini – simmetriche, chiarissime –

intorno al naso

e anche i suoi occhi sono chiarissimi, simmetrici

e osservano costantemente il mondo, cioè lui.

Se scorro un pochino le tende

posso vedere fuori la strada, così stretta,

che alcuni – davvero pochi – passanti

percorrono lentamente. Tira vento.

Il cielo è grigio. Fa freddo. Dalla finestra

vedo arrivare una ragazza goffamente vestita

d’azzurro

che si ferma accanto a me, a un passo da me

ma dietro il vetro; un ragazzo

vestito di nero

l’abbraccia e partono con la moto fieramente

accelerata, anche se, certo,

non sento il rumore.

Sciolgo la tenda. Lui continua

ad alternare cognac e birra, lei

beve un vino quasi trasparente e ogni volta

si lasciano cadere di più l’una contro l’altro. Allora

si avvicina la cameriera

e mi chiede, niente meno, se

mi serve qualcosa.

Dicembre 1982

Félix Luis Viera, da Y me han dolido los cuchillos (1991), traduzione di Gordiano Lupi

Ta Pum

dicembre 20, 2016

“Chi piange più forte
arriva primo”
A.Brendel

***

I.

Dormo dalle 21 alle 12 del giorno successivo
ho comprato un barattolo di vitamine gommose
non credo le tue intenzioni siano buone
ho sognato di scavarmi la fossa, aspettavo sottoterra
mi tappavo il naso e fiorivo.
Fu per l’interessamento di un amico che Adelphi
si occupò della pubblicazione di Morselli
a meno di un anno dal suicidio
ci sono cose che non so come dirti
*“Se poco fa, pensando a lui all’improvviso,
ho provato una sorta di emozione,
significa che per me esisteva.”

*

II.

Oggi a Venezia il sale in gola.
Quei giorni in cui sudo, mi spoglio,
corro, ho le mani fredde
e domani la febbre.
Vista la mostra dedicata a **Dora Maar
e sono molto triste.
Io, è solo un modo per dire nessuno in particolare.
“Io non sono stata l’amante di Picasso.
Lui era soltanto il mio padrone.”

*

III.

Phlebas. Inverno, nebbia;
visitiamo una casa sulla spiaggia,
io, lui e alcuni amici.
Ci sono un fantasma e la sua innamorata
morta per affogamento.
Diverse inquadrature.
Il fantasma sta spiando dai vetri
l’innamorata dentro alla camera;
invito gli altri a non fermarsi, non ci vedrà.
Siedo sul bagnasciuga, sono bella.
Il fantasma si avvicina,
mi confonde con l’innamorata
mi fissi a lungo negli occhi prima di uccidermi
mi trascini in acqua.
Questo è l’istante in cui inizio a mentirti.

*

IV.

Primo piano di uno sbadiglio.
La malattia continua.

Non voglio più sapere quanta febbre ho.

Incapace di crearmi nella piccola cintura
se solo potessi accogliermi nella tua ombra
che attraversa la strada.

*

V.

Una volta sono scomparsa, a Beaubourg,
in una sala di uccelli disegnati, esilissimi,
come respirare gesso.

Gioco con 98 fiammiferi.

Un filo da un orecchio all’altro e il mio cranio è una perlina.

*

VI.

Quarantena.
Lungolago. Panchina di legno sotto gli alberi di magnolia.
Nove di sera, sono a casa.
Il gesto, perché gli altri non ascoltino:
mettere la mano sulla bocca di qualcuno
che continua a godere, ridere, piangere nella mia mano. Sentire che il cuore gli batte forte.
Non faccio che ammansirmi come un animale selvatico.

*

VII.

Quinto giorno di digiuno: flebo di sale,
zucchero e antibiotici, vorrei almeno bere.
Troppo magra per fare una TAC senza contrasto.
Gli infermieri, quasi tutti slavi, fanno il possibile
anche se ho i polsi e gli incavi delle braccia neri.
Quando mi brucerà anche questa vena
spero non mi bucheranno i piedi.
Imparo a lavarmi i denti e a scrivere con la sinistra.
Qui dentro siamo in un unico corpo che grida, piange, dorme, mangia
ma se muore qualcuno il corpo non muore.

*

VIII.

Lezione amara di questo periodo

“si tratta di essere come si può,
di seguire una politica realistica,
senza illusioni di menzognere altezze.”
Klee aggiunge che il vagabondo
sarà incorreggibile.

Ho sognato che mio padre mi seppelliva.

*

Note

*E.Cioran, a proposito di P.Celan
**D.Maar

 

(da I PROCESSI DI INGRANDIMENTO DELLE IMMAGINI per un’antologia di poeti scomparsi di Paola Silvia Dolci)

con la naturità

dicembre 20, 2016

Il ciondolo di

sera, fa il gatto

:

il sonno di

balena

il pomeriggio

::

tu sei un maturo

poeta, io il

gatto del mio

gatto, vorrei

essere, con la

naturità

(Giampaolo De Pietro)

Tra l’agave e le cengi

dicembre 20, 2016

avvedersi

del bagliore di lucciole stinto

seduti cavalcioni sui bordi

di cengi calcaree

e isolare puntuti apici

d’agave infestanti dintorno.

*

Quest’odore che senti,

quello che tu chiamavi primavera,

altro non è che i fumi

d’asfalto che salgono per il caldo

su insieme ai pollini novizi,

non visibili. Si posano sulle latebre

sfuggono alle trappole delle mani,

vuote esultanze dei pupi al parco.

Non afferrano le ore del riso,

altro tempo non appartiene loro:

muoiono solo di mostrare

le cose nascoste

nelle tasche delle tute.

*

non sai quando le foglie

appese al siliquastro

faranno capolino

nei parchi e nelle strade;

lo domandi, Delia, in ascolto

e sai che foglieranno

vanto di chi ostenta

la piena maturità. Ma tenti

ancora d’inseguire il corpo

e l’ansito ristretto – avvicendarlo

in forme – che sembra la strada

ti sembra la vita, tutta

questo allontanarsi sempre

il valore delle pose?

*

bruceranno i campi

stesi a secca gramigna

d’aridità arata a niente; fiamme

controllate, ma il fumo

sarà nero. Resteranno

soli i ponti crollati

e i lunghi biscioni d’asfalto,

schermi muti al sole

si distenderanno sinuosi

in attesa di nuove

stagioni da attraversare.

Il loro è un sibilo che richiama

automobili, carri bestiame,

frecce; e il canto d’ansie taciuto

si udirà tra i fischi, auscultando

foglie puntute di pale

nei timpani impazziti.

*

La montagna non si atteggia

solitaria, ma isolana

scheletri di case la circondano,

armature di calcestruzzi

(gli appalti, sobillava papà, gli altri

morti nei pilastri

vivi in Viale Lazio) aggrappate

ai pendii ostinate: la betoniera

in disuso, i cumuli di polvere, gli spazi

grigi e svuotati, soggiorni

irrealizzati; respira

appena un nido di tortore, si rincorrono,

sembra che s’amino. Ma l’afa

porta con sé il lamento,

il cicaleccio, un ri(n)corrersi di locuste.

*

Vattene amica, via così,

immersa in queste toppe

di stampe e di zanzare. Il mare

è sostenibile da lontano

soltanto. Oltre gli aghi dei pini montani

bagnanti asciugano bimbi sulla sabbia

rossa del tramonto; la scrollano via

dai corpicini ignudi, ma è solo pianto

e fastidio di rimando. Piccoli

punti carmini lì sotto: non conoscete

brividi a guardare due tortore quassù.

*

appare stanco in volto

Marco, e la novità

non è nella domanda,

nel perché la noia oggi,

ma nella foggia perseguita (inseguita)

l’ostinarsi nelle forme

in cui un saluto è dato,

che a te è disumano

l’occhio della mosca e il guardare

suo a dismisura ovunque.

*

ti dicevano

di non prendere per vere

del giorno certe ore,

di imparare a contarle

come perle dentro ai vini

nelle bettole a Bologna.

La verità, Giorgia, quando t’imbrani,

è in questo non sentirsi mai continui

non essere costanti mai

nelle proprie geografie,

ma corromperle sempre

dei propri lucidi

ricordi futuri.

*

Trovare gli scontrini stinti dagli anni ,

forse mesi, nei fumi del tabacchi

sotto casa e gettarli:

sembra possibile disperdere

il ricordo di una cena,

di un’ora, una colazione

all’ombra dei pini. Confonderla di rifiuti,

– non tue quelle cose – perché nulla

ti appartiene e le mie dita

non vogliono frugarvi: hanno da puzzare.

Se la memoria è questo districarsi

tra piccole carte ignifughe,

si può ritemprare appena

appena tutta la vita.

*

mi raccontavi tra gli spari

el topo de nariz estrella,

di quella sua qualità estrema:

esperire la terra con unghia robuste,

abili nel nuoto

nei cunicoli ciechi – non importa, spara

e andiamo, sa scavarne anche

di nuovi, alla buona.

Sai annusare sott’acqua? Soltanto

chi ci riesce muore veramente

alle scelte: noi temporeggiamo,

e il nostro sguardo s’infutura

troppo, forse, gode negli inverni,

nelle anse pur sempre di passaggio.

(Daniele Barresi)


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