Archive for febbraio 2017

Momenti rubati

febbraio 20, 2017

Se è successo, è successo una volta. Adesso tutto
è memoria – lui tagliava un’arancia: la buccia
intatta, poi il coltello, lo spicchio gelato
sollevato alla mia bocca, la sua bocca, la fine
membrana tra di noi, l’arancia squisita,
lingua, arancia, la mia nudità e la sua,
il modo in cui mi ha spinto contro il frigo –
Ora sento ancora le sue mani, il bacio
che non durò, ma che mandò neuroni gemelli
a balenare folli sulla corteccia. L’amore
è spietato, il modo in cui penetra
e continua ad emettere luce. Accanto alla stufa
mangiammo un’arancia. E c’erano fiori viola
sul tavolo. Era solo questione di ore.

Kim Addonizio

Ars poetica

febbraio 20, 2017

In memoria di Michael Ayrton, scultore

Cammina calmo in giro
Dentro uno spazio liberato a tale scopo.

 

Molte poesie, o le migliori,

Dicono come nascono, e questo

È tutto ciò che sono – spazio

Liberato per poterci camminare.

 

Nella poesia, la varia simmetria

Sta a garanzia che quello spazio

Sia fornito di frontiere, oltre le quali

Esso è libero da turbolenze.

 

Spazi piccoli, piccole poesie:

Ora inverosimili gli enormi

Tremendi risonanti spazi

Fabbricati da un Virgilio.

 

Il vecchio ama sedersi

Qui, una striscia assolata nella loggia

Dalle tegole nere, e meditare

Su Pasternak, Michael Ayrton.

 

Se lo ricorda, Ayrton.

E non appena letto

Il necrologio, ecco!

Un’apparizione:

 

Il clubman londinese, sorridente,

Barbuto, spalle grosse,

Su una quattrocentesca

Vista dell’Arno a monte.

 

Questa la risposta a una preghiera:

Un voto, un conforto sufficiente.

Verso da poco, e tu ci sei?

Benedici Michael con la tua promessa.

 

Il vecchio ama guardare

Fuori nel piccolo cortile.

Un fiasco di Yosemite Road

Chablis modesto accanto.

 

(California)

 

Donald Davie, traduzione di Simone Pagliai

Dublino nord

febbraio 20, 2017

San Giorgio, Hardwicke Street,

Nel genere Chiesa d’Irlanda è deliziosa:

Il meglio di Lambeth, il meglio di Ginevra,

Sotto il profilo estetico,

Ne compongono gli interni

Sontuosamente sobri.

 

Regolare il colonnato, trasparenti le vetrate,

Elegante conventicola

Nell’ordine ionico –

Non si farebbe episcopale

Un dissidente di buon gusto

A queste condizioni?

 

Dissidente di buon gusto è contraddizione in termini,

Può darsi, e cavalcherebbero i miei padri

Un’altra volta verso il Boyne

O verso Sedgemoor con le falci, oppure

spaccherebbero

I vetri deliziosi di questi deliziosi bassifondi

Giustamente, a loro avviso.

 

Donald Davie, traduzione di Simone Pagliai

Vita in via Saragozza

febbraio 20, 2017

Ti ho visto camminare in via Saragozza

prendere il largo con passo svelto

e scomparire nei capelli ricci della notte

che danzavano e ridevano come foglie

e io come un bimbo orfano all’altalena

senza motivo ridevo e non ti raggiungevo

tu alemanna, spagnola, belga, italiana

tu slovena, danese, francese, indiana

Anka, Thasala, Noemi, Suemi, Maria

Macarena, Ramona, Rachele, Zamora, Chiara

eri povera e bellissima come una foresta estiva

lussuriosa e schiva come l’oceano in tempesta

tu madre, fidanzata, figlia, bimba come una bimba

tu bionda, nera, rossa, castana, gitana, tinta

tu bianca, tu orientale, lappone come la neve

e io non potevo che amarti tra gli angoli

dell’incomprensibile, come i gatti sui tetti con la luna

perché la lingua dell’anima e del corpo è una

e parla ai muri agli alberi e agli uccelli

e va via come l’ombra sul tuo volto antico.

Vida en la calle Zaragoza

Te he visto caminar por la calle Zaragoza,

marcharte a paso rápido

y desaparecer en los cabellos rizados de la noche

que danzaban y reían como hojas,

y yo como un niño huérfano al columpio

reía sin motivo y no te alcanzaba,

tú, alemana, española, belga, italiana,

tú, eslovena, danesa, francesa, india,

Anka, Thasala, Noemi, Suemi, Maria

Macarena, Ramona, Rachele, Zamora, Chiara,

eras pobre y bellísima como una foresta veraniega,

lujuriosa y esquiva como el océano en tempestad,

tú, madre, novia, hija, niña como una niña,

tú, rubia, negra, roja, castaña, gitana, teñida,

tú, blanca, tú oriental, lapona como la nieve,

y yo no podía más que amarte entre los rincones

de lo incomprensible, como los gatos sobre los techos con la luna,

porque el idioma del alma y del cuerpo es uno

y habla a las paredes, a los árboles y a los pájaros,

y se va como la sombra sobre tu rostro antiguo.

DANZAS DE AMOR Y DUENDE, poesie di Gianpaolo Mastropasqua

Scrivere “Ellen West”

febbraio 20, 2017

è stato esorcismo.
*
Esorcismo della cosa dentro Frank che voleva, dopo la morte di sua madre, morire.
*
Dentro di lui c’era quella cosa che doveva espellere da sé per vivere.
*
Aveva letto “Il caso di Ellen West” durante l’ultimo anno di college e subito avrebbe voluto scrivere una poesia su quella storia, ma non c’era riuscito e così l’aveva tenuta in serbo, come ha tenuto in serbo tante altre cose che aspettano di esistere.
*
Diversamente da Ellen West, non è mai stato anoressico, ma come Ellen era ossessionato dal mangiare come anche dall’arbitrarietà del genere e dal dover avere un corpo.
*
Ellen aveva concretizzato in sé la guerra tra mente e corpo, concretizzato nel proprio corpo ogni stadio della guerra, il suo percorso e il suo evolvere, in cui il compromesso, la riconciliazione, vengono tentati e poi respinti e poi rimpianti, finché alla fine lei consegue, in un’estasi che non costa niente di meno che tutto, la morte.
*
Lui era grato di non essere spinto a concretizzare la guerra nel proprio corpo, nascondendosi nel compromesso, ovattato a dovere nell’arte che adorava e nella stupidità e nella disattenzione.
*
La particolarità insita praticamente in ogni narrazione, per quanto contingente ed esaustiva, racconta la storia dell’incontro con la particolarità che la carne in quanto carne deve fare.
*
“Ellen West” è stata scritta nell’anno dopo la morte di sua madre.
*
All’epoca della sua morte egli aveva tradito in modo così completo il terreno d’intimità su cui si fondava la propria vita, da non avere alcun diritto di vivere.
*
Non serviva a niente che si dicesse che non si sarebbe dovuto sentire così, perché così si sentiva.
*
Dopo che fu morta il proprio corpo voleva morire, ma il suo cervello e la sua scaltrezza non volevano.
*
Gli piacciono narrazioni che lasciano l’impressione di non essere state suscitate da nessuno.
*
La madre durante il suo ultimo anno gli aveva rivelato che voleva si trasferisse a Bakersfield per insegnare al Bakersfield College, e che venisse ad abitare nel suo quartiere.
*
Lui pensava che la madre, senza sapere di volerlo, voleva che lui morisse.
*
Lui non le aveva detto altro, con parole e più che con parole, per anni e anni, che la sua possessività e il terrore per l’indipendenza del figlio erano sbagliati, sbagliati, sbagliati.
*
Lui era l’unica persona con cui lei voleva stare, ma lui si rifiutava di abitare nello stesso quartiere e poi lei è morta.
*
Dev’essere sollevato dalla mente
dev’essere sollevato e collocato altrove
non deve rimanere soltanto nella mente
*
Delle mille miriadi di voci, delle mille miriadi di storie nella testa di ogni testa d’essere umano, quando sua madre era morta, era rimasta solo Ellen West.
*
Questo è il corpo che puoi estrarre da te stesso per espellere da te stesso il desiderio di morire.
*
Dalle una voce, da’ a ogni scena della tua vita una particolarità e una necessità che nel resoconto di Binswanger non ci sono.
*
Penetra sotto la sua pelle in modo da poterla rendere altro ed espellerla.
*
Sopravvivile.
*
Mente animale, che divora il terreno del pensiero occidentale, il problema “mente-corpo”.
*
Lei, che negli ultimi anni di vita aveva smesso di scrivere poesie disgustata dal fallimento delle sue poesie, è una poesia.
*
Lei nella morte è incarnata in un viaggio la cui voce è la voce del suo viaggio.
*
Arroganza di Plutarco, di Shakespeare, di Berlioz, che hanno pensato di aver fatto ciò che Cleopatra stessa non era stata in grado di fare.
*
Arroganza dell’artefice.
*
Werther si uccise, e in seguito giovani di tutta Europa lo imitarono e si uccisero, ma il suo autore – Goethe, astuto maestro di pragmatismo – continuò a vivere.
*
Frank pensava che quando qualsiasi cosa viene fatta, viene fatta non mediante la propria somiglianza, non mediante il proprio specchio o gemello, ma mediante il proprio contrario.
*
Ellen in questa poesia chiede: Senza un corpo, chi può in alcun modo conoscere se stesso?
*
In pigiama, tu scendevi le scale fino al punto esatto in cui gli adulti ancora non potevano vederti, per sentire con più chiarezza il baccano, la dolce cacofonia degli adulti che fan festa.
*
Voci di fonografo tra loro, voci di fonografo, quella loro bellezza ciarliera.
*
Dolce baccano.
*
Bellezza ciarliera.
*
Un’altra poesia, un altro libro in cui trovi il modo di creare qualcosa dal non saperne abbastanza.

Writing “Ellen West”
was exorcism.
*
Exorcism of that thing within Frank that wanted, after his mother’s death, to die.
*
Inside him was that thing that he must expel from him to live.
*
He read “The Case of Ellen West” as a senior in college and immediately wanted to write a poem about it but couldn’t so he stored it, as he has stored so much that awaits existence.
*
Unlike Ellen he was never anorexic but like Ellen he was obsessed with eating and the arbitrariness of gender and having to have a body.
*
Ellen lived out the war between the mind and the body, lived out in her body each stage of the war, its journey and progress, in which compromise, reconciliation is attempted then rejected then mourned, till she reaches at last, in an ecstasy costing not less than everything, death.
*
He was grateful he was not impelled to live out the war in his body, hiding in compromise, well wadded with art he adored and with stupidity and distraction.
*
The particularity inherent in almost all narrative, though contingent and exhausting, tells the story of the encounter with particularity that flesh as flesh must make.
*
“Ellen West” was written in the year after his mother’s death.
*
By the time she died he had so thoroughly betrayed the ground of intimacy on which his life was founded he had no right to live.
*
No use for him to tell himself that he shouldn’t feel this because he felt this.
*
He didn’t think this but he thought this.
*
After she died his body wanted to die, but his brain, his cunning, didn’t.
*
He likes narratives with plots that feel as if no one willed them.
*
His mother in her last year revealed that she wanted him to move back to Bakersfield and teach at Bakersfield College and live down the block.
*
He thought his mother, without knowing that this is what she wanted, wanted him to die.
*
All he had told her in words and more than words for years was that her possessiveness and terror at his independence were wrong, wrong, wrong.
*
He was the only person she wanted to be with but he refused to live down the block and then she died.
*
It must be lifted from the mind
must be lifted and placed elsewhere
must not remain in the mind alone
*
Out of the thousand myriad voices, thousand myriad stories in each human head, when his mother died, there was Ellen West.
*
This is the body that you can draw out of you to expel from you the desire to die.
*
Give it a voice, give each scene of her life a particularity and necessity that in Binswanger’s recital are absent.
*
Enter her skin so that you can then make her other and expel her.
*
Survive her.
*
Animal mind, eating the ground of Western thought, the “mind-body” problem.
*
She, who in the last months of her life abandoned writing poems in disgust at the failure of her poems, is a poem.
*
She in death is incarnated on a journey whose voice is the voice of her journey.
*
Arrogance of Plutarch, of Shakespeare and Berlioz, who thought they made what Cleopatra herself could not make.
*
Arrogance of the maker.
*
Werther killed himself and then young men all over Europe imitated him and killed themselves but his author, Goethe, cunning master of praxis, lived.
*
Frank thought when anything is made it is made not by its likeness, not by its twin or mirror, but its opposite.
*
Ellen in his poem asks Without a body, who can know himself at all?
*
In your pajamas, you moved down the stairs just to the point where the adults couldn’t yet see you, to hear more clearly the din, the sweet cacophony of adults partying.
*
Phonograph voices among them, phonograph voices, their magpie beauty.
*
Sweet din.
*
Magpie beauty.
*
One more poem, one more book in which you figure out how to make something out of not knowing enough.

di Frank Bidart (nella versione di Damiano Abeni e Moira Egan)

Cane metafisico

febbraio 20, 2017

Belafonte, che rifaceva ciò che facevamo noi
non come atto di supina
imitazione, ma di sfida—
sedere sul divano e zampe anteriori a scavalcare
il vuoto appoggiate sull’ottomana, che abbaia fin quando
i padroni non gli puliscono i denti con il filo interdentario.
Come osa l’essere
conferirgli questo corpo.
Costretto davanti a uno specchio, veniva preso da convulsioni.

Metaphysical Dog
Belafont, who reproduced what we did
not as an act of supine
imitation, but in defiance –
butt on couch and front legs straddling
space to rest on an ottoman, barking till
his masters clean his teeth with dental floss.
How dare being
give him this body.
Held up to a mirror, he writhed.

di Frank Bidart (nella versione di Damiano Abeni e Moira Egan)

Venti in visita

febbraio 20, 2017

Dalla finestra aperta,
una volta sola e non più,
entrano i venti in visita
dall’infinito.

Tutte queste parole
le ho lette un milione di volte −
sempre le stesse parole,
sempre le stesse…

Venti in visita…

*

VISITING WINDS

Through the open window come,
just once and no more,
the visiting winds from
the infinite.

All these words
I have read a million times −
always the same words,
always the same…

Visiting winds…

Emanuel Carnevali, Visiting winds in Il primo Dio, a c. di Maria Pia Carnevali, Milano, Adelphi, 1978.

La riva

febbraio 20, 2017

La casa è alberi brillanti.
Dicono cielo
scosso dalla neve.
Ogni passo fa un grano
di sabbia del mare.
Ogni pietra è una testa di animale.

Quando le teste parlano
fanno dolore,
gli alberi tremano nel bosco

il suono allarga la riva.
La donna si siede,
si lascia stormire.

L’acqua riflette relitti
da un essere intero,
profondo

viene a una striscia di sangue
sul bordo.
Prima che il tempo ritorni

la donna si avvolge in un’alga.
Con un sasso scheggia una pelle —
taglia una piccola barca.

Francesca Matteoni, Acquabuia, Nino Aragno, 2014
dalla sezione: Acquabuia

Il mondo

febbraio 20, 2017

Ciò che avviene non è per un programma
qualcosa che ci ruota di là fuori
pallide l’una nell’altra, rosse.

La lampada ci accende sotto il tetto —
un gioco d’ombre e mani
sempre più avulse, meno familiari.

Guarda come si chinano i monti
o restano indifferenti, fa lo stesso.
Non ci sono segni dentro il paesaggio.

Soffiano gli astri freddi sulle teste.
Dove sei, orso? Sono spariti i tuoi
dalle montagne. Sono venuti gli uomini

hanno lasciato impronte.
Il sangue si è raccolto, così da farli bere.
Promesse. Prede. Parentele.

Francesca Matteoni, Acquabuia, Nino Aragno, 2014
dalla sezione: Rosarossa

/dialogo del fiume e delle ferite/

febbraio 20, 2017

Si può decidere, fiume
di non avere padre
di non dovere a lungo espiare —
credersi di una specie che s’affranca
dall’impasto mortale
e scorda quando è cucciolo tra gli altri
le zampe dentro i mondi e la paura.

Un mondo dentro l’altro sta racchiuso
scostandosi in una trama acquorea
e questo è lo scendere nei pozzi
l’ottuso rantolio delle cisterne
e un mondo ha
le faglie maltagliate del rancore
che schiumano, s’incagliano non tornano
all’armonia profonda, originale —
e questo mondo ha forma di cavallo
l’afrore nello zoccolo pressato
il crine inumidito
il muso prominente nello stagno.

Dicono che talvolta una giumenta
esca dal fiume obliquo della notte
soffi dalle narici nelle bocche
un pasto disgregato di illusioni
o un puledro tornito nella melma
divori braccia, gambe, desideri
ed io rinsabbiato al niente
a resto nella fauce, a ghiaia
martellata nel torrente.

L’acqua che noi portiamo non ci salva
né ferma il modo in cui ci separiamo
molto peggiore del morire
o cedere al terrore di perderti
quando più ti amavo —
ma vibra nella conca della mano.

E questa è la distanza
da misurare al buio
le tue correnti-lucciola
i corpicini appesi alla spuma
prima di immergersi, svanire.

Io voglio, fiume, non essere più assolto
dall’altro a me dissimile, compagno —
trarre dalla tua schiena le parole.

Non vivere reciso dal passato.

Francesca Matteoni, Acquabuia, Nino Aragno, 2014
dalla sezione: Il portatore d’acqua


Progetta un sito come questo con WordPress.com
Comincia ora