Archive for novembre 2017

Cicala

novembre 30, 2017

Un giorno resterà
di me solo la voce.
Per tutte le stanze
mi cercherai,
per le scale, per i lunghi
corridoi, nei giardini,
mi cercherai in cantina,
mi cercherai sotto le scale.
Un giorno mi cercherai.
E ovunque sentirai la mia voce
soltanto, la mia alta monotona
voce che canta. Ovunque
ti raggiungerà, ovunque
ti befferà, in tutte
le stanze, per le scale, per i lunghi
corridoi, nei giarini, in cantina,
sotto le scale. Un giorno
mi cercherai. Un giorno
resterà di me solo la voce.

Kuno Raeber, traduzione di Sergio Pasquandrea

per le donne difficili da amare (l’affermazione)

novembre 30, 2017

sei un cavallo che corre da solo
e lui cerca di domarti
ti paragona a un’autostrada impossibile
a una casa in fiamme
dice che lo accechi
che non può lasciarti
dimenticarti
volere altro se non te
gli dai le vertigini, sei insopportabile
ogni donna prima o dopo di te
è inzuppata del tuo nome
gli riempi la bocca
i denti gli dolgono con memorie di sapori
il suo corpo una lunga ombra in cerca del tuo
ma tu sei sempre troppo intensa
spaventosa nel modo in cui lo desideri
spudorata e sacrificale
ti dice che nessun uomo può essere all’altezza di quello
che abita nella tua testa
e tu hai cercato di cambiare vero?
sei stata più a bocca chiusa
hai cercato di essere più dolce
più carina
meno irascibile, meno sveglia
ma anche nel sonno sentivi
che nei suoi sogni si allontanava da te
e che cosa volevi fare amore
aprirgli la testa?
non puoi trasformare un essere umano in casa
avrebbero dovuto averti già avvertito
e se vuole andarsene
lascialo andare
sei spaventosa
e strana e bella
qualcosa che non tutti sanno come amare.

 

Warsan Shire, traduzione di Sergio Pasquandrea

Brutta

novembre 28, 2017

Tua figlia è brutta.
Conosce intimamente la perdita,
si porta nella pancia città intere.

Da bambina, i parenti non la tenevano.
Era schegge di legno e acqua di mare.
Dicevano che faceva venire in mente la guerra.

Al suo quindicesimo compleanno le hai insegnato
come legarsi i capelli in forma di corda
e profumarli nei fumi di olibano.

Le hai fatto fare i gargarismi con acqua di rose
e mentre tossiva, hai detto
le ragazze macaanto come te non devono odorare
di solitudine o di vuoto.

Tu sei sua madre.
Perché non l’hai avvisata,
tenuta come una barca marcita
non le hai detto che gli uomini non l’ameranno
se è coperta di continenti,
se i suoi denti sono piccole colonie,
se il suo stomaco è un’isola,
se le sue cosce sono confini?

Quale uomo desidera sdraiarsi
e guardare il mondo che brucia
in camera da letto?

La faccia di tua figlia è una piccola sommossa,
le sue mani sono una guerra civile,
un campo di rifugiati dietro ciascun orecchio,
il corpo inquinato da cose orrende

ma Santo Cielo,
come lo indossa bene
il mondo.

 

Warsan Shire, traduzione di Sergio Pasquandrea

La casa

novembre 28, 2017

i

Mamma dice che ci sono stanze chiuse in ogni donna; cucine di desiderio,
camere da letto di dolore, stanze da bagno d’apatia.
A volte arrivano gli uomini, con le chiavi,
e a volte arrivano gli uomini, con i martelli.

ii

Nin soo joog laga waayo, soo jiifso aa laga helaa,
ho detto Fermo, ho detto No e non mi ha ascoltata.

iii

Forse lei ha un piano, forse lo riporterà indietro
solo perché lui si svegli dopo ore in una vasca piena di ghiaccio,
con la bocca secca, a guardarsi, laggiù, la sua nuova, linda chirurgia.

iv

Indico il mio corpo e dico Oh questa cosa vecchia? No, me la sono solo buttata addosso.

v

Ma vuoi mangiare quella roba? Dico a mia madre, indicando mio padre che giace sul tavolo della sala da pranzo, una mela rossa infilata in bocca.

vi

Più è grande il mio corpo, più stanze chiuse contiene, più arrivano uomini con le chiavi. Anwar non ce l’ha fatta a entrare del tutto, ancora penso a che cosa avrebbe potuto aprire dentro di me. Basil è venuto e ha esitato alla porta per tre anni. Johnny dagli occhi azzurri è arrivato con una borsa d’attrezzi che aveva usato su altre donne: una forcina, una bottiglia di candeggina, un coltello a serramanico e un barattolo di vaselina. Yusuf ha invocato il nome di Dio attraverso la serratura e nessuno ha risposto. Alcuni hanno implorato, alcuni si sono arrampicati sui lati del mio corpo in cerca di una finestra, alcuni hanno detto che erano per strada e poi non sono venuti.

vii

Mostraci sulla bambola dove sei stata toccata, hanno detto.
Ho detto, Non somiglio a una bambola, somiglio a una casa.
Hanno detto Mostraci la casa.

Così: due dita nel barattolo di marmellata
così: un gomito nell’acqua del bagno
così: una mano nel cassetto.

viii

Dovrei raccontarvi del mio primo amore che trovò una botola sotto il mio seno sinistro nove anni fa, ci cadde dentro e da allora è rimasto lì. Ogni tanto sento qualcosa che mi striscia su per la coscia. Dovrebbe farsi vivo, probabilmente lo farei uscire. Spero non sia inciampato negli altri, i ragazzi scomparsi che venivano da piccole città, con madri gradevoli, che hanno fatto brutte cose e si sono smarriti nel labirinto dei miei capelli. Li tratto abbastanza bene, una fetta di pane, se sono fortunati un pezzo di frutta. Tranne Johnny con gli occhi azzurri, che ha raccolto i miei riccioli ed è strisciato dentro. Che sciocco, incatenato nella cantina delle mie paure, suono musica per farlo affogare.

ix

Toc toc.
Chi è?
Nessuno.

x

Alle feste indico il mio corpo e dico È qui che l’amore viene a morire. Benvenuti, entrate, fate come se foste a casa vostra. Tutti ridono, pensano che stia scherzando.

 

Warsan Shire, traduzione di Sergio Pasquandrea

novembre 28, 2017

per Saaid Shire

La poesia può cominciare con lui che cammina all’indietro in una stanza.
Si toglie il giubbotto e si siede per il resto della sua vita;
è così che riportiamo indietro papà.
Posso farmi scorrere il sangue all’indietro su per il naso, far correre le formiche in un buco.
Diventiamo più piccoli nel corpo, i miei seni scompaiono,
le tue guance si fanno più soffici, i denti riaffondano nelle gengive.
Posso far sì che siamo amati, basta dire la parola.
Dar loro monconi al posto delle mani se anche una sola volta ci hanno toccato senza permesso,
posso scrivere la poesia e farla sparire.
Il patrigno risputa il liquore nel bicchiere,
il corpo della mamma rotola su per le scale, le ossa tornano al loro posto,
forse terrà il bambino.
Forse va tutto bene, ragazzi?
Riscriverò per intero questa vita e stavolta ci sarà tanto amore,
non riuscirai a vederci attraverso.

Non riuscirai a vederci attraverso,
riscriverò per intero questa vita e stavolta ci sarà tanto amore.
Forse va tutto bene ragazzi,
forse terrà il bambino.
Il corpo della mamma rotola su per le scale, le ossa tornano al loro posto,
il patrigno risputa il liquore nel bicchiere.
Posso scrivere la poesia e farla sparire,
dar loro monconi al posto delle mani se anche una sola volta ci hanno toccato senza permesso,
posso far sì che siamo amati, basta dire la parola.
Le tue guance si fanno più soffici, i denti riaffondano nelle gengive
diventiamo più piccoli nel corpo, i miei seni scompaiono.
Posso farmi scorrere il sangue all’indietro su per il naso, far correre le formiche in un buco,
è così che riportiamo indietro papà.
Si toglie il giubbotto e si siede per il resto della sua vita.
La poesia può cominciare con lui che cammina all’indietro in una stanza.

 

Warsan Shire, traduzione di Sergio Pasquandrea

estiva – 2

novembre 28, 2017

I bambini hanno pelli di lontra
le ragazze camminano
con impresso il segno della resa.
Di quanti corpi puoi leggere il rovescio
indovinare il punto
dove la voce si spezza il futuro
tendersi delle guance.
Tutto si confonde nel bagliore
la pelle tesa a rompere nel grido.

Sergio Pasquandrea

colloqui – 3

novembre 28, 2017

Quello che farò con te
sarà l’ultimo tentativo
di assediare il rosso
la fiamma intricata all’iride.
La sera è diventata rapida
senza il tuo richiamo – fioco
alla fine del sonno.
Mi sono visto spegnere la bocca
gli intervalli del respiro troppo brevi
per lasciarmi spazio.
Ricordo a malapena
la tua schiena stretta nel sorriso.
Ho seguito l’odore fino al palmo
dove ho smarrito l’ultimo indizio.

Sergio Pasquandrea

Se t’avessi proposto

novembre 26, 2017

se t’avessi proposto

di partire seduta stante

per la Sicilia

o la Cornovaglia

in aeroplano

o meglio in auto

m’avresti detto

adesso mi preparo

sono subito pronta

(Giacomo Sartori, da Mater)

fascismo

novembre 26, 2017

il tuo fascismo

era la voluttà della neve

l’asprigno di resina

(pino mugo e larice)

l’aria grezza nei capelli

la disciplina dell’alpinismo

le risate interclassiste la sera

(eterno brio di giovinezza)

il tuo fascismo

era la nostalgia

d’un dandy

appena intravisto

dei dettami e delle norme

che non t’aveva lasciato

(neppure per interposta persona)

il tuo fascismo

erano le libidini

del tuo corpicino

indomito e ligio

i severi precetti

che gli imponevi

la tua perseveranza

il tuo fascismo

era la febbre

delle forme

della bellezza

dei vestiti

dei mobili antichi

della distinzione

il tuo fascismo

era la tua dispatia

il sentirti superiore

al volgo e ai cafoni

alla gentucola

lo sprezzo della debolezza

inclusa la tua

(figuriamoci la mia)

il tuo fascismo

erano le escursioni

in alta montagna

a ottant’anni

l’ultima sciata

a novanta

le marce d’allenamento

i passini sovraumani

aggrappata al deambulatore

scheletrica e tremante

all’ospedale

(indomita maschera

di dolore)

il tuo narcisismo

sintetizza la terapeuta

(Giacomo Sartori, da Mater)

Sdì veloce ti prese la polvere

novembre 26, 2017

La terra è sparsa sulle diagonali
racimola un contagio familiare.
L’aquila in cielo non spaventa le nuvole.

Fuori è un impatto d’afa, chiodano
il bronzo scaduto agli edifici fatiscenti
nel pomeriggio stanco che svapora.

Se ne va, l’alone tarantola le garze
il letto è scomodo, la morfina
fa il suo giro.

Andrea LABATE, La resa del margine, Forlì: L’Arcolaio, 2015


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