Archive for dicembre 2017

Danse

dicembre 27, 2017

deflagrare la piena- di pazzia

avevamo sensi senza usarli
se non per adattarci, sopravvivere, suicidare
noi e i nostri cari (li avevamo comunque sterminati)

poveri lemming la fine sia
fu già un gioco gioioso
intemerato nel solco del ballare

nel vuoto, almeno così raccomanda
il dio del non senso, il supremo sensato
unitamente alle coorti dei magnifici ‘chisenefotte’ che tentiamo di emulare

nel bolo digestivo, il chiummo int’a panza, raffazzonata
chienezza, l’ascetismo lo rimandammo
alle prossime tre-quattromila occasioni
di vita, dicevate in coro,

ce ne scampi la bufera, quella passò e, stupore,
respiriamo, ancora, almeno
un poco, grazie grazie per questi milioni di micron

inanellati nelle vene, le ex-gaudenti, ex stimmate,
le nostre stimate cerevella di spugna, già azoto, già
carbonio, ora impietrite – le cerevella.- ora silicio

deflagrare la piena- di saggezza
cangiante ad ora ad ora a improbabile
onniscienza (voi semprancora ci credete)

al dunque anche l’eutanasia è una fede

Viola Amarelli

Forse il mondo comincia qui

dicembre 27, 2017

Il mondo comincia ad un tavolo di cucina. Non importa cosa, ma dobbiamo mangiare
per vivere.

I doni della terra sono portati e preparati, messi sul tavolo. Così è stato fin dalla creazione e così sarà sempre.

Cacciamo via polli e cani. I piccoli mettono i denti ai suoi angoli. Strofinano le ginocchia sotto.

È qui che i bambini imparano cosa significa essere umani. Vi facciamo uomini, vi facciamo donne.

A questo tavolo chiacchieriamo, ricordiamo i nemici e i fantasmi degli amanti.

I nostri sogni bevono il caffè con noi mentre abbracciano i nostri figli. Ridono con noi dei nostri poveri ego crollanti e di come ci ricomponiamo ancora una volta intorno al tavolo.

Questo tavolo è stato una casa nella pioggia, un ombrello sotto il sole.

Guerre sono cominciate e finite intorno a questo tavolo. È un luogo per nascondersi nell’ombra del terrore. Un posto dove celebrare la terribile vittoria.

Abbiamo dato vita su questo tavolo e abbiamo preparato i nostri morti per essere sepolti.

A questo tavolo cantiamo con gioia, con dolore. Preghiamo per la sofferenza e il rimorso. Rendiamo grazie.

Forse il mondo finirà al tavolo da cucina, mentre ridiamo e piangiamo, mentre diamo l’ultimo dolce morso.

Joy Harjo, Traduzione di Susanne Detering

dicembre 27, 2017

avanguardia

solo qualche dettaglio

ancora da assimilare

lo slancio di spalla

conserva il suo ruolo

di molosso

mai abbassare la guardia

una forza d’animo

da perdere tutto

riflessi bluastri

effetti mediatizzati

francamente scossi

Virginie Poitrasson, da Semivalori, traduzione dall’originale francese di Robert Rüegger

dicembre 27, 2017

avrebbe potuto essere una grammatica

una grammatica delle verosimiglianze

per edificarci un’illusione

sono equivalenze di valori

destrutturati, così urbani

a posteriori

piena di sorrisi

ma ecco tutto ti scoppia

tra le dita

e sono nel tuo letto

Virginie Poitrasson, da Semivalori, traduzione dall’originale francese di Robert Rüegger

dicembre 27, 2017

Ofelia e…

passato, e non sai più se è stato… cosa…
un’ombra una luce o solo cicuta falciata via,
quando lo spazio si spezza e tutto finisce
(come tutto finisce) nell’eco

ecco, steli ricrescono sulle desinenze del corpo
e non più un ‘tra’ o un ‘di’ per te,
ma ruota che gira sorda e rigira
nel finimondo

 

Davide Racca

La carta delle arance

dicembre 27, 2017

 

e con ardente affetto il sole aspetta
Dante, Par., XXIII 8

Quella carta velina, variopinta,
frusciante tra le dita
di chi la distendeva, la stirava con cura,
specie negli angoli, per innalzare
sotto i nostri occhi un fragile cilindro,
una precaria torre e poi incendiarla
con uno zolfanello, sulla cima;
e noi che aspettavamo intenti
di vederlo, quel sole di Sicilia
stampato sulla carta, sollevarsi
dal piatto con scrollo leggero
tramutantesi poi in volo tremulo –

ma più saliva più si consumava,
e, rimasto un istante sospeso nell’aria,
ecco un pezzo di sole annerito,
un frammento di torre in fiamme
ricadere sul piatto;
e allora, mentre ancora volteggiavano
sopra di noi coriandoli di carta strinata,
anche senza più fame
chiedevo un’altra arancia da sbucciare,
imploravo di rifarlo, ripeterlo,
quel gioco col fuoco.

 

Pietro De Marchi, La carta delle arance, Casagrande

Il disincanto e la metrica

dicembre 27, 2017

 

Now after so many years the other voice
doesn’t remember it and maybe believes I’m dead
E. Montale (trad. di Harry Thomas)

A Heathrow, all’aeroporto,
per ingannare l’attesa
leggo un Montale tradotto in inglese,
e mi ritorna in mente l’altra estate

quando mio padre al telefono ha chiesto
se era arrivata posta,
ma non cose per lui senza importanza,
bollette della luce o resoconti della banca.

«Cartoline, per caso?»
Mi dispiace, dicevo, non c’è niente,
e allora ha pronunciato quella frase

che adesso mi ridico senza sosta
(«Si vede che mi credono già morto»),
perfetto endecasillabo di sesta.

 

Pietro De Marchi, La carta delle arance, Casagrande

Gente che parla

dicembre 27, 2017

Laconico e scontroso, era un miracolo
se una volta su dieci ricambiava
il saluto dei passanti. Era selvatico,
dicevano: viveva solo, lavorava soltanto
se e quando ne aveva bisogno,
andava a caccia di frodo, metteva
le trappole per lepri e caprioli,
mangiava lumache, forse anche locuste
come il Battista.

Una volta che era giorno di festa,
mentre tutti facevano chiasso
e giocavano a tressette
dentro il fumo fitto dell’osteria,
un ragazzo osando gli chiese
perché lui non dicesse mai niente.
«Non ce n’è già abbastanza»
gli rispose «di gente
che parla?».

Pietro De Marchi, La carta delle arance, Casagrande

Attesa

dicembre 27, 2017

Esci dalla statale a sinistra e

scendi giù dal colle. Arrivato

in fondo, gira ancora a sinistra.

Continua sempre a sinistra. La strada

arriva a un bivio. Ancora a sinistra.

C’è un torrente, sulla sinistra.

Prosegui. Poco prima

della fine della strada incroci

un’altra strada. Prendi quella

e nessun’altra. Altrimenti

ti rovinerai la vita

per sempre. C’è una casa di tronchi

con il tetto di tavole, a sinistra.

Non è quella che cerchi. È quella

appresso, subito dopo

una salita. La casa

dove gli alberi sono carichi

di frutta. Dove flox, forsizia e calendula

crescono rigogliose. È quella

la casa dove, in piedi sulla soglia,

c’è una donna

con il sole nei capelli. Quella

che è rimasta in attesa

fino ad ora.

La donna che ti ama.

L’unica che può dirti:

“Come mai ci hai messo tanto?”

Raymond Carver

Breve storia del mammifero verticale

dicembre 27, 2017

Troppo lunghe (infami) le ventiquattr’ore
ma alla fine ci si abitua
si mettono i calzini sporchi e si cerca
in qualche armadio il cappello da pioggia
La polpa del giorno sbrindellata dai macellari
me la devo rosicchiare dietro una porta a vetri
Piovono dolcemente gli amori delle società per azioni
le accomandite trescano i cartelli dello zucchero
mugolano di piacere e ahimé
toglierti le calze sulla scrivania con le mani
così sudate e i pantaloni alle ginocchia
immancabilmente mi disturba – mi fa pensare
alla responsabilità limitata del coitus interruptus
o per dirla col linguaggio accademico
al complesso di castrazione dovuto agli elastici extravaganti
Quest’ufficio alle sei del pomeriggio
è un acquario grigiastro dove con piccoli colpi di pinne
pesci neri dai delicati aculei d’argento
scivolano sulle veline
Finalmente – tu dici –
Finalmente – io dico –
Bisogna venire insieme almeno una volta la settimana
declinare il verbo venire della terza coniugazione
(noi non saremo mai coniugati altrimenti
perdiamo il posto) Rivoli di saliva sull’ombelico
Taccio Le sigarette senza filtro fanno venire il cancro
Tu mi ricordi una sigaretta con doppio filtro
nicotina immateriale Dio (l’anima è salva
e la salute con essa).
La sera si scuote il polline di dosso Non riesco
a digerire la primavera Bisogna aprire la finestra
Da questo piccolo spiraglio si può ancora vedere
la mia bicicletta Diciott’anni i capelli all’Umberto
i glicini sul muricciolo Basta
Alle ventuno il solito programma televisivo
alle ventiquattro puntuale come un tassista
mi spoglio per andare al letto
La bocca fuma ancora cantilene nerastre
In questa nicchia del guanciale sento nascere l’erba
venti e fiumi nell’erba l’estate secolare
le stelle come bagliori verdi sul marmo
Prima che i sogni divengono melma il sibilo dell’ascensore
– Troppo tardi per l’EC Non senti come respira? –
– Età? – Non fa nulla E’ un mutuato –

Ferruccio Masini


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