L’opacità degli altri mentre vi vengono incontro
per porre limiti, per definirvi, letteralmente. Siamo a disagio con loro,
usiamo le frasi per nascondere o mediare, le parole,
tutte le parole, sono un appello o un’aggressione, anche queste.
Incontra la madre dell’amica di sua figlia, si conoscono poco,
passano un pomeriggio al parco insieme per sorvegliare le bambine, ogni cosa
sopra la panchina genera disagio. Si guarda le dita dei piedi,
i capelli sfibrati, c’è un confronto tra loro,
usa le sillabe come una protesi
mentre pensa a sua figlia con ambivalenza
al dottorato interrotto, ai propri limiti.
È solo quando l’altra donna si indebolisce, quando racconta
di un fibroma o di una vita provinciale che qualcosa
può unirle, una comunicazione
si appoggia sulle cose. Poi le figlie tornano,
distruggono questo momento, vogliono il gelato.
Più tardi, mentre guida e guarda i cartelloni, la memoria
del pomeriggio si scompone
in una specie di liquido mentale. Non ricorda.
Le persone che avete conosciuto,
i corpi degli altri in strada, la massa
delle vite che dimentichiamo. Ieri un uomo
giaceva in terra investito da un taxi,
era cosciente e aspettava l’ambulanza, aveva fra le mani
una busta con la scritta Birkenstock. L’emorragia
lo allontanava da noi che eravamo eretti
e guardavamo il corpo sopra il marciapiede, il sangue
che esce dalla pelle, un’esistenza aliena.
Spesso nei vostri volti vedo una distanza pura,
un’esteriorità assoluta. Mette a letto la figlia,
ripensa al fibroma, al fastidio
con cui ha visto le bambine mentre ritornavano, la vita degli altri
bianca e spettrale. C’è una lotta,
c’è una verità da trattenere. Non ricorda.
(Guido Mazzoni, La pura superficie, Donzelli 2017)