Archive for febbraio 2019

L’etranger à Auxerre

febbraio 25, 2019

Avatar di Dora Markusla Dimora del Tempo sospeso

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Yves Bergeret

Les mots avancent sur les lignes des rides,
à pas alternés, sur les crêtes de la montagne
où l’on se salue, vifs, calmes, clairs.

Le parole avanzano sul filo delle rughe,
a passi alterni, sulle creste della montagna
dove ci si saluta, vivi, sereni, chiari.

View original post 954 altre parole

febbraio 25, 2019

Ricordo che mia madre
entrava nella mia stanza
ed era maggio
e i grilli cucivano la campagna
là lontano.
Nell’aria dolce
come dopo una febbre
stavamo in quel silenzio
che entrava dappertutto.

Nino Pedretti

S. Arcangelo di Romagna 1923 – Rimini 1981

1.Essere con gli altri

febbraio 8, 2019

Porta dentro di sé un avversario interno. Succede a molti,
succede spesso. Oggi però capisce di essergli inferiore,
di esserlo sempre stato, irrimediabilmente.
Dorme di pomeriggio, il giorno si sfascia, in televisione
guarda un programma dove vendono aspirabriciole;
pensa a questa forma di vita, alla vita
di qualcuno che vive vendendo aspirabriciole.

Una volta ho fatto una specie di escursione in campagna
fra persone che non conoscevo.
Non parlavamo di nulla, raccontavamo aneddoti,
descrivevamo i rapporti nei nostri
luoghi di lavoro, le immagini inconsce, i desideri di facciata.
Oppure ci assentavamo internamente e io guardavo il paesaggio
come un oggetto mobile, come una massa
di microeventi oltre il bulbo oculare.
Eppure a poco a poco (qualcuno raccontava
la storia di un neonato che scivola, rotola,
cade senza farsi male) qualcosa cresceva fra gli ego,
era una forma di indulgenza, una pellicola buona. Ho ripetuto
le idee insensate degli altri per stare sopra questa patina,
per mimetizzarmi, giustificarmi fino a sera.
Non ricordo chi siano, è un evento minore.
Si ripete sempre, poi dimentico.

L’avversario gli è superiore, lui lo sa, le giornate si sfasciano.
Lavorerà per non saperlo, costruirà
una pellicola dentro la quale regredire-
le parole e i gesti come segni asemici,
superfici o utensili, il tempo come distruzione,
futilità o salvezza. L’uomo raccoglie le briciole,
mette foga nel discorso, sembra contento.

Guido Mazzoni (Firenze, 1967), da La pura superficie (Donzelli, 2017)

1. Stevens

febbraio 8, 2019

Le foglie cadono, noi ritorniamo
al senso ordinario delle cose.
E’ come se fossimo arrivati alla fine
dell’immaginazione, inanimati in un sapere inerte.
E’ difficile persino scegliere l’aggettivo
per questo freddo vuoto, questa tristezza senza causa.
la grande struttura è diventata una casa minore.
Nessun turbante sui pavimenti impoveriti.
Mai come ora la serra ha avuto bisogno di vernice.
Il camino ha cinquant’anni e pende da una parte.
uno sforzo di fantasia è fallito, una ripetizione
nella serialità di uomini e mosche.

Eppure l’assenza di immaginazione doveva
a sua volta essere immaginata. Lo stagno grande,
il suo senso ordinario, senza riflessi, foglie,
fango, acqua come vetro sporco,
esprime un certo tipo di silenzio, il silenzio
di un topo che esce fuori a guardare
lo stagno grande, lo spreco delle ninfee. Tutto questo
doveva essere immaginato come una conoscenza inevitabile
e imposta, come impone la necessità.

(Guido Mazzoni, La pura superficie, Donzelli 2017)

4.Étoile

febbraio 8, 2019

Questa persona non significa nulla per te. La penetri per inerzia, per la logica della serata, quasi tutto ti sfugge,
l’angoscia che provi al risveglio vuol dire che sei solo.
Nel dormiveglia ricordi le unghie imperfette,
i liquidi sulle coperte, le crepe che si aprono fra le parole che hai detto, fra le parole
che non hai detto, i dettagli
di questa persona, la sua irrealtà, la sua orrenda patina dialettale. È il giorno dopo,
i passeggeri, sulla linea sei, portano fuori se stessi, le nuvole sfiorano i vagoni, dai vetri si coglie
la natura di scatola, di riparo, delle case umane.
Da qualche tempo gli eventi scivolano sopra di me, non mi toccano. Su questo lato
sono con voi, un altro scorre dentro, è invisibile e mi sovrasta.
Ho proseguito oltre l’ultima fermata, Étoile, senza una ragione,
guardavo gli altri, volevo distruggere o capire.

(Guido Mazzoni, La pura superficie, Donzelli 2017)

3. Essere con gli altri

febbraio 8, 2019

L’opacità degli altri mentre vi vengono incontro
per porre limiti, per definirvi, letteralmente. Siamo a disagio con loro,
usiamo le frasi per nascondere o mediare, le parole,
tutte le parole, sono un appello o un’aggressione, anche queste.

Incontra la madre dell’amica di sua figlia, si conoscono poco,
passano un pomeriggio al parco insieme per sorvegliare le bambine, ogni cosa
sopra la panchina genera disagio. Si guarda le dita dei piedi,
i capelli sfibrati, c’è un confronto tra loro,
usa le sillabe come una protesi
mentre pensa a sua figlia con ambivalenza
al dottorato interrotto, ai propri limiti.
È solo quando l’altra donna si indebolisce, quando racconta
di un fibroma o di una vita provinciale che qualcosa
può unirle, una comunicazione
si appoggia sulle cose. Poi le figlie tornano,
distruggono questo momento, vogliono il gelato.

Più tardi, mentre guida e guarda i cartelloni, la memoria
del pomeriggio si scompone
in una specie di liquido mentale. Non ricorda.
Le persone che avete conosciuto,
i corpi degli altri in strada, la massa
delle vite che dimentichiamo. Ieri un uomo
giaceva in terra investito da un taxi,
era cosciente e aspettava l’ambulanza, aveva fra le mani
una busta con la scritta Birkenstock. L’emorragia
lo allontanava da noi che eravamo eretti
e guardavamo il corpo sopra il marciapiede, il sangue
che esce dalla pelle, un’esistenza aliena.
Spesso nei vostri volti vedo una distanza pura,
un’esteriorità assoluta. Mette a letto la figlia,
ripensa al fibroma, al fastidio
con cui ha visto le bambine mentre ritornavano, la vita degli altri
bianca e spettrale. C’è una lotta,
c’è una verità da trattenere. Non ricorda.

 

(Guido Mazzoni, La pura superficie, Donzelli 2017)

1. Uscire

febbraio 8, 2019

Esce di casa per una ragione, la dimentica,
sale su un autobus, incontra le persone, le scherma col linguaggio,
dice “studente fuorisede”, “tatuata”, “filippino”
per non vedere il fuorisede, la donna tatuata, il filippino,
poi viene travolto dalle frasi assurde, le mani colorate
come animali onirici,
come uccelli tropicali, l’anarchia degli altri.

Da qualche anno le cose mi vengono addosso senza protezioni.
In sogno vedo denti rotti, punti di sutura,
topi tagliati in due, fra l’orecchio e la mascella, che discutono fra loro.
Spesso, quando parlate, io non vi ascolto,
mi interessano di più le pause tra le parole,
ci leggo un disagio che oltrepassa la psicologia, qualcosa di primario.
La tatuata scende prima di diventare umana, il vetro
moltiplica i dettagli, per un attimo
il filippino significa qualcosa,
poi prova le suonerie, il suo rumore
mi ottunde internamente, vorrei colpirlo.
Ero uscito per comprare una di quelle lampadine a led
di nuova generazione, di quelle che non si bruciano,
un paio di forbici, la frutta, un cocomero.
Ho scritto un testo che non tende a nulla. Vuole solo esserci, come tutti.
Ho scritto un testo che rimane in superficie.

 

(Guido Mazzoni, La pura superficie, Donzelli 2017)


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