Archive for dicembre 2019

Dov’è il tuo tesoro

dicembre 26, 2019

Dov’è il tuo tesoro
sarà anche il tuo cuore
nell’ultimo bagliore
del giorno viandante
tra i caravanserragli
del pianeta
nel piccolo guizzare
di vita nell’acquario
che durerà quel lampo
e non conoscerà
profondità di mari
nel petalo che cade
su un pavimento duro
e non rinascerà
più fiore

nella parola
che, rimasta in gola
forse germoglierà
un’aiuola di speranza

e in tutte quelle cose
che avranno l’apparenza
dell’inutilità

 

Gabriella Grasso, inedito

dicembre 26, 2019

L’acqua cade sempre su altra
acqua, seppure in altra forma
e non si chiede il tempo.
Sarò prima di te ombra, quando
starai seduto davanti a casa
in attesa del tramonto. Ti coprirò
i piedi come capelli, le ginocchia
come accucciandomi. Porterò
una nuvola di pioggia dall’oriente
umida e calda di monsone, profumata
di zenzero e vaniglia. Risalirò
le cosce tue
alle venti e trenta della sera.
Saprà poi l’acqua come amarti.

(Claudia Zironi, da Ursprüngliches Leben: poesia e pittura in dialogo, EdizioniFolli 2018)

Tra il letto e il cesto della carta straccia

dicembre 26, 2019

Non c’è stato molto da festeggiare in tre anni
in questo ripostiglio a forma di pagnotta,
i tramezzi vacillanti degli appartamenti per la servitù
in alto nel cranio ventoso della casa.

Tutte le cose tendono al giallo della disaffezione,
il tappeto fulvo spelacchiato dove mi commemorano
macchie di té e caffe, i buchi rotondi dei mobili,
troppi, e troppo a lungo nello stesso posto.

Qui, eravamo pronti a tutto qualunque cosa per arrivare.
La disonesta anoressica di mezza età è stata trasferita.
Il genio della radio ora è responsabile per le comunicazioni
nelle baracche di cartone della Missione Antartica Britannica.

(La sua grande antenna qui crollò in una notte di tempesta.)
Il professorino americano cerca un incarico di ruolo.
Negli occasionali weekend di passione, l’odore acetato
del crudele spermicida la faceva da padrone su tutto.

L’intimità stessa genera la paura di perderla.
D’inverno, i fiori di ghiaccio sull’interno delle finestre
e il canto del rubinetto che perde; d’estate,
i moscerini che venivano a morire sui miei libri

come schizzi d’inchiostro… Mi aggrappo al giorno
che mi venisti a trovare – il mondo infantile in persona:
scarpe oro, gonna erba, camicetta cielo e capelli tinti da cirro.
Uscimmo fuori. Nel giardino tutto era rosato.

I prefabbricati in rovina alle spalle dell’Istituto di Psicologia Applicata.
Piccioni gonfi. Le mosche intorpidite dopo aver mangiato
le ninfee dello stagno. Un serpente si era occupato
delle rane. Fucsie in punta di piedi come ballerine.

La mia mano cercò di coprirti i seni. Eri una ninfetta
con davanti una carriera miracolosa da moglie di provincia
e ufficiale di sorveglianza. Non riuscimmo a tradire
qualunque fiducia fosse riposta in noi.

(Michael Hoffman – traduzione di Sergio Pasquandrea)

dicembre 21, 2019

Seht Ihr, es tagt. Spurlose Frühe, geometrisch klar.
Kühl wie am Morgen nach der Schöpfung, formenstreng,
Zeigt sich die Erde nun, berechenbar. Was möglich ist,
Nicht wa durch Sintflut, Ackerbau und Kleinstaatkrieg
Verheerend wirklich wurde, liegt nun ausgebreitet.
Besänftigt lädt, was irgend denkbar ist, zum Studium ein.
Schnee hat den Bann gebrochen. Das Diktat der Zeit –
Habt Ihr bemerkt, ist aufgehoben. Unter frischen Wehen
Kroch eine Gleichung in die Hügel. Rein als Raum,
Dreht sich die Landschaft auf den Rücken wie im Traum.

 

Guardate, si fa giorno. Un intatto mattino. Geometrie.
Algida come all’alba del creato, e severa
di forme è ora la terra, calcolabile, e accedi
a quel che lei sarebbe senza devastazioni,
guerre fra staterelli, diluvi e agricoltura.
Placato ogni pensiero, un invito a studiare.
Infranto l’anatema, anche il diktat del tempo
con la neve è sospeso. Sotto nuove dune
nei colli si è insinuata un’equazione. Il paesaggio
si è girato sul dorso, come in sogno.

 

(Durs Grünbein, La neve di oggi, in Della neve, ovvero Cartesio in Germania, trad. di A.M. Carpi, Torino, Einaudi, 2005)

dicembre 21, 2019

Fossi nel pianto, nel rovescio della medaglia, nel disordine.
Fossi nelle nove code dei gatti, nei numeri divisi, moltiplicati.

Fossi nelle finestre aperte su cortili sbagliati. Fossi varianza, polimetria.
Fossi plurale, incerto, tradotto. Fossi piega della mano.

Altro e identico.
Leonardo Barbera (Catania, 1979), da Varianze (Ladolfi, 2015)

da Corsivo

dicembre 20, 2019

Mi chiedi: rinuncia all’orgasmo
approvo senza sarcasmo
distante dal cieco furore
sovrano i miei piedi ai tuoi piedi congiungo.
Dalle caviglie alla nuca un confine un altro
dall’alluce alla bocca
il principio, la fame, la buca
lo sguardo nel centro
si blocca.

Antonio Porta, “La distanza amorosa”

*

Corsivo è mio e viviamo insieme.
(evidentemente non è una pura questione di calligrafia)

*

Tre anni dopo

I sensi del sonno sono nei dettagli delle conversazioni
di sera ho una insonnia modestia nella strettoia del buio.
Avevo già chiarito le oscillazioni dello spirito
avevo chiara una mappa dai diversi segni:
è solo che penso a come potrei esserti regina
in ogni mia nuova trasparenza aperta dal dolore
che l’immaginazione ha ricucito.
La tua carezza è mortale
ma il tuo bacio no, è denso d’altitudine.
Ma anche d’altitudine hanno parlato e detto
si distinguono i segni evidenti da quelli invisibili.

Ci sono parole che sono come oggetti
da dimenticare, che scelgo di dimenticare
per incontrarti dopo lavoro
qualcosa come un oggetto da dimenticare
lontano muore.
L’idea di incanto è quando leggi
e sono come una stanca Firenze o una stanca Bologna.

A volte non riesco a fare a meno
di dimenticare le cose terribili e imperdonabili
ma poi i miei polmoni suonano
il richiamo di un canto prezioso
molto più prezioso di me
che mi spinge a selezionare le cose più intime
a voler lasciar andare i vialetti con le libellule,
l’avesse pure scritto Stevens
ma qui non si tratta più di una parola che crea
ma di un uomo esperto che accadendo
ascolta le mie benedizioni, e le applica
con una passione calda lasciando il sarcasmo fuori.

*

Nello stile di Corsivo

Quando esce dalle aule scopro di me stessa
che ho passato tutto il giorno a trovare
istruzioni nuove per il piacere.
Gli altri rumorosamente scandiscono l’odio
io passo tutto il giorno stanca
che non è ancora il caso di citare Carver o Frost
ma voler passare continuamente la mia letteratura
come in mitocondri invisibili ma esistenti.
Per non parlare a volte delle fotografie;
stare a galla tra giornaliste e scrittrici
che mi girano intorno solo per farsi fotografare
le vite disoneste di un antagonismo competitivo
noioso e osceno.

*

Corsivo è chiaro dentro l’utopia

Mi arrabbio volentieri per sembrarti poi più morbida
certo l’iniziativa delle mani è mia
sull’attico lo sapevano proprio tutti.
Non si discuteva per strada né alla chiesa,
a volte mi faceva arrossire al fiume…
Nelle interviste, rielaboro con regalità, sovrana
sovrana anche nelle tue interviste segrete
respirando forte, trattenendo, trattenendo
il diritto di dirmi tutto, vuoi il diritto del presente
vuoi il diritto di dirmi tutto
a telefono le prime volte fingevo cose mutevoli,
fingevo di avere meriti con altri autori,
gli parlavo di alleati e nemici nella battaglia dell’azzardo
ho sempre molta energia, soprattutto per i suoi studi,
i suoi amici, le passioni uguali nei diritti.
Mi pretende primo, secondo, ultimo
mi pretende primo, secondo, ultimo
dondolo bene nella destinazione
utopica e impossibile, ospitata
ti prego dimmi che sono impossibile.
Tutto era pietra modificando i vari modelli autoriali
mi allenavo a uscire di casa, parlavo francese
era vivere il continuo presagio del mio autunno
che ora si riversa nel mare della scrittura
ed è mio perché ho accavallato la voce ultima
e la voce prima con un sortilegio solo nelle mie gambe
e dopo l’intensità percorsa dell’umanità nei suoi occhi
bruciati i sogni pesanti
abbraccio i libri degli altri
e nei libri degli altri vivo anche io.
Vivo in lui memoria e tatto, troppo sale
ho assaporato nella sua saliva,
mi scatta diverse foto ma sempre di spessore:
abbiamo un mio primo piano in una antologia
di poesia francese, tra Michaux e Tarkos,
tra Esteban e Jaccottet, Bonnefoy
sono fuori dall’etica del narciso
e quante lolite ho speranza di non trovare
prima di sognare di arrivare con la voce
negli USA, in India, in Grecia, in Spagna, in Francia,
in Germania, in Turchia, in Romania, in Russia.
Al Nord e al Sud del Mediterraneo. Proust va bene
per l’appetito dei laboriosi, i desideri della scrittura
di corsivo sono miei, dal momento che viviamo insieme
e siamo sposati e le uniche polemiche
che conosco sono sui cappuccini e i dettagli
ai dipinti di cui parlo avidamente con le amiche.

*

Si fa così il sortilegio

Ha trovato la mia natura mia proprio.
Ha detto per niente candida, così gli piace dire
nel segreto. Il suo capo mi ha raccomandato
che ne avrebbe almeno due per me
se lui decidesse di inoltrarsi in altre nature.

Si fa così la serenità, si fa così la pace
cancella tutto di nuovo, cancella tutto
si fa così la pace, si fa così la libertà
cancello tutto, cancello tutto di nuovo

cancello quel volto, cancello quel volto
cancello il viso di quel ricordo,
cancello il viso di quel volto.

Cancello quel noi, cancello il noi
cancello quel tutto, cancello tutto
cancello quelle voci, cancello le voci

cancello quei ricordi, cancello i ricordi
cancello quell’inverno, cancello quell’inverno
cancello quelle vicinanze, cancello le vicinanze

cancello quel loro dire, cancello quel loro dire
cancello gli altri, cancello quegli altri
cancello quell’accade, cancello quell’accade
cancello quegli occhi, cancello quegli occhi.

Cancello quel mio essere stata lì,
cancello essere stata lì,
cancello quel loro essere stati lì,
cancello loro. Cancello quegli altri.

Cancello le terrazze, cancello la moda
cancello la moda di quelle terrazze,
cancello le parole, cancello le sue parole.

*

Happy a casa mia, coi miei seni molto piccoli

Sono sole e luna.
Lui è solo in sole e luna.
Sussurro sì legata perché lui è la mia anima
anche a Parigi mi sono lasciata appartenere
ricostruirono Notre-Dame mentre sforzando
le pieghe del mio libro diceva di specchiarmi
in tutte le sponde dei suoi vivi.

Mi chiese di sposarlo a suo modo,
prendendola con una certa cinematografia.
Il matrimonio fu la salvezza per entrambi
e lui si fece verticale per le mie guance
che resi per l’occasione normali, serie
e abbastanza ben testate per l’amore.
Penetrata dalla sua innocenza leggevo tantissimo:
i governi e le patrie letterarie erano una cosa lontana
il numero sette un’appendice, un martirio,
una volontà, un senno collettivo: segnava la sveglia,
l’ora dopo per leggere il giornale.

Ti ecciti a chiamarmi al tuo modo,
con nomignoli, sussurro sì legata
perché lui è la mia anima
anche a Parigi mi sono lasciata appartenere
ricostruiscono Notre-Dame
sforzo le pieghe del libro
mi dice di specchiarmi nel suo cognome
che voglio della realtà ora tutta la carne
più poetica sulla sedia da scolara
più terribile dei biscotti sul divano della mansarda
mi chiese di sposarlo a suo modo,
prendendola con una certa cinematografia.
Un anello messo in aereo
il matrimonio fu la salvezza per entrambi
e lui si fece verticale per le mie guance
che resi per l’occasione normali, serie
e abbastanza ben testate per l’amore.
Penetrata dalla sua innocenza leggevo tantissimo:
i governi e le patrie letterarie erano una cosa lontana
il numero sette un’appendice, un martirio,
una volontà, un senno collettivo: segnava la sveglia,
l’ora dopo per leggere il giornale.

Sazia, via tutto il resto.

 

Sabatina Napolitano

Da “MaternA”

dicembre 20, 2019

prima parte

A

Romanzo senza paesaggio.
Non ambientato.
Non c’è tempo per ambientare.
Secolo della velocità.
Il lettore ha fretta.
L’autrice ha fretta.
Il lettore legge a 60 all’ora.
…………………….a 80 all’ora.
…………………….a 35 nodi.
…………………….a 400 all’ora.
e:
I PERSONAGGI HANNO FRETTA.
– SU. ANDIAMO. MUOVETEVI.
………………………………………….SU.
Altri hanno descritto dei paesaggi.
Dei bei paesaggi.
C’è un tempo per ogni cosa.
Un tempo per i paesaggi.
Un tempo per la conversazione.
Sullo sfondo del tempo dei paesaggi (degli
altri) gli intrecci delle conversazioni.

La goffaggine, la volubilità, l’imprecisione,
l’incompiutezza, l’insoddisfazione delle lente
conversazioni della vita. Abbozzi.
Il pensiero timido, pigro. Casuale. Senza scopo.
Approssimativo. Relativo. Incerto. Difficoltoso.
Laborioso. Faticoso. Infermo. Bacato. Invalido.
Afflitto.

……….Delle conversazioni della vita.
Nel romanzo senza paesaggio:
……………….1 personaggio.
È una storia con
………………..1 personaggio.
È un romanzo
………………..mono,
………………..auto.
Su ogni pagina
lo stesso viso.
Su ogni retro
la stessa foto.
(Mono) tono.
Noioso.
Atroce.
Quando dura duecento pagine.
Quando dura due anni di tempo.
E ogni giorno come una pagina.
Ogni notte come un fronte.
Quando le parole della vita, l’esiguo Larousse del vocabolario quotidiano, si ripetono riproposte di giorno-pagina in giorno-pagina nello spento svolgersi di un film dalle immagini inconsistenti, ostinatamente ridisegnate.
Il regista manca d’immaginazione.

È un romanzo alla prima persona.
E all’ultima persona.

…………………TARZAN

Gli altri sminuiti, invisibili.
Minuscoli.
Voci soffocate.
Voci sconsolate.
Imbavagliate.

Romanzo ridotto ai minimi termini.
Nessun paesaggio e un personaggio.
– Lei non sta bene, urla l’Editore che trascura la forma,
influenzato dal gergo della giovane letteratura. Lei non sta bene. Si allarga un po’ troppo nella sua pigrizia. E come fa per scrivere?
Non ci capisco niente.
CHE INTENZIONI HA?
– Non ho IN-TEN-ZIO-NI, piange l’autrice, e asciugandosi le lacrime:
procediamo per associazioni d’idee:
Scrivo la parola che viene con la fine di quella precedente. O l’inizio di un pensiero con la fine di quello precedente.
– E va molto in là in questo modo, urla l’editore recalcitrante, quando scrive DEI romanzi?
– Si fa quel che si può, piange l’autrice.
– Via, non pianga, dice il mercante improvvisamente addolcito, e quando avrà fatto fortuna con i SUOI romanzi ci sposeremo. OK?
– Vabbè, risponde l’autrice sorridendo attraverso le lacrime.
e:
È l’unico modo per farmi pubblicare.
(È il primo matrimonio del romanzo, il frutto di un ragionamento sbagliato.)
Ma l’editore non sembra sentire: perché legge il manoscritto
……………….(a tutta birra)

 

 

………………………………………maternA

La A è importante.
L’infanzia infatti è la A della vita.
Ecco perché si scrive: maternA.
Ecco perché le eroine si chiamano:
………………………………………BrittA
………………………………………GrittA
………………………………………DjeminA
……………………………………….IolA
……………………………………….PierA
……………………………………….MonA
……………………………………….LisA

La A è dominante.
Il libro parla in A.
Storia senza uomini.
Storia di donne.
Nell’acqua delle bocche deformate delle donne,
la A come una foglia morta trasportata.
La A della vita.
L’immagine rammollita delle donne nell’acqua slavata
della loro vita quotidiana
e nei giochi di luci scialbe:

……………………………………..la A brilla.
……………………………………..la A in piedi.
……………………………………..la A viva.
La A della vita.
Le donne dal cuore fiaccato ma in quel cuore:
……………….La A rossa.
La A della vita.
Le donne dal viso illuminato dalla A della vita
che non si spegnerà.
Cosa ci rimane se qualcuno stacca la corrente?
Accendiamo la A.

…………….IN
……..REN E CO
…………….ZA

 

INCOERENZA

Il linguaggio insipido delle conversazioni molli.
Delle menti confuse, prolisse.
Immagini fluttuanti, inafferrabili.
Quello che nessuno vuole vedere,
vuole sentire,
vuole sapere.
Le bocche noiose, le bocche annoiate.
I visi grigi delle sere senza colore.
I tratti dei visi sfatti dalle parole
senza speranza.
Le donne che parlano una lingua morta.
Una lingua che non è quella dei romanzi.
Una lingua senza passione.
Una lingua dalle passioni piccine.
Dalle passioni nane di un attimo.
Presto suscitate, presto cancellate.
– Non fa per me, urla BrittA,
…………………………………….non fa per me.
……………………………..IO

 

ho un grande amore.

…………………………….IO

 

ho una grande passione.

La passione della

…………………………..A

Eppure,
………..;è il piccolo mondo delle donne
con un unico viso, un’unica bocca, un’unica
parola.
Senza sbagliarsi di molto, si può mettere la frase
di DjeminA in bocca a BrittA, la frase di BrittA
in bocca a DjeminA.
Senza sorprese. Una bocca vale l’altra.
Un viso vale l’altro.
Quando si chinano l’una verso l’altra, non ci
sono: BrittA, DjeminA. Un naso dritto, un naso aquilino,
un mento piatto, un mento tondo.
Ma un unico viso senza un disegno particolare.
Per sostituire la particolarità di un viso,
il colore unico delle donne, esattamente uguale,
assolutamente uguale.
Un colore senza nome.
Che non è contemplato nell’arcobaleno né
nelle combinazioni dell’arcobaleno.
E in questo piccolo mondo di un colore strano
si svolge un romanzo senza arie e senza canzoni.

Perché questa donna, DjeminA, di quarantacinque anni, sembra brutta, con gli occhi gonfi, le guance molli, il mento pesante, le mani da sguattera?
Per via della luce.
Il colore del romanzo.
Il colore senza nome.
Il “colore-donna”.
Perché questa donna, DjeminA, brutta (mancanza di luce), diventa improvvisamente bella, luminosa?
Perché BrittA le rivolge gentilmente la parola sorridendole.
DjeminA mormora teneramente:
– È venuta a parlarmi.
Questa la chiave del romanzo.
In questo romanzo indigesto dove migliaia di piccole azioni
striminzite s’intrecciano avviluppandosi. Senza sbocco. Senza logica. Smarrite. Un susseguirsi di parole senza seguito. Parole dette per essere dimenticate. Nessuna memoria.
Romanzo senza speranza. Senza un sogno. Tremendamente opaco.
Nessuno sapeva nemmeno che ci sarebbe stato un romanzo.
Le parole si sono ammassate, le azioni di un attimo moltiplicate, il tempo è passato.
Un tempo senza età. Un tempo rude. Senza sole.
Poi, voltandosi indietro, tutti i personaggi girati hanno visto che avevano appena vissuto un romanzo. Che era già la fine. Che non ci sarebbe stato più nulla. (Dato che è un romanzo e che i romanzi finiscono.)
I personaggi hanno capito, in un lampo, hanno avuto l’impressione, il presentimento, l’idea li ha sfiorati, che quelle brevi passioni spentesi in una parola urlata, in un lamento soffocato, erano forse il grido di allarme di altre passioni gigantesche, ardenti e segrete.
Romanzo senza uomini.
Noi, le donne, non abbiamo bisogno di un uomo per vivere un romanzo.
La nostra immaginazione fatta di parole banali e dozzinali, di parole casalinghe e culinarie, è all’altezza delle grandi passioni. Se abbiamo solo le nostre umili frasi futili per gridare non è altro che un difetto di presentazione.

…………………………….maternA

La A si è accesa nella grande casa che ha l’aspetto di una prigione.
La casa con venti finestre.
La casa con dieci porte.
La casa con trecento vetri.
La casa con quattrocentoventi vetri.
Sporchi.
Li laviamo solo una volta all’anno quando torna la primavera.
E tra i muri di porte e finestre, di vetri grigi di polvere e pioggia:
……………..la A della vita.

Tra i muri scoloriti:
…………….la A della vita.
…………….la A rossa.
…………….la A in piedi.

 

di Hélène Bessette

Traduzione di Silvia Marzocchi

dicembre 19, 2019

Ora un po’ timorosa ti domandi
che cosa devo dirti,
scivolando sul velo dei capelli,
quale mistero o storia.
Non molto in vero, solo che al museo
riempivi quelle stanze
vuote e pronte ad accogliere qualcosa
con te e la tua risata
(a questo punto mi hai chiamato in treno,
ma adesso non importa).
Davvero, cosa c’era da vedere
l’ha riflesso uno specchio,
quello che c’era da sentire un altro.
E non te ne sei accorta.

 

(Lorenzo Foltran, da In tasca la paura di volare, Oèdipus Edizioni 2018)

Vigilia

dicembre 19, 2019

Uno strato spesso ci chiude il cielo
e tutto è rivelato: l’albero di giuda
spoglio nel giardino, la solitudine del cane,
l’agrifoglio rosso che guida lo sguardo nella fratta.
Siamo chiusi qui dentro noi, che aspettiamo qualcosa,
il compimento del nostro tempo forse, forse la fiammella
che pure tiene nello spiffero invernale. Fa male
certe volte sapersi vivi, così esposti al lato d’ombra
inadatti, distratti, diseguali, giusto un po’ troppo, o appena meno.
Non proprio fuori del secolo, ma appena, un poco,
a lato. Il volto sfocato della foto, quello che s’è girato,
che è venuto non proprio male, ma gli occhi erano chiusi.
Come sarà il tempo a venire? Nevicherà? Avremo figli?
Barcollano i palazzi nel buio, le ombre
li divorano piano. Avevamo un’altra idea degli eroi
che non queste tiepide case. Dai vetri spiamo
i passanti. Un forestiero che ama la città, i bui
tra l’uno e l’altro lampione. È questo quello che siamo?
Perdersi, stupire, essere come possiamo.

Azzurra D’Agostino (Porretta Terme, 1977), da Alfabetiere privato (LietoColle-Pordenonelegge, 2016)

dicembre 17, 2019

La punta, la finestra alta, c’era vento,
si è alzato adagio, stride, in un istante,
ovale, un foro nella parete, con la mano,
in frantumi, l’ovale del vetro, sulle foglie,
è notte, mattina, fitta, densa, chiara,
di sabbia, di diamante, corre sulla spiaggia,
alzato e corso, la mano premuta, a lungo,
fermo, contro il vetro, la fronte, sul,
il vetro sulla mattina, premette, oscura,
la mano affonda, nella terra, nel vento, nel ventre,
la fronte di vetro, nubi di sabbia,
nella tenda, ventre lacerato, dietro la porta.

(Antonio Porta, da I rapporti, Feltrinelli 1966)


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