Nel corpo a corpo con la città come luogo popolato e spettrale dentro a un luogo desolato ma vivido, in uno spazio di mangrovie bellissime e infinite da cospargere senza misura di longform commentati sulla possibilità di lasciarsi fulminare dalla presenza fantasmatica di un evento colossale, nella bolla esplosa dall’aula 10 della facoltà di Lettere e Filosofia della terza università all’aula VI autogestita della Sapienza, dal cinema Madison di Via Chiabrera a Via degli Equi 6 a San Lorenzo, da Piazza De André – nonostante l’odonimo – alla Magliana alle Terme di Diocleziano e lungo i banchi di libri a Piazza della Repubblica, dal Ser.T di Torpignattara a quello di Via Fornovo a Prati e talvolta a Via Ramazzini, dalla stazione Termini a un piccolo nucleo di profili Myspace architettati in un Html condiviso e sbalorditivamente conciliante la lettura, da San Saba in direzione di un attico distante sulla cima di Via Enrico Fermi, in compagnia di telefonisti inbound ossessionati da Porpora Marciasciano, poete EAP scomparse in Abruzzo, grafomani campani ultratrentenni di cui era noto il rapporto di minoranza femminicida, infermieri antisemiti, eroinomani sionisti e di sinistra, fotografe punk dell’Onda, tatuatrici brindisine senza storia, portieri d’albergo sardi dal passato francamente inquietante, grafiche femministe iscritte allo IED, gemelle lucane abbonate a Left, videoartisti spagnoli legati a Batasuna, stalker senegalesi sinceramente antiberlusconiani, neet ossessionate dagli iperoggetti, cis che non ci credono più, poete non integrate, psicoanalisti pericolosamente immersi negli anni Venti, sardi maledetti, sedicenti mostrologhe, coriacei camerieri della bassa padana, bidelle laureate, fenditori di blockchain infestate, picchiatrici seriali, adoratori spiantati della letteratura pazzesca in Italia de La Nuova Verde, leggendo Alda Teodorani e i Millelire di Stampa Alternativa, Nanni Balestrini e Carlo Bordini, Tassinari Stefano e Tassinari Ugo Maria, Philip Dick in francese e sudamericani minori senza nome, i franchi narratori Feltrinelli e Rosa Anna Somogyi, S.H. Palmer e Ottavia Spisni, i maschi soccombevano pateticamente in una postura traumatica non elaborata, il bambino umiliato diventato adulto coglione e aggressivo lacerato tra il desiderio di autopromozione e autopubblicazione cercava il perdono e l’approvazione materna materno e ci raccontava l’editoria come montagna di merda e fatto umano che aveva avuto un inizio e avrebbe avuto una fine – l’insulto peggiore era “addetto ai lavori” e il romanzo era l’incesto riparatorio – la vera storia era in larga parte orale – e tale sarebbe rimasta, una teoria dell’arte non si sarebbe mai sviluppata, era troppo tardi, restava una forma da studiare e da giudicare come si fa con un libro di più di mille capitoli, quanti i racconti pubblicati, la storia era esaurita e superata da presenze infestate e relazioni che avevano ricevuto attenzioni strategiche, i legami non avevano retto all’esaurimento dell’impegno di assumersi in solido la responsabilità della creazione e della condivisione delle pratiche e dello spazio di elaborazione, le riviste nate morte a poco a poco prendevano a vivere, la storia era il sogno di una rivista morta contro il godimento editoriale raccontare i glitch di quel tempo impenetrabile e impossibile da riconoscere, ricostruire, condividere e restituire, in maniera non ideologica ma perturbante. Sarebbe Pazzesca.