Archivi categoria: note

la scrittura per sé stessi come riflesso del discorso interiore. qualche esempio / lorenzo tomasin

[r] _ messaggi ai poeti / utili sussidi / vediamo se riesco a spiegarmi (con un cb ennesimo eccetera)

ma poi l’avete capita questa differenza tra talento e genio, questa faccenda dei SIGNIFICANTI, o CB deve resuscitare e farvi un disegno?

“messaggi ai poeti”, “utili sussidi” e “vediamo se riesco a spiegarmi” erano e sono tre tag sotto cui ho cercato anzi cercai (a vuoto) di versare la cognizione della centralità di talune quistioni di base nella meninge dell’italo medioscrivente.

ah, e poi ancora: 

copernico vs. tolomeo / carmelo bene

carmelo bene: frammento audio su io e soggetto (dell’inconscio) nel libro “‘l mal de’ fiori”

il tealtro. carmelo bene (1968) e la critica dalle 22 alle 24. (a mio avviso non parla solo del teatro)

[r] _ exortatio | disseminare la ricerca (militanza = già archivio, ma disperso) / differx. 2024 & ’25

Come accennato più volte, quasi due anni fa mi sono impegnato a indicare, all’interno di un post, tutte o quasi tutte le riviste di letteratura italiana online effettivamente disponibili in quel periodo: agosto ’23. Il numero complessivo mi sembra si aggiri tutt’ora intorno alle 400 / 500 entità.

Con sorpresa ho notato che i siti e blog nutriti di specifica ricerca letteraria oggi raggiungibili sono rappresentati sempre (o: quasi esclusivamente) dallo stesso piccolo o medio & pressoché invariato gruppo che esisteva già circa vent’anni or sono. Rare, per quanto meritevoli (o -issime) le aggiunte.

Questo significa che:

Continua a leggere

[r] _ messaggi ai poeti / utili sussidi / vediamo se riesco a spiegarmi (con un cb ennesimo eccetera)

ma poi l’avete capita questa differenza tra talento e genio, questa faccenda dei SIGNIFICANTI, o CB deve resuscitare e farvi un disegno?

“messaggi ai poeti”, “utili sussidi” e “vediamo se riesco a spiegarmi” erano e sono tre tag sotto cui ho cercato anzi cercai (a vuoto) di versare la cognizione della centralità di talune quistioni di base nella meninge dell’italo medioscrivente.

ah, e poi ancora: 

copernico vs. tolomeo / carmelo bene

carmelo bene: frammento audio su io e soggetto (dell’inconscio) nel libro “‘l mal de’ fiori”

il tealtro. carmelo bene (1968) e la critica dalle 22 alle 24. (a mio avviso non parla solo del teatro)

la machine à 5 coeurs / marcel duchamp. 1912/15

La machine à 5 cœurs, l’enfant
pur, de nickel et de platine doivent
dominer la route Jura-Paris.
D’un côté, le chef des 5 nus sera en
avant des 4 autres nus vers cette
route Jura-Paris. De l’autre côté, l’enfant
phare sera l’instrument vainqueur
de cette route Jura-Paris.
Cet enfant phare pourra, graphiquement,
être une comète, qui aurait sa
queue en avant, cette queue étant
appendice de l’enfant phare
, appendice qui absorbe en
l’émiettant (poussière d’or, graphiquement)
cette route Jura-Paris.
La route Jura-Paris, devant
être infinie seulement humainement,
ne perdra rien de son caractère d’infinité
en trouvant un terme d’un côté
dans le chef des 5 nus, de l’autre
dans l’enfant phare.
Le terme « indéfini » me semble plus juste
qu’infini. Elle aura un commencement
dans le chef des 5 nus, et n’aura pas
de fin dans l’enfant phare.
Graphiquement, cette route tendra vers la ligne pure géométrique
sans épaisseur (rencontre de 2 plans me
semble le seul moyen pictural d’arriver
à une pureté).
Mais à son commencement (en
le chef des 5 nus) elle sera très finie en
largeur, épaisseur, etc., pour petit à petit, [devenir sans forme topographique], en
se rapprochant de cette droite idéale qui
trouve son trou vers l’infini dans l’enfant
phare.
La matière picturale de cette route Jura-Paris
sera le bois qui m’apparaît comme
la traduction affective de silex effrité.
Peut-être, chercher s’il est nécessaire de
choisir une essence de bois. (Le sapin,
ou alors l’acajou vernis).
Détail d’exécution.
Dimensions = Plans.
Grandeur de la toile.

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Notes autographes pour “La boîte verte”
(Ensemble dissociable)
Une partie des notes originales de Marcel Duchamp pour “Le grand verre”
Une autre partie figure sous le n° d’inventaire AM 1997-98 (47) à (166)
1912-1915
Note autographe pour “Le grand verre”

exortatio | disseminare la ricerca (militanza = già archivio, ma disperso) / differx. 2024 & ’25

Come accennato più volte, quasi due anni fa mi sono impegnato a indicare, all’interno di un post, tutte o quasi tutte le riviste di letteratura italiana online effettivamente disponibili in quel periodo: agosto ’23. Il numero complessivo mi sembra si aggiri tutt’ora intorno alle 400 / 500 entità.

Con sorpresa ho notato che i siti e blog nutriti di specifica ricerca letteraria oggi raggiungibili sono rappresentati sempre (o: quasi esclusivamente) dallo stesso piccolo o medio & pressoché invariato gruppo che esisteva già circa vent’anni or sono. Rare, per quanto meritevoli (o -issime) le aggiunte.

Questo significa che:

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an autobiographical text by jim leftwich (shared online by john m. bennett)

Here’s an excerpt from Jim Leftwich’s autbiographical afterword to his latest book, PIT SWAN & ORBATE WRITING

Remember What You Can

 
Jim Leftwich

 
In the fourth grade I was given an aptitude test which determined (among many other things, I would assume) that I had absolutely no aptitude for music. That’s the only thing I remember being told about the test. That would have been 1966 or 67. It was beginning in those days to sound — and look — like music might be a significant alternative to the war in Vietnam. The counterculture was saying no to the draft, and rock n roll music was spreading that message to all corners of the country. Music was beginning to tell young males like myself that another world was possible. It wasn’t the job of a fourth grade teacher in Amherst County, Virginia to encourage that way of thinking.
I went away to college, dropped out after four years, and went off rambling around the country. Every now and then I would drop in on my parents. My mother would be at the dining room table, listening to the radio. We would drink a few beers, tell each other some stories. She said, you are volatile, do you know that? I said no, not really. Yeah, sure. I guess I know. Maybe it was only a matter of the multitudes of selves. Some of which were surprises. She said, Please Come to Boston, do you know that song? It reminds me of you. I said, I don’t know. Maybe. It was the seventies. In matters both personal and political, I had no idea of what was coming. She said, Against the Wind, too, reminds me of you. I said, well. Ok. If you think so.
The eighties was a poisonous decade, acid rain falling on a nuclear time bomb, death squads funded by designer drugs. Killing us again and again. Surrounded by strangers I thought were my friends.
It’s New Year’s Eve now, 2024. Sue and I are camped beside the Colorado River, on the Arizona / California border. I’m not sure I would have made it through the eighties if Sue and I hadn’t met.
There isn’t much wind here, just enough for us to notice it, barely moving through the mesquite trees. There is always everything to be new, and nothing to ever be anywhere other than the present.
I’m a little worried about the coming year. I’ve been worried about the coming year for as long as I can remember.

notilla differxa sui social sociali (a partire da un post su fb) duplicando un commento su fb

questo ragionamento sembra partire dalla base che di fondo i social servono eminentemente a farsi notare, farsi una fama, raggiungere un qualche top di qualche list.

e se invece (per qualcuno, in un qualche mondo remoto ora ma non impossibile da costruire) servissero soprattutto a condividere cose *a prescindere da chi le posta*? se, cioè, funzionassero o insomma potessero funzionare da Mystery (S)hack, cioè  wunderkammer e pozzo di informazioni, come in Gravity Falls?

in fondo si chiamano social, non egos. (anche se gli eghi sobbollono, lo sappiamo).

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[r] _ piccola ricostruzione tascabile del ritorno all’ordine

L’afasia di Villa, la scomparsa di Costa, Spatola, Manganelli, Sassi, Anceschi, Beltrametti e molti altri, cioè di una se non due generazioni di sperimentatori, negli anni Ottanta e Novanta, è infelicemente andata in parallelo all’attestarsi di un incredibile quanto incrollabile “ritorno all’ordine” (non casuale, anzi evitabile, ma fortemente voluto e progettato da chi di sperimentazione nulla voleva leggere né intendere).
Ritorno all’ordine che ha ossificato una situazione di assertività aproblematica e sfacciata che tutt’ora e da circa quarant’anni – come una DC atemporale – non solo dirige i giochi dei testi che finiscono sugli scaffali delle librerie, nelle riviste, nei festival, nei premi, in radio, eccetera, ma spudoratamente lamenta e piange una “egemonia” (!) che sarebbero invece gli sperimentatori a detenere (!!).


Una ricostruzione della vicenda, basata su dati editoriali e cronologia (sommaria ma non contestabile), è offerta in due post
su slowforward:

Primo post:
https://slowforward.net/2022/02/21/poesia-per-il-pubblico-a-k/

Secondo post:
https://slowforward.net/2022/10/12/italia-sommersa-francia-emersa/

[nella foto qui sotto, un’altra corrente DC, sempre sul fronte dell’assertività]
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pod al popolo, #052, “quant si poet”

Un’annotazioncina sul clima tanto poetico che si respira. Detox grazie a Pod al popolo. Il podcast irregolare, ennesimo fail again fail better dell’occidente postremo. Buon ascolto.

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forzare i limiti: i tensori extranarrativi

quella che segue, condivisa in rete da Gianluca Gigliozzi, mi sembra una lettura perfetta della ‘prassi Lynch’, che personalmente ritengo incarnabile/realizzabile (anzi: già ampiamente esemplata) dal piano letterario sperimentale al livello delle microstrutture, e di quel legante strutturale che chiamiamo sintassi.

L’intensità della figurazione che contraddistingue il cinema di Lynch ricade nell’intensità della cooperazione richiesta sul piano narrativo in modi assolutamente inscindibili. È su questo piano che si genera anche una feconda circolarità tra fascinazione spettatoriale e investimento analitico, chiamate qui a misurarsi non solo con l’attività interpretativa ma anche e soprattutto con l’intrinseca necessità dell’innesco di tale processo. A questo luogo originario si affidano anche la dimensione e il carattere del racconto di Strade perdute. La domanda «perché dovrebbe esservi una storia?» va cioè qui intesa in modo originario e profondo, pienamente filosofico. Se la comprensione del racconto si impone come uno dei nodi rilevanti per l’analisi e l’interpretazione dei film, i lavori di Paul Ricoeur hanno anche mostrato come vi sia una stretta relazione tra la configurazione degli eventi narrativi, le pratiche di figurazione del tempo, e la stessa esperienza vissuta del soggetto. Se il tempo si lascia comprendere (solo) assumendo una forma narrativa, la centralità del racconto si assume nella necessità dell’esperienza umana di «potersi narrare» al fine di acquisire un senso. Detto in altri termini, «la vita è certamente più simile all’Ulysses che ai Tre moschettieri, e tuttavia noi siamo più propensi a leggerla come se fosse un racconto di Dumas che non come se fosse un racconto di Joyce». Dunque è nel tentativo di interrogare e forzare i limiti di questa intrinseca necessità dell’esistenza che si inscrivono configurazioni narrative come quella di Strade perdute. Non si tratta di annullare il racconto in quanto tale, quanto di «far ritornare sull’istanza del racconto la complessità della prestazione immaginativa originaria». Ed è questa indubbiamente l’intensità che si percorre attraverso Strade perdute, come una forza che gira a vuoto e non riesce a indirizzarsi verso il proprio oggetto, ma si inabissa lungo una «strada perduta». Non vi è schema plausibile in grado di dar conto dello sdoppiarsi nello stesso di prologo ed epilogo, se non assumendo la prospettiva di uno scacco del tentativo di Fred di configurare narrativamente la propria esperienza estrema – il compimento dell’uxoricidio per gelosia. Sotto la spinta irresistibile della pulsione di morte che innesca la coazione a ripetere e spinge a ripercorrere sempre le stesse vie e a cercare lo stesso oggetto, il meccanismo narrativo che porta il soggetto a eliminare le tensioni e a generare un racconto viene così a trovarsi sotto scacco. Com’è noto il concetto di pulsione è uno tra i più difficili della psicoanalisi, una sorta di concetto-limite. In riferimento ai rapporti tra l’attività del raccontare e l’esperienza umana, potremmo parlare in questo caso di una sorta di pulsione narrativa (che rientrerebbe così tra quelle autoconservative) che qui fallisce nel suo tentativo di rimuovere o ordinare ciò che accaduto. Come nota Montani, «il racconto – che pur si produce – fallisce infatti nel suo obiettivo più prezioso, vale a dire quello di concludersi». Ma qui si crea anche uno stretto legame tra il desiderio di «redenzione narrativa» di Fred e quello di comprensione dell’ordine degli eventi proprio dello spettatore. Infatti secondo una tradizione narratologica, il finale di un testo narrativo non si fa soltanto carico di verificare l’ultima previsione compiuta dal lettore, ma «anche certe sue anticipazioni più remote, e in generale pronuncia una implicita valutazione sulle capacità previsionali manifestate dal lettore nel corso dell’intera lettura». La paradossale coincidenza tra emittente e ricevente del messaggio «Dick Laurent è morto» va dunque intesa come un enunciato metaforico sulla neutralizzazione del tentativo narrativo/autoconservativo di Fred, nonché sulla comprensibile «attesa di chiusura» da parte dello spettatore.


Andrea Minuz, Strade perdute, in: Paolo Bertetto, David Lynch, Marsilio 2008

not piano / duke ellington

nuovo post sul blog ‘esiste la ricerca’: un’audioannotazione di poetica di lorenzo mari

audio di Lorenzo Mari

https://www.mtmteatro.it/lorenzo-mari-unaudioannotazione-di-poetica/